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domenica 29 novembre 2015

Adorno e la brutalità interpersonale

(mio piccolo studio monocromatico all'acquerello)


Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa è un'opera estremamente interessante e ne consiglio vivamente la lettura e (appunto) la meditazione.
Siccome oggi è domenica, ve ne regalo un pezzettino che mi è parecchio piaciuto.

Hume, cercando di difendere contro i suoi compatrioti, tutti rivolti alle cose del mondo, la contemplazione teoretica, la “pura filosofia” (che non ha mai avuto buona fama tra i gentlemen), si servì di questo argomento: “L’esattezza torna sempre di vantaggio alla bellezza, e il retto pensiero alla delicatezza del sentire”.
L’argomento, pur essendo a sua volta pragmatico, contiene implicitamente e negativamente tutta la verità sullo spirito della prassi. Gli ordinamenti pratici della vita, che pretendono di giovare agli uomini, determinano, nell’economia del profitto, l’atrofia di tutto ciò che è umano, e via via che si estendono eliminano sempre più ogni delicatezza.
Poiché la delicatezza tra gli uomini non è che la coscienza della possibilità di rapporti liberi da ogni scopo, che sfiora tuttora - consolante - gli uomini avvinti agli scopi: eredità di antichi privilegi che è la promessa di un mondo senza privilegi. La liquidazione del privilegio ad opera della ratio borghese finisce per liquidare anche questa promessa. Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, soprattutto il proprio, e si legittima questa parsimonia col riguardo per l’altro. Non si fanno più cerimonie. Ogni velo che si frappone nel commercio tra gli uomini è avvertito come una perturbazione nel funzionamento della macchina in cui non solo sono oggettivamente incorporati, ma con cui s’identificano con orgoglio. Che, anziché levarsi il cappello, si salutino con l’allò di una familiare indifferenza, o che, invece di lettere, si scambino “inter office communications” senza indirizzo e senza firma, sono sintomi, scelti a caso, di una paralisi del contatto.
Paradossalmente, l’estraneazione si manifesta negli uomini come caduta delle distanze. Poiché solo in quanto non sono sempre a ridosso gli uni agli altri nel ritmo di dare e prendere, discussione ed esecuzione, direzione e funzione, resta sufficiente spazio tra di loro per il tessuto sottile che li collega gli uni agli altri e nella cui esteriorità soltanto si cristallizza l’interiorità. Certi reazionari, come i seguaci di Jung, hanno osservato questo fatto.
“E’ un’abitudine caratteristica delle persone che non sono ancora completamente foggiate alla civiltà, quella di non affrontare direttamente un argomento, e di non nominarlo troppo presto; il colloquio deve dirigersi quasi da sé, a spirali, verso il suo vero oggetto” (G. R. Heyer, in un saggio su “Eranos”).
Oggi, invece, il collegamento più breve fra due persone è, come tra due punti, la retta. Come accade per le pareti delle case che sono gettate in un pezzo solo, il cemento tra gli uomini è sostituito dalla pressione che li tiene insieme. Tutto ciò che si scosta da questo modello, non è più compreso, ed appare, se non come specialità viennese e cortesia da maitre d’hotel, come confidenza infantile e illecito approccio. Nelle due o tre fasi sullo status di salute della consorte che precedono il colloquio d’affari al lunch, anche l’antitesi all’ordinamento degli scopi è stata afferrata e incorporata in quest’ultimo. Il tabù contro i discorsi professionali e l’incapacità di discorrere insieme sono, in realtà, la stessa cosa. Poiché tutto è affari, il loro nome non può essere fatto, come non si può parlare della corda in casa dell’impiccato.
Dietro la demolizione pseudodemocratica delle formalità, della cortesia vecchio stile e della conversazione ormai inutile e sospetta - non del tutto a torto - di non essere che pettegolezzo, dietro l’apparente chiarezza e trasparenza dei rapporti umani, che non tollera più nulla di indefinito, si annuncia la pura brutalità. La parola diretta, che senza dilungarsi, senza esitare, senza riflessione, ti dice in faccia come stanno le cose, ha già la forma e il tono del comando che, sotto il fascismo, i muti trasmettono ai muti.
La semplicità e oggettività dei rapporti, che elimina ogni orpello ideologico tra gli uomini, è già diventata un’ideologia in funzione della prassi di trattare gli uomini come cose.

(Adorno, 1944)

lunedì 27 aprile 2015

Michel Pastoureau e i colori


A forza di averli sott’occhio, si finisce col non vederli più. Insomma, non li si prende sul serio. Errore! I colori non sono irrilevanti, tutt’altro.
Veicolano dei codici, dei tabù, dei pregiudizi cui obbediamo senza saperlo, possiedono significati reconditi che influenzano profondamente il nostro ambiente, i nostri comportamenti, il nostro linguaggio e il nostro immaginario.
I colori non sono immutabili. Hanno una storia, movimentata, che risale alla notte dei tempi e che ha lasciato tracce perfino nel nostro vocabolario: non per caso vediamo rosso, siamo al verde, diventiamo bianchi come un lenzuolo, neri di rabbia, abbiamo una fifa blu… Nell’antica Roma, gli occhi azzurri erano una disgrazia; addirittura, per una donna, un segno di dissolutezza. Nel Medioevo, la sposa era vestita di rosso, come le prostitute. Lo si sarà già intuito: i colori la dicono lunga sulle nostre ambivalenze. Sono dei formidabili rivelatori dell’evoluzione della nostra mentalità.
Nel corso della storia, la religione li ha posti sotto il suo controllo, così come ha fatto con l’amore e con la vita privata. Come la scienza abbia detto la sua, sopravanzando la filosofia: onda o corpuscolo? Luce o materia? Come anche la politica se ne sia impadronita: i rossi e gli azzurri non sono sempre stati quelli che conosciamo. E come, oggi, ci portiamo ancora dietro quello strano retaggio. L’arte, la pittura, la decorazione, l’architettura, la pubblicità, naturalmente, ma anche i nostri prodotti di consumo, i nostri indumenti, le nostre auto…
Tutto è retto da un codice non scritto di cui i colori detengono il segreto.
Non è facile districarsi nel labirinto simbolico delle tinte; i colori infatti sono lunatici.
Non si lasciano facilmente imprigionare in categorie. Quanti sono, del resto? I bambini ne nominano spontaneamente tre; Aristotele ne contava quattro, e per uno “scherzo” di Newton, si è decretato che ce ne fossero sette ufficiali. Per Michel Pastoureau, uno dei maggiori studiosi contemporanei, non ci sono santi: ne esistono sei, non di più.
In primo luogo, quel morigerato del blu, prediletto dai nostri contemporanei perché sa farsi benvolere da tutti. Poi l’orgoglioso rosso, assetato di potere, che governa il sangue e il fuoco, la virtù e il peccato. Ecco il bianco virginale, quello degli angeli e dei fantasmi, dell’astensione e delle nostre notti senza sonno. Poi il giallo del grano, un bel complessato, a disagio nei suoi panni (va scusato: per lungo tempo è stato segnato dal marchio dell’infamia). Viene poi il verde, a sua volta malfamato, traditore e scaltro, re del caso e degli amori infedeli. Infine, il sontuoso nero, doppiogiochista, umile nell’austerità, arrogante nell’eleganza…
Poi? Per Michel Pastoureau, c’è un secondo livello; i comprimari, insomma: viola, rosa, arancio, marrone, e il grigio, un po’ appartato… Cinque mezze tinte, che portano nomi di frutti, di fiori… Sono riuscite a dotarsi di simboli propri, a darsi un’identità, come quel rosa insolente che si prende per un colore a tutti gli effetti o quell’arancio che esibisce una vitalità sfrontata… Dietro, vengono la servitù, il corpo di ballo, l’interminabile filza delle sfumature: lilla, magenta, sabbia, avorio e greggio… Inutile cercare di contare: ogni giorno se ne inventano di nuove.
Imparate a pensare a colori, e vedrete il mondo in un altro modo! Ecco una delle lezioni più belle di Pastoureau. In passato, si diceva ai bambini che c’era un tesoro nascosto ai piedi dell’arcobaleno. È vero: là, nel crogiolo dei colori, c’è uno specchio magico che, se sappiamo blandirlo, ci rivela i nostri gusti, le nostre avversioni, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri pensieri reconditi, e ci dice cose essenziali sul mondo, e su noi stessi.

