Qualche settimana fa, accompagnai mia sorella a fare un esame all'Università.
L'accompagnai perché lei non se la sentiva molto di guidare, ma soprattutto perché mentre lei sosteneva l'esame io tenevo compagnia alla mia adorabile nipotina.
Al ritorno, dalle parti della stazione di Montesanto, vidi un uomo male in arnese che vendeva dei libri su un muretto. Accostai e cominciai a guardare i libri. Trovai niente di meno che il volume di Bolano Tra parentesi a metà prezzo. Mia sorella, vedendomi così contento, decise di regalarmelo.
Da quel volume ho preso il pezzo in cui Bolano recensisce Il giorno e la notte di Braque.
Mi piace condividerlo e di sicuro parlerò ancora sia di Braque che di Bolano e spero, soprattutto, di riuscire a procurarmi il delizioso volumetto di Geroges.
Braque aveva settant’anni nel 1952, quando uscì Il giorno e la notte, libro che non supera le cento pagine. Il minimo che se ne possa dire è che si tratta di un libro prezioso, nel senso letterale del termine, fatto di annotazioni, pensieri, aforismi che il pittore va sgranando dal 1917 fino al 1952 e che ovviamente non costituiscono la principale delle sue occupazioni, anzi, ed è proprio questo a rendercele così interessanti, e a conferire al libro l’alone di occupazione segreta, non esclusiva e tuttavia esigentissima.
Braque, insieme a Juan Gris e Picasso, formò la santissima trinità del cubismo, nella quale il ruolo di Dio Padre era appannaggio assoluto di Picasso, e il ruolo di Figlio, un figlio ancora oggi un po’ incompreso, era affidato al sorprendente Juan Gris, che in un’altra opera teatrale avrebbe potuto interpretare senza problemi un ciclope, mentre il destino riservava a Braque, il solo francese del trio, il ruolo di Spirito Santo che, come si sa, è il più difficile di tutti e quello che strappa al pubblico meno applausi. Il giorno e la notte sembra darne testimonianza, con appunti di questo tenore: “In arte vale un solo argomento, quello che non si può spiegare”. “L’artista non è un incompreso, è uno sconosciuto. Lo si sfrutta senza sapere chi è”. “Non troveremo mai riposo: il presente è perpetuo”.
Alcune delle sue intuizioni, come quelle di Duchamp o di Satie, sono infinitamente superiori a quelle di molti scrittori del suo tempo, perfino di alcuni la cui principale occupazione era pensare e riflettere: “Ogni epoca limita le proprie aspirazioni. Di qui nasce, non senza complicità, l’entusiasmo per il progresso”. “Pensandoci bene, preferisco quelli che mi sfruttano a quelli che mi imitano. I primi hanno qualcosa da insegnarmi”. “L’azione è una catena di atti disperati che permette di conservare la speranza”. “È un errore rinchiudere l’inconscio in un cerchio e collocarlo ai confini della ragione”. “Bisogna scegliere: una cosa non può essere vera e verosimile nello stesso tempo”.
Umorista e insieme senza speranza (proprio come è religioso e insieme materialista, o come sembra muoversi troppo in fretta mentre in realtà rimane immobile come una montagna o una tartaruga), Braque ci offre di questi gioielli: “Ricordo del 1914: il generale Joffre si preoccupava unicamente di ricostruire i quadri di battaglie dipinti da Vernet”. “La sola cosa che ci rimane è quella che ci tolgono, ed è la cosa migliore che possediamo”. “Con l’età, l’arte e la vita si fondono in una cosa sola”. “Solo chi sa quello che vuole sbaglia”.
Il libro si chiude con un’appendice di non scarso interesse, il quasi manifesto Pensieri e riflessioni sulla pittura, pubblicato sul numero 10 di “Nord-Sud” nel 1917. Ma io preferisco congedarmi da questo libro magnifico con una delle sue tante intuizioni: “Diffidiamo: il talento è prestigioso”.
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martedì 7 maggio 2013
martedì 5 marzo 2013
Bolaño su un quadro di Tiziano...

A Firenze si trova questa curiosa tela di Tiziano. Per lungo tempo non si seppe chi ne fosse l’autore. Dapprima fu attribuita a Leonardo e poi a Sebastiano del Piombo. Pur senza una prova definitiva, oggi tutti i critici sono inclini a ritenerla opera di Tiziano. Nel quadro vediamo un uomo ancora giovane, con i capelli lunghi e ricciuti, di color marrone scuro, forse con una leggera sfumatura rossiccia, la barba e i baffi, che, in posa, lascia vagare lo sguardo verso destra, probabilmente in direzione di una finestra che noi non vediamo, una finestra che tuttavia possiamo immaginare chiusa, con le tende aperte o sufficientemente aperte da lasciar penetrare nella stanza una luce gialla, luce che il tempo confonderà con le vernici che coprono l’olio.
Il volto del giovane è bello e profondamente pensoso. Guarda la finestra, se davvero la guarda, ma probabilmente ciò che vede avviene solo all’interno della sua testa. Non si tratta, però, di una fuga. Forse Tiziano gli aveva detto di mettersi così, di dirigere il volto verso quella luce, e il giovane non fa altro che obbedirgli. Si direbbe, d’altra parte, che abbia davanti a sé tutto il tempo del mondo. Con questo non voglio dire che il giovane pensi di essere immortale. Al contrario.
Il giovane sa che la vita si rinnova e che l’arte del rinnovamento è, spesso, la morte. Il suo volto denota intelligenza e nei suoi occhi e sulle labbra è percepibile una lieve contrazione di tristezza o forse, più che di tristezza, di malavoglia, il che non smentisce il fatto che in un determinato momento si senta padrone di tutto il tempo del mondo, perché se è vero che l’uomo è una creatura del tempo, ipoteticamente (o artisticamente, se me lo permettete) il tempo è anche una creatura dell’uomo.
Di fatto, in quest’olio il tempo, rappresentato con i tratti dell’invisibilità, è un gattino posato sulle mani del giovane, mani guantate, o meglio, sulla mano destra guantata che si posa su un libro, che è l’esatta misura dell’uomo malato, più che il suo abito con il collo di pelliccia, più che la sua camicia, forse di seta, più che la sua posizione davanti al pittore e ai posteri, ovvero alla fragile memoria che questi gli garantisce o gli vende. La mano sinistra non so dove sia.
Come avrebbe dipinto un pittore medioevale quest’uomo malato? Come l’avrebbe dipinto un non figurativo del Novecento? Probabilmente fra ululati e grida di terrore. Giudicato dall’occhio di un Dio incomprensibile o prigioniero nel labirinto di una società incomprensibile. Tiziano, invece, ce lo consegna, a noi spettatori del futuro, armato delle forme della simpatia e della comprensione. Quel giovane può essere Dio o può essere me. Delle risate di ubriachi possono essere le mie risate o possono essere la mia poesia.
Quella Madonna così simpatica è mia amica. Quella Madonna sconsolata è la lunga marcia della mia gente. Il bambino che corre con gli occhi chiusi in un giardino solitario siamo noi.
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