(appunti trascritti dall'omonimo video del filosofo Diego Fusaro)
In terzo luogo, Hegel è del tutto dissonante rispetto allo spirito del presente per il fatto che Hegel si rifiuta categoricamente di pensare la comunità nei termini di singoli individui astratti autonomi e magari anche reciprocamente antagonistici.
Hegel è un pensatore della comunità, dell’ethos comunitario, delle potenze etiche, della Gemeinschaft (la comunità), cioè appunto la comunità preesiste rispetto al singolo individuo robinsoniano e atomico; vuoi anche rispetto a quella che nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio Hegel chiama il “sistema dell’atomistica”, magnifica definizione dell’odierno regno animale dello spirito capitalistico che fraziona l’umanità in un pulviscolo di atomi consumatori indifferenti quando non ostili gli uni rispetto agli altri. Per Hegel la comunità sta prima rispetto all’individuo e l’individuo può realizzarsi unicamente all’interno della comunità nello spirito della comunità stessa.
Di qui, appunto, la polemica di Hegel contro la moralità kantiana, contro l’anima bella e contro tutte quelle forme che distinguono e disgiungono l’individuo dall’ethos comunitario. Solo all’interno della comunità l’individuo può pienamente svilupparsi.
In quarto luogo, Hegel è incompatibile con l’odierno spirito della condizione neoliberale per il fatto che Hegel è un teorico dello Stato. Hegel è cioè un teorico della supremazia della politica sull’economia. Nei Lineamenti di filosofia del diritto (1821), Hegel mette magnificamente a tema il fatto che il sistema dei bisogni, cioè il sistema potremmo dire della società civile abbandonata a se stessa, senza disciplinamento etico e politico, dev’essere posto sotto il controllo della politica e dell’eticità. Se abbandonato a se stesso produce tragedie nell’etico, produce l’impauperimento, l’impoverimento mostruoso di una parte della società. “Ingenti ricchezze si accumulano nelle mani di pochi”, dice Hegel, “spettacolo terribile”. Invece, il compito primario dello Stato, è quello di garantire stabilmente il primato della decisione politica sovrana sugli automatismi dell’economia. Cioè garantire il fatto che la politica tramite la potenza etica statale, che non a caso Hegel richiamandosi a Hobbes chiama “il Dio in terra”, la politica garantisca un disciplinamento costante dell’economia che impedisca il dissolversi della comunità.
La politica permette all’ethos comunitario di permanere stabilmente e di non lasciarsi dissolvere da un’economia abbandonata a se stessa.
Per tutti questi motivi, Hegel può essere fecondamente inteso come un autore dissonante rispetto allo spirito del nostro presente, ma poi anche la vera cifra del pensiero politico di Hegel sta nel suo essere un borghese anticapitalista. Hegel eredita e metabolizza tutte le grandi conquiste della società borghese del suo tempo; metabolizza la grande cultura borghese del suo tempo e al tempo stesso lotta costantemente contro il capitalismo cioè contro l’autonomizzazione dell’economico che mette a morte la metafisica e mette a morte la comunità.
Di qui, per altro, la polemica costante di Hegel contro l’Inghilterra, il paese dell’intelletto astratto e dell’assenza della metafisica e dell’autonomizzazione dell’economia. Hegel è appunto un borghese anticapitalista che vuole preservare le grandi conquiste della società borghese ben sapendo che il movimento di un’economia abbandonata a se stessa, cioè del capitalismo, è esso stesso portatore della disgregazione dell’eticità.
In questo senso si vedano le grandi intuizioni di Lukàcs nel suo magnifico testo Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica.
Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
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martedì 18 febbraio 2014
lunedì 17 febbraio 2014
Perché non possiamo non dirci allievi di Hegel [prima parte]
(appunti trascritti dall'omonimo video del filosofo Diego Fusaro)
“Dimmi qual è il tuo rapporto con Hegel e ti dirò qual è il tuo rapporto con il mondo storico presente”.