lunedì 23 febbraio 2015

I sette Io


Nell'ora più tranquilla della notte, mentre giacevo semiaddormentato, i miei sette io si sedettero a colloquio e così conversarono sussurrando:
Primo Io: Qui, in questo folle, ho io abitato tutti questi anni, non facendo altro che rinnovare la sua pena di giorno e ricreare il suo dolore di notte. Non riesco a tollerare la mia sorte, e ora mi ribello.
Secondo Io: La tua sorte, fratello, è migliore della mia, giacché a me è dato di essere l'io gioioso di questo folle. Rido il suo riso e canto le sue ore liete e con il piede tre volte alato traduco in danza i suoi pensieri più scintillanti. Sono io che vorrei ribellarmi contro la mia tediosa esistenza.
Terzo Io: E che dire di me, dominato dall'amore, segnato dal marchio fiammeggiante di selvagge passioni e fantastici desideri? Sono io, malato d'amore, che voglio ribellarmi contro questo folle.
Quarto Io: Tra tutti voi, sono il più infelice, giacché nulla mi fu dato se non esecrabile odio e rovinoso disgusto. Sono io, simile a tempesta, nato nelle nere caverne infernali, che voglio protestare contro la mia servitù e questo folle.
Quinto Io: No, sono io, l'io pensante, l'io immaginoso, l'io della fame e della sete, condannato ad errare senza riposo alla ricerca di cose ignote e di cose non ancora create; sono io, non voi, che voglio ribellarmi.
Sesto Io: Ed io, l'io che lavora, addetto alle più penose fatiche, io che con le mani pazienti e occhi anelanti plasmo i giorni in immagini e conferisco agli elementi informi nuove ed eterne forme - sono io, il solitario, che voglio ribellarmi contro questo folle irrequieto.
Settimo Io: Com'è strano che voi tutti volete ribellarvi contro quest'uomo per il fatto che ciascuno di voi ha un predeterminato compito da adempiere. Ah, potessi io essere come uno di voi, un io con un compito predeterminato! Ma io non ne ho alcuno, io sono l'io che non fa nulla, quello che siede nel muto e vuoto non-luogo e non-tempo, mentre voi siete indaffarati nel ricreare la vita. Siete voi, o sono io, amici, che dovrei ribellarmi?
Quando il settimo Io ebbe così parlato, gli altri sei lo guardarono con commiserazione, ma senza dir nulla; e mentre la notte si faceva sempre più profonda, uno dopo l'altro si recarono a dormire avvolti in un senso di sottomissione nuova e felice. Ma il settimo Io rimase a fissare e a guardar il nulla che è dietro tutte le cose.

lunedì 16 febbraio 2015

Daniele Luttazzi e i concetti di "comico" e "comicità"

(una splendida Valentina Lodovini)

Mentre voi comuni mortali il giorno di san Valentino perdevate tempo a festeggiarlo o a sbeffeggiarlo (anche denigrare san Valentino è inutile ed è un modo per essere "normali"), il vostro affezionatissimo se ne fotteva alla grande e comprava l'ultimo libro di Daniele Luttazzi, Bloom. Porno-Teo-Kolossal.
Siccome sono generoso e magnanimo, condivido con chi vorrà questo breve testo sui concetti di "comico" e "comicità" che ho trovato estremamente stimolante.
Ora che ci penso, per il festival di Sanremo è lo stesso. C'è chi lo segue, si esalta e commenta e chi sbeffeggia, ironizza, ecc. ma fate come me, dio cristo: FOTTETEVENE.
Ciao e appena finisco il testo di Luttazzi, ne parlerò qui.
Ecco il testo:

All'interno di quell'espressione peculiarmente soggettiva
che è il comico, Aristofane può stare accanto a Woody
Allen, come Rabelais vicino a Moliere, o Plauto a Mel
Brooks, senza timore di confronti. Sotto la maschera delle
differenze individuali, e il costume versicolore del genere,
l'immagine fondante è quella di Dioniso, segno-sogno del
comico come epifania formale ed ontologica. Dioniso è il
comico come immediatezza-animalità; e come logos.

Rifarsi a Dioniso equivale ad accettare la sua sostanza
ambigua ed enigmatica, equivale ad ascoltare il rifrangersi
e moltiplicarsi della sua voce e delle sue gesta nelle
voci e nelle gesta di chi modula la propria vocazione
artistica entro il sistema frammentato e complesso del
comico. In questa presenza, metafora di un mistero non
concettualizzabile che agisce come linguaggio e attraverso
il linguaggio, risiede il segreto che rende esemplare
l'esperienza storica del comico nella civiltà occidentale.

La comicità occidentale crede e vive nel kairòs,
nell'occasione; a questa presiede l'urgenza di una
tyche, di una necessità che interviene, senza apparenti
giustificazioni, a dettare le azioni del protagonista.

Nata dall'occasione e in essa interamente conchiusa, la
comicità vive in un rapporto particolare con il pubblico,
complice, partecipe e co-autore di un'esperienza che
travalica l'esperienza soggettiva del singolo autore. E'
un'arte che, in virtù di un forte potere di suggestione
esercitato da precise tecniche del ritmo, non potrebbe
esistere, senza il suo doppio autore: l'artista/pubblico.

