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mercoledì 20 febbraio 2013

E dopo questo, cos'è mai il perdono?



E dopo questo, cos'è mai il perdono?
...
Sì, la storia ci dà troppo tardi
ciò in cui più non crediamo
o se crediamo ancora
Soltanto nel ricordo
come passioni riconsiderate...
...ciò che è pensato può
essere dipensato...
Penso che né paura né coraggio
ci salvino
I vizi innaturali hanno per padre
il nostro
stesso
eroismo
Le virtù...Le virtù ci sono imposte
dai nostri osceni crimini...

venerdì 22 giugno 2012

Carmelo Bene sull'Ulisse di Joyce


Sacco di gas cadaverici mezzo di marcia salmastra. Un brulichio di pesciolini, grassi del bocconcino spugnoso, sprizza fuori delle fessure della patta abbottonata. Dio diventa uomo diventa pesce diventa oca bernacla diventa montagna del letto di piuma. Aliti morti io vivente respiro, calco morta polvere, divoro i rifiuti urinosi di tutti i morti. Issato rigido sopra lo scalmiere rifiata all’insù il tanfo della sua tomba verde con le nari lebbrose che russano al sole.
Trasformazione marina, questa, occhi castani azzurrosalino. Morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo. Il vecchio padre Oceano. Prix de Paris: guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti immensamente.
È abbastanza perverso scegliere un libro, non si può scegliere un libro.
Ecco, se proprio bisogna farlo, allora si sceglie un libro che abbia non solo determinato, ma cambiato magari una vita. Ebbene l’Ulisse di Joyce, avevo allora 22 anni, cambiò la mia vita completamente, radicalmente – da così a così. Poi nessun altro libro mi ha modificato la vita. Sì, tutti, in un certo senso… Kafka, chi non modifica Kafka? D’accordissimo, ma a me avvenne con l’Ulisse di Joyce.
Joyce può cambiare una vita. A me cambiò una vita, ma ha cambiato la mia vita in teatro, ha cambiato la mia vita nella vita, ha cambiato le mie emozioni musicali (non musicistiche, ma musicali), ha cambiato tutti i miei concetti di timbrica, di ritmica, mi ha sconvolto il linguaggio – completamente, mi ha cambiato il cervello. Non mi par cosa da poco; credo che pochi autori possano far questo.
In Joyce, per la prima volta, ci troviamo davanti a un pensiero dell’immediato, all’immediato pensiero; tanto che non pare scritto, pare sottratto alla scrittura stessa. Cioè non dice: “Tizio si svegliò una mattina e si trovò mutato in coleottero”; be’, lì c’è un altro gioco va bene, c’è un pensiero; ma, nell’Ulisse, quanto viene pensato è reso attraverso l’immediato e questo non lo ha nessun altro autore al mondo.
L’Ulisse di Joyce si può proporre anche come il modo più straordinario, l’esempio più fulgido di cinema; ma quello sulla pagina, non il filmaccio che ne hanno ricavato. Non esiste un film, un criterio del montaggio di questa immediatezza. Il cinema passa sempre attraverso il “morto”, così come il dire passa sempre attraverso il “detto”, cioè il detto è il morto.
Nell’Ulisse di Joyce non ci sono mai “pensieri”, “Pensò che…” No! tutti questi pensieri sono catapultati in balia di chissà quante combine di significanti.
Quando parlo di Joyce che cambiò la mia vita, alludo soltanto al Joyce del Finnegan’s Wake e dell’Ulisse e a certe poesie giovanili, ma non certo al Dedalus oppure ai Dublinesi, perché questi ultimi titoli potrebbe averli scritti qualsiasi altro autore e lo stesso Joyce non mi avrebbe così modificato.

