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mercoledì 12 settembre 2012

Il suicidio di Platone, ovvero provare le sostanze e cogliere le costanze


Sinceramente sto festival della filosofia che si tiene ogni anno in questo periodo non mi attira per niente. Mi dà l'idea del grande evento (che io odio), della carnevalata, del chiasso, della confusione, di una bimbominkiata per adulti. In una sola parola, un puttanaio.
Quest'anno, poi, hanno raggiunto l'apice della schifezza, l'apoteosi della strunzata.
Ho letto che hanno invitato Fabio Volo.
Cioè rendiamoci conto. Fabio Volo ad un festival di filosofia. Azzo.
Sarebbe come invitare Andrea Bocelli a fare il giurato a Miss Italia.
Vabbè, lasciamo perdere queste miserie e passiamo a Sgalambro e Spinoza.
Bisogna sempre stare attenti agli 'storici' della filosofia, perché facilmente sparano minchiate e non colgono l'essenza dello svolgersi temporale della filosofia.
Gli 'storici' vedono un frivolo catalogo da imparare a memoria, un inventario di stranezze stupide e superate. Non comprendono le costanti, il nascere e lo svilupparsi dei problemi, né i dialoghi a distanza così tipici della filosofia.
Esempio pratico è questo pensiero del caro Manlio.
La storia, alla quale si rimanda, mette la filosofia a balia dal tempo, come una eterna bambina che lo storico accudisce severo e comprensivo. Vuoi afferrarne un concetto, la sua durezza? Ne prendi l’ombra: si tratta di pensieri nati qui o là, o di cose che hanno fatto il loro tempo come il pitale. Ascolti Spinoza: “Ego non praesumo, me optimam invenisse philosophiam sed veram me intelligere scio”. Ma subito viene lo ‘storico’ e rimette tutto a posto: Spinoza è ingenuo mentre chiunque sappia che la propria filosofia non è né unica né vera – lui, naturalmente – no.
Trionfo di derisorie mobilità…
Solo una statica della filosofia è pronta invece a cogliere le sue costanze.

mercoledì 11 luglio 2012

La morte del sole. Perché il professore di filosofia dev'essere allegro dentro


Nella mia breve esperienza di professore di Storia e Filosofia al liceo, mi è capitato di avere qualche problema nell’insegnamento della filosofia.
Con la storia ho cercato e sto cercando un metodo che metta in luce, raccontandolo nel modo più ‘piacevole’ possibile, il potere e le sue evoluzioni nel corso, appunto, della storia.
Con la filosofia è tremendamente più difficile.
La filosofia è nobile e la scuola tremendamente plebea.
La filosofia è elitaria e la scuola è ‘massa’.
La filosofia è desiderio e la scuola studio per l’interrogazione.
La filosofia è sovversiva e la scuola proprietà dello Stato.
La filosofia tende a distruggere il sistema mentre la scuola propugna l'integrazione.
La filosofia è libertà e a scuola una punizione lavorativa.
La filosofia è amore (eros) e a scuola diventa sega mentale.
Insomma siamo agli antipodi più totali e a me di raccontare sciocchezze agli studenti non mi va. E comunque il professore di filosofia deve avere un senso dell’umorismo e un’autoironia enormemente sviluppati se vuole sopravvivere alla scuola. Ricordo le risate interne che mi facevo quando leggevo e spiegavo attraverso il manuale scolastico di filosofia. Soprattutto le parti riguardanti Platone e Nietzsche erano da scompisciarsi.
Senza contare che a scuola si fa ‘storia della filosofia’ che è la filosofia mortificata.
Detto questo, io cercherò con tutto l’impegno possibile un metodo adatto all’insegnamento della filosofia e nel frattempo posto questo pezzo di Manlio Sgalambro.

