Visualizzazione post con etichetta cazzo vi RACCONTO?. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cazzo vi RACCONTO?. Mostra tutti i post

lunedì 11 agosto 2014

Amami e ti dirò


[tratto da una storia verissima]


Stamattina ho deciso di recarmi sul Vesuvio perché di andare al mare mi rode proprio il culo e, soprattutto, ho cose più urgenti da fare e da pensare.
Prendo l'auto di mia sorella senza chiederglielo e salgo con la sgarrupata C3 fin dove è possibile, parcheggio, scendo, mi appiccio la Camel a menta e proseguo a piedi.
Confesso che mi trovo qui perché sono venuto a sapere che proprio sul Vesuvio, in un anfratto non facile da trovare, vive un saggissimo illuminato da una saggia saggezza illuminata che ha deciso (chissà quanto tempo fa) di ritirarsi dal mondo per meditare.
Nutro poche speranze di individuare il rifugio del saggissimo e ancor meno che questi abbia voglia di rispondere alle mie domande.
Sta di fatto che, cammina cammina gira e rigira, a un certo punto vedo una piccolissima colonna di fumo salire verso il cielo blu cielo.
Incredulo, mi dirigo verso quel fumo e dopo aver superato tutto lo scosceso che la Natura si è divertita a creare, scorgo un uomo dall’età indefinibile seduto con le gambe incrociate su un letto di foglie secche. Ha gli occhi chiusi, indossa jeans e camicia entrambi logori e stinti e porta una barba grigia incredibilmente lunga.
Non sono certo al cento per cento che sia il saggissimo per cui ho fatto tanta strada e che sto cercando da ore su questo vulcano che amo, sotto un sole cocente, ma sento che è il momento di rompere gli indugi.
Faccio qualche colpo di tosse sia per annunciarmi sia per fargli aprire gli occhi. Quegli occhi chiusi mi danno l’impressione di un ostacolo insormontabile; una barriera che ha del sovrumano. Purtroppo il saggissimo non si muove né apre gli occhi e allora parlo...
- Mi chiamo Mario, sei tu il saggissimo?
- L'essere è il non essere non è. L'uomo è essere, ma cos'è l'essere?
- Ehm, sì, ecco...insomma...credo che bisognerebbe però prima sapere cos’è questo domandare che poi è un’altra domanda ancora … cioè no, sì, insomma volevo dire...mi dispiace disturbare la tua pace, interrompere le tue meditazioni o saggissimo, ma avrei dei quesiti da porti su una questione che tanto mi affligge.
- Avresti delle domande o hai delle domande?
- Ho delle domande, saggissimo.
- Il condizionale è il verbo degli stolti.
- …sì, saggissimo…
- Se possiedi le domande, dominerai le risposte.
- …sì, saggissimo…
A questo punto il saggissimo apre gli occhi e li punta direttamente nei miei; giuro che sento come se degli spilli mi entrassero nel cervello. Quegli occhi sono neri, neri più della pece. Non direi inespressivi, ma il mio povero vocabolario mentale o lessico che dir si voglia, non riesce a descrivere l’espressione che hanno. Comunque vedo che mi squadra da capo a piedi, ha un moto di disgusto, poi però è come se egli si rischiarasse.
- Ora dimmi quel che vuoi sapere, dice, ma fa presto.
- Vedi, o saggissimo, io vorrei fare qualcosa di buono per la mia città, sono animato da tanta passione e da alti ideali. Vorrei da te qualche consiglio su come far funzionare un gruppo politico che ha la mia stessa passione e i miei stessi ideali e mettermi al servizio della comunità.
- Vorrei…
- …il condizionale è il verbo degli stolti, lo interrompo, voglio.
- Vuoi, in poche parole, aiutare gli uomini? Fare qualcosa per essi?
- È questo il senso, o saggissimo.
- Possiedi un arsenale nucleare?
- …eh?? ... comunque no, o saggissimo.
- Allora ascolta. Per far funzionare un gruppo politico, i precetti sono tre. Non dovete avere regole, non dovete mai votare nulla e non dovete mai cacciare nessuno del gruppo.
A ricevere questa enorme saggezza tutta d’un colpo, quasi ci resto secco dall’emozione.
Mi riprendo a fatica a causa dello sgomento che l’incontro con pensieri così alti mi provoca e riesco a malapena a dire:
- Saggissimo, sono estasiato.
- L’estasi nulla ha a che fare con la comprensione.
Giustissimo, penso. Infatti sono estasiato, ma non ho capito nulla e decido di approfondire.
- Chiedo perdono, saggissimo. Ma come può sussistere e andare avanti un gruppo politico senza regole?
- Basta seguire i principi del partito o del movimento a cui si appartiene.
- Ma scusami, o saggissimo. I principi non sono in fondo delle regole?
- Sì.
- E se il gruppo politico è autonomo, cioè non fa riferimento ad alcun partito o movimento politico? Come si fa?
- È chiaro. Si dota da sé dei principi che ritiene più opportuni.
- Eh…chiaro, sì…però vorrei essere sicuro di aver capito o saggissimo.
- Vorresti essere sicuro di aver capito o vuoi essere sicuro di aver capito?
- Voglio essere sicuro.
- Il condizionale è il verbo degli stolti.
- Vero, proprio non mi entra in testa! Cercherò di tenerlo a mente. Dicevo, saggissimo, che quindi un gruppo politico per funzionare bene non deve avere regole, ma può attenersi a dei principi che in fondo sono regole. Questi principi che in realtà sono regole, poi, o li mutua dal partito e dal movimento a cui fa riferimento o se li dà da sé. Giusto?
- Sì.
- Quindi un gruppo politico deve avere, dotarsi, seguire e rispettare delle regole?
- Esattamente.
- Grazie, saggissimo. Voglio, con il tuo consenso, approfondire il secondo punto. Dall’alto della tua saggia saggezza, o saggissimo, dici che un gruppo per funzionare bene non deve votare né mettere ai voti nulla, è cosi?
- Sì.
- E per decidere cosa fare, redimere posizioni contrastanti, stabilire un orario o il giorno della riunione che vada bene per tutti, insomma per qualsiasi cosa necessiti di un voto da parte dell’appartenente al gruppo come facciamo?
- Potete fare per alzata di mano oppure ogni membro del gruppo esprime liberamente il proprio pensiero sulla questione in esame in quel momento.
- Ma l’alzata di mano non è comunque una specie di votazione?
- Sì.
- E quando un membro del gruppo esprime il proprio parere e si fa una specie di conta di questi pareri non è una specie di votazione?
- Sì.
- Quindi votare non solo è molto importante per il funzionamento ottimale di un gruppo, ma capita pure praticamente sempre.
- Esattamente.
- Non sai quanto ti sono grato saggissimo! Passo subito all’ultimo punto, o saggissimo, che è il più spinoso a parer mio. Tu dici che non si deve mai cacciare nessuno; vero?
- Sì.
- E se un membro del gruppo non rispetta in alcun modo le decisioni della maggioranza? Se trasgredisce continuamente le regole? Se è scostumato? Insomma cosa si fa quando uno si comporta proprio male?
- Vale ancora la regola del tre. Vi riunite, parlate e risolvete.
- E se dopo esserci riuniti ed aver parlato non risolviamo?
- Continuate a riunirvi ancora, a parlare ancora e a risolvere ancora.
- E se dopo esserci riuniti ancora, aver parlato ancora e a non risolvere ancora?
- Continuate a riunirvi ancora, a parlare ancora e a risolvere ancora.
- Ma questo si può fare all’infinito, o saggissimo?
- L’infinito e il finito sono gli elementi che formano la realtà. L’infinito è il sogno e il finito è l’incubo. La realtà scaturisce appunto dall’unione dell’infinito-sogno e del finito-incubo.
- Azz!... cioè, no…dicevo, o saggissimo, può un gruppo che vuole far politica, che ha tante cose da fare, decisioni da prendere, questioni da affrontare, carte da studiare essere bloccato, esasperato e mortificato dal comportamento scorretto e continuato di un membro del gruppo?
- No.
- Quindi a un certo punto bisogna dire basta.
- Sì.
- E proporre e mettere ai voti la cacciata del membro scorretto?
- Sì.
- Ecco. Quindi un gruppo politico per funzionare bene a un certo punto deve cacciare un membro che disturba pesantemente la vita e il lavoro del gruppo?
- Sì.
Arrivati a questo punto mi fermo un attimo; proprio come succede quando hai bisogno di rifiatare.
Mi crederete sulla parola se vi dico che dialogare con una persona così meravigliosamente dotata intellettualmente e seguirne i profondi ragionamenti è davvero faticoso. Quando si frequentano le vette, anche quelle spirituali, l’aria è fina e la fatica immensa.
- Saggissimo, riprendo, posso ricapitolare quello che sento di avere appena appreso?
- Certo.
- Un gruppo politico per funzionare bene deve mutuare o dotarsi di regole e osservarle, votare sempre e far sì che la maggioranza venga rispettata e cacciare il membro del gruppo colpevole di comportamenti scorretti.
- Proprio così.
Esulto in cuor mio per aver compreso questo maestro di pensiero e, forse complice questa gioia tumultuosa e incontrollabile, mi spingo ad approfittare della sua disponibilità perché oso ancora importunarlo con una domanda.
- Saggissimo, ti prego, mi concedi un’ultima ultimissima domanda?
- Direi di sì, ma vorrei che fosse davvero l’ultima.
- Voglio chiederti, o saggissimo, ma le hai usate tu tutte queste siringhe che solo ora noto son sparse tutt’intorno?