L’applicazione dell’Ulisse si può fare a teatro, investe il linguaggio. È un linguaggio senza pensiero, senza pensiero pensato, in quanto questo pensiero è immediato.
Il grande Joyce critico si annuncia già nella fase giovanile, nelle poesie non solo d’occasione, ma anche in quelle giovanili. Quando uno pensa ad Eliot e legge
Rouen is the rainiest place, getting
Inside all impermeables, wetting
Damp marrow in drenched bones.
Midwinter soused us coming over Le Mans
Our inn at Niort was the Grape of Burgundy

But the winepress of the Lord thundered over that grape of Burgundy
And we left it in a hurgundy.
(Hurry up, Joyce, it's time!)

I heard mosquitoes swarm in old Bordeaux
So many!
I had not thought the earth contained so many
(Hurry up, Joyce, it's time)

Mr Anthologos, the local gardener,
Greycapped, with politness full of cunning
Has made wine these fifty years
And told me in his southern French
La petit vin is the surest drink to buy
For if 'tis bad
Vous ne l'avez pas paye
(Hurry up, hurry up, now, now, now!)

But we shall have great times,
When we return to Clinic, that waste land
O Esculapios!
(Shan't we? Shan't we? Shan't we?)
Ecco, un saggio su Eliot, mastodontico, che nessun critico può fare, nemmeno Pound e sto parlando di Pound, quindi... C’è questa elettricità in Joyce sulla lingua e c’è questo linguaggio che si arrende ai significanti, si rende, ne crea quasi degli incroci continui dai quali non si esce e i personaggi non esistono.
Per quanto riguarda l’Ulisse non si può parlare di monologo interiore. L’Ulisse non ha precedenti, purtroppo forse ha qualche seguace, qualche epigono. Non si può pensare, per esempio, a Pizzuto, a certe cose… è evidente che è un lettore di Joyce. Non si può pensare a Gadda, se vogliamo, ma quello che in Gadda resta grande ingegneria, grande meccanica, alla quale io preferisco l’Alberto Pisani di Dossi perché almeno è così giovane… ed è altra cosa. Riuscire ad arrivare a un’immediatezza simile, penso appartenga solo a Finnegan’s Wake e all’Ulisse. Fondamentalmente all’Ulisse.
Non è un modo di raccontare perché non c’è racconto, Joyce non racconta - riesce a raccontare non raccontando, è questo passaggio del pensiero che non è obbligato dal concetto a essere mediato, a trovare una mediazione, a trovare una ruffiana che poi lo stiri sulla carta. Quello che anche nei grandissimi scrittori mi lascia perplesso; questa sicurezza di aver detto davvero il pensiero e qui il pensiero è completamente preso in giro e c’è questa immediatezza, ripeto, unica.
Penso sia IL libro della storia umana.
Il pregio dell’Ulisse è al di là delle intenzioni di Joyce di riproporre una moderna Odissea, perché anche in Dedalus allora avrebbe potuto… eppure non c’è la stessa operazione. Il ritratto dell’artista da giovane è un’operazione che avrebbe sepolto Joyce tra i tanti, nella miriade, degli artisti della penna, chissà chi se ne ricorderebbe.
In effetti poi l’Ulisse di Joyce è rimasto un libro eternamente chiuso, che sarà eternamente chiuso. In tutte le case, le case “mondane”, ho visto sempre molto intonso l’Ulisse, lì in un angolino… bisognava averlo, magari non si aveva altro ma l’Ulisse doveva essere sul tavolo, poteva entrare qualcuno da un momento all’altro, guai senza l’Ulisse… rappresentava un po’ il decoro, il décor del decoro degli anni ’60 possedere l’Ulisse.

