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domenica 10 novembre 2013

Notizie su Euridice


In questi giorni fa notizia il fatto che Caselli avrebbe lasciato Magistratura Democratica per questo scritto di Erri De Luca che apparirà sull'agenda 2014 di MD. Sinceramente non ci trovo niente di così offensivo e violento da spingere Caselli a dare le dimissioni dalla corrente Magistratura Democratica che egli stesso contribuì a fondare negli anni '60.
Credo sia una reazione isterica.
Certo, De Luca ha fatto degli interventi a favore degli attivisti No Tav, gli stessi attivisti che Caselli persegue come magistrato. Forse questo fatto più lo scritto Notizie su Euridice hanno portato a questa decisione.
Però io nello scritto di De Luca non ci vedo niente di aberrante, così come ho letto in giro fra commenti vari. Solo che in Italia sembra sempre che non si possa parlare liberamente perché ci sono le vittime, i parenti delle vittime, i magistrati, i poliziotti, ecc. ecc.
Non è un atteggiamento giusto. Bisogna sempre essere disposti a parlare e a confrontarsi. Su tutto.
Certo, i toni e la qualità degli interventi vanno selezionati, ma le reazioni isteriche sono sempre dannose. In Italia c'è stato un movimento di massa durato anni e anni e che ha coinvolto migliaia di persone. Perché? Cosa era successo? Cosa volevano? Non si può semplicemente tacitare il tutto, condannare e strapparsi le vesti. Bisogna studiare e dibattere.
Nel breve testo, De Luca pone l'accento su due questioni in particolare: la prima è che la sua generazione visse un sogno rivoluzionario; la seconda punta l'indice su alcune storture giudiziarie che a rileggerle oggi fanno ribrezzo.
Sul primo punto io credo di capire cosa voglia dire De Luca. Sicuramente la scelta della lotta armata fu sbagliata, non portò a niente di buono se non a omicidi e caduti (da una parte e dall'altra). Però è anche vero che una generazione che ha questo sogno è una generazione bella. Io sono cresciuto, invece, in una generazione che la rivoluzione non ha fatto altro che leggerla un po' sui libri o che della rivoluzione se ne sbatteva semplicemente il cazzo e non vedeva l'ora di vendersi e salvarsi semplicemente il culo. Anzi, a noi meridionali è andata anche peggio. Noi abbiamo visto che la rivoluzione l'ha fatta la mafia e l'ha pure vinta.
Per quanto riguarda il secondo punto, basta leggere un po' di storia per capire. Ci sono stati casi atroci come quelli di Fabrizio Pelli o Alberto Buonoconto. Senza contare i carceri lager, il teorema Calogero e molto altro.
Concludo con i No Tav. Vero è che Caselli rappresenta la legge e fa il suo dovere. Ma i No Tav hanno diritto di manifestare. La maggioranza degli attivisti sono pacifici e anche le manifestazioni lo sono. Chiaro che qualche testa di cazzo che commette violenze o atti gravi può sempre capitare.
Però attenzione, non è una situazione facile. Caselli rappresenta la legge, ma può anche difendere INCONSAPEVOLMENTE (lo scrivo maiuscolo) una legge voluta da farabutti che stanno in parlamento. Così come i No Tav fanno la parte dei fuorilegge, ma potrebbero benissimo stare dalla parte del giusto.
Non c'è bianco o nero, c'è solo la storia che giudicherà. Stare con i No Tav non vuol dire essere terroristi o delinquenti, come qualche testa di cazzo parlamentare ha già dichiarato più volte alla stampa, significa solamente avere un'altra idea e lottare per essa.
Comunque, ecco il testo di De Luca a cui ho apportato alcune correzioni grammaticali perché sui siti dove l'ho reperito era sbagliato in qualche punto.
Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nelle aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