sabato 3 maggio 2014

Bidet, we can


Siccome dopo ventinove ore gli operai della ghiriGori non sono ancora riusciti a ripristinare il servizio idrico e siccome il Comune presieduto dal Lampadato sotto tutela prefettizia non si è degnato di far avere alla cittadinanza notizie certe e chiare, la situazione si fa veramente difficile.
Ormai le scorte d’acqua fatte tra ieri e stamattina stanno per finire. La situazione è difficile anche perché a casa ci sono le due nipotine che devono essere cambiate spesso, il bagnetto, ecc.
Soprattutto la piccola Luisina di nove mesi sembra aver mangiato un campo di prugne e sembra pure volercelo ricordare ogni cinque minuti.
Da vero zio premuroso, mi lavo la faccia alla meglio con l’ultimo quarto di una bottiglia Uliveto, indosso il giubbino e scendo per andare a comprare due casse d’acqua.
Salgo via Pietro Secchia a grandi falcate che riduco presto a passo normale perché ho già il fiatone. Giunto in cima alla strada, giro a destra percorrendo il corso dedicato al re che mandò quello stronzo di Bava Beccaris a cannoneggiare la gente affamata.
Passo dal tabaccaio per prendere le sigarette e la signora, come al solito, chiede a me quanto costano.
“Cinquanta centesimi”, le dico.
“Ahaha non è possibile”, lei risponde.
Alla fine riesco a pagare normalmente, mangio il cioccolatino, accendo la sigaretta e proseguo.
Camminando, passo davanti alla sede di “Fratelli D’Italia l’Italia si è stronziata se vota voi" e vedo dei manifesti elettorali completamente bianchi attaccati lì vicino.
“Come mai sono bianchi?” chiedo ad uno degli astanti.
“Li abbiamo attaccati al contrario. Sul manifesto c’è la faccia di Alemanno e alla gente viene voglia di sputarci sopra”, mi risponde.
Decido di proseguire, ma riesco a sentire uno che dice “Il problema sono gli immigrati clandestini” No, penso io, il problema sono le teste di cazzo.
Continuo a scendere il corso, ma dopo appena venti metri mi ferma quella capafresca ironica di Peppino.
“Allora, Andrè, a queste elezioni che facciamo?” mi chiede con aria di chi la sa veramente lunga.
“E che facciamo”, gli dico, “votiamo, che dobbiamo fare? Le elezioni si fanno per quello”.
“Eh eh, vabbè. Ma per chi votiamo?”
“Senti”, gli faccio, “ti piacciono le storie piene di avventure inverosimili, fatti impossibili, situazioni farsesche, mirabolanti promesse con protagonista un tipo che sta a metà tra Mastrota e il Barone di Munchausen?”
“Certo che mi piacciono!” risponde convinto.
“E allora vota PD”.
Proseguo nuovamente verso il supermercato sperando di non incontrare nessun seccatore. Giunto finalmente davanti al supermarket noto un piccolo assembramento di persone. Essendo curioso mi avvicino per vedere cosa stanno guardando e, davvero strano!, ci sono due uomini vestiti con i costumi tradizionali della Sicilia. Calzano in testa una coppola, hanno la lupara sulla spalla e distribuiscono volantini di Forza Italia.
Soddisfatta la mia curiosità, entro nel supermercato e mi dirigo verso il reparto Acqua.
Ho appena deciso le due casse da prendere quando un giovane alto, sorriso smagliante, capelli neri tirati all’indietro con chili di gelatina e che indossa jeans, camicia bianca e un gilet azzurro mi si avvicina e dice: “Buonasera, signore, desidera comprare dell’acqua?”
No, sono qui nel reparto Acqua per comprare una Toyota. “Sì”, rispondo infine.
“Venga, si avvicini allo scaffale che le illustro le offerte e le qualità dei vari tipi d’acqua che abbiamo qui. Vede questa bottiglia?”
Sì, la vedo, la impugna come uno scettro e piazza l’indice sull’etichetta.
“Guardi il contenuto di sodio! solo una povera e piccola particella!”, prosegue, “Guardi quest’altra, invece, vede il residuo fisso a 140 gradi? Vede com’è basso? E questa qui? Noti l’apporto di calcio, per favore. Poi c’è questa che aiuta a digerire, quest’altra con tanto potassio per la pressione bassa, poi c’è questa che è molto leggera, quest’altra che rende belli fuori e puliti dentro e tanti altri tipi d’acqua ancora. Mi dica, mi dica quali sono le sue esigenze e io saprò consigliarle l’acqua che fa al caso suo. Dica, dica pure!”
“Ok, amico, ok. Devo farmi un bidet”.

giovedì 18 agosto 2011

Mattoncini colorati fumati e divaricati


Quando ero piccolo io la tivvù non c’era perché papà non aveva i soldi per comprarla, la lavatrice non l’avevamo perché mamma era troppo stupida per usarla e la mia sorellina dormiva in un cassetto del comò perché non aveva una culla in cui stare. E questo, detto tra noi, credo sia il motivo per cui non sono mai stato geloso di lei. Come si fa ad essere geloso di una che dorme in un cassetto e si caca sotto dalla mattina alla sera?
Abitavamo in un palazzo fatiscente, il tempo fuori era quasi sempre brutto con le nuvole grigie grigie e le giornate, anche se non me ne rendevo conto, passavano in maniera monotona e assolutamente uniforme. Stavamo al sesto piano e arrivarci dopo cento cinquantasei scalini dava a tutti gli adulti il nervoso che sfogavano appena varcavano la porta.
Babbo, mamma, nonno e zio Alfredo fratello di mamma disoccupato perenne.
Non si parlava molto, si preferiva grugnire, ma soprattutto ognuno se ne stava da solo a pensare ai fatti propri.
Il mio passatempo preferito era giocare con le costruzioni. Possedevo un sacco di mattoncini colorati delle misure e forme più svariate e quando costruivo qualcosa avevo voglia di mostrarla a tutti, ma solo il nonno se ne interessava e allorché facevo un grande edificio munito di torri e mura, circondato da un fossato, lui mi chiedeva Cos’è? Un castello, rispondevo.
Mettevo i mattoncini uno sopra l’altro cercando di fargli assumere una forma a spirale e il nonno incuriosito domandava Che cos’è? La torre dov’è rinchiusa la regina, rispondevo.
Poi un giorno indossai una sciarpa rossa, un cappellino blu e mi misi, più seriamente che mai, all’opera.
Con dei mattoncini bianchi feci una carlinga, con i rossi gli attaccai in coda una fusoliera, con i verdi feci i timoni di profondità e di direzione verticale, con i gialli attaccai delle ali, con i marroni feci il flap e gli alettoni, con i celesti feci il carrello d’atterraggio, con i neri piazzai cinque mattoncini davanti alla carlinga e quello era il motore, infine presi una penna perché mi serviva un’elica. Mi alzai da terra per ammirare la mia creazione e il nonno dietro le mie spalle chiese che cos’è? È il mio aereo, risposi.
Ci saltai sopra e volai via.

mercoledì 27 luglio 2011

Non sono in Nepal

Non me ne ero andato di casa per cercare lavoro o miglior fortuna, né l’abbandono improvviso della casa paterna era dovuto a qualche dissapore con i miei. Non ero andato via neanche per vedere il mondo né per fare esperienze o chissà per quale altro motivo che si è soliti addurre per le partenze dal luogo natio.
Me ne andai per amore, anzi, per una delusione d’amore. Solo che mi vergognavo, e mi vergogno ancora adesso per questo e quindi sul bigliettino d’addio lasciato alla famiglia scrissi che partivo per cercare me stesso e che sarei tornato il prima possibile. Con questa “scusa”, non volendo, depistai i miei genitori che si misero ovviamente a cercarmi. Sì perché loro credettero che fossi andato in India o in Nepal mentre io mi diressi verso l’Italia centrale e mi fermai appena trovai delle colline verdi e deserte. Passai quattro o cinque giorni vivendo come un selvaggio, lavandomi niente e dormendo per terra, ma dopo un po’ quella vita cominciò a pesarmi. La frutta che mangiavo e l’acqua del fiume che bevevo non mi bastavano. Con la luna m’ero detto tutto e, motivo dominante, ero stufo di stare solo e di pensare a lei. Avevo bisogno della comunità umana, almeno per distrarmi non per altro. E così mi incamminai alla ricerca del primo paese.
Trottano, trottano le mie gambine arrivai a Trussole che era un classico paesino di mezza montagna con poche case, una chiesa che dominava il tutto e anziani in soprannumero con lo sguardo mezzo stupito e mezzo incazzato. Le strade erano pavimentate apposta per farti inciampare, ed erano strade che o salivano e ti andava via la milza o scendevano aspettando che ti rompessi l’osso del collo.
Per prima cosa dovevo cercarmi un lavoro e quindi andai da colui che in città non serve più a un cazzo, ma che nei paesini ha mantenuto una certa importanza e autorità: il parroco. Entrai nella chiesetta, bagnai le dita nell’acquasantiera e mi segnai; spero nel modo giusto perché non ricordo mai se bisogna toccarsi prima la spalla sinistra o quella destra. Non c’era nessuno nei paraggi e così mi avviai verso l’altare per cercare la sacrestia e qualche persona oltre i santi, la madonna e cristo. Mentre mi avvicinavo ai primi banchi, dalla navata destra uscì un prete molto anziano ma dalla corporatura robusta e dall’andatura decisa. Mi feci coraggio e l’affrontai.
“Buon giorno padre.”
“Buon giorno a te, figliolo. È la prima volta che ti vedo; deduco che non sei di queste parti, vero?”
“No, padre, sono forestiero. Sto facendo un giro per l’Italia. Così, per vedere cose nuove.”
Il prete mi guardò dritto negli occhi, fece un sorriso bonario e poi disse: “Ah, ah, ah guarda un po'. E cosa c’è da vedere qui a Trussole?”
“Bè, padre, a Trussole ci sono finito per caso. Ecco, come dire, vorrei passare un po’ di tempo qui per ritemprarmi dalla stressante vita cittadina. Cerco lavoro. Credevo lei potesse consigliarmi...”
“Ma certo, figliolo. Come ti chiami?”
“Andrè.”
“Caro Andrè, io sono padre Onofrio. Dunque vediamo un po’... te la sentiresti di fare il pastore?”
“Ma certo, padre!”
“Guarda che non è un lavoro facile. Passerai molto tempo da solo e non avrai nulla da fare tranne che guardare le pecore.”
“Va benissimo padre, mi porterò un libro.”
“Ah, bravo! E cosa leggerai?”
“Ho seguito il consiglio di Goethe che dice: Quando vai in campagna leggi solo Omero.”
“Toh! Non la sapevo questa! Quale libro hai scelto l’Iliade o l’Odissea?”
“L’Odissea, padre.”
“E, scusa la mia curiosità, perché proprio l’Odissea?”
“Perché lì almeno c’è qualche scena di sesso.”