La comicità, come tutta l'arte, ci serve: da una parte, per
costituire e ricostituire la nostra natura di esseri umani,
coinvolti in pratiche sociali; e, dall'altra, per criticare
incessantemente tali costituzioni. Quando funziona,
introduce nel mondo qualcosa di nuovo: un nuovo modo
di interagire col mondo.

lunedì 1 settembre 2014

Finalmente un po' di saggezza di vita


Durante l’estate che ormai sta finendo, ho letto qualche libro ma meno di quelli che avrei voluto.
A dire il vero mi capita SEMPRE di leggere meno di quanto vorrei. Pure se in un mese riuscissi a leggere 100 libri, io starei lì a rimuginare sul fatto che ho letto meno di quanto mi sarebbe piaciuto leggere.
Paranoie a parte, tra i libri letti tra giugno e agosto spicca Shining di Stephen King. È stato il primo romanzo del Re che ho letto e sicuramente non sarà l’ultimo.
In attesa di parlarne più diffusamente nei prossimi giorni, voglio postare questo pezzo perché risponde finalmente a un’esigenza che avverto sempre ma che raramente mi capita di soddisfare e cioè: qualcosa sulla saggezza di vita. Basta con la filosofia, la mistica, i saggi orientali, gli psicologi e altre cazzate. Ho voglia di affidarmi al vissuto e all’esperienza di uomo comune di Dick Halloran, professione cuoco, che parla con Danny, 6 anni. Comunque, anche se Dick si rivolge a un bambino, questa perla di saggezza spicciola possono leggerla e va bene per tutti.
“Danny? Ascoltami. Te ne parlerò adesso e non tornerò mai più sull’argomento. Ci sono cose che non si dovrebbero dire a un bambino di sei anni, raramente si riesce a far concordare le cose come dovrebbero essere e come realmente sono. Il mondo è duro, Danny. Se ne frega. Non ci odia, no, ma nemmeno ci ama. Cose terribili accadono nel mondo, e si tratta di cose che nessuno sa spiegare. La persone per bene muoiono in circostanze atroci e lasciano nello strazio chi li ha amati. Il mondo non ti ama, ma la tua mamma ti vuol bene, e io pure. Tu sei un bravo bambino. E quando ti vien voglia di piangere per quello che è accaduto a tuo padre, nasconditi in un armadio o sotto le coperte e piangi finché non ti sei liberato di tutto il peso che grava sul tuo cuore. È questo che deve fare un buon figlio. Ma bada a tenerti in carreggiata. È questo il tuo compito in questo duro mondo: tener vivo il tuo amore e badare a tirare avanti, qualsiasi cosa accada. Fatti coraggio e continua per la tua strada”.

mercoledì 8 gennaio 2014

Favola africana del colibrì


Questa favola africana del colibrì, mi è sempre piaciuta un sacco. È uno splendido messaggio fatto di speranza e coraggio.
Sarà perché mi sembra di diventare sempre più paranoico e depresso, scopro che ho bisogno della letteratura favolistica.
Il fatto è che il tempo passa e la realtà è sempre più una merda. Mi rendo conto che non abbiamo cambiato un cazzo, anzi che forse è tutto peggio di prima.
È come se dicessimo non facciamo niente, lo faranno quelli dopo. Noi nel frattempo pensiamo a portare in salvo il culo. Quelli che verranno dopo ci penseranno. E così finisce che non ci pensa mai nessuno.
Poi mi accorgo sempre di più che non riesco manco a fingere con me stesso. Potrei fare tanti ragionamenti intelligenti e trovare dei modi per mettermi la coscienza a posto.
Ma, innanzitutto, l’intelligenza non mi basta. Sono venti anni che siamo intelligenti e non abbiamo concluso un cazzo. Seconda cosa, di metodi per mettermi la coscienza a posto davvero non ne ho trovati.
Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all'avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà.
Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l'incendio stava per arrivare anche lì.
Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d'acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento.
Il colibrì, però, non si perse d'animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d'acqua che lasciava cadere sulle fiamme.
La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: "Cosa stai facendo?". L'uccellino gli rispose: "Cerco di spegnere l'incendio!".
Il leone si mise a ridere: "Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?" e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l'uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un'altra goccia d'acqua.
A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco.
Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d'acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme.
Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d'animale si prodigarono insieme per spegnere l'incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume.
Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell'antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell'aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco.
A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli. Con l'arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l'incendio poteva dirsi ormai domato.
Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco.
Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: "Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d'acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D'ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno a costruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo".

martedì 31 dicembre 2013

Il corso delle cose ovvero un 2013 irripetibile ovvero godo come un pazzo perché ho lavorato ZERO ore


Salve a tutti!
Un mio amico, letterato al punto giusto, ha scritto:
La persona-azienda che tira le somme e stila il bilancio di fine anno. Poi continuerà la stessa stagnante vita in linea col principio di continuità, ma non diteglielo.
L'ho trovato veramente magnifico e pertanto non starò qui a scrivere un post fatto di bilanci, ricordi e sensazioni del 2013 né scriverò propositi per il nuovo anno che comincia domani.
Chissenefrega.
Quest'anno la salute è andata così così, con i denti, l'operazione ad agosto ecc. E ancora devo uscirne.
L'amore è andato benissimo, appunto perché non ce l'ho. In questo fantastico 2013 non mi sono innamorato di nessuna e non ho scopato mai. Sarà difficile da ripetere, purtroppo.
Il denaro è scarso come sempre, ma è scarso dal 1979 non è una novità.
Il lavoro pure è andato alla grande, ma anche in questo caso non credo che riuscirò a ripetermi. Lavorare zero ore quest'anno mi è riuscito, ma l'anno prossimo dovrei essere un semidio per resistere ancora e far di nuovo l'impresa.
Giustamente, mi si potrebbe chiedere: ma non lavori, non fai soldi, non t'innamori, non scopi, si può sapre che cazzo fai?
Leggo. Leggo, amici cari.
La mia vita è una follia gestita da un anormale che comprende solo le letture come atto che mi avvicina a voi comuni mortali. Certo, quello che leggo e come lo leggo, mi allontana di nuovo da voi, ma non sottilizziamo.
Sono qui solo per farvi gli auguri per un grande 2014.
Anzi, son qui per gli auguri e per regalarvi questo pezzetto tratto da L'altalena del respiro di Herta Muller.
Ciao ciao.
Il corso delle cose

La nuda verità è che l’avvocato Paul Gast rubava la zuppa dal piatto alla moglie Heidrun Gast fin quando lei non si alzò più in piedi e morì perché non poteva far altro, così come lui le rubava la zuppa perché la sua fame non poteva far altro, così come portò il cappotto di lei con il colletto alla paggio e i risvolti consunti in pelo di coniglio e non poteva farci nulla se lei era morta, così come lei non poteva farci nulla se non si era alzata più in piedi, così come poi la nostra cantante Loni Mich portò il cappotto e non poteva farci nulla se con la morte della moglie dell’avvocato si era liberato un cappotto, così come l’avvocato non poteva farci nulla se con la morte della moglie anche lui si era liberato, così come non poteva farci nulla se la volle sostituire con la Loni Mich, e così anche la Loni Mich non poteva farci nulla se voleva un uomo dietro la coperta oppure un cappotto, o se l’uno non si poteva separare dall’altro, così come anche l’inverno non poteva farci nulla se era glaciale e il cappotto non poteva farci nulla se scaldava bene, così anche i giorni non potevano farci nulla se erano una catena di cause ed effetti, come anche le cause e gli effetti non potevano farci nulla se erano la nuda verità, anche se tutto ruotava attorno a un cappotto.
Questo era il corso delle cose: poiché ciascuno non poteva farci nulla, nessuno poté far nulla.

domenica 1 dicembre 2013

CLOWN


Un giorno.
Un giorno, forse fra poco.
Un giorno, strapperò via l’àncora che tiene la mia nave lontana dai mari.
Con quel tipo di coraggio che ci vuole per essere niente e niente di niente,
Abbandonerò ciò che pareva essermi indissolubilmente vicino.
Lo stroncherò, lo ribalterò, lo spezzerò, lo farò precipitare.
Spurgando di colpo il mio miserabile pudore, le mie miserabili combinazioni e i miei concatenamenti “logici”.
Svuotato dall’ascesso d’essere qualcuno, tornerò a bere il nutrimento dello spazio.
A colpi di ridicolo, di degradamenti (che cos’è il degradamento?), per esplosione, per vacuità, per totale disperazione-derisione-purgazione, io stesso espellerò da me la forma che appariva così ben attaccata e composta, assortita al mio ambiente e ai miei simili, tanto degni i miei simili.
Ridotto a un’umiltà da catastrofe, a un livellamento perfetto come dopo un’intensa fifa.
Ricondotto al di sopra di ogni misura al mio rango autentico, all’infimo rango che non so quale idea-ambizione mi aveva fatto disertare.
Annientato nell’altezza, nella stima.
Perduto in un luogo lontano (o magari no), senza nome, senza identità.