Questa potrebbe essere, forse, la formula in cui condensare il senso dell’odierno rapporto con Hegel di ogni passione critica filosofica che voglia assumere un rapporto non puramente apologetico rispetto all’esistente.
Hegel è di tutti il pensatore oggi più avversato a ogni latitudine filosofica e politica. Ancora più di Marx; il quale Marx può pur sempre, come ha detto giustamente Slavoj Zizek, essere assunto in forme decaffeinate, cioè in forme private del pathos rivoluzionario di tipo anticapitalistico. Marx può allora essere assunto nella forma decaffeinata del Marx profeta della globalizzazione o vuoi anche del Marx profeta dell’estinzione dello Stato che è poi il grande sogno neoliberista che oggi si sta realizzando tragicamente dinanzi a noi.
Laddove invece Hegel resta strutturalmente un pensatore dissonante rispetto al mondo del regno animale dello spirito capitalistico. Hegel resta un pensatore incompatibile, fecondamente incompatibile con l’ordine capitalistico del mondo e lo è essenzialmente per quattro motivi che subito esporrò.
Ma prima di esporli voglio ricordare come effettivamente a uno sguardo non ideologicamente condizionato sulle principali posizioni filosofiche oggi dominanti, ci si accorge come Hegel sia il grande rimosso o, se volete, il grande nemico contro cui tutte le posizioni filosofiche, anche quelle più distanti fra loro, indirizzano la loro critica.
Si pensi, ad esempio, alla filosofia postmoderna che vede in Hegel un pensatore totalitario in forza della sua idea forte di verità e di sistematicità. Si pensi, ancora, alle filosofie analitiche che vedono in Hegel, pensatore della storicità e del soggetto, un nemico costante contro cui indirizzare i loro strali. Ma si pensi, ancora, alle filosofie femministe che da sempre hanno sostenuto l’esigenza di mettere in congedo Hegel o addirittura, secondo una formula femminista di qualche anno fa, di “sputare su Hegel” (cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti). Si pensi, ancora, alle filosofie della differenza, ad esempio alla filosofia di Deleuze che è rivendicatamente una filosofia antihegeliana e così via.
Potremmo allora dire, senza tema di smentita, che Hegel è il grande autore contro cui tutte le filosofie oggi presenti nel dibattito filosofico prendono posizione. Hegel è il grande nemico contro cui la filosofia oggi indirizza la propria critica.
Ma perché Hegel oggi dev’essere continuamente demonizzato? Perché Hegel deve risultare continuamente un autore messo in congedo?
Noi sappiamo che le mode filosofiche non sono mai innocenti; le mode filosofiche seguono sempre i cicli della produzione capitalistica nel senso che va sempre e solo di moda ciò che conferma lo spirito del tempo. Laddove viene sempre dichiarato fuori moda e degno di essere abbandonato ciò che non è millimetricamente allineato con lo spirito del nostro tempo. Ed è in questo senso, appunto, che Hegel dev’essere continuamente messo a morte dalle produzioni simboliche dominanti, perché Hegel è incompatibile con il capitalismo che oggi sta signoreggiando l’umanità.
Perché Hegel è incompatibile? Essenzialmente per quattro motivi fondamentali.
In primo luogo perché Hegel rovescia la visione dominante della verità come adaequatio rei et intellectus; per Hegel la verità non è “corretta rappresentazione esatta del mondo oggettivo”, non è rispecchiamento esatto dell’oggetto pensato come un datum che sta lì e che dev’essere riprodotto così com’è dal soggetto. Per Hegel la verità indica semmai un processo di mediazione temporale con cui il soggetto perviene alla consapevolezza di essere identico all’oggetto o, con la sintassi della Fenomenologia dello spirito, la verità filosofica sta nel pensare l’intero come sostanza e come soggetto; ovvero pensare la verità come un processo che si svolge nel tempo e che implica un aumento dell’autocoscienza umana che si sviluppa nella storia.
In secondo luogo Hegel è un pensatore della storicità o, più precisamente, Hegel è il pensatore che tiene inscindibilmente insieme la verità filosofica e la storicità.