domenica 10 luglio 2011

Su nel Perù

Il signor Francobollo non se la passava affatto male nel negozio di sali e tabacchi dov’era alloggiato.
I cassettini che occupava non avevano tarme ed erano scorrevoli al punto giusto, l'esercizio commerciale si trovava in centro ed era un locale ampio e luminoso frequentato da una clientela di tutto rispetto e il proprietario, don Gaetano Scardato, aveva fama di uomo dal cuore d'oro seppure attraversava momenti in cui diventava particolarmente isterico.
L’esimio don Gaetano perdeva la pazienza soprattutto con i bambini che facevano un chiasso infernale per comprare due lire di caramelle gommose e con le vecchie signore che volevano per forza che il Gratta&Vinci in loro possesso fosse vincente anche se ad un esame obbiettivo non era così.
Ma di don Gaetano, dei suoi problemi e del suo sogno di partecipare a una battuta di caccia al cervo parleremo un'altra volta; vediamo un po' cosa ci dice il signor Francobollo.
E che posso dirti amico mio? Faccio una vita che mi piace e che mi dà soddisfazione. Da giovane il mio sogno era stato quello di diventare un francobollo lisergico, ma ora ringrazio il destino per la vita che m'ha riservato.
Sono contento e addirittura felice quando arriva l'estate, allorchè in negozio entrano le turiste straniere per spedire le cartoline. Tedesche, svedesi, francesi, finlandesi...sì pure le finlandesi, lo giuro! E che le vogliamo buttare via? Io una finlandese me la tengo stretta altroché!
Cosa dicevo?
Ah sì, vi parlavo della mia goduria ad essere leccato da quelle lingue giovani e rosa come i fiori di pesco. La mia non è solamente una felicità estiva, ma dura tutto l'anno perché in negozio vengono tante donne. Le infermierine che spediscono lettere a casa per i soldati feriti, le scolarette del liceo ai loro amorazzi estivi che vivono in città lontane, bellissime e misteriose donne che inviano lettere profumate ad amanti lussuriosi...ah che pacchia!
Io, fortunatamente, non ho a che fare né con i bambini che non spediscono lettere né con i vecchi. Cioè con i vecchi sì, ma loro non mi leccano perché al massimo costoro mi tengono in bustine di plastica per perdere tempo con quella stupidissima cosa che è la filatelia.
Ammetto, però, che da un po' di tempo noto un netto calo di richieste dei miei servigi. All'inizio pensai ad una normale contrazione come capita in tutti i settori ma poi, vedendo che la situazione non migliorava e che la domanda ristagnava alquanto, chiesi lumi alla risma di carta Tocopy che aveva fama di fine intelletto.
Caro Franco, mi disse, non lo sai che non vai più di moda? Ormai le lettere non si inviano più e anche le cartoline sono un reperto del passato. Viviamo nel tempo di internet e delle email.
Email? Manco sapevo cos'erano e Tocopy ebbe la pazienza di spiegarmi che erano delle lettere elettroniche per cui non servivano né la carta da lettere né, soprattutto, i francobolli.
Vidi diminuire in maniera crescente l'arrivo di compagni nei cassettini e mi ero ormai rassegnato al mio triste destino, finché un giorno venne a prendermi una signora bionda vestita di nero che calzava un grazioso cappellino anch'esso nero.
Mi prese, mi portò a casa sua e mi appoggiò su quella che doveva essere la sua scrivania. Scrisse una breve lettera e mi leccò tanto lentamente che ebbi modo di vedere i suoi occhi segnati dal pianto.
Speravo che il mio ritorno sulla breccia voleva dire che tornavo ad essere latore di una infuocata lettera d’amore, magari clandestino e invece no – era solo l’annuncio di un funerale.

sabato 25 giugno 2011

DEFICIENTHEART

Il cuore è un deficiente.
Sarà pure un organo importante, prodigioso e indispensabile per la vita, ma è un deficiente.
Non regge assolutamente il confronto con il cervello, che è intelligente, ironico e creativo. Il cuore paragonato a lui è un povero analfabeta (e deficiente).
Ha tante qualità il cuore, non lo nego: romantico, poetico, generoso, sensibile e capace di captare qualsiasi vibrazione e indizi di cambiamento; pronto a battere per una giusta causa, una bella donna, innamorato dell’amore e dell’amicizia, ma è e resta un deficiente.
Non capisce cose che capirebbe anche un bambino. Non si arrende alle evidenze più evidenti, non crede a quello che in cuor suo sa già. Testardo, minchione, insomma proprio un deficiente.
Come definirlo altrimenti? Aspetta telefonate da una persona che non telefonerà mai, guarda il cellulare trentacinque volte al giorno per vedere s’è arrivato un sms che non arriverà mai…comportamenti che solo un deficiente può avere.
Vuole tornare indietro nel tempo, quando tutti sanno che è una cosa impossibile. Ricorda delle cose che vorrebbe cambiare, ma i ricordi sono quelli che sono e non si posso mutare. Al massimo si può cercare di obliarli, sarebbe un’azione saggia e invece no; più i ricordi sono tristi e dolorosi più lui si mette lì pensoso a rimembrarli. Che deficiente!
Il massimo della deficienza lo raggiunge quando s’abbraccia il cuscino. Una scena davvero patetica! Io gli domando Scusa, ma cosa stai facendo? Calore, risponde con un filo di voce, poi mi fissa con quella faccia da pesce lesso che si ritrova, arrossisce, comincia a pompare il sangue come fosse impazzito e si chiude in un ostinato mutismo.
Qualche settimana fa, ha toccato proprio l’apice della stupidità. Sentivo un singhiozzare sommesso provenire dal salone. Io ero in cucina a degustare pane e mortadella. Mi sono alzato e mi sono diretto verso il salone. Piano piano mi sono avvicinato alla porta e ho sbirciato nella stanza. Cos’hanno dovuto vedere i miei occhi! Una scena disgustosa! Quel deficiente del cuore stava piangendo su una fotografia! Ma perché? Che senso ha? Vi rendete conto di quanto è deficiente sto cuore? Ma perché? Quella volta non lo rimproverai per delicatezza, ma presi la ferma decisione di fare assolutamente qualcosa perché non si poteva certo andare avanti così.
Ho cercato di parlargli con calma, di fargli ascoltare la voce della ragione. Gli ho proposto di uscire, di distrarsi, magari di andare in un bar e prendersi una sbronza colossale, purché uscisse da quell’impasse.
L’altra sera siamo andati in un pub con degli amici. Eravamo circa una ventina di persone e c’erano pure sei ragazze di cui quattro single. Abbiamo ordinato delle birre alla spina e le patatine fritte che a lui piacciono tanto.
Durante la serata il cuore si è isolato da tutto e da tutti, fissava il boccale di birra con l’aria afflitta, non ha proferito parola, non ha riso alle battute degli amici, non ha degnato d’uno sguardo le ragazze e non ha neanche scherzato con la cameriera tettona.
Io cercavo di scuoterlo, ma inutilmente.
Qui ci vuole una terapia d’urto, pensai, bisogna affidarsi al famigerato “chiodo scaccia chiodo”.
Così l’indomani chiamo Valeria che è da un po’ che ci siamo conosciuti e ha mostrato della simpatia per me.
Le chiedo un appuntamento e sabato sera usciamo per cenare insieme.
Prima di andare a prendere a Valeria, faccio un discorsetto al cuore su come deve comportarsi; lui ascolta, annuisce senza essere troppo convinto ma promette di impegnarsi al massimo.
Valeria ritarda di mezzora, ma è un buon segno. Vuol dire che ci tiene a farsi bella per me.
Quando esce dal portone non posso fare a meno di notare che è davvero carina, quando mi vede sorride ed ha un sorriso meraviglioso e quando entra in macchina noto pure che ha un buon profumo.
Il cuore, intanto, non batte colpo.
Il ristorante che ho scelto è sul mare, la cucina è buona e il personale di ottimo livello.
A tavola la conversazione con Valeria fila che è un piacere, perché lei sa essere brillante e spiritosa e sa scegliere gli argomenti con molto gusto. Abbiamo molte cose in comune, specialmente un amore viscerale per il rock degli anni ’70.
Il cuore, intanto, non sembra per niente interessato a quello che succede.
Il vino scorre a fiumi perché sia a me che a lei piace bere, un violinista suona una melodia dolcissima e gli sguardi tra me e Valeria si fanno più intensi.
Il cuore, intanto, se ne sta per i fatti suoi.
Finita la cena, decidiamo di fare una passeggiata nel parco sito vicino al locale, in cielo c’è la luna e ci sono le stelle. Sono contento, va tutto a meraviglia.
Il cuore, intanto, sussulta. Sembra quasi scalciare.
- Che c’è? gli dico sotto voce.
- Voglio andare a casa.
- Sei per caso impazzito?
- Voglio andare a casa.
- Ma che dici? Sta andando tutto bene, ora facciamo sta passeggiatina con Valeria fino al muretto. Guarderemo il mare e il luccichio che la luce argentea della luna imperla su di esso, ci guarderemo negli occhi e…e poi dai, andiamo! Non ti preoccupare.
- Voglio andare a casa.
Ve l’ho già detto, vero, che è un gran testardo?
- Scusa, ma come faccio con Valeria? Che le dico?
- Non lo so e non me ne importa. Inventati una scusa qualunque, dille che hai mal di testa, fingi un attacco di diarrea, basta che torniamo a casa.
Niente da fare, non riesco a convincerlo in nessun modo e visto che davvero al cuor non si comanda, sono costretto a fare una epocale figura di merda con Valeria, ma almeno decido di dirle la verità, senza inventare stupide bugie.
- Valeria…
- Sì?
- Mi spiace, debbo riaccompagnarti a casa. Non me la sento, scusami.
Lei ha un lampo d’odio negli occhi, ma si contiene alla grande. Dice solo Ok andiamo, e si avvia verso la macchina.
Io la seguo. Non mi sono mai sentito così un verme in vita mia.
Durante il tragitto non vola una mosca, ce ne stiamo tutti e due in silenzio. Fermo l’auto vicino casa sua, lei apre la portiera, scende, poi si volta e dice Scordati il mio numero.
- Ecco fatto, dico al cuore, sei contento? Hai rovinato una bella serata e ferito Valeria che non si meritava un simile trattamento.
- Chissenefrega! Non m’importa di nessuna Valeria, voglio solo andare a casa e stare per i fatti miei!
- Ma perché? Non vedi che stai imboccando una strada triste e senza uscita?
- Lo so, forse mi occorre solo un po’ di tempo.
- Un po’ di tempo dice…ma che tempo e tempo! Di tempo ne hai avuto a tonnellate, ma non è cambiato niente! Ti stai comportando da cretino! Devi scuoterti, devi reagire! Possibile che ogni volta, anche per una stupidaggine, ti ferisci e ti blocchi come se fosse successo chissà che? Non sei un cuore da uomo, sei una femminuccia! Devi essere più combattivo, più veloce a guarire che cazzo! Devi cambiare!
- Come sei ingenuo. La mente può cambiare con l’età, le esperienze, l’istruzione, ma il cuore non cambia mai. Resta sempre quello. Hai dimenticato cosa scrive Schopenhauer in proposito?
Ero talmente arrabbiato che decisi di non continuare quella discussione e di tonare a casa.
Una volta lì, come prima cosa andai in bagno a sciacquarmi la faccia e poi presi dalla libreria un volume del vecchio Arthur.
Così quella serata si concluse con io che filosofavo in poltrona e quel deficiente del cuore ad abbracciarsi lo stramaledetto cuscino.