CLOWN, per abbattere nello scherno, nello sghignazzo, nel grottesco, il senso che contro ogni luce mi ero fatto della mia importanza.
Mi tufferò.
Senza borsa, nell’infinito-spirito-sottostante a tutti
aperto io stesso a una nuova e incredibile rugiada
a furia d’essere nullo
e raso…
e risibile…

sabato 23 novembre 2013

San Giorgio e il drago ovvero l'essenza del teatro


Quei due, nemici da sempre, si fronteggiano ostili, posti eternamente di profilo. San Giorgio e il drago si fissano negli occhi, pronti all’attacco. Sarebbe meglio dire il drago e san Giorgio, perché il drago si trova sulla sinistra del quadro come fosse entrato in scena dalla quinta della cornice e non dalla grotta stilizzata che s’intravvede sul fondo. San Giorgio campeggia nella parte destra e non dà l’impressione, pur essendo a cavallo, di essere arrivato in quell’istante con l’intenzione di sconfiggere il drago. Ha l’aria di essere sempre stato lì. È il drago che entra in scena, il cavaliere lo aspetta da tempo ed è pronto a ucciderlo ficcandogli la lancia nella gola fiammeggiante. I due personaggi, anzi tre con il cavallo, sono dipinti con la precisione maniacale dei miniaturisti, mentre il paesaggio è accennato con tratti approssimativi in modo da somigliare al fondale di una scenografia teatrali. Tutti i quadri che ho visto con san Giorgio e il drago, così mi sembra di ricordare, hanno lo stesso schema compositivo. Cambiano i colori, gli sfondi e i particolari. Il drago può avere forme fantasiose, può anche essere fornito di ali palesemente inadeguate al volo, ma si trova inevitabilmente in basso rispetto al cavaliere. Deve dare l’idea di un mostro partorito dalla terra, per quanto grande e alato è costretto a strisciare. Invece l’uccisore del drago è con bella evidenza figlio dell’aria. Anche se incarnato e umanizzato nonché bisognoso di cavalcatura per i suoi spostamenti, è imparentato con gli angeli. Forse è stato calato sulla scena per mezzo di corde e carrucole. Il cavallo ha la fissità rampante dei suoi simili messi alla gogna nelle giostre. Anche la lancia, anche l’armatura, anche il pennacchio sul cimiero evocano la giostra, quella che si fa per gioco nelle piazze dei paesi reinventando un ingenuo medioevo da figurine Liebig. Il dragone verde ormai non fa paura neppure ai bambini. Dunque san Giorgio e il drago non sono che personaggi araldici, senza carne, visti solamente di profilo. Ritagliati in un lamierino di ferro e appesi a un angolo di strada, potrebbero diventare l’insegna di una trattoria o di un vecchio albergo in una cittadina di provincia. Ora ci vuole una musica d’organetto o di violino dal ritmo un po’ ossessivo sostenuto da un tamburino scordato. Ecco, ci siamo inventati il nostro teatrino. Per trasformare san Giorgio e il drago da emblema colorato in personaggi a tutto tondo basta un colpo di luce radente. Adesso drago cavallo e cavaliere fremono di vita, la lancia sta per scendere nelle fauci spalancate della bestia, tra un attimo si concluderà l’antico dramma e calerà il sipario.
Ma prima, cosa è successo prima? Intendo prima dell’arrivo miracoloso dell’argenteo cavaliere. Per centinaia di anni il drago è rimasto solo sulla scena. Immaginiamolo dunque nell’aspro paesaggio, il nostro drago, perplesso e solitario. Si porta addosso il fetore del proprio sterco e della propria orina che soffoca la grotta abitata per secoli. Egli non può accoppiarsi e riprodursi perché su tutta la terra non esiste una femmina della sua specie. Forse per questa sua condizione di unico sopravvissuto di una razza antichissima, è costretto all’immortalità. E questa è la sua maledizione, la sua condanna. Ogni anno, nel giorno stabilito, gli tocca divorare la vergine che gli abitanti del paese portano in dono vestita dell’abito più bello. Per loro è una festa, per il drago un terribile sacrificio. Un sacrificio inutile, tra l’altro, perché gli uomini non sanno, o fanno finta di non sapere, che ormai da molto tempo la stirpe dei draghi è sconfitta, e che i mostri non costituiscono più un pericolo per l’umanità. Fuori della grotta ci sono scarpine, cinture, brandelli di vestiti, collane spezzate, specchietti che lentamente la polvere cancella. Quando arriverà il cavaliere dalla lunga lancia acuminata? Lo vedrò avvicinarsi, ci fisseremo per alcuni secondi: leggerà nei miei occhi la disperazione, il desiderio di farla finita? Capirà che spalancherò le fauci non per terrorizzarlo con le fiamme ma per facilitare l’introduzione della lancia in gola – ultima comunione – giù fino al cuore? Sarà spaventato, tremerà, la sua giovine fronte sarà gelata di sudore, ma a un certo punto prevarrà la sete di gloria. La vanità, non il coraggio, gli darà la forza di spronare la cavalcatura e buttarsi in avanti. Per qualche istante saremo uniti da quel ferro sottile, io il cavallo e il cavaliere, a formare il più singolare degli organismi viventi, poi per me verrà finalmente quella morte dolcissima, tante volte sognata.
San Giorgio e il drago: due personaggi che si incontrano su un palcoscenico, l’uccisore e la vittima, l’uomo e la bestia, l’anima e il corpo, Jekyll & Hide, il giorno e la notte, il maschio e la femmina che in coppia danzano spruzzando dalla bocca gocce di saliva e parole.
San Giorgio e il drago sono il teatro. Tutto il teatro.