“Il vero è l’intero, ma come divenuto” dice Hegel. Il vero cioè implica un processo in cui il vero diventa pienamente tale, in cui cioè esce fuori di sé, si nega, per poi ritrovarsi in cui appunto la verità è pensata come il risultato di un processo che implica l’alienazione e la sua restituzione come dice Hegel nella Prefazione alla Fenomenologia dello spirito.
Cioè la verità è pensata storicamente e il tratto dominante del nostro presente, come sappiamo, uno dei tratti dominanti del nostro presente è proprio la rimozione del senso storico. Non è un caso che viviamo nel segno di quella che è stata definita “l’epoca della fine della storia”, cioè l’epoca del capitale che si pensa come eterno intrascendibile, come fine della storia appunto; come se non vi fosse più un futuro possibile alternativo rispetto al capitale stesso. Laddove invece Hegel è pensatore della storicità, è il primo pensatore a partire dal quale la verità viene pensata in forma storica, come processo del diventare vero del vero stesso.
“Dimmi qual è il tuo rapporto con Hegel e ti dirò qual è il tuo rapporto con il mondo storico presente”.
Questa potrebbe essere, forse, la formula in cui condensare il senso dell’odierno rapporto con Hegel di ogni passione critica filosofica che voglia assumere un rapporto non puramente apologetico rispetto all’esistente.
Hegel è di tutti il pensatore oggi più avversato a ogni latitudine filosofica e politica. Ancora più di Marx; il quale Marx può pur sempre, come ha detto giustamente Slavoj Zizek, essere assunto in forme decaffeinate, cioè in forme private del pathos rivoluzionario di tipo anticapitalistico. Marx può allora essere assunto nella forma decaffeinata del Marx profeta della globalizzazione o vuoi anche del Marx profeta dell’estinzione dello Stato che è poi il grande sogno neoliberista che oggi si sta realizzando tragicamente dinanzi a noi.
Laddove invece Hegel resta strutturalmente un pensatore dissonante rispetto al mondo del regno animale dello spirito capitalistico. Hegel resta un pensatore incompatibile, fecondamente incompatibile con l’ordine capitalistico del mondo e lo è essenzialmente per quattro motivi che subito esporrò.
Ma prima di esporli voglio ricordare come effettivamente a uno sguardo non ideologicamente condizionato sulle principali posizioni filosofiche oggi dominanti, ci si accorge come Hegel sia il grande rimosso o, se volete, il grande nemico contro cui tutte le posizioni filosofiche, anche quelle più distanti fra loro, indirizzano la loro critica.
Si pensi, ad esempio, alla filosofia postmoderna che vede in Hegel un pensatore totalitario in forza della sua idea forte di verità e di sistematicità. Si pensi, ancora, alle filosofie analitiche che vedono in Hegel, pensatore della storicità e del soggetto, un nemico costante contro cui indirizzare i loro strali. Ma si pensi, ancora, alle filosofie femministe che da sempre hanno sostenuto l’esigenza di mettere in congedo Hegel o addirittura, secondo una formula femminista di qualche anno fa, di “sputare su Hegel” (cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti). Si pensi, ancora, alle filosofie della differenza, ad esempio alla filosofia di Deleuze che è rivendicatamente una filosofia antihegeliana e così via.
Potremmo allora dire, senza tema di smentita, che Hegel è il grande autore contro cui tutte le filosofie oggi presenti nel dibattito filosofico prendono posizione. Hegel è il grande nemico contro cui la filosofia oggi indirizza la propria critica.
Ma perché Hegel oggi dev’essere continuamente demonizzato? Perché Hegel deve risultare continuamente un autore messo in congedo?
Noi sappiamo che le mode filosofiche non sono mai innocenti; le mode filosofiche seguono sempre i cicli della produzione capitalistica nel senso che va sempre e solo di moda ciò che conferma lo spirito del tempo. Laddove viene sempre dichiarato fuori moda e degno di essere abbandonato ciò che non è millimetricamente allineato con lo spirito del nostro tempo. Ed è in questo senso, appunto, che Hegel dev’essere continuamente messo a morte dalle produzioni simboliche dominanti, perché Hegel è incompatibile con il capitalismo che oggi sta signoreggiando l’umanità.
