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venerdì 20 dicembre 2013

Il 2014 sarà un anno manzoniano


Manzoni, Manzoni…
Manzoni non l’ho bocciato, l’ho solo rimandato.
Io credo di avere uno sviluppato e particolare senso letterario. Cioè credo di possedere l’arte di allontanare ed avvicinare gli autori al momento giusto. Una specie di sesto senso.
Manzoni l’ho tenuto lontano perché pensavo che dovessi leggerlo al tempo giusto, quando avessi raggiunto una certa maturità letteraria, una certa “pazienza” e volontà.
Per esempio di Foscolo ho letto subito Le lettere di Jacopo Ortis, una lettura classica per la gioventù, mentre I sepolcri li ho rimandati. Anche la lettura di Alla ricerca del tempo perduto di Proust l’ho rimandata. Come se aspettassi le condizioni adatte.
Pian piano sta prendendo corpo dentro di me la voglia di leggere Manzoni. Una voglia che cresce sempre di più e che diventa sempre più forte.
Il 2014 sarà di sicuro un “anno manzoniano”.
Per ora segnalo questo aforisma di Ceronetti tratto da Pensieri del tè.
“Puoi odiare, e perderti” (Manzoni). Questo non è né biblico né cristiano, è più profondo, è profondo manzonismo, e nella pausa segnata dalla virgola dopo odiare Manzoni è più che mai il Manzoni delle profondità. Ma l’odio come assoluta via di perdizione è forse altrettanto poco vero che dire assoluta via di salvezza l’amore. Più vero è che l’uomo, qualunque cosa faccia, è sempre perduto, se non perdente.

giovedì 31 ottobre 2013

L'Angelus


Sono sicuro che se chiedessi a 100 persone che cosa li ha rapiti di un’estasi sublime guardando L’Angelus di Jean-Francois Millet, 99 di