Io mi auguravo nella mia illusione, nel mio candore giovanissimo d’allora, che dopo l’Ulisse… bè nessuno più scriverà un libro, finalmente nessuno scriverà un libro, finalmente si ripubblicheranno i classici, come si deve, finalmente la gente qui in Italia rileggerà i classici… e invece no, c’è stata proprio un’inflazione editoriale, si continua a scrivere sonnecchiando, dimenticando, cercando di rimuovere l’Ulisse di Joyce e secondo me non si può rimuovere l’Ulisse di Joyce, ma chissà per quanti secoli… forse millenni.
Il dramma Esuli, che Joyce pubblicò nel 1917, non l’ho letto – non leggo nulla che sia scritto per il teatro. Sono riuscito a leggere Platone, ma proprio cercando negli anni scorsi di depennare la forma dialogata. Io detesto il teatro.
L’Ulisse è soprattutto grandissimo cinema e tutto quello che il cinema dai fratelli Lumiere in poi non è mai riuscito a fare, l’ha fatto Joyce nell’Ulisse. Queste sono le immagini, immagini di prima, si direbbe, ecco… mentre il cinema non fa altro che riferire l’immagine morta – del set. Dov’è il set in una pagina dell’Ulisse?
Di solito lo scrittore dice, anche stendhaliano, “e allora pensò che”; Joyce non scrive “pensò alla trasformazione marina”, Joyce attacca: “trasformazione marina”. Banalizza ancora di più: “occhi castani azzurosalino”, “morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo” imbecillità clamorosa… è quasi un fumetto del pensiero. Riuscire a rendere tutta questa banalità attraverso un’altra scrittura; cosa che Zola, grande scrittore, sognerebbe; che Stendhal, sommo scrittore, sognerebbe, ma sono scrittori… credono davvero di aver espresso il pensiero del di dentro e che questo coincida, lo ripeto, col pensiero del di fuori, solamente a James Joyce è stato dato… sono disgrazie, oppure sono fortune, venture… Solo a Joyce è stata data questa chance. Bisogna essere visitati, è inutile cercare le cose… gli è stato dato il dono dell’immediato.
La banalità dei cosiddetti personaggi la si intravede, e qui è il grande magistero di Joyce. Perché la intrasenti, senti gli odori, senti tutto, senti il lezzo, oppure “i profumi a Gibilterra quella notte dove perdemmo il battello ad Algeciras, dove lui mi disse che ero un fiore di montagna, sì, siamo tutti fiori”, si sente che sta pensando una donnetta dal cervellino così che è Molly Bloom.
Si sente tutto questo, ma non c’è.

[per concludere, posto questo pensiero di Carmelo che mi piace troppo, pronunciato con una faccia da schiaffi che fa innamorare]

Io non ho mai scritto per scrivere, da scrittore, ma per mia terapia. Così come ho sempre praticato anche il teatro, mai frequentando un copione cosiddetto, mai frequentando un dramma, una drammaturgia. Shakespeare è un poeta, Marlowe è un poeta, Corneille, Racine sono dei poeti, quindi se ne prende atto in quanto tali non in quanto “autori di teatro”. La cosa sarebbe repellente per quanto mi riguarda data la mia allergia al teatro.

martedì 31 gennaio 2012

Discorso del professore Ingestibile


Disprezzo i giovani di questi ultimi trent’anni. Tutto il lager schiamazzante delle rivolte studentesche. Questa sciagurata età (tutt’altro che oisive) pericolosamente volitiva.
Mummie foruncolose e imbellettate che, con la scusa di rivendicare e accattonare un mutamento, una riforma o altro, nidificano nell’autoconservazione. Questa perpetua assemblea è il confort della bestialità del branco. Di giovinazzi e giovinazze che, invece di sequestrare se stessi, “desiderando” (è l’etimo di studio) e progettando in tutto privato, s’illudono di “okkupare” una scuola pubblica allo scopo cretinissimo di conferirle “dignità” ed “efficacia” innovativa.
La scuola, da skolè, è il corpo insegnante, confraternita laddove s’insegna e non mai dove s’apprende. Una palestra dove ci si va a rilassare, a dispetto del corpo insegnante: questa è la scuola. Lo studente o lo studière è colui che desidera: vedi che scuola e studio sono un’antitesi.
Non puoi andare ad apprendere dove si insegna; per apprendere bisogna disapprendere. Altrimenti si fa doppia fatica, ore buttate via. La scuola è ozio, è cretino scioperare per migliorarla. Altre volte la demoliscono questa istituzione, oggi vorrebbero restaurarla. Gli insegnanti demoliti di oggi sono gli studenti demolitori di ieri.
Che cazzo vuole questo verminaio trafelato e confuso? Se non affogare nel baccano collegiale qualunque atto responsabile, ogni solitaria e intima applicazione? Reprimere nella rivolta scioperata e poliziotta la resa dei conti con se stessi. È con se stessi che non intendono intrattenersi: travestono il lavorìo pensante in prospettiva salariata; rivendicano garanzie statali (educazione, famiglia, ricreazione, sindacato, pensione, ecc.) invece di offrirne. È la trafila insensata dei servi che reclamano di “ottimizzare” la propria condizione servile.
Controparte è un regime democratico per definizione tritamasse, sordo-attento alle difficoltà globali, inimico giurato d’ogni impresa individuale. Non bisogna mai invocare lo Stato. Lo Stato deve smettere di governare. Si studia desiderando. Una faccenda molto privata.
Il “giovanilismo mitico” è fomentato dai media che gli assegnano spazio sconsiderato nel trogolo dell’attenzione più equivoca. Chi non finge di interessarsi all’acne giovanile è sospettato di attitudine criminale. E così, vezzeggiato e garantito, il giovanilismo imbecille si accanisce a oltranza. S’accasa parassitario, senza età, nel condominio genitoriale, arrangiandosi nella cameretta quattro per quattro il poster del Che e una multisolitudine da crociera di massa virtuale. Ipernavigano via Internet. Falsa erranza agli antipodi di Swift e inconsapevole sintonia col Robinson di Michel Tournier. Solitudine di branco.