martedì 24 gennaio 2012

Una splendida pagina sulla lingua napoletana


Non sono un patriota, non si accelera il battito alle fanfare dell’inno nazionale. La mia patria è la lingua italiana. L’ho avuta da mio padre, dai suoi libri, dalla sua pretesa di parlarla in casa senza accento. Nella città di mezzo Novecento il napoletano era lingua schiacciante, l’italiano poco e malinteso. Mio padre ne era il custode, io l’erede. È stato un dono immenso, è stata patria, territorio del padre.
Il napoletano veniva dalla pressione della densità umana per metro quadro, era svelto di sillabe e di coltello, servile e guappo, feroce e sdolcinato di vezzeggiativi, era una lingua di consolazione, dava forza e figura a chi la sapeva usare.
Era destrezza a usare meno sillabe, a ingiuriare più a fondo, a sfottere più scorticatamente. L’ho imparato a orecchio a forza di sconfitte sul campo della strada. Un dialetto s’impara per legittima difesa. Sta nella bocca come dentro un fodero di cuoio. In una vita puoi studiare dieci lingue ma non due dialetti.
Ora il napoletano si sta ritirando sotto l’occupazione della lingua nazionale che gli cancella il dizionario e lo riduce a una cadenza, una calata meridionale, come l’accento marsigliese in margine al francese. Nella tendenza del mondo all’uniformità, si dice globalizzazione, i dialetti finiscono inglobati, cioè inghiottiti.
Oggi mi succede di essere nominato scrittore italiano. Soprappensiero e automaticamente correggo: scrittore in italiano. Perché è lingua seconda, messa accanto e in sordina rispetto alla prima voce, il napoletano. L’italiano è una lingua raggiunta, la amo. Per l’altra non uso il verbo amare. Al napoletano voglio bene e lui pure me ne vuole. Gli proteggo la siepe, non ci faccio entrare l’italiano, adesso è per me una riserva naturale. Gli voglio bene perché mette forza di raddoppio alla parola “ammore”, al posto del più delicato amore, e nel “dimmane” che dev’essere migliore del solito domani. Gli voglio bene perché al contrario dell’indicativo “abbiamo”, toglie peso e presunzione al verbo avere, dicendo “avimm’”.
Mi piace che non esiste in napoletano la parola eroe e che “guappo” sia spesso una recita incruenta. Gli voglio bene perché raddoppia “primma” e “doppo” e dà così più consistenza al prima e al dopo, al tempo passato e a quello venturo. Mentre il presente è un frattempo che si riduce a un “mo’”, sillaba di momento. E sono affezionato al suo verbo andare che è il più veloce del mondo, “i”, più corto del già svelto “ire” latino. Perché quando te ne devi andare, “te n’ia i”, subito.