venerdì 24 giugno 2011

Apocalisse blu

Una notte cupa e senza stelle, gravava sull’addormentata città di Trafalmignòt.
Neanche la luce argentea della luna rischiarava un po’ quel fosco panorama perché coperta da nubi minacciose. Nella vicina foresta di Merdràl i gufi e le civette intonavano il loro canto sinistro fatto di striduli versi, mentre i lupi si aggiravano affamati tra gli alberi e i cespugli.
In una radura della foresta si erano accampati alla bell’e meglio Belisario di Cappadocia, valoroso cavaliere errante e il suo fedele scudiero Crapone Menefregazzo. Presto, l’aurora dalle dita rosate venne a scacciare quell’atmosfera demoniaca dipingendo in cielo uno dei rari spettacoli che siano riusciti a Dio nella Creazione. A oriente, come al solito, sorse il poderoso astro solare che con i suoi raggi andò a bussare, delicatamente, sulle palpebre di Belisario.
Il prode cavaliere aprì gli occhi, stiracchiò le braccia e balzò in piedi con slancio. Raccolse la bisaccia che aveva appesa ad un ramo e si bagnò vigorosamente il viso. Poi a gran voce chiamò Crapone.
“Ehy, Crapone, sveglia! Ci aspetta un’altra gloriosa giornata piena di fantastiche avventure!”
“Mi scusi, vossignoria,” disse Crapone con la voce ancora impastata dal sonno, "prima delle avventure non potremmo fare una tappa alla locanda? Son due giorni che non mangiamo...”
“Taci, o gretto plebeo! Quello che conta sono le imprese memorabili! Mangeremo quando capiterà. Vai a prendere i cavalli piuttosto, dovremo affrontare una lunga cavalcata verso la lontana città di Postriboli"
Crapone, ammutolito dalla sferzata del suo padrone, andò a prendere i cavalli mentre lo stomaco emetteva l’ormai consueto brontolio. Dopo circa tre ore che cavalcavano, i nostri eroi giunsero nei pressi del fiume Olezz e Belisario decise di fare lì la prima sosta per riposare le stanche membra e far abbeverare i cavalli. Indi smontarono e con le briglie in mano si diressero verso il fiume quando, sulla riva, scorsero un poderoso cavallo nero.
“Guardi Signore, che bel cavallo!”, urlò Crapone entusiasta.
“Ssssh, Crapone! Non fare rumore! Voglio avvicinarmi piano piano, per catturarlo. E’ davvero una magnifica bestia. Lo monterò io e a te darò il mio così non sarai più costretto a stare in groppa di quel ronzino fetente”
“Grazie, Signore”
“Prego, ma ora sta fermo e zitto. Non vorrei che la nostra preda scappasse”
Crapone serrò le labbra e restò immobile come una statua di cera mentre Belisario quatto quatto si avvicinava all'agognato morello. Appena il temerario cavaliere ebbe fatto qualche passo, il cavallo alzò la testa e guardò Belisario continuando a ruminare la sua erba. Belisario si arrestò e fissò, a sua volta, il cavallo negli occhi. Continuarono a fissarsi per un po’ finché l'equino disse: “E allora? che facciamo?”
A Crapone per poco non prese una sincope e spaventato gridò: “Signore il cavallo ha parlato!!”
“Ho sentito, Crapone. Guarda, ha una stella bianca sulla fronte. Dev’essere il leggendario Ducefalo, il cavallo magico”
Quindi si rivolse al quadrupede parlante. “Sei tu Ducefalo, il cavallo dai mille prodigi?”
“Sì, sono Ducefalo, ma perché dici mille prodigi? L’unico prodigio che so fare è quello di riuscire a godere anche se mi hanno castrato da cucciolo”
“Ah, e come fai?”
“Alzo la coda"

domenica 5 giugno 2011

Giullare alla giugullare

Quella mattina, mi pare fosse un lunedì di marzo, ero in classe con i miei compagni tremebondi e angosciati come me, aspettando l’arrivo del professor Stronati docente di italiano e gran cacacazzo. Alle interrogazioni era severissimo e se avevi studiato studiato riuscivi a prendere al massimo un sei più.
Invece del malefico insegnante comparve sulla porta il bidello Menchione, vestito come un pescatore fallito col suo puzzolente e lercio maglione blu, il quale ci comunicò che quella mattina il professor Stronati non sarebbe venuto perchè indisposto.
Dopo la grande notizia noi tutti levammo alte grida di giubilo che per poco non fecero andare i vetri delle finestre in frantumi.
Appena il bidello fu andato via la classe subì il solito processo di metamorfosi e cioè la formazione di vari gruppetti.
C’era il gruppetto che parlava di calcio, quello che cianciava di politica, quello che spettegolava sui flirt (inesistenti) tra i ragazzi e le ragazze. Il gruppo più cospicuo e rumoroso, però, era quello che si riuniva per giocare al NOMI COSE CITTA'.
Io non facevo parte di nessun gruppetto, semplicemente me ne stavo seduto al mio banco fantasticando su qualsiasi cosa mi venisse in mente.
Mentre guardavo fuori scrutando il cielo blu blu blu, si venne a sedere vicino a me la lettera ZETA.
Era di un bel rosso fuoco, con gli occhietti azzurri e un fiocchetto lilla sullo spigolo superiore.
“Ciao Andrè!!”
“Uè, ciao Zeta, qual buon vento?”
“Eh, Andrè, la solita storia. I ragazzi mi hanno escluso dal foglio delle lettere perchè asseriscono che con me non c’è sfizio a giocare dato che trovare parole con la mia iniziale è impossibile.”
“Bè, non è vero. Sono forse più rare e difficili, ma esistono. Solo che lo sai come son fatti i giovani d’oggi; non hanno nessuna voglia di spremere un po’ le meningi, vogliono tutto facile.”
“Sì, hai proprio ragione caro Andrè; ma forse ripensandoci non hanno tutti i torti. Già il nome, per esempio, è così difficile. A me non me ne viene in mente nessuno.”
“C’è Zoroastro”
“Uhm. E una cosa?”
“La zattera”
“Ah. E la città?”
“Zafferana Etnea”
“E il mestiere?”
“Lo zappatore”
“E uno scrittore?”
“Emile Zola”
“E il calciatore?”
“Zoff”
“Wow, manca solo l’animale!!”
“E’ facile, la zebra”
“Eh eh eh, conoscendoti credevo avresti detto la zoccola!!”
“No no, altrimenti dicono che trombo poco perchè parlo sempre di mia sorella”

sabato 28 maggio 2011

Immortali orizzonti

Se sono nervoso, cosa che non mi capita quasi mai, di star seduto non ne ho proprio voglia.
Se sono depresso, cosa che mi accade frequentemente, sento l’irrefrenabile impulso di camminare.
Non riesco proprio a stare fermo e guardare i gabbiani che volano all'orizzonte non basta, devo passeggiare.
Così esco e vago, senza una destinazione precisa, con la testa ciondolante e le mani dietro la schiena. Porto sempre un libro con me casomai mi venga voglia di leggere, ma in queste condizioni non succede affatto.
Se è proprio dura spero di essere investito da un auto; da una moto no, perchè avrei più probabilità di sopravvivere e di rimanere al massimo ferito, forse mi spezzerei una gamba ottenendo dolore e rotture di palle e non cambierebbe nulla.
No. O morte o niente. Almeno la morte è una svolta, una meta. La mia felicità segreta.
Oggi è proprio uno di quei giorni ed esco di casa. E’ pomeriggio, il momento più inutile della giornata.
Decido di non portare le chiavi con me; è un gesto stupido ed infantile, ma lo trovo tragico in maniera sublime.
Non chiudo il portone, almeno quel minchione del portiere s’incazzerà ed io sarò contento.
Percorro i marciapiedi a capo chino e noto già un primo miglioramento del mio umore perchè vedo grigio a chiazze colorate e non il solito nero.
Poi mi fermo, mi appoggio ad un muretto per sentire i miei pensieri.
Inutilità. Noia. Nessuna sorpresa. Mai.
Dio mio, ma quando finisce?
Mi guardo rapidamente in giro, osservo con distacco il movimento della gente, lo sfrecciare dei motorini, il caracollare fumoso e puzzolente delle tante auto, lo strano teatro degli esercizi commerciali...
Torno in me. Ai miei pensieri semi-teologici e para-escatologici.
Apocalisse, fine del mondo, spiriti delle stelle. Buoni per il mindtrash o, se bevo, per un grande poema.
Niente. Oggi è proprio moscia, mi ci vuole la scogliera.
Ci sarà un po’ di vento, ma fa niente. Adoro il seguente e conseguente mal di gola, soprattutto se accompagnato da una tosse forte e aspra. Amo la dolcezza in altrrre cose...
Abbandono l’appoggio del muretto e mi dirigo verso l’ultimo pietroso pezzo di terraferma perchè ho bisogno, ancora una volta, dell’abbraccio della grande madre grigia. (o marrone?)
Spero che anche stavolta mi dia la carica, un barlume di speranza.
Dopo circa un quarto d’ora, eccomi. Sono fortunato, non c’è nessuno.
Il vento è abbastanza forte e pungente, mi rintano a mo' di tartaruga nel giubbino.
Arrivo fin dove è possibile camminare. Mi fermo. Mi piace tener duro al vento che mi soffia contro e respirare forte.
Guardo il tutto.
L’orizzonte falso-infinito-rosa, il cielo nobile e ironico e il mare e le sue figlie inquiete, le onde.
Tante onde. Perpetue, urlanti, testarde.
Oggi mi sembrano stanche, annoiate. Senza voglia di ondeggiare. Sorelle.
Poi guardo giù, in basso e faccio il solito commento: è altino, eh?
Resto imperterrito a fissare il baratro. Ancora un po’, ancora un po’. Ancora...
Poscia vado a sedermi sul mio scoglio preferito. C’è ancora la scritta che feci col pennarello nero anni fa.
Ero venuto qui con Marta e dopo un lunghissimo bacio appassionato e una guardata al romantico panorama abbracciati stretti stretti, avevo preso il pennarello dalla tasca e vergato queste immortali parole:
Andrè & Marta
togheter
forever