(Tonino Conte, L'amato bene)

sabato 9 novembre 2013

Guido Morselli e il comunismo


Guido Morselli è un grandissimo scrittore.
Se non lo conoscete, ve lo consiglio caldamente. Scegliete uno dei suoi romanzi a caso, leggetelo e vedrete che mi darete ragione. Purtroppo in vita non ebbe fortuna, tanto è vero che Morselli si suicidò nel 1973 e le sue opere cominciarono ad essere pubblicate postume da Adelphi a partire dal 1974.
Stasera voglio segnalare una pagina del suo Diario dedicata al comunismo. Il comunismo fu un interesse costante della vita intellettuale e artistica di Morselli che scrisse due romanzi intitolati: Il comunista e Incontro col comunista ai quali dedicherò dei post prossimamente.
La pagina che voglio segnalare risale al 7 maggio 1961 e tratta del comusmo sovietico.
Dopo aver letto una lunga relazione (che riassume il lavoro dei comunisti italiani nel campo politico e in quello sindacale) di Giovanni Amendola su L’Unità del 6 maggio 1961, Morselli annota:
…Colpiscono le cifre che dimostrano la sproporzione tra i profitti degli imprenditori e i salari. Il plusvalore è aumentato sia in senso assoluto sia in senso relativo (“tasso del plusvalore”).
Il progresso tecnico, oggi come 100 anni fa quando Marx scriveva, sebbene forse in grado minore, non si ripercuote in un alleggerimento della fatica degli operai. L’uso delle ore “straordinarie” neutralizza in parte la riduzione della giornata alle otto ore. Gli infortuni sul lavoro non diminuiscono. I disagi a cui sono sottoposti gli operai per raggiungere il luogo del lavoro, sono sempre gravi.
…Le mie obiezioni contro il comunismo qual è praticato dall’Amendola (ossia, s’intende, il comunismo in atto nell’Urss), rimangono. – Cerco di esporle qui in compendio.
Alcune sono obiezioni di principio.
1. La storia del comunismo sovietico è, e séguita ad essere, costellata di violenze arrecate alla libertà e alla vita stessa degli individui, e qualche volta delle masse (dalla repressione dei kulaki 35 o 40 anni fa, alle vicende ungheresi del ’56, e oltre). Se non erro, si cerca di contestarlo dicendo che per la costruzione del socialismo era pur necessario ricorrere a rimedi estremi, e affrontare certe crisi con drastica energia: le grandi riforme, le rivoluzioni, sono conquiste che non si raggiungono senza sacrifici: ecc. – Ora a me pare che la tesi del fine che dovrebbe giustificare i mezzi, sia una tesi tipicamente “borghese”, e una delle più inique. Come sostegno di ogni forma di Realpolitik, da Machiavelli a Bismarck e a Hitler, questa tesi si è rivelata come un vero flagello dell’umanità.
2. La cosiddetta dittatura del proletariato anziché essere uno stadio transitorio accenna a diventare lineamento permanente del regime di tipo comunistico. Il brutto si è che codesta formula significa in pratica, brutalmente, dittatura dei pochi individui, o dell’unico individuo, che il caso o la violenza o l’astuzia ha portato a essere alla testa del proletariato.
E non basta ancora. La dittatura del proletariato viene intesa e attuata da parte sovietica come implicante il primato, non pure ideologico ma politico e di fatto, di un popolo sopra gli altri popoli. Come è stato ripetuto tante volte, la politica del comunismo russo ha molte somiglianze con l’espansionismo e l’imperialismo del vecchio regime degli czar, e di altri regimi capitalistici.
3. Venendo al bagaglio dogmatico del comunismo, la teoria del determinismo storico materialistico integralmente inteso, la famosa teoria per cui i fatti della cultura, le idee, le ideologie, i prodotti dell’attività fantastica e sentimentale dell’uomo, sono semplici soprastrutture di una fondamentale realtà economica – riesce sempre meno accettabile agli stessi comunisti più evoluti. Lukàcs ha affermato che i fautori di tale teoria la desumono, non dall’autentico marxismo, ma da una caricatura di esso. D’altra parte, codesto dogma o assioma ha nel marxismo la funzione che quello del peccato d’origine ha nel cristianesimo: è qualcosa che si può sottacere, forse, ma che rimane sempre nello sfondo, a spiegare, o a colorire, l’insieme della dottrina. Senza di esso il vino dell’insegnamento marxistico risulta pericolosamente annacquato, e il comunismo minaccia di ridursi a semplice prassi priva di un proporzionato e caratteristico rilievo ideologico.
L’obiezione di fatto che oppongo al comunismo è la seguente.
Se è vero che avete rinnovato dalle radici la società, dovreste aver rinnovato nello stesso modo l’individuo, che è ciò di cui in concreto la società si sostanzia. Nella sua effettiva condotta di vita, nella sua moralità, nel costume, l’uomo sovietico dovrebbe essere ben superiore (e in ogni caso ben diverso) dall’uomo della società capitalistica. Pare – viceversa – che non sia così. Non mi occorre una lunga indagine per rendermene conto. Prendo in considerazione un aspetto solo, ma caratterizzante, ma essenziale, della vita dell’individuo, ossia il suo comportamento e la sua mentalità nei confronti del problema dell’amore e del sesso. Da questo, giudico lo stadio intellettuale, morale, psichico cui è giunto; non dalla circostanza che possieda o no un frigorifero, o che frequenti più o meno assiduamente le biblioteche e i musei. – Ora io sento dire che il più piatto, il più borghese conformismo impera in questa materia in terra sovietica. L’uomo o la donna che abbiano la sventura di un’esistenza, sessuale, irregolare, sono bollati a fuoco a Mosca come e peggio che nelle nostre “benpensanti” cittadine di provincia. Non è nemmeno da stupirsene, se si pensa che Lenin su tale argomento professava principi che potremmo definire da morale parrocchiale; ma, secondo me, questo è sufficiente a svelare che, se andiamo un poco oltre la superficie, l’uomo sovietico, prodotto vivente della rivoluzione comunista, non è gran che diverso dall’esemplare umano che alligna in regime capitalistico.

venerdì 1 novembre 2013

Il ricco di spirito


Avevamo cominciato a ragionare dell’amore. Sui nomi ridicoli con i quali si chiamano gli innamorati: quei nomi da cani o da pappagalli sono i frutti naturali delle intimità della carne. Le parole dettate dal cuore sono infantili. La voce della carne è elementare. Si potrebbe pensare che l’amore consista nel potere fare gli stupidi assieme, in completa libertà di stupidaggine e di bestialità.
Poi mi son detto no. Passiamo ad altro. Questo:
Quest’uomo aveva in sé tali possessi e tali prospettive, era fatto di tanti anni di letture, di confutazioni, di meditazioni, di combinazioni interne, di osservazioni, di tali ramificazioni che le sue risposte erano difficili a prevedersi; che ignorava lui stesso dove sarebbe arrivato, quale aspetto infine lo avrebbe colpito, quale sentimento sarebbe prevalso in lui, quali deviazioni e quale imprevista semplificazione si sarebbero verificate, quale desiderio sarebbe nato, quale rimando, quali illuminazioni!...
Forse egli si trovava ormai nella strana condizione di non poter considerare la propria decisione o risposta interiore che sotto l’aspetto d’un espediente, sapendo bene che lo sviluppo della sua attenzione sarebbe infinito e che l’idea di porvi fine non ha più alcun senso in un’intelligenza che si conosce bene. Egli era a quel grado di civiltà interiore in cui la coscienza non sopporta più opinioni che non siano accompagnate dal loro corteo di modalità, ed in cui essa s’affida (se quello è affidarsi) solo alla coscienza dei propri prodigi, dei propri esercizi, delle proprie sostituzioni, delle proprie innumerevoli precisioni.
… Nella sua testa o dietro gli occhi chiusi si svolgevano curiose rotazioni, - cambiamenti molto variati, molto liberi, e tuttavia molto limitati, - luci simili a quelle fatte da una lampada portata da qualcuno in una casa di cui si vedono le finestre nella notte, come feste lontane, come fiere di notte; ma che se ci si potesse avvicinare potrebbero rivelarsi stazioni o gabbie di un circo – o terribili disgrazie, - oppure verità e rivelazioni…
Era come il santuario e il lupanare delle possibilità.
L’abitudine alla meditazione faceva vivere quello spirito in mezzo a – attraverso – stati rari; in una perpetua progettazione d’esperienze puramente ideali; nel continuo uso di condizioni-limite e di fasi critiche del pensiero…
Come se le rarefazioni estreme, i vuoti sconosciuti, le temperature ipotetiche, le pressioni e i pesi mostruosi fossero state le sue naturali risorse – e nulla potesse esser pensato in lui che egli sottomettesse per ciò solo al più energico trattamento e che non chiamasse in causa tutto il campo della sua esistenza.

lunedì 10 giugno 2013

Che cosa è normale?