sabato 22 ottobre 2011

Sono stato abortito lussurioso, questa è la verità


Mio padre dirigeva un’enorme fabbrica di tabacco (quasi mille operaie, tutte giovanissime). I semi venivano dalla Bosnia-Erzegovina, il tabacco da noi lavorato e imballato finiva in America e uscivano fuori le Pall Mall, le Chesterfield e le Philip Morris soprattutto. Mia madre aiutava mio padre in fabbrica e io sono cresciuto in braccio a questa moltitudine di ragazze che mi palleggiavano ignude negli immensi spogliatoi.
Da bambino ero già nella disfatta sardanapalica, tra queste mogli, tra queste concubine suicide, perché io così le vedevo. Mi hanno abortito lussurioso, questa è la verità. Più in là ci si specchia nei libri, ma a quell’età non se ne sa nulla. Negli gnostici ci sono due modi per punire il corpo, la castità totale dell’eremo e le flagellazioni o il libertinaggio sfrenato. È quest’ultimo che mi ha vissuto. Come rovescio della mia vocazione alla castità. Il corpo non chiede di meglio che di essere disindividuato. Nessun corpo ha voglia di gestire un corpo.
Mi sono prodigato per anni tra una masturbazione e l’altra. Mi chiudevo a chiave in camera con le mie Nerine, giustificatissime assenti, proprio come il Leopardi, infaticabile in mancanza di peggio. Mia madre capiva sempre l’antifona e dalla cucina mi chiamava con ogni pretesto. “A tavola, è pronto!”. Le copule vennero molto dopo, in ritardo, non prima dei diciotto anni. Quanto basta per avere la conferma che il coito è un surrogato della masturbazione, non il contrario. Aveva ragione Groddeck.
Da allora in poi ho trattato tutti i non-rapporti di copula come infinita masturbazione. Mai stato un facchino del sesso, un atleta della prestazione (anche se fisicamente ho fatto uno scempio totale del mio corpo tra abusi ed eccessi di ogni tipo). Bisogna cercare d’istupidirsi non di fottere. “Fate voi, ma fate presto”, così dicevo tra me e me in quei letti sempre molto affollati. Quasi sempre da queste amazzoni del cazzo. Pensano che la perversione sia il kamasutra… E non l’uscir di strada, come diceva San Juan de la Cruz. Solo i grandi mistici e le grandi mistiche possono capire questo. Anche se non possono raccontarlo. Delle loro estasi non ne sanno mai niente. Non erano in casa.