Quante stronzate che si scrivono...

giovedì 12 maggio 2011

Sogno d'acqua

Ero su una collina, ma dove di preciso non lo so. E non saprei neanche dire come diavolo fossi arrivato fin là.
Si stava bene però, l'aria era tersa e spirava una brezza davvero piacevole. Sentivo i miei piedi che affondavano leggermente in una morbidissima erba e come panorama avevo altre colline e alcune erano avvolte da nuvole rosa e spuntava solo il cocuzzolo; e lì, in fondo in fondo, mi pareva di vedere anche il mare.
D'improvviso dal cielo discesero verso di me, in dolce planare, alcune donne. Erano ognuna diversa dall'altra; chi bionda, chi mora, chi formosa, chi longilinea, ma mi parvero accomunate tutte da una non comune bellezza.
Fai il test! Sentii urlare d'un tratto quando le fanciulle toccarono terra. Girai la testa d'istinto dalla parte dove mi era sembrato che provenisse quel grido, ma non vidi nulla. Quale test? Chiesi un po' impaurito e un po' sorpreso.
Il test dell'acqua, disse stavolta con un tono accomodante, la voce misteriosa. Chissà perchè il mio cervello, in una frazione di secondo, formulò il pensiero che doveva essere la voce di Zeus.
Cioè? In cosa consisterebbe questo test?, domandai ostinato.
Di' la parola “acqua” ad ognuna di queste donne e a seconda della risposta che riceverai così ti comporterai. Segui il tuo cuore.
Obbedii a quello strano comando.
Acqua, dissi ad una donna dai capelli rossi.
Ossigeno e idrogeno, rispose. Non so per quale motivo né come ci riuscii, la trasformai in un cappellino di paglia che calzai in testa.
Acqua, dissi ad una donna dal seno prorompente.
Pura fonte, rispose. La trasformai in un bicchiere di cristallo che portai con delicatezza alle labbra.
Acqua, dissi ad una bionda alta ed esile con dei meravigliosi occhi azzurri.
Un'onda improvvisa, sussurrò con trasporto. La trasformai in una collana d'acciaio e me la cinsi intorno al collo.
Acqua, dissi ad una donna dai capelli castani che aveva un'aria assai misteriosa.
Sorgente di vita, rispose. La trasformai in tubetti di pittura ad olio con i quali avrei dipinto maree cariche di stelle.
Acqua dissi ad una donna dai caratteristici lineamenti orientali.
Pioggia notturna, rispose. La trasformai in una penna stilografica e la misi nel taschino della camicia, vicino al cuore.
Acqua dissi ad una ragazza che mi parve molto giovane e aveva un'aria davvero innocente.
Abissi oceanici, rispose. La trasformai in un deltaplano e insieme avremmo volato oltre le avversità.
Acqua, dissi ad una donna dal sorriso enigmatico e le sopracciglia folte.
Diluvio, mi rispose. La trasformai in un paio di scarpe da trekking così da poter camminare dovunque il fato ci avrebbe condotto.
Acqua, dissi ad una mora alta e magra.
Tribunale, mi rispose.
Tribunale? Ma cosa vuol dire?
La mora mi guardò fisso senza rispondere.
Acqua, provai a dirle di nuovo. Treno, rispose convinta.
Mi sentivo a disagio, come se il non riuscire a corrispondere alle sue parole, mi provocasse un vero e proprio dolore fisico. Decisi di darle un'ultima possibilità e dissi Acqua, cercando di scandire bene ogni sillaba.
Tritacarne, asserì con semplicità. Persi ogni speranza di comprenderla e la trasformai in un pallone di cuoio bianco con le cuciture pentagonali nere.
Presi una lunga rincorsa e la calciai lontano, affanculo dalla mia collina.

domenica 1 maggio 2011

Terapia tapioca

Il pingue e bonario dottor Pisafulli non è pazzo e questo lo si può desumere dal fatto che egli non ha atteggiamenti stravaganti come cantare comm’ è bbell’ ‘a luna a marechiaro a mezzanotte sul tetto, nudo e con un copricapo indiano in testa.
Nè dice assurdità del tipo che Berlusconi è entrato in politica per il bene dell’Italia e non per pensare agli affari propri. Però attenzione, non possiamo neanche dire che il dottor Pisafulli sia strano perchè attribuire quell’aggettivo ad una persona senza ulteriori specificazioni è non dire un emerito cazzo. Quindi, per ora, asseriremo semplicemente che il dottor Pisafulli è un tipo normale perchè investe.
Investe??? E che è un pirata della strada? Un brooker finanziaro?
Ma no, ma no! Il dottor Pisafulli, come ogni essere umano, tutti i giorni della sua vita investe due tipi di forze psichiche; una diretta verso gli oggetti esterni e un altra verso di sè, alla ricerca della più perfetta collimazione tra il suo Io empirico e il suo Io ideale. Insomma cerca di dirigere in modo proficuo la sua libido, sia nei rapporti con gli altri, sia attraverso il confronto con il mondo esterno, sia, e soprattutto, nel campo sessuale.
Ecco, lascia perdere le prime due di cui non frega niente a nessuno e parlaci del sesso che insieme alla violenza e alle tragedie sono il pane quotidiano di noi lettori.
Bè non è facile parlarne perchè il dottor Pisafulli è una persona molto riservata, è un gran lavoratore e ha una moglie che gli è molto devota.
Niente amante?
Sì, ne ha di svariate, ma sono solo delle donne con cui fa sesso perchè secondo lui farlo sempre con la stessa persona è contro natura e quindi trova uno sfogo in queste relazioni fuori dal matrimonio. E qui è il punto. Finchè le nostre pulsioni, i nostri desideri, le nostre voglie trovano un canale di sfogo accettabile va tutto bene. Il guaio è quando non si riesce a trovare un modo per soddisfarle.
Uh, la faccenda si fa interessante. Dai dai, che succede?
Sappiamo già di certo che la vita sessuale è una delle parti più importanti della nostra vita. Ed è ovvio che se il dottor Pisafulli fosse respinto dalle amanti con l’accusa di non aver mai goduto con lui, oppure se la moglie scoprisse le tresche e gli impedisse di continuarle il nostro eroe si troverebbe a fronteggiare una situazione difficile a cui dovrebbe assolutamente trovare una soluzione perché altrimenti correrebbe il rischio di ammalarsi attraverso un processo di esacerbazione del narcisismo e altre perversioni paranoiche.
Gesùmmaria! E se uno si ammala di ‘ste cose, c’è una terapia utile? Che faccia guarire?
Certo che c’è, una nuova cura è basata sul dirottare gli impulsi sessuali su un’attività sostitutiva e la più efficace si è dimostrata essere quella di scrivere racconti inutili.

sabato 9 aprile 2011

Canini alla giostra

(il quadro è stato dipinto dal Tesorello)