Niente. Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: “I normali, tra virgolette”. Oppure: “I cosiddetti normali”.

La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma.

Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera.
È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.

venerdì 22 febbraio 2013

E l'intelligenza umana andò a puttane invece di proseguire la difficile lotta. Un esempio classico



Perché invero la causa buona di tutte le cose è insieme esprimibile con molte parole, con poche e anche con nessuna, in quanto di essa non vi è discorso né conoscenza, poiché tutto trascende in modo soprasostanziale, e si manifesta senza veli e veramente a coloro che trapassano tanto le cose impure che quelle pure, e in ascesa vanno oltre tutte le cime più sante, e abbandonano tutti i lumi divini e i suoni e le parole celesti, e si immergono nella caligine, dove veramente sta, come dice la Scrittura, colui che è sopra tutte le cose … E diciamo che questa causa non è né anima né mente; che essa non ha immaginazione né opinione né ragione né pensiero; non si può esprimere né pensare. Non è numero né ordine né grandezza piccolezza uguaglianza disuguaglianza somiglianza dissomiglianza. Non è immobile né in movimento; non è in riposo né ha potenza, e neppure è potenza o luce. Non vive e non è vita: non è sostanza né evo né tempo; di lei non vi è apprendimento intellettuale. Non è scienza e non è verità, né potestà regale né sapienza; non è uno, non è divinità o bontà, non è spirito, secondo la nostra nozione di spirito.
Non è filiazione né paternità né alcun’altra cosa di ciò che è noto a noi o a qualsiasi altro essere. Non è niente di ciò che appartiene al non essere e neanche di ciò che appartiene all’essere; né gli esseri la conoscono, com’è in sé, così come essa non conosce gli esseri in quanto esseri.
Di lei non si dà concetto né nome né conoscenza; non è tenebra e non è luce, non è errore e non è verità…


Dionigi Areopagita, De mystica theologia

giovedì 21 febbraio 2013

Gibran, della libertà



E un oratore disse: Parlaci della libertà.
Ed egli rispose:
Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto prostrati ad adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano dinanzi a un tiranno e lo lodano anche se egli li uccide.
Sì, nel boschetto del tempio e all’ombra della fortezza ho veduto i più liberi tra voi portare la loro libertà come giogo e catena.
E il mio cuore sanguinò in me; poiché liberi voi potete essere soltanto quando anche il desiderio di ricerca di libertà diventerà una bardatura per voi, e quando cesserete di parlare della libertà come di una fine e di un compimento.
Sarete davvero liberi non quando i vostri giorni saranno privi di affanni e le vostre notti saranno senza carenze e dolore,
Ma, piuttosto, quando queste cose cingeranno la vostra vita e tuttavia voi vi leverete al di sopra nudi e senza vincoli.

E come potrete elevarvi oltre le notti e i giorni vostri senza infrangere le catene che all’alba della vostra conoscenza allacciarono il vostro meriggio?
In verità, quella che chiamate libertà è la più forte di queste catene, anche se i suoi anelli vi abbagliano scintillando nel sole.

E che cos’è se non parte del vostro stesso io quel che vorreste escludere per essere liberi?
È un’ingiusta legge che vorreste abolire: ma fu scritta dalla vostra propria mano sulla vostra propria fronte.
Non potete cancellarla bruciando i vostri libri di diritto né lavando le fronti dei vostri giudici, quand’anche versaste tutto il mare su di esse.
E se è un despota che vorreste detronizzare: guardate prima se il suo trono eretto dentro di voi sia stato distrutto.
Poiché come può regnare un tiranno su uomini liberi e fieri se non per una tirannia che sia nella loro stessa libertà e per una qualche macchia che sia nella loro fierezza?
E se volete liberarvi di un affanno, quell’affanno è stato scelto da voi piuttosto che imposto a voi.
E se volete dissipare un timore, la sede di quel timore è nel vostro cuore e non nella mano di colui che v’incute timore.
In verità, tutte le cose si muovono dentro di voi come in un costante e incompiuto abbraccio, sia quelle desiderate che quelle da voi temute, quelle ripugnanti e quelle che vi attirano, quelle che perseguite e quelle da cui rifuggite.
Queste cose si muovono dentro di voi come luci ed ombre strettamente appaiate.
E quando l’ombra di si dissolve e non è più, la luce che indugia diventa un’ombra per un’altra luce.
E così la vostra libertà: nel momento in cui perde i suoi vincoli diventa essa stessa vincolo per una libertà più grande.

sabato 2 febbraio 2013

Una piccola e graziosa favola norvegese

[sono debitore, per la conoscenza di questa bellissima favola, all'adorabile Etrusca]

In un grande mercato una bambina in disparte guardava l'andirivieni della gente indaffarata. Avrebbe voluto che qualcuno si fermasse a parlare con lei ma nessuno la considerava e tutti passavano oltre frettolosamente. Ad un certo punto apparve tra i banchi una signora alta; avvolta in una cappa molto elegante girellava nel mercato. D'un tratto tutte le genti sembravano aver perso la furia di sbrigare le proprie faccende e le si facevano intorno: chi le chiedeva qualcosa, chi ascoltava le sue parole, si era formato attorno a lei un vero capannello! La bambina, silenziosa, osservava. Non sapeva darsi una spiegazione e così si fece coraggio e le si avvicinò intrufolandosi nella piccola folla. Quando le fu vicina attirò la sua attenzione e le chiese: Signora! Ma perché tutti sono accorsi a parlare con lei e invece da quando son qui nessuno mi ha rivolto parola?
La signora abbassandosi un poco verso la piccina le rispose con voce dolce Vedi bambina, io sono Le Storie e tutti vogliono sempre avere a che fare con me, mentre tu sei La Verità e molto spesso le persone si rifiutano persino di vederla. A questa risposta la bambina rimase molto delusa e dispiaciuta, perché lei avrebbe solo desiderato avere un po' di compagnia! La signora, comprensiva, alzò allora un lembo della sua ampia cappa e le disse Vieni bambina, vieni a stare qui sotto!
Ed è per questo che dentro ogni storia c'è sempre un po' di verità.