La trasformazione in sistema d’istruzione toglie alla filosofia il terreno con tanta accuratezza preparato dai suoi padri; essa deve formare ‘uomini’, ancora prima di sapere se devono essere formati.
Il momento del dubbio, inobliabile per ogni filosofia dopo Descartes, viene praticamente esautorato da compiti che solo per ridere si possono collegare a esso. Non la condizionano tanto i grandi a priori, quanto i piccoli a priori di cui è costellata la vita sociale: uno è quello del sistema d’istruzione, all’interno di cui è inserita. Deve formare professioni; o, per meglio dire, nello stesso momento in cui lotta contro ogni illusione, deve favorire l’illusione. La filosofia non sa mai, fino a un momento prima, che cosa le impone la verità. Può essere obbligata alla rovina o al deserto, perché così ha parlato lo spirito; ma nello stesso tempo deve formare abili avvocati, insegnanti di successo e altra genìa, perché così invece vuole il mondo.

venerdì 29 giugno 2012

Libri ed esistenza letteraria


“Se non ho i miei libri che faccio?”
Questa domanda ci porta a un modo di esistere che non si può ritenere attuale. Non si tratta di leggere come se questo fosse un mezzo per formarsi, detestabile uso del libro. Uso da salumieri.
No, è un modo di esistere. Si legge da mattina a sera, e spesso anche la notte, con poco riposo frammezzo. Tutto un altro mondo si affaccia così ed entra di prepotenza in quello quotidiano (un arcobaleno che rompe il grigio). I libri sono lì, piccole cose inerti che si animano solo se getti loro almeno uno sguardo.

Le occhiaie
Nasce, con la frequentazione assidua dei libri, un tipo di esistenza spesso ostacolata anzitutto dagli affettuosi parenti che temono il peggio. Ahahahahhaha ti ricordi? Le occhiaie facevano pensare al vizio della masturbazione, a seghe furtive e rapaci nel cesso di casa e invece si trattava solo di una notte passata in letture.

Nobile rivendicazione
Quel che fu un modo un modo di essere, oggi è solo un comportamento: si leggono libri, ecco tutto. Ma non sfiora neppure da lontano che si possa esistere così, leggendo soltanto. Non è però il rimpianto che inseguo. I teneri richiami di una nostalgia per un tempo reputato beato. Voglio solo insistere ancora e descrivere questa esistenza.

Esistenza letteraria
In essa si esiste, dunque, solo leggendo. Le sdolcinate assicurazioni che leggere educa, che forma individui seri, capi, ebbene tutto ciò non mi interessa. Io voglio porre attenzione a chi legge per se stesso. Anzi, dove c’è uno scopo, dove si mira a qualcosa, scompare quello che ho chiamato modo di esistere. Diventa quel leggere miserabile che si propone quotidianamente.

Che cosa è un libro?
Questa domanda cammina sulle sacre vie percorse un tempo da queste altre: che cosa è l’essere? che cosa è conoscere?... Sembra che nel libro si condensi il mondo che così si sfoglierebbe tra uno sbadiglio e l’altro. Si vuole confondere il libro con la terra, si vuole farne l’equivalente del cielo.

Tutto è libro?
Verità banale, ove fosse. Oppure solo lusinga. L’esistenza del mondo dipende dall’esistenza del libro? Vanità delle vanità. Colui che esiste per leggere non vi vede che fumo. No, il libro è il letamaio, il luogo che raccoglie i rifiuti di una civiltà. Una creatura ingannevole e odiosa.

Gran finale
Non vi fate ingannare dal miele che scorre dalla bocca di chi parla di libri. Chi esiste per leggere vi può dire ben altro. Ma pure così vale la pena di esistere, solo per leggere un libro, per vedere gli immensi orizzonti di una pagina. La terra, il cielo? No, solo un libro. Per esso, si può ben vivere.