Venerdì scorso mi trovano in ufficio seduto alla mia scrivania lavorando come al solito il meno possibile. Il pc era acceso e avevo due pagine aperte: una riguardava le pratiche che avrei dovuto sbrigare quel giorno, l'altra su wikipedia dove leggevo articoli dedicati alla storia della mafia, le biografie di Al Capone, Lucky Luciano e altri simili personaggi.
Nella stanza, oltre il sottoscritto, c'erano altri tre impiegati, colleghi di sventura in quella galera burocratica situata al nono piano di un grattacielo della metropoli partenopea.
Giuseppe Gazzoli, detto Peppone, per la sua pancia enorme, con i capelli più grigi che neri arruffati e la barba lunga di almeno una settimana che smanettava con lance e spade al computer impegnato in non so quale dannato gioco di ruolo; Flavio Saponetti, il raccomandato, il fresco laureato, lo scemo patentato che sonnecchiava bellamente con la testa appoggiata sulle braccia che teneva conserte sul tavolo. Ogni tanto s'alzava di scatto, strabuzzava gli occhi e poi tornava a dormire. Infine c'era lei, la signorina De Petis, seduta con le gambe accavallate in modo tale da mostrare bene le cosce intenta a rifarsi il trucco. Quando la signorina De Petis (di cui non conosco il nome perchè non dà confidenza a nessuno) indossa le sue minigonne, è facile comprendere che è un piacere venire al lavoro e si riesce a sopportare meglio l'alzarsi presto la mattina e il dover affrontare dapprima una metropolitana affollata e puzzolente e poi una noiosissima giornata di lavoro.
Tutto era tranquillo quella mattina, tutto filava come al solito quando d'improvviso la porta si spalancò senza che nessuno avesse bussato e sull'uscio si stagliò l'imponente figura del dottor Stazzarone, il nostro temuto e venerato capoufficio.
Noi quattro scattammo in piedi contemporaneamente ed esclamammo a tutta gola Buongiorno signor direttore!
Il dottor Stazzarone ci guardò come si guarda della merda di cane che finisce in un rigagnolo durante un temporale, poi disse Comodi, comodi.
Avanzò di qualche passo dentro la stanza dirigendosi proprio verso di me e notai che aveva una busta bianca rettangolare in mano. Ci siamo, pensai, ecco sto stronzo che viene a licenziarmi...
Signor Pelcane, cominciò l'esimio con voce stentorea, da quant'è che lavora in codesto ufficio?
Prima di rispondere mi venne automatico cercare di capire se alla parola “lavora” ci fosse un sottofondo ironico d'accompagnamento; mi parve di no e risposi nel modo più secco e asciutto che potei Cinque anni e mezzo, signor direttore.
Cinque anni e mezzo, ripetè lui, e sembrò rimanere pensieroso su quel mucchietto di tempo. Bene signor Pelcane, riprese dopo un po', in questa busta ci sono due biglietti per la Carmen di Bizet, spettacolo che si terrà stasera al Teatro Ludwig Vonfireracket. Metta lo smoking, ci porti la sua ragazza e si diverta! Io non posso andarci e ho deciso di premiare lei perchè qui dentro è quello che lavora di più lavorando di meno. Buona serata e continui il lavoro.
Detto questo mi porse la busta, che afferrai con un movimento meccanico del braccio sinistro, e se ne andò sbattendo la porta quando la chiuse. Rimasi in piedi per qualche istante, con quell'inaspettato dono tra le mani, e osservai, girando la testa dall'uno all'altro lentamente, le reazioni dei miei colleghi. Fui un po' deluso perchè Peppone bestemmiò che un elfo gli aveva inflitto una ferita da dieci punti e riprese a giocare, Flavio tornò a dormire come se nulla fosse accaduto e la signorina De Petis finì con tutta calma di mettersi lo smalto.
Poco male, mi dissi, meglio così. Ripresi posto sulla mia sedia che per la prima volta mi sembrò comodissima e aprii la busta. Ne estrassi i due biglietti che erano lucidi, lisci, colorati...ci feci scorrere le dita sopra a mo' di carezza ed ebbi l'impressione che il polpastrello del medio si incastrasse sulla superficie.
Bene, avevo l'occasione di poter passare una bella serata all'Opera. All'Opera! Magari, poi, dopo la rappresentazione saremmo potuti andare a cena e magari dopo la cena...già, ma con chi ci sarei andato a vedere la Carmen? Riposi la busta con i biglietti nella tasca della giacca e dalla tasca interna presi la mia fedele agendina. Conoscevo tante donne, una l'avrei trovata che diamine!
Ovviamente cominciai dalla lettera A dove c'era Adelaide. Composi il numero, ma non rispose nessuno. Brutto segno, pensai istintivamente.
Passai alla B e chiamai Brunella che mi disse che non si ricordava di me e che non intendeva farlo quella sera. Vabbè, manco io dissi al telefono ormai muto.
Provai la C dove non ricordavo di conoscere una donna di nome Cesira. Feci il numero ma dopo numerosi squilli mi rispose una voce tutta assonnata che bofonchiò parole come turno di notte chi è che rompe i coglioni vaffanculo.
Voltai la paginetta alla lettera D e stavolta Daria me la ricordavo, una simpaticissima bionda un po' pazzerella. Rispose la madre che mi disse che Daria era in vacanza in una beauty farm e non sarebbe tornata prima di domenica.
Alla lettera E c'era Elena che tagliò subito corto dicendo che non poteva uscire con me perchè si vedeva con Paride e stava diventando una cosa seria.
Finsi di crederle e provai con Federica, ma andò male pure stavolta perchè lei era nel periodo in cui odiava gli uomini bastardi egoisti tutti uguali, insomma la solita solfa.
Attaccai mentre era ancora lì che si sfogava; dovevo chiamare Gigliola. Gigliola era felice di sentirmi, ma non accettava il mio invito perchè odiava l'Opera, gli snob che ci andavano e sopratutto quelle megere stronze con la pelliccia. Poveri animaletti.
Non ebbi tempo di commuovermi per la sorte dei visoni considerato il fatto che dovevo ancora trovare una che volesse uscire con me!
Alla lettera H avevo Helga, ma non ci provai nemmeno a telefonarle perchè sapevo che era a Berlino e non sarebbe venuta in Italia che in estate.
Così saltai direttamente alla I di Ilaria. Stasera non posso, mi rispose, esco con la mia compagna. Con la tua compagna?, mi venne da chiederle senza che potessi fermarmi. Sì, con la mia compagna, rispose, hai sentito bene. Sono lesbica e tu sei un bigotto bastardo. E m'attaccò il telefono in faccia.
Non mi persi d'animo e andai deciso alla L dove c'era segnato con la penna rossa il numero di Loredana. Chiamai e mi ripose una voce di donna, ma non compresi cosa mi diceva. Era come se avesse qualcosa in bocca e non riuscisse a parlare bene...
Quando arrivai alla lettera M vi trovai scritto il nome di Martina con un asterisco a fianco. Scesi con l'indice a pie' di pagina e vi trovai scritto: non chiamare, è una cretina.
Andai, allora, alla N dove c'era Nadia. Ti ringrazio, mi rispose, ma domani ho una gara di ginnastica artistica molto importante. Devo alzarmi presto, sarà per la prossima volta.
E' sempre per la prossima volta, ma quando arriva sta prossima volta nessuno lo sa.
Passai alla O di Ottavia. La conversazione fu brevissima perchè lei ora era una donna sposata e con un frego ripetuto più volte la cancellai dall'agendina.
Era la volta della lettera P e di Pasqualina. Una con un nome così non capivo che ci facesse nel mio archivio da playboy. Comunque chiamai lo stesso per poi pentirmene subito. Pasqualina mi disse che accettava l'invito a patto che potesse portare pure la sorella. Era in un brutto periodo e non voleva lasciarla a casa sola. E allora buona serata a tutte due, dissi un po' innervosito da quella proposta così sciocca.
La Q la saltai perchè non conoscevo e non conosco nessuna donna con il nome che cominci con la Q (mentre di quelle che ragionano e lavorano col Q ne conosco tante...)
Cazzo, stavo finendo le lettere e ancora non avevo una donna da portare all'Opera!
Impugnai con decisione il ricevitore e composi pestando i pulsanti il numero di Rosalia che invece di rispondere con un sì o con un no al mio invito si mise a parlare dei suoi problemi. Che palle! attaccai con una scusa qualunque.
Chiamai Simona, oramai un po' sfiduciato, e dall'altro capo del telefono udii la voce di Franco, il ragazzo di Simona.
Fu la volta di U e di Ursula che mi rispose che avrebbe volentieri visto la Carmen e che le piaceva l'idea della cenetta romantica, ma non con me.
Provai con Valeria che purtroppo non poteva venire perchè aveva la febbre alta.
M'era rimasta l'ultima lettera, la Z, e telefonai a Zazie. Era libero e sentii uno squillo, poi un secondo, un terzo, un quattro...
Appoggiai meglio la schiena alla spalliera della sedia, buttai con nonchalance le gambe sulla scrivania e decisi che avrei aspettato fino all'ultimo trillo.

lunedì 4 aprile 2011

Lasciarti non è

I napoletani oggi sono una grande tribù che, anzichè vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vive nel ventre di una grande città di mare.
Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere alle proprie possibile mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti, la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto sorto nel cuore della collettività; una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia è giusto, è sacrosanto. Sì è proprio così, purtroppo o per fortuna. Una nostra particolarità, un atavismo per la precisione, è che diamo un’importanza grandissima ai sogni che dividiamo in varie categorie. Una di queste è quella di usare i sogni come pretesti per dire qualcosa di particolare a un parente o ad un amico. Per esempio, mia madre sogna i suoi genitori e riferisce i loro consigli ai fratelli, soprattutto quando litigano tra loro. Lei allora telefona e dice di aver sognato il papà che chiedeva in lacrime una loro riappacificazione. Ovviamente è tutto inventato, ma non fa niente. Poi c’è l’uso classico del sogno da cui ricaviamo i numeri da giocare al lotto dopo attenta lettura della Smorfia. Un terzo tipo di sogno è quello che al risveglio non svanisce semplicemente con la luce diurna, ma ti rimane attaccato anche molto tempo dopo che ti sei levato. Allora, che si fa in questi casi? Nel nostro quartiere si fa così. Le donne si recano dalla Vecchina al Pallonetto e si fanno leggere i tarocchi. Gli uomini vanno dal Morente, al rione Sanità. Il Morente è colui che gode del rispetto massimo da parte di tutti ed è molto ascoltato, una specie di vecchio saggio. Una notte mi accadde di sognare che camminavo in una grande prateria e all’improvviso mi trovavo davanti ad una staccionata dove un portiere d’albergo vestito in maniera elegantissima mi sbarrava il passaggio.
“Dove credi di andare?”, mi urlò in faccia.
“Veramente, non lo so", risposi, "è la prima volta che sto qua. Non si può entrare?”
“E vuoi entrare così, a mani vuote?”
“Bè, cosa dovrei portare per avere il passaggio libero?”
“Guarda gli altri, non vedi? Ognuno porta un sacco di farina. Procuratene anche tu e ti farò passare”.
Girai la faccia alla mia destra e vidi una processione enorme di uomini che portavano un sacco di farina. Cercai di avvicinare qualcuno per chiedere dove potessi procurarmela, ma nessuno mi rispondeva, mi ignoravano tutti. Cominciai a correre velocissimo per vedere da dove partiva quella marea di gente casomai dessero la farina lì, ma niente, e continuavo a correre, a correre, e più correvo più mi saliva una grande ansia e tristezza, finchè mi svegliai sgomento e molto triste. Avevo il cuore in gola!! Subito mi frullò in testa la domanda: che significa tutto ciò? La questione era importante e decisi che dovevo saperne di più. Feci una doccia veloce, mi vestii alla buona e di gran passo mi recai dal Morente. Ovviamente bisogna portargli qualcosa per essere ricevuti e il classico è zucchero e caffè. Fui fortunato perchè quel giorno ero l’unico “cliente”; consegnai il pacco dono alla perpetua che mi introdusse nello studio dove il Morente giaceva su un letto cosparso di libri. C'erano libri ovunque e lui era lì con la sua enorme capigliatura bianca e la barba di molti giorni. Il suo nome è don Alfonso.
“Buon giorno, don Alfonso. Scusate se vi incomodo a quest’ora”.
“Venite avanti, giuvinò, nun vi preoccupate. Esponetemi pure il vostro problema”. Così gli raccontai il sogno, lui mi guardò e disse: “Vai a prendere un po’ di caffè”. Mi alzai e andai in cucina dove la perpetua aveva già preparato il caffè coi bicchieri d’acqua (importantissimo bere il bicchiere d’acqua prima del caffè). Dopo aver bevuto il caffè, don Alfonso pronunciò la sentenza: “Giuvinò, voi sentite la vostra anima povera, avete voglia di arricchirla, ma non sapete come fare”.
“E’ verissimo don Alfonso. Mi piacerebbe tanto istruirmi, farmi una cultura, sapere tante cose, godere delle gioie spirituale che rendono l'uomo un essere unico nella natura. Cosa mi consigliate? La filosofia?”
“Mah, non so. A me è parso che tutta la filosofia altro non sia che una meditazione di Scekspìrr. Comincia da Scekspìrr”.
Dopo aver detto ciò chiuse gli occhi, si girò dall’altra parte e più non fe' parola. Pensando a quel che aveva detto mi recai in libreria per acquistare quella che era la mia prima opera del Bardo. Andai al reparto “teatro” e cominciai a guardare uno per uno i titoli delle sue opere. Ovviamente ero attratto da Otello o da Amleto, ma nello stesso tempo ero in dubbio se cominciare proprio da loro o da qualche altra opera più leggera. Ma esisteva una tale opera? Era un ragionamento valido? Mi trastullavo tra dubbi e incertezze, quando alle mie spalle sorse una voce di donna dolcissima e celestiale: “Prendi anche tu un libro di Shakespeare?” Mi sentii avvolgere dal suono magico di questa voce e mi girai pieno di speranze cercando di sfoderare il mio sorriso migliore. Quando le fui di fronte mi tuffai in dei meravigliosi occhi verdi screziati di nero che mi guardavano scintillanti e lucidi come topazi orientali, due gemme di infinito splendore.
Peccato che per il resto fosse proprio un cesso