Perché Hegel è incompatibile? Essenzialmente per quattro motivi fondamentali.
In primo luogo perché Hegel rovescia la visione dominante della verità come adaequatio rei et intellectus; per Hegel la verità non è “corretta rappresentazione esatta del mondo oggettivo”, non è rispecchiamento esatto dell’oggetto pensato come un datum che sta lì e che dev’essere riprodotto così com’è dal soggetto. Per Hegel la verità indica semmai un processo di mediazione temporale con cui il soggetto perviene alla consapevolezza di essere identico all’oggetto o, con la sintassi della Fenomenologia dello spirito, la verità filosofica sta nel pensare l’intero come sostanza e come soggetto; ovvero pensare la verità come un processo che si svolge nel tempo e che implica un aumento dell’autocoscienza umana che si sviluppa nella storia.
In secondo luogo Hegel è un pensatore della storicità o, più precisamente, Hegel è il pensatore che tiene inscindibilmente insieme la verità filosofica e la storicità.
“Il vero è l’intero, ma come divenuto” dice Hegel. Il vero cioè implica un processo in cui il vero diventa pienamente tale, in cui cioè esce fuori di sé, si nega, per poi ritrovarsi in cui appunto la verità è pensata come il risultato di un processo che implica l’alienazione e la sua restituzione come dice Hegel nella Prefazione alla Fenomenologia dello spirito.
Cioè la verità è pensata storicamente e il tratto dominante del nostro presente, come sappiamo, uno dei tratti dominanti del nostro presente è proprio la rimozione del senso storico. Non è un caso che viviamo nel segno di quella che è stata definita “l’epoca della fine della storia”, cioè l’epoca del capitale che si pensa come eterno intrascendibile, come fine della storia appunto; come se non vi fosse più un futuro possibile alternativo rispetto al capitale stesso. Laddove invece Hegel è pensatore della storicità, è il primo pensatore a partire dal quale la verità viene pensata in forma storica, come processo del diventare vero del vero stesso.
giovedì 13 febbraio 2014
Contro la dittatura della lingua inglese
Se c'è una cosa che mi irrita di questi tempi è l'invasione di termini di lingua inglese.
Sono dappertutto e nella maggioranza dei casi o sono inutili e ridicoli o falsificatori di realtà e imprecisi. Che senso ha che d'improvviso si dica "election day"? ma perché? Che senso ha che quel cazzo di Renzi dica "job act"? (a parte che da noi l'act manco esiste).
Soprattutto mi danno fastidio i termini economici che hanno invaso la nostra quotidianità, fastidio poi esacerbato dal fatto che questi termini poi siano in inglese: default, deregulation, ecc. [e deregulation è un termine falso perché invero le cose stanno proprio all'opposto; ma ne riparleremo].
Per questo motivo posto un intervento di Diego Fusaro che mi pare particolarmente adatto. C'è anche un'altra cosa che mi fa girare le palle e riguarda la lingua italiana scritta sul web, ma ne parlerò un'altra volta.
Stiamo vivendo in un tempo paradossale per molti ordini di motivi. Uno di questi sicuramente sta nel fatto che nella nostra cultura italiana si sta imponendo in forme sempre più grossolane e pressanti la necessità di utilizzare la lingua inglese. Sempre più spesso ci viene imposto l’uso della lingua inglese in un oblio totale della nostra identità nazionale e della nostra lingua nazionale. Sempre più spesso parole in lingua inglese si insinuano nel lessico italiano spodestandolo. Sempre più spesso siamo coartati all’utilizzo della lingua inglese.