giovedì 27 settembre 2012

Nina Berberova e la no man's land


Il mio piccolo sogno sarebbe quello di accendere una stella ogni giorno. Una stella che può essere rappresentata da una poesia, da un racconto, da una frase letta in un romanzo, da un aforisma filosofico e così via. Mi piacerebbe che la mia vita scorresse così, nella costruzione di questo cielo stellato di pensieri meravigliosi.
Correlato a questo sogno c’è anche la voglia di condividere il più possibile queste gioie intellettuali con il popolo della rete. Io ci provo, poi quel che sarà, sarà.
Oggi posto questa “teoria” della no man’s land scritta da Nina Berberova.
Credo che molte persone si ritroveranno in questa teoria, almeno le migliori. Sarei curioso di conoscere le no man’s land di ogni persona che incontro e che conosco. Ma so che non è possibile perché la no man’s land è spesso avvolta dal mistero; come spiega bene Nina.
La no man’s land mette in luce l’essenziale scissione che alberga nell’essere umano spesso diviso tra un se stesso originale e un se stesso mondano e fa trasparire alcuni aspetti del mondo che da sempre attirano la mia attenzione e cioè quello di essere fastidioso, alienante e stupido.
Buona lettura.

Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o, dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra, e queste ore hanno una loro continuità.
Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s’è mai incontrato con se stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo.
L’Inquisizione oppure lo stato totalitario, sia detto per inciso, non possono assolutamente tollerare questa seconda vita che sfugge a qualunque tipo di controllo, e sanno quello che fanno quando organizzano la vita dell’uomo impedendogli ogni solitudine, eccetto quella della stanza da bagno. Nelle caserme e nelle prigioni, del resto, spesso non c’è neanche questa solitudine.
In questa no man’s land, dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch’esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa no man’s land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori – non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest’altra vita.
Ma non bisogna credere che quest’altra vita, questa no man’s land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta.

martedì 18 settembre 2012

Piccoli versi e pensieri proliferanti

Nuestras vidas son los rìos
que van a dar en la mar,
qu'es el morir
JORGE MANRIQUE

Noi siamo fatti tutti di pezzetti, e di una tessitura così informe e bizzarra che ogni pezzo, ogni momento va per conto suo. E c'è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri.
MICHEL DE MONTAIGNE, Essais, vol. II, 1

Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso. Perciò colui che disprezza il suo ambiente non è la persona che per esso si rallegra o soffre. Nella vasta colonia del nostro essere c'è una folla di molte specie che pensa e sente in modo diverso.
FERNANDO PESSOA, Libro dell'inquietudine, annotazione del 30 dicembre 1932

La poesia la leggo sempre, l'apprezzo sempre, ne godo sempre, ma quando c'eri tu la poesia era una gioiosa scintilla, un'onda di piacere che m'inebriava mentre ora è malinconica e triste come può essere un tramonto.
Così, è vero che io sono molti, che ognuno di noi alberga molte anime e una colonia di esseri varia e bizzarra. Quando c'eri tu, però, questa banda era allegra e unita nella diversità. Era come il concorde-discorde di Eraclito.
Adesso, senza di te, son morti tutti.
Solo sto stronzo che scrive e ti pensa è rimasto.

giovedì 6 settembre 2012

Tutto è perché Charlie e Fay non si parlano apertamente


Sto leggendo Confessioni di un artista di merda di Philip K. Dick e per ora sono rimasto molto colpito da Charley. Charley è il marito ignorante ma grande lavoratore di Fay, che è una donna colta che ascolta Bach e ha aspirazioni artistiche, e Fay è la sorella del “protagonista” del romanzo.
Gli spezzoni che ho evidenziato (fino ad ora e sono a metà libro) sono due: uno riguarda il mistero del predominio delle mezze calzette (che posterò in seguito e che riguarda sempre Charley), il secondo il rapporto tra Fay e Charlie, rapporto complesso e violento, con un terzo incomodo: lo psicoanalista. È un pezzo comico, a ben guardare, cioè in alcuni punti si ghigna. E credo anche che quello che succede a Charlie e Fay, accada in tantissime coppie: non si parla sinceramente e apertamente. Manca un vero dialogo. Per questi motivi, ma non solo, ne faccio dono a chi passa.
Ogni volta che lui usciva per andare al bar, Fay assumeva un atteggiamento metodico: lo blandiva con un rimprovero calmo e razionale. Per un certo periodo di tempo riuscì a convincerlo che in lui doveva esserci qualcosa che non andava, se continuava a uscire e a tornare a casa ubriaco e a prendersela con lei. Invece di considerarlo semplicemente come un modo per sbollire la rabbia, lei continuava a ritenerlo il sintomo di qualche diffusa e profonda deformità, magari anche pericolosa.
O forse faceva solo finta di crederlo. In ogni caso la sua linea di condotta era quella di considerarlo come un uomo fatto male, con il quale confrontarsi, e comportandosi in questo modo traeva vantaggio da ogni sua sbornia. Più lui tentava di opporsi, uscendo, ubriacandosi, tornando a casa e maltrattandola, più Fay completava quell’immagine di lui ed era un’immagine sulla quale, quando non era ubriaco, anche Charley doveva convenire. L’ambiente familiare era pervaso da questa atmosfera di una donna adulta imperturbabile e di un uomo che cedeva ai propri impulsi animali. Fay gli riferiva con dovizia di particolari quello che il suo analista, il dottor Andrews di San Francisco, diceva sulle sbornie e sull’ostilità di lui. Utilizzava il denaro di Charley per pagare il dottor Andrews perché facesse l’elenco delle anomalie del marito. E naturalmente Charley non sentiva mai niente dalla viva voce del dottore; non aveva nessun modo per impedirle di riferire solo ciò che le faceva comodo e ignorare tutto il resto. Anche il dottore, da parte sua, non aveva nessun modo per verificare la verità di ciò che lei gli raccontava; certamente Fay gli riferiva soltanto i fatti che si adattavano al suo quadro, e quindi la visione che il dottore aveva di Charley era basata su ciò che lei voleva fargli sapere. Di tutta quella sua manipolazione in entrata e in uscita c’era ben poco che non fosse sotto il suo controllo.
Come ogni sempliciotto, Charley borbottava sempre quando lei andava dal dottore ma nello stesso tempo prendeva per oro colato tutto ciò che lei gli riferiva. Chiunque si faccia pagare venti dollari l’ora deve essere una persona in gamba.

mercoledì 5 settembre 2012

Il rutto della massa


Mi piace riportare frasi poesie pensieri che trovo sui libri. È il motivo principale per cui esiste questo blog.
Diffondere quello che secondo me è importante e profondo. Insomma, quello che mi fa godere.
Stasera è il turno di Dario Fo che ci spiega, nel prologo di Morte accidentale di un anarchico, la funzione del rutto come catarsi della massa.
Ma qual è la vera ragione del grande successo di Morte accidentale di un anarchico? Non tanto lo sghignazzo che provocano le ipocrisie, le menzogne organizzate – a dir poco – in modo becero e grossolano dagli organi costituiti e dalle autorità ad essi preposte (giudici, commissari, questori, prefetti, sottosegretari e ministri), quanto soprattutto il discorso sulla socialdemocrazia e le sue lacrime da coccodrillo, l’indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema. Il rutto liberatorio che esplode spandendosi nell’aria quando si viene a scoprire che massacri, truffe, assassini sono organizzati e messi in atto proprio dallo Stato e dagli organi che ci dovrebbero proteggere.
Lo scandalo è come l’Alcaseltzer che libera lo stomaco offeso dalla cattiva coscienza. Così la grande catarsi si realizza nello scoprire che sono proprio le stesse istituzioni, gli organi che hanno progettato e realizzato crimini orrendi contro la popolazione, a puntare il dito accusatore contro se stessi, al grido: “Siamo una democrazia civile, la giustizia farà il suo corso!”.