giovedì 10 marzo 2011

Esercizio n.2

Quando Aldo tirò fuori il calzino dal cassetto, osservò per un istante il buco. Poi si girò e uscì dalla stanza col pedalino ben stretto in mano.
Marta! Marta! gridò in direzione del salotto dove presumeva che la moglie stesse guardando alla tv le sue solite, stupidissime telenovelas; ma, come risposta, Aldo ottenne un perfetto silenzio.
Continuò, allora, a camminare verso il salotto che però trovò vuoto con il televisore spento.
Marta? chiamò con più calma, placato da quella inaspettata assenza. Anche stavolta la moglie non rispose, eppure Aldo era sicuro che fosse in casa e decise di andare vedere in camera da letto dove finalmente la scorse. Non si rasserenò del ritrovamento perché Marta, come una trottola impazzita, correva dall'armadio al letto e dal letto ai cassetti buttando con furia tutto quello che trovava in una valigia.
Marta..ma che stai facendo? esclamò Aldo alla vista di quello spettacolo imprevisto.
Lei non rispose continuando a fare quello che stava facendo, senza prestargli la minima attenzione. Finalmente si fermò e smise di agguantare vesti e mutande. Chiuse la valigia con forza e afferrò con decisione la maniglia sollevando quella valigia strapiena senza alcuno sforzo. Oltrepassò Aldo non degnandolo di uno sguardo e si avviò alla porta d'ingresso.
Marta, dove diavolo vai?? urlò Aldo ormai in preda al panico.
La donna non rispose neanche questa volta ed era già quasi del tutto fuori dall'appartamento.
Marta!!! ancora Aldo, ormai implorante.
Torno da mia madre, soffiò rabbiosamente lei. Poi guardandolo con un'espressione furiosa che lui non le conosceva aggiunse: Rammendatelo da solo quel calzino e se non ci riesci usalo come scalda pisello! Addio! e sbatté la porta così forte che il rumore dovette sentirsi a kilometri di distanza.
Per qualche minuto, impietrito, Aldo rimase nei pressi dell'ingresso con quel calzino in mano con il buco fatto dal suo alluce sinistro.
Quando si riscosse girò per tutte le stanze della casa senza sapere il perché fino a chiudersi in bagno. Si sedette sulla tazza ancora vestito e cominciò a piangere, in preda ad una crisi isterica. Reagiva sempre così quando non capiva le cose e spesso la realtà sentiva come se gli arrivasse da dietro per giocargli qualche brutto tiro.
Come al solito, quando gli capitava qualche brutta cosa. chiamò Antonio che era il suo migliore amico.
Tra frasi sconnesse, singhiozzi e parolacce Aldo riuscì a malapena a spiegare all'amico cos'era successo. Antonio, che gli voleva davvero bene, alla fine di quello che gli sembrava un delirio disse Va bene Aldù, calmati. Tra un'ora sarò lì da te e vedrai che riusciremo a trovare una soluzione. Ma tu? che hai combinato?
Niente, te lo giuro!
Sicuro? magari lei ha scoperto qualcosa, che so...una scappatella...
No Antò, nessuna scappatella. Da quando siamo sposati non ho pensato ad altre che a lei, solo a lei.
Va bene, ci vediamo dopo.
Dopo circa un'ora e mezza Antonio entrava in casa di Aldo che appariva abbastanza scosso. Lo abbracciò dandogli forte pacche sulle spalle come se volesse fargli coraggio. Notò che aveva ancora il calzino in mano e gli disse Ancora con quel calzino? Dài qua che ti faccio vedere come si rammenda. E dopo essersi fatto dare ago e cucito, inumidì il filo e con un colpo secco centrò la cruna.
Aldo lo guardava ammirato mentre Antonio con una tecnica tutta sua, ma efficace, riparava quel maledetto buco.
Finito quel rattoppo, andarono in camera da letto dove Antonio vide la confusione che ivi regnava e sopratutto il disordine di Aldo che da persona sciatta (come era sempre stato) non piegava i suoi pantaloni né i maglioni, e pure il pigiama se ne stava tutto sgualcito sul letto.
Anche lo studio dove Aldo si rintanava per leggere era nel caos più totale. Misero in ordine insieme, riponendo i libri sulle mensole, radunando le penne e ordinando i fogli sulla scrivania.
Passarono poi in cucina e anche lì c'era un bel disastro da sistemare. Antonio chiese ad Aldo dove fossero i detersivi, ma Aldo fece una strana smorfia come se sentisse quella parola per la prima volta.
Antonio sbuffò un poco, ma restò calmo. Aprì il frigorifero, diede una birra ad Aldo e gli disse Siediti in poltrona, io pulisco qui e poi cucino qualcosa (Aldo ne fu sollevato perchè ai fornelli era una schiappa); stasera ceneremo insieme. E da domani oltre a cercare di far pace con Marta devi imparare ad essere autonomo e più ordinato, intesi? E gli fece l'occhiolino per mitigare quella piccola ramanzina.
Aldo fece di sì con la testa e andò a sedersi. Sorseggiava la birra e guardando come Antonio si dava da fare per lui gli venne da sorridere perché la gratitudine gli riempiva il cuore.
Cominciò a pensare (era già brillo) che forse aveva sbagliato a sposare Marta e che avrebbe dovuto mettersi con Antonio. Affettuoso, fedele, simpatico, sapeva fare i lavori di casa ed era pure un bravo cuoco. L'unico problema era che con lui certe cose non le poteva fare, ma che importava! Antonio aveva una bella macchina e insieme sarebbero andati da quelle signorine che fanno i focolari con i copertoni.

venerdì 4 marzo 2011

Esercizio n.1

Arriva un momento nella vita di ogni uomo in cui è necessario fare una scelta, di quelle che possono cambiarne per sempre il corso. Quel giorno Pietro avrebbe dovuto farla in fretta.
Loredana, la sua ragazza, aveva deciso di lasciare Napoli e di partire alla volta di Milano in cerca di fortuna e di lavoro in quella grande e ricca città del nord.
Era da tanto che gliene parlava, ma Pietro all'inizio l'aveva ascoltata molto distrattamente presumendo che Loredana volesse solo lamentarsi un po' come spesso amano fare le donne; ma poi prese atto che lei faceva sul serio e che era davvero infelice e ben determinata a cambiare le cose.
La loro relazione viveva sul quel bizzarro equilibrio di personalità diametralmente opposte: lui amante dell'inerzia, contento di seguire senza tante domande lo status quo e lei invece perennemente inquieta e insoddisfatta sempre alla ricerca di novità.
Pietro aveva ricevuto un ultimatum che sarebbe scaduto quella sera stessa, stava insomma più inguaiato della Serbia nel luglio del 1914.
Appoggiò la fronte ai vetri della finestra, guardò fuori la strada semi deserta e cominciò a soppesare la situazione; pensare lo stancava quasi fisicamente. Mise un punto fermo: voleva davvero bene a Loredana e subito le domande si moltiplicarono dentro di lui fino a sopraffarlo.
Lei domane parte, se non vado con lei come potrò sopravvivere senza il suo affetto, il suo sorriso e il suo corpo da ballerina che tanto mi stuzzica? Ma voglio davvero trasferirmi e lasciare tutto? Milano così fredda e caotica, già la odio come potrei viverci? Lasciare il mio lavoro che fa schifo ok, ma almeno è certo per qualcosa d'incerto? Come sarebbe vivere insieme? Già perchè anche questa novità si sarebbe aggiunta con la partenza; finora avevano vissuto ognuno per conto suo.
La sera cominciava a calare sulla città e ad invadere la stanza dove Pietro rimaneva seduto sulla poltrona a meditare sul da farsi. Era arrivato il momento di rompere gli indugi e di fare quella benedetta scelta. Si alzò, prese il cellulare dalla mensola e compose il numero di Loredana.
“Pronto?” rispose una voce femminile un po' affannata come se avesse smesso di correre da poco.
“Ciao Loredana...”, cominciò lui un po' titubante.
Si fermò qualche istante, prese fiato e disse tutto in una volta: “ti auguro buon viaggio!”