domenica 24 giugno 2012

Filosofia, tre istruzioni per il disuso



È domenica, stasera c’è la partita, impegni mondani pretendono la mia presenza. Io la presenza assoluta non posso darla, garantirla a nessuno. Mai.
Ed è una cosa che specialmente le donne non sopportano.
Quello che posso dare è una presenza/assenza. Il mio corpo è lì, la mia parte senziente è con voi, partecipa, vi ama sinceramente senza che voi possiate lontanamente immaginarlo – ma il mio cervello è da tutt’altra parte. Non me lo impongo, per carità, ma è la mia essenza a volerlo, il mio destino di chierico. (ma cos’è un chierico? ne riparleremo)
Volete sapere dove sarà il mio pensiero (anche se al posto di pensiero dovrei scrivere “attenzione”)? Su cosa si arrovellerà la mia mente mentre l’Italia sfiderà l’Inghilterra e gli amici tiferanno mangeranno berranno e fumeranno?
Ebbene, io penserò a tre aforismi di Sgalambro di cui vi faccio partecipi.
Il primo aforisma segna la differenza tra la filosofia didattica e la filosofia da ridere e scopriamo (a differenza di quanto comunemente si crede) che sono quelle “da ridere” che s’insegnano; il secondo determina ciò che non è la filosofia che viene sempre strattonata da scocciatori ignoranti e inopportuni e il terzo fa chiarezza intorno alle categorie di “filosofia maggiore” e di “filosofia minore” e così vi dico pure una volta per tutte perché la mia preferenza, il mio amore vada alle filosofie minori.
Filosofie didattiche. Si possono distinguere filosofie come divertimento e filosofie didattiche (a queste va il nostro cuore). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono le prime che si insegnano. Mentre le seconde servono da passatempo. Così, ad esempio, mentre Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer serve a divertire, Verità e metodo di Gadamer si insegna e fa invece morire dal ridere. Ma qual è la caratteristica della filosofia che abbiamo chiamato didattica? Esattamente questa: essa non può che insegnare. Una forza irresistibile la trascina che non c’è verso, essa deve per forza farlo. Non deve né convincere, né farci pensare, in breve null’altro può fare – sempre per l’impeto che è in essa – se non insegnare. Ma cosa significa insegnare se non tutte queste cose o altre del genere? Si escluda, per intanto, che per insegnare essa abbia bisogno di un luogo da cui venire impartita, per cui la qualità didattica sarebbe più del luogo che di quella filosofia. Dicendo qualità didattica si vuole indicare invece qualcosa che questa filosofia ha in sé, non che derivi dal luogo. Una filosofia è didattica, dunque, in virtù di se stessa, solo di se stessa. Nemmeno, d’altra parte, dell’individuo che “l’insegna”. È come se essa parlasse in lui, e lui avesse le labbra chiuse. Anzi, e ciò valga da definizione, essa è didattica perché non ha bisogno di nessuno che la insegni. Quasi quasi si potrebbe pensare che essa sia talmente ingenua da ritenere che sia tale in virtù della sua verità. Ebbene sì. Essa è talmente astuta da ritenerlo.
La filosofia e i suoi partner. Si insiste nel chiedere alla filosofia quello che essa non può dare. Ha forse la filosofia da raddrizzare torti? Rendere servizi all’umanità? Fare camminare gli storpi, fare vedere i ciechi? Eppure anche alla filosofia, la cosa più lontana da tutte queste mene, si richiedono favori siffatti. Nella selezione storica, in cui le filosofie lottano, senza riguardi, per la loro esistenza, sono quelle che suffragano e “soddisfano” i più svariati bisogni che l’hanno vinta. Persino i filosofi galanti e un po’ larmoyants, purché sussurrino al partner preferito dolci paroline, fanno bella figura e volteggiano nell’aria con grazia e mille mossettine, fin quando la realtà non se li scrolla di dosso con fastidio. In un canto, appartata, sta un’altra filosofia, a cui l’uomo non interessa molto ma più volentieri vecchi mobili, rumori di passi, pistole…
Filosofie minori. Ogni filosofia minore è una sorta di filosofia du mal. Minore essa lo è non davanti ad altre che sarebbero grandi, ma davanti al fatto che queste sostengono il mondo mentre quella lo manda al diavolo.