martedì 28 agosto 2012

Il ragionamento nettaspeculativo di Gargantua sulla maniera ottimale di pulirsi il culo


Alla tenera età di cinque anni, Gargantua strabiliò suo padre Grangola perché, dopo lunghe ricerche e faticosi esperimenti, era riuscito a trovare la maniera migliore per nettarsi il culo.
Ovviamente, il padre orgoglioso di quel figlio così intelligente gli chiese maggiori delucidazione su quella scoperta.
E Gargantua, senza farselo dire due volte, così raccontò:
“Provai a pulirmi una volta con la mascherina di velluto di una damigella, e trovai che andava bene, perché la soavità della seta mi procurava davvero un gran piacere al fondamento;
un’altra volta, con un cappuccio della medesima, e col medesimo risultato;
un’altra volta, con una sciarpa da collo;
un’altra volta, con una cuffietta di raso cremisi; ma la doratura di tutte quella sferette di merda che c’erano su mi scorticarono tutto il didetro: che il fuoco di Sant’Antonio arda il budello culare dell’orefice che le ha fatte e della damigella che le portò!
Guarii quel male, pulendomi con il berretto di un paggio, con su un bel piumetto della Svizzera.
Quindi, cacando dietro una siepe, e trovandoci un gatto marzolino, provai a pulirmi con lui, ma le sue grinfie mi ulcerarono tutto il perineo.
Della qual cosa guarii l’indomani, nettandomi coi guanti di mia mamma, ben profumati di ficarella.
Poi mi pulii con la salvia, il finocchio, l’aneto, la maggiorana, le rose, le foglie di zucca, di bietola, di cavolo, di vite, di malva, di verbena (che è come il rossetto del culo), di lattuga, e con foglie di spinaci – tutte cose che mi fecero un gran bene ai calli! – e poi con l’erba macorella, la persichella, le ortiche e la consolida; ma me ne venne il cacasangue dei Lombardi, da cui fui guarito nettandomi con la braghetta.
Quindi mi pulii con le lenzuola, con la coperta del letto, con le tendine, con un cuscino, con uno scendiletto, con un tappeto da tavola, una tovaglia, una salvietta, un moccichino, un accappatoio. E sempre vi trovai maggior piacere che non un rognoso quando gli grattan la schiena”.
“Bene – disse Grangola; - ma qual è il nettaculo che ti sembrò migliore?”
“Stavo per arrivarci, - rispose Gargantua, - e presto ne saprete il tu autem. Mi pulii col fieno, con la paglia, la stoppa, la borra, la lana, e la carta. Ma
sempre lascia ai coglion qualche cosa
chi con la carta il seder si cosa.
“Come! – disse Grangola, - coglioncino mio, hai già imparato a baciar la bottiglia, che sai fare le rime baciate?”
“E come no? mio re, - rispose Gargantua. – Rimo così e anche meglio; e adopero le rime come le rame. Sentite questa prosopopea del cesso ai cacatori:
Cacone,
Puzzone,
Pettone,
Merdoso,
La pappa,
Che ti scappa,
Si spappa,
Su me,
Cacone,
Stronzone,
Merdone,
Che ti venga una brutta malattia,
Se i tuoi
Sporchi
Buchi
Non ti pulisci prima di andar via!
Ne volete ancora?”
“Sì perbacco! – rispose Grangola”.
“Allora, - disse Gargantua:
RONDÒ
Cacando l’altro giorno ebbi a sentire
Quella gabella che al mio cul dovevo:
Ma l’odore non fu quel che credevo,
Ché dal puzzo credetti di morire.
Oh! se qualcun m’avesse in tal martire
Portata quella che sempre attendevo,
Cacando!
Io certo avrei saputo a lei coprire
Il suo buco davanti, come devo.
E lei col suo ditino, in gran sollievo,
Il mio buco di dietro garantire,
Cacando.
E adesso andate a dire che non so nulla! Per la Merdonna! Ma non li ho fatti mica io: li ho sentiti recitare qui dalla signora direttrice, e li ho conservati nel saccoccino della memoria”.
“Sì, - disse Grangola, - ma ora torniamo alla faccenda”.
“Quale? – disse Gargantua, - cacare?”
“No, - disse Grangola, - pulirsi il culo”.
“Bene, - rispose Gargantua, - ma paghereste una mezza brenta di vin di Brettagna, se io vi mettessi con le spalle al muro sull’argomento?”
“Sì, e volentieri, - rispose Grangola”.
Non ci sarà mai bisogno, - riprese Gargantua, - di nettarsi il culo, a meno che quello sia sporco; e sporco non può essere se uno non ha cacato: ergo se ne deduce, che sempre bisognerà cacare prima di nettarsi il sedere”.
“Oh! – esclamò Grangola, - come sei fino, ragazzo mio! Uno di questi giorni ti farò laureare in Sorbona, perdio, perché hai proprio più cervello che anni. Ma continua un po’ questo discorso nettaspeculativo, ti prego, per la mia barba; e invece di mezza brenta te ne darò sessanta barili, dico di quel buon vin di Brettagna, che poi non si fa per nulla in Brettagna ma qui nel nostro bel paese di Verron”.
“Provai a nettarmi in seguito, - riprese Gargantua, - con un copricapo, con un passamontagna, con una pantofola, con un carniere, con un paniere, ma quello era proprio un gran brutto nettaculo! Poi con un cappello di panno; e notate che di questi cappelli certi son di panno rasato, altri di feltro, altri uso velluto, altri uso seta, ed altri satinati; ma il migliore fra tutti è sempre quello di feltro, perché fa ottima abstersione della materia fecale.
Poi mi nettai con una gallina, un gallo, un pollastro; con la pelle di un vitello, d’una lepre, d’un piccione, d’un cormorano; con la servietta di un avvocato, con una barbuta, con una cuffia, con un cappuccio da falchi.
Ma, in conclusione, affermo e sostengo, che non v’è miglior nettaculo d’un papero ben piumato: purché si abbia l’avvertenza di tenergli la testa in mezzo alle zampe. E potete credermi sulla parola. Perché sentirete al buco del culo una mirifica voluttà: sia per la soavità di quel suo piumetto, che per il temperato calor naturale del papero, il quale facilmente si comunica al budello culare, e quindi agli altri intestini, risalendo così fino alla regione del cuore e del cervello. E vorrei credeste che la beatitudine degli eroi e semidei, che stanno nei Campi Elisi non è già nel loro asfodelo, o nell’ambrosia o nel néttare, come raccontano queste vecchiette; ma bensì, secondo il parer mio, nel fatto che si nettano sempre il culo con un papero, e tale è altresì l’opinione del nostro maestro Duns Scoto”.