lunedì 28 febbraio 2011

Etera

Dopo anni di battaglie, di scioperi e di manifestazioni condotte per lo più sotto le bandiere comuniste e cheguevariane, dopo un paio di attentati di matrice anarcoide, finalmente l’Università di Napoli acconsentì a sborsare dei soldi per permettere agli studenti di avere una sala computer e di poter frequentare due corsi extra scolastici di cinema e di teatro. Io, fortunatamente, arrivai quando la situazione era già chiarita e sistemata e la mia unica difficoltà fu di dover scegliere tra l’uno e l’altro corso.
Alla fine optai per il teatro perchè da sempre lo amavo ed ero uno di quelli che credeva davvero alla sua magia.Per di più adoravo i tragici greci Eschilo, Sofocle ed Euripide; ero un fervente lettore di Brecht, Shakespeare e Moliere; senza contare gli autori napoletani da me venerati come il grande Eduardo, Annibale Ruccello ed Enzo Moscato ma, detto sinceramente, il mio vero idolo era quel pazzo scatenato di Carmelo Bene.
Il nostro maestro di corso, Rodolfo Lapiglia, era una persona davvero simpatica e ci lasciò la massima libertà per quanto riguardava lo spettacolo da mettere in scena; però era intransigente sul fatto che dovevamo esercitarci molto a provare dei sentimenti e a fare le facce davanti allo specchio. Mi è rimasta impressa una cosa e cioè che per provare la tristezza ci consigliò di immaginare che i nostri cari morissero. Trovandoci a Napoli potete ben immaginare quante grattate ai maroni ci siano state. Siccome pensare ste cose lugubri mi ripugnava io per provare tristezza pensavo al 5 maggio, quando l’Inter perse lo scudetto all’ultima giornata. Alla chiusura delle iscrizioni ci ritrovammo in ventuno ragazzi e porca paletta manco una donna! Avevano scelto tutte il cinema, le smorfiose, e magari qualcuna ci credeva davvero al sogno di fare la velina. Senza che ne avessi fatto richiesta mi elessero come sceneggiatore dello spettacolo perchè tutti sapevano che a scrivere me la cavicchiavo. Io, per parte mia, era da tempo che avevo scritto un piccolo soggetto che, dato il pubblico pressochè studentesco che avremmo avuto, sarebbe andato proprio bene. In pratica era una messinscena della storia della filosofia greca la quale, abbondando di strani personaggi e di tanti aneddoti ben si prestava a essere portata sul palcoscenico. L’unico contemporaneo che intendevo far intervenire era Nietzsche che sarebbe entrato con una camicia di forza, i capelli arruffati e degli enormi baffoni dicendo cose incomprensibili. Oltre a Talete che pasticciava con un secchio d’acqua, Anassimandro che delirava dell’aiperon e Anassimene che balbettava senza che si capisse niente, c’era anche il mitico Eraclito con una bella barba nera incazzato come una iena senza che si riuscisse a saperne il perchè, c’era Pitagora avvolto in un grande mantello nero che metteva in guardia dal mangiare fave, c’era Socrate che parlava di continuo strillando ad ogni piè sospinto CONOSCI TE STESSO con gli altri che a un certo punto lo prendevano a calci, ma lui continuava a parlare, c’era Epicuro che sprezzante e ironico se ne fotteva altamente sia degli dèi che della morte. Per me mi ero riservato il ruolo da protagonista ovvero l’insuperabile Diogene di Sinope detto il Cinico, un tipo che rifiutò di avere qualsiasi proprietà e ricchezza, che viveva in una piccola vasca aperta appartenente al tempio di Cibele, che distrusse l’unica cosa che possedeva (una ciotola di legno), perchè guardando un bambino bere alla fontana disse che poteva benissimo bere con le mani, che defecava dove capitava, che si masturbava in pubblico semi sdraiato su delle scale, che aborriva la società e la famiglia e che quando Alessandro Magno gli chiese se mai avesse potuto esaudire qualche suo desiderio rispose di non frapporsi tra lui e il sole. Un grande, veramente un grande. Per aiutarmi a caratterizzare bene i filosofi e a scegliere gli aneddoti che mi avrebbero fatto da guida nel comporre il canovaccio mi servivo della famosa Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.
Provammo per vari mesi e che fossimo tutti ragazzi all’inizio ci infastidiva, ma poi andò tutto liscio fino alla sera della prova generale quando successe il fattaccio. Precedute da fischi e slogan entrarono in teatro una cinquantina di ragazze circa, un corteo a tutti gli effetti con tanto di striscione contro il teatro sessista. A capo delle rivoltose c’era la famigerata Marta, una pasionaria tristemente celebre in tutto l’Ateneo per essere riuscita a far cambiare la marca del burro alla mensa. Scesi dal palco per andare a sentire cos’è che avesse da dire.
“Marta si può sapere che succede? Dobbiamo provare, tra pochi giorni c’è lo spettacolo!”
“Lo so benissimo, caro LeD, ma non credo che andrete in scena.”
“E perchè mai?”
“Ah, cioè a te sembra normale che una compagnia teatrale sia composta da soli uomini? Che in uno spettacolo non ci sia neanche una ragazza? Siete dei maschilisti!”
“Marta, ma quali maschilisti? Le iscrizioni erano aperte a tutti, son le ragazze a non essersi presentate!”
“Non è vero. Sei tu che non le hai volute per portare in scena i tuoi filosofi finocchi umiliandoci ancora di più perchè con il tuo spettacolo fai sottintendere che le donne non sanno pensare e che la filosofia è un affare per soli uomini.”
“È falso! E poi non è colpa mia se nella filosofia antica e nel testo di Diogene non ci sono donne.”
“Ti rendi conto che è una cosa impossibile? Di donne ce ne saranno state certamente, sei tu che hai fatto opera di censura! O trovi un personaggio femminile e lo interpreto io o ti blocco lo show.”
Uhm, la situazione si faceva pesante perchè ben sapevo quanto fosse coriacea Marta. Pensando e ripensando in quei pochi attimi di tregua, mi venne un’idea. “Va bene Marta, hai vinto. C’è una donna citata da Diogene Laerzio, Leonzia. Se ti va ti farò interpretare la parte di Leonzia.”
“E chi sarebbe sta Leonzia? Una pitagorica, una stoica, una scettica?”
“No. Era la puttana di Epicuro.”

sabato 26 febbraio 2011

Bolle acide


Mi sento davvero una merdra a pensare che al mondo sono esisistiti, esistono ed esisterannno uomini eccelsi che con il loro ingegno fanno grandi cose, che con le loro idee meravigliose sono in grado di far progredire l’umanità mentre io povero tapino non riesco neanche a comprarmi un paio di scarpe che dopo due giorni non mi vadano scomodissime.
Ed eccomi qui a zoppicare mentre mi dirigo verso casa. Eppure nel negozio mi andavano bene. Le ho misurate tutte e due, su insistenza di mia sorella, ma ora mi vanno strette di punta e mi dolgono pure i talloni. La colpa è mia, ne sono consapevole, perchè ho il difetto di essere troppo frettoloso e noncurante quando faccio shopping.
Come mi piacerebbe vivere in una bella tribù africana col perizomino (anche se nel mio caso ci vorrebbe l’xxl), una lancia, un po’ di trucco blu e rosso e vai di gusto. Scorazzare scalzo a caccia di animali che non ucciderei mai, ma sarebbe solo un modo per far passare il tempo. Comunque non ce la faccio proprio a proseguire, mi siedo su una panchina e non ho neanche il tempo di posare per bene le chiappe che s’avvicina un venditore ambulante.
“Uè, uè giuvinò! Accattateve l’accendino!”
“No, grazie, non fumo”
“E accattateve i fazzulett!”
“Ma guarda già ce li ho”
“E accattateve o’ deodorante per la macchina!”
“Veramente quei cosi mi danno il mal di testa, non li uso”
“E accattateve l’orso porta monete!”
“É troppo grosso! Dove me lo appizzo?”
“E accatteteve a’ paparella pè fa’ o’ bbagno!”
A questo punto capisco che il venditore sarebbe in grado di asfissiarmi per ore e che ormai sono incastrato. Guardo la paperella ed è davvero ganza così gialla col beccuccio rosso e due occhi verdi e spiritati. Vuol dire che mi farà compagnia nella vasca.
“Vabbè, vada per la paperella. Quanto costa?”
“Venti euri, perchè siete voi”
“Azz, e se non ero io quanto mi facevi? Duecento euri?”
“Allora... facciamo quindici”
“No, te ne do due”
“Posso farvi massimo dieci”
“Arrivo fino a quattro, ultima offerta”
“Ve la regalo per cinque”
“Ok”
Il venditore mi dà la paperella, io gli do i soldi e finalmente si leva dalle palle. Devo ammettere però che la paperella è simpatica, morbidosa e fa pure un suono carino quando la premo. Dopo essermi riposato qualche minuto, me ne torno a casa canticchiando pappappero pappappero. Entro nel portone del mio palazzo, faccio un pernacchietto al portiere e prendo l’ascensore diretto al quarto piano. Giunto sul pianerottolo afferro le chiavi dalla tasca e le infilo nella toppa.
Mentre apro la porta sento un rumoroso scalpiccio. È mia madre che si precipita a portarmi le pantofole.
“Leddino, Leddino, bentornato a mamma!! Mettiti le pantofole, mammina tua ti va a prendere un tè caldo!”
“A' mà, siamo quasi ad agosto, sto tè caldo me le farebbe scendere a terra! Prendimi un po’ di vodka alla fragola ghiacciata!”
“Va bene! Come vuoi tu! Ci metto un po’ di panna dentro?”
“No, mà. Spruzzaci due gocce di watershine perlato alla frutta, grazie”
“Ok, vuoi che ti prepari la doccia?”
“No, mà. Ho comprato sta paperella farò il bagno nella vasca”
“Uuuh, ma quanto è carina! Le hai dato pure un nome?”
“Certo, l’ho chiamata Darma"
“Bravo, bel nome. Ti preparo la vasca?”
“Alla vasca penso io, tu preparami la vodka”
Finalmente mia madre si decide ad andarmi a prendere da bere che sto morendo di sete, io apro l’acqua e vado in camera mia a spogliarmi. La genitrice mi porge il bicchierino che bevo d’un fiato, poi mi chiudo in bagno per tuffarmi nell’agognato mare di sapone profumato dove mi rilasserò alla grande. Mentre giochicchio con le bolle che mi diverto a far scoppiare e faccio fare a Darma delle evoluzioni sottomarine, sento mia madre che bussa alla porta.
“Che c’è mà?”
“Leddino, ho dimenticato di dirti che ha telefonato Loredana”
“Ah, sì? Vabbè, dopo ci penso”
“Dovresti chiamarla sai? Ha una voce tanto dolce, è tanto educata, viene da una famiglia tanto per bene, all’Università prende dei voti tanto alti ed è pure tanto bella”
“Già, il problema è che è pure tanto troia”