venerdì 15 giugno 2012

La morte del sole. La domanda iniziatica



E si mettono nomi e titoli di traverso per sbarrarti la strada.
E abbiamo tolto di mezzo il soggetto solo perché poi i soggetti diventassero innumerevoli.
E la citazione è diventata una maledizione insopprimibile.
E si può citare un Kant, ma non come vivo spirito, bensì come una cosa che giace da qualche parte e ognuno la usa come vuole.
E i libri pieni di citazioni sono come sarcofaghi; pile di cadaveri ne sorreggono l’effimera vita.
E nell’imperversante storia della filosofia, la quiete di ciò che fu pensato non viene lasciata in pace.
E chi scrive trionfa su tutti.
E si trova sempre un cretino pronto a deformare Kant a suo piacimento.
E quel che fu pensato è lì, duro e ostile verso il vivente e non può nemmeno sfiorarlo la “comprensione” con cui il commendevole amico si lancia sul cadavere.
E il duro dettato che il filosofo strappò all’umano, la storia della filosofia, futile e petulante, glielo riconsegna con tanti saluti.
E al filosofo per bene non resta che porsi una domanda: Perché squietare la pace del pensato?

giovedì 7 giugno 2012

Carattere filosofico e carattere pessimista


(nel frattempo suona il Live in Pompei dei Pink Floyd)
La Critica della ragione pura tratta di un animale domestico: l’uomo tra le sbarre delle rappresentazioni.
Sto leggendo con grandissimo diletto e profitto La conoscenza del peggio (che potrei definire succintamente “un trattato filosofico sul pessimismo”) di Manlio Sgalambro e oggi voglio parlare del capitolo X Carattere filosofico e carattere pessimistico dove mi hanno incatenato dal piacere i pensieri sul carattere del ‘borghese’ e sul carattere del ‘cittadino’.
Da sempre mi interessa il concetto di “carattere”; ricordo la divertente e precoce lettura dei Caratteri di Teofrasto e vari aforismi, su cui poi rimuginavo, dei moralisti francesi La Rochefoucauld, La Bruyère, La Fontaine e Chamfort.

“O si ha carattere o non lo si ha”: qui Kant fa dell’antropologia. Ma queste parole già lasciano intravedere l’enigma del carattere.
“Che il fondamento insolubile del mondo e il mistero del carattere abbiano “una oscura radice comune”, ecco una intuizione chiaramente enunciata da Kant” scrive Rosenzweig nella Stella della Redenzione.
‘Pessimista’, ad esempio, è un carattere o l’antipode di ogni carattere? Sta, cioè, nel suo mistero? In ogni caso, l’individuo vi si rinchiuse come in un munito castello. Prima che ciò avvenisse completamente, nel carattere s’era visto qualcosa di maleodorante. Dal dissimulatore allo stupido, dall’impudente al brutale, Teofrasto vede in una individualità appena più accentuata già un difetto.
I caratteri di La Bruyère oscillano tra virtuosi impudenti e malvagi inutili. L’analisi dei moralisti faceva a pezzi ogni individuo alla scoperta del mistero. In realtà non si sapeva dire di un individuo se non che era ‘furbo’ o ‘ingenuo’ o ‘meschino’, ‘spilorcio’ o ‘spaccone’ … Fin quando non si scoprì, o si credette, il carattere dei caratteri. Era: ‘borghese’. Di norma costui ha in sospetto ciò che non si può dire. Mentre con quel termine egli dice di sé più di tutto ciò che fino a quel momento si era potuto sapere su di lui.
“Non ho mai avuto né mai perseguito” confessa nei suoi ultimi anni Theodor Mommsen “una posizione politica e un’influenza politica; ma nel mio essere più interiore ho desiderato essere un borghese”. Con ‘borghese’ quindi si intendeva ormai un ‘carattere’, o, come si è precisato il carattere dei caratteri.
Per Léon Bloy è pacifico che ‘borghese’ riassume tutte quella caratteristiche (maleodoranti, si è detto) che i moralisti avevano scovato nell’individuo. Basta consultare la Esegesi dei luoghi comuni per vedere che in merito egli è arrivato infinitamente più lontano del solito Nietzsche. “Il vero borghese … in un senso moderno e il più generico possibile è l’uomo che non fa assolutamente uso della facoltà di pensare e che vive o sembra vivere senza essere sollecitato almeno per un giorno dal bisogno di capire un accidente”. Qui non vi è la condanna usuale del borghese. Ma la descrizione, appena appena enfatica, del carattere borghese o, come preferiamo dire, del borghese come carattere. Come compendio di tutti i caratteri, e cioè di tutte le limitazioni, il ‘borghese’ è il compendio delle limitazioni dell’individuo. Tuttavia sotto il peso della sua stessa oppressione il carattere borghese si sfalda. Dalla manica del prestigiatore compare il ‘cittadino’. Al primo sguardo, essere cittadino non si presenta come un ‘carattere’. Ma sarebbe fermarsi troppo presto.
Quando l’uomo venne definito zoon politikon si credette di definirne l’essenza. E se si fosse trattato invece solamente di un ‘carattere’? Se l’uomo fosse solo un animale socievole? La socievolezza è l’impulso ad associarsi senza alcuno scopo. Esistono dunque solo uomini socievoli ma non ‘animali politici’? Ritorniamo alla condizione di cittadino intesa come un carattere. Anzi come il carattere dei caratteri, al posto di quello di ‘borghese’, che crolla sotto il peso delle sue infamie. Ma nello stesso tempo la condizione di cittadino che, volente o nolente, eredita dal borghese meriti e demeriti presto gli sarà buttata in faccia. Buon cittadino, padre encomiabile, onora i suoi debiti e i suoi debitori, vota per la libertà: non è il borghese fatto e sputato?