lunedì 16 maggio 2011

I comandamenti dell'antiscrittore

Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sè ai calzolai perchè provino a calzarle. Diventare scrittore, darselo per compito, definitivo o provvisorio, non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore.
Non ricorrere alla lusinga di chi ti pubblica sì, ma a spese tue. Non farà niente di promesso.
Procurati una tipografia, fanne tirare qualche centinaio di copie e distribuiscile in proprio tra conoscenti. E' semina.
Come in altre buone faccende umane, diventare scrittori significa accettare lo zigzag, stare dentro un deserto.
Scrivere è vocazione che prevede prima di tutto la rinuncia a ogni altra forma di espressione, di contatto a distanza. E' isolamento, una disciplina di silenzio interiore pure dentro una follia. Chi scrive ha davanti a sè la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.
Non avere capomastri. Puoi ammirare un'altra scrittura, ma poi devi scrollartela di dosso per proseguire a scrivere.
Se leggi un libro, fallo da lettore, non da collega dell'autore.
Leggi un camion di libri, leggili da lettore, senza pensiero di paragone tra quello che stai sfogliando e le tue pagine.
Non frequentare corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l'umiltà dell'apprendere. Nel vagabondaggio solitario, lontano da biblioteche e scuole, nel rischio aperto e quotidiano, avviene il perfezionamento o la disfatta. Corso di scrittura è questo modesto sbaraglio, accettato senza condizioni. Per mare non ci stanno taverne.
Impara una seconda lingua per meglio approfondire il tuo italiano, sotto l'impulso dell'ammirazione per qualche autore straniero.
Sono fecondi anche gli errori, i malintesi in cui incapperai.
Apri il dizionario della tua lingua per la sua bellezza, per il suo deposito di storie contenute in ogni singolo vocabolo. Leggine una pagina e vedrai spuntare pensieri e storie e ricordi. Ti auguro di non frugarlo come un cercatore dentro una miniera, per estrarne una cosa sola, ma come uno che percorre un campo e legge il brulichio delle specie viventi.
Non scrivere a scrittori, scrivi a uomini, a donne, scrivi lettere a persone, non alla loro professione.
Considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Le sillabe sono passi su piccoli appoggi, devi posarci il peso della frase, della voce.
Fai che la tua scrittura risenta il callo del dialetto di origine. L'italiano più che da lingue antiche proviene da un'amazzonia di dialetti, arroccati in centinaia di borghi, suddivisi in millesimi di sfumature, dialetti rimasti inespugnabili per secoli. Sia debitrice di dialetto la tua scrittura italiana, sia figlia di mamma cafona e stia in italiano da ospite. Si deve sentire la decima parte di una rinuncia e di un adattamento.
Non c'è niente di sacro nello scrivere. Se mai ti piglia tentazione, riscuotiti e sopprimi dala tua pagina l'aureola. Non sono sacre le cose che scriverai, ma ugualmente devi sapere che potranno servire a molto per qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno. Non ha niente di sacro la scrittura letteraria, ha però una responsabilità civile.
La responsabilità principale dello scrittore è scrivere al meglio le sue storie. Al di fuori di quelle resta un solo ambito di sua competenza: il diritto di parola. Difenderlo dove manca, dove indietreggia. Difendere non quello dei colleghi scrittori, ma quello di tutti, muti e analfabeti inclusi. Difendere il diritto di parola di un prigioniero, di un avversario, di un vinto. Questo è l'ambito dello scrittore.
Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai la responsabilità civile della libertà di pubblica parola. Contrasta ovunque la censura. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico.
Uno scrittore deve piantare almeno un albero. Uno scrittore costa legno, polpa da cui produrre carta. Uno scrittore deve rimborsare il mondo con degli alberi.
Carmina non dant panem, di poesia non si mangia. Però è civile il tempo e il luogo in cui i poeti campano della messa in vendita dei loro versi. E' stato così qualche volta nel mondo, per esempio nella Grecia antica, in Russia e a Napoli tra il 1800 e 1900. Non è il caso di oggi. Dispera allegramente di campare a sbafo della tua scrittura. Non vergognarti di nessun mestiere fatto per sussistere, se hai per rimborso e redenzione l'ora di scrittura.
La gran parte del giorno è da lasciar andare al suo bisogno, senza rancore, in assegnato spreco. Ha per riscatto la pagina raggiunta.
Fallirai volte innumerevoli, per insufficienza e per eccesso. Dispererai di consistere in una tua scrittura. E' la giusta predisposizione scritta da Borges: "di chi viene da così lontano che non spera di giungere". Da così lontano, ma da quanto, che distanza esige la scrittura? Viene dalla serpentina della tua spina dorsale, da un ricordo di ali, da una coda mozzata, viene dai bivacchi intorno ai fuochi la scrittura che infine spunta dalle dita dopo aver attraversato nel corpo le stazioni della civiltà. Viene da un ascolto di storie di chi barcollava per alcol e per affanni, voci di anziani arrivati alle loro ultime stanze. Viene da notti bianche e giorni da servo, viene da un'espulsione, da un foglio di via. La scrittura è lo sfregamento della distanza sopra un foglio di carta.
Non ti serve il talento, è luccichio fasullo. Abbaglia il narcisismo che ognuno porta a bordo. Il talento è nemico dell'ostinazione, unica disciplina necessaria. Stròncati in corpo a ogni stagione la ricrescita infestante del talento, gramigna. Fila lontano da chi ti riconosce il talento, sia per te un'accusa sconveniente, da negare in buona fede.