lunedì 25 luglio 2011

L'hommelette

Si nasce con uno spasmo, si muore con un ghigno.
Provengo, per fortuna, da una minima borghesia, molto vicina al popolo, che coltivava però la sua insana micromegalomania. Mio padre si augurava un figlio maschio, quasi sentisse l’onore e il gotha di una legge del maggiorasco: la figlia femmina era considerata una disgrazia. Buona solo per il convento. Mentre il maschio doveva tramandare l’eredità, non disperdere il casato. Un’araldica della povertà, insomma. Scimmiottata penosa.
Fui subito battezzato, anche se non ho ricordi di ciò. Poi chiaramente mi sono sbattezzato da me. Nel corso degli anni mi sono scresimato, scomunicato e non vedo l’ora di sposarmi per il gusto di divorziare. È una faticaccia liberarsi dalla chiesa e dal cattolicesimo.
Stamattina ho visto una manifestazione per il lavoro. Che tristo spettacolo, questi giovani istigati dai comunisti sindacalisti che già a vent’anni invocano i lavori forzati. Sogno cortei di ragazzi che gridano: “Basta con il lavoro!”. La verità è che se non nasci miliardario sei spacciato per sempre. Se nascere è funesto, nascere poveri è infame…
Prima i meridionali erano diversi, migliori. Era la peggior offesa che si potesse fare a questa gente: proporgli di lavorare. Negli ultimi trent’anni sono stati degradati dai media, la globalizzazione galoppante ha fatto molti danni, sono stati precipitati nella tirannia delle plebi. Ma se qualcosa sopravvivesse dell’antica indolenza, dovrebbero sputare in faccia a chi gli offre lavoro. “Come ti permetti, signoria, non ti vergogni?”, avrebbero detto un tempo. “Non siamo mica dei somari, lavorate voi!”. Ormai omologati nel “diritto al lavoro”, hanno dimenticato quella dignità. Non s’offendono più. Anzi. Sono loro a chiedere lavoro. S’iscrivono alle liste di collocamento, i depravati.
La grande aspirazione dei meridionali è fare da lacchè, da portaborse a eventuali politici. Tutti vogliono far politica, arrivare in parlamento, parlando in ostrogoto, chissà cosa, perché l’italiano spesso lo ignorano.

martedì 10 maggio 2011

Siamo come siamo

Più che nato, sono stato abortito. Ecco, io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente.
Quando sono nato? Ma il tempo non esiste. Non mi sento nato e non mi sento cristiano, tantomeno cattolico. Non festeggio, nè lutteggio i miei anniversri. In quanto all'anagrafe, rifiuto categoricamente certificati e date, imputabili semmai a quello sfaccendato di Aloysius Lilius.
Un mascalzone patentato, medico e astronomo. Gregorio XIII gli commissionò nel 1582 la stesura del progetto da cui sortì quell'orrore metafisico che è il calendario gregoriano, riforma contabilmente più precisina del precedente calendario giuliano.
Detesto qualunque calendario che si dica religioso ma è solo ritual-mondano-fantastico-ecclesiale. Vorrebbe sacralizzare il tempo e lo riduce a carnet festivaliero, che la mia persona estetica non può che disdegnare. Una convenzione che emana lezzo ontologico. Di sacro, ieratico, non ha proprio niente.
Preseguo da sempre lo smarrimento delle genti; la storia non mi riguarda. Il calendario è una muraglia cinese contro l'innocenza del divenire, che non dovrebbe ammettere certificazioni come la carta del tempo. La carta del tempo è un'invenzione delle culture agricole e io fui abortito in Magna Grecia, terra nomade per eccellenza.
Ha ragione Schopenhauer: il sospiro degli innamorati è in realtà la specie che vagisce. Non esiste la copula, è la specie che bussa. Quelli fottono, la specie batte, reclama il suo diritto a questo basso continuo da fognatura, che è la sorte dell'umano escremento. In qualche altra vita sarò Philippe le Bel e convocherò a Napoli Gregorio XIII per dargli due schiaffi. A lui e ad Aloysius.
Tornando all'aborto che sono, dirò con Laforgue:
"Mays nous y sommes / tenons-nous-y".