(interessante Léon Bloy ... qui sembra un po' il nonno di Nietzsche)

Sempre Léon Bloy: “Onorare le canaglie che possiedono denaro o autorità è la legge della coscienza borghese. Ma fare onore alla propria firma o agli affari è un testo difficile. So quanto voi che, in una lingua inintelligibile ai puri spiriti, significa pagare una cambiale, un assegno o simili porcherie. So anche che un tenutario di bordelli, un avvelenatore della gente, un usuraio … fanno onore ai loro affari quando pagano esattamente le loro scadenze … Ebbene?”
Il cittadino è già oltre la pruderie sull’onore di mogli e figlie. Egli, laico, onora assegni e cambiali. Non mogli e figli. “Il primo dovere del cittadino”, scrive ancora Léon Bloy, “dopo quello di votare per degli acefali, è scegliersi una carriera o farsela scegliere … Tutto il resto è fantasia e grave pericolo per la società”.
A questo punto Sgalambro decide di seguire le meravigliose esagerazioni di Bloy e definisce il cittadino un amabile essere socievole ma nello stesso tempo un ignobile essere sociale.
Quanto al pessimista, il suo è il carattere della realtà, secondo l’auspicio del caratterologo di razza che mediante il carattere filosofico si spalanchino le porte che introducono al carattere del mondo.
Godiamoci ora la conclusione del capitolo dedicata al “carattere filosofico”.
‘Carattere filosofico’ è un conceptus fanaticus. Ma in che cosa consiste il fanatismo? E chi è anzitutto il fanatico, e di che? Fanatico della conoscenza (ecco, di questa è fanatico) è colui che, preso talmente dalla conoscenza, non ne vede i limiti. Hai varcato i limiti, avverte allarmato l’altro. Bene, ma tu per intanto cammina e non badarci. Poi si vedrà. In ogni caso, a uno tocca varcarli, a un altro avvertire gridando a più non posso che si sono varcati i limiti. Ma anche la conoscenza più pura o la più pura dottrina non concernono infine che la conoscenza senza carattere, adoperata così fino all’inganno, mentre essa perviene alla sua vera fonte nel carattere filosofico. Anche all’esperto essa risulta leggera, e al suo sguardo si arrendono i più inconfessati segreti. Lo sforzo compiuto è quello di essere. Conoscere sequitur. Il carattere filosofico risponde del contenuto di verità. Conosce senza conoscere.

Credo proprio di aver trovato in Sgalambro un altro centro di puro godimento … ah, e devo pure approfondire l'intrattabile Léon Bloy di cui ho un paio di saggi in libreria …