Premesso che io non ho assolutamente nulla in contrario alla lingua inglese, per l’inglese di Shakespeare e di Wilde nutro una grandissima stima e un profondo interesse; il problema sta altrove, però. In primo luogo sta nel fatto che l’inglese che ci viene imposto non è l’inglese di Shakespeare e di Wilde, ma è l’inglese operazionale del mercato e della finanza, l’inglese dell’austerity e del fiscal compact, dello spread e della global governance.
Cioè l’inglese fatto apposta per metabolizzare il lessico omnipervasivo dell’economia e per diventare sempre più succube di quello che già Gramsci chiamava il “cretinismo economico”.
L’inglese oggi appunto non è quello di Shakespeare e di Wilde, ma è l’inglese dell’economista, del discorso teologico dell’economista che s’impone a livello sempre più radicale e pervasivo.
Ma poi soprattutto l’uso della lingua inglese, il servilismo sempre più in uso rispetto alla lingua inglese che viene accettata come se fosse naturale rinunciare alla propria lingua nazionale e convertirsi all’uso della lingua inglese, un tempo sarebbe stato detto un episodio di imperialismo culturale ed è verissimo, naturalmente; è una forma di imperialismo culturale.
Per quale ragione noi che siamo eredi della grande lingua di Dante, di Giambattista Vico, di Petrarca e di Machiavelli dovremmo abbandonare la nostra lingua madre per parlare l’inglese maccheronico dell’Economist e della global governance. È chiaramente un portato ideologico quello che sta dietro a questa messa in congedo della propria lingua nazionale.
Bisogna essere chiari che oggi la globalizzazione non è altro che il nome pudico all’invasione del mondo da parte della forma merce e l’invasione del mondo da parte della forma merce parla inglese. Si pensi al discorso anglofono dell’economista oggi dominante. Si parla inglese e s’impone un’unica cultura che in verità è la soppressione della cultura; perché la cultura esista occorre che vi siano almeno due culture diverse in dialogo tra loro.
Laddove invece la monocultura della globalizzazione, che io preferisco chiamare “globalitarismo”, a dare proprio l’idea del carattere totalitario della cosiddetta globalizzazione, globalitarismo cioè questo movimento che non lascia nulla esterno e mira a inglobare tutto: le idee, i pensieri, le anime e i corpi. Questa dinamica è quella che impone l’uso della lingua inglese a tutti i popoli del mondo.
Si potrebbe dire che la coscienza critica degli intellettuali è il luogo di resistenza a tutto questo…niente affatto! La coscienza degli intellettuali è il luogo di legittimazione di questa follia organizzata. Diremmo con Shakespeare che c’è del metodo in questa follia.
Gli intellettuali oggi sono il luogo di riproduzione simbolica di questo potere e non certo della sua contestazione. Gli intellettuali oggi metabolizzano il dominio parlando di loro spontanea volontà la lingua inglese, sono ideologicamente innervati da questi processi, pensano che sia più scientifico parlare inglese.
È sempre più abituale, e al tempo stesso sconfortante, vedere convegni di soli italiani, in ambito filosofico ad esempio, che parlano tra loro in lingua inglese.
È una situazione che farebbe ridere se non facesse piangere. Occorrerà, da questo punto vista, maturare una forma di resistenza all’imperialismo culturale e di recupero della propria identità nazionale. Nel nostro caso l’identità di Dante, di Petrarca, di Gramsci, di Gentile, di Machiavelli…la grande identità italiana anzitutto a livello culturale per resistere a questa barbarie che incalza.
Del resto non si può pensare che in ambito letterario, filosofico e in generale culturale, la lingua sia qualcosa di secondario. Forse nelle scienze l’uso dell’inglese permette di comunicare ugualmente bene che la propria lingua nazionale, ma non sicuramente nella filosofia o nella letteratura. Lo sapeva già Nietzsche: nella filosofia, nella letteratura lo stile è parte integrante del contenuto. Non possono essere scissi questi due ambiti. Per cui, appunto, bisogna rifiutarsi di parlare inglese e continuare a parlare la propria lingua nazionale per evitare di essere in un rapporto di subordinazione rispetto a chi l’inglese ce l’ha come madre lingua. Perché chi è italiano o francese deve parlare inglese? Ciascuno parli la propria lingua e coltivi la propria identità nel rispetto delle identità altrui.
Questo è il primo gesto di una vera globalizzazione intesa come universalismo non omologante, ma rispettoso delle differenze. Quello che potremmo anche chiamare con Giacomo Marramao “l’universalismo delle differenze” in cui ciascuno mantiene la propria identità e si relaziona secondo libertà e uguaglianza agli altri popoli che a loro volta mantengono la loro identità.
lunedì 10 febbraio 2014
Fusaro su Zizek ovvero la tripartizione filosofica eterna
Conoscete Diego Fusaro? No? Secondo me è da conoscere. Un giovane (classe ’83) filosofo italiano che scrive ottimi articoli e fa video molto interessanti. Per cominciare a conoscerlo potreste scegliere qualche video di 5 o 6 minuti, almeno vi farete una prima idea. Son sicuro che poi continuerete a seguire altri video e a leggere altri articoli (magari deciderete pure di comprare un suo libro, ma sta a voi).
Comunque, giorni fa chiesi un parere su Zizek a Fusaro. Siccome sto leggendo il buon vecchio Slavoj, cerco di raccogliere più opinioni e commenti possibili.
Il buon Diego mi ha linkato questo articolo che io ora passo a chi lo vorrà leggere.
Tralasciando, per il momento, le opinioni sul programma di Fazio che condivido in pieno (La trasmissione di Fazio è, in estrema sintesi, l’equivalente televisivo del quotidiano “La Repubblica”, il luogo della riproduzione del politicamente corretto e dell’ideologia di legittimazione dell’esistente); quello che ha attirato la mia attenzione è stato altro.
In pratica nell’articolo di Fusaro possiamo vedere chiaramente qualcosa che nella filosofia esiste da sempre. La lotta, che deriva dallo spirito agonistico greco, a chi è il vero filosofo, il vero amico della saggezza, il vero creatore dei concetti e interprete dell’esistente.
Per farvi un’idea di questa lotta (o amphisbetesis) potete leggere l’introduzione di quell’opera meravigliosa di Deleuze e Guattari intitolata Che cos’è la filosofia? (1991).
Abbiamo una tripartizione dei ruoli.
Il primo ruolo spetta a colui che difende e diffonde le idee e le ideologie del tempo e che Fusaro definisce così: "...pagliacci in salsa postmoderna, pensatori analitici senza senso storico, cani da guardia dell’ordine neoliberale e, ancora, quanti si sono penosamente convertiti, dopo il 1989, dalla dialettica marxiana a nuove forme di pensiero compatibile con lo Spirito del tempo".
Il secondo ruolo tocca a chi critica la realtà odierna solo a parole, ma restando organico ad essa e per Fusaro sarebbe Zizek: "...Il successo mediatico che continua ad arridere a pensatori che, come Žižek, apparentemente incarnano con le loro riflessioni l’opposizione più radicale possibile al sistema della produzione si spiega in ragione del fatto che, in verità, a un’analisi attenta e non superficiale, tali pensatori, con la loro stessa critica, rappresentano la glorificazione ideale del sistema dominante: una glorificazione ancora più efficace – perché dissimulata – rispetto a quella delle sempre in voga apologetiche dirette di chi santifica il reale presentandolo panglossianamente come il migliore dei mondi possibili".
Infine c’è il filosofo (quello vero!) che non solo critica il presente (società, politica, ecc.), ma lo critica davvero e non per finta.
Ovviamente questa tripartizione non la fa solo Fusaro, ma ogni filosofo.
Provate a leggere Zizek…troverete la stessa tripartizione. Troverete il cane da guardia del capitalismo, chi critica in maniera sbagliata il capitalismo e chi, invece, fa una critica giusta spietata e costruttiva al capitalismo (e che, ovviamente, sarebbe poi Zizek stesso).
Insomma, in filosofia, in un modo o nell'altro si è sempre dalla parte giusta ingenua e sbagliata allo stesso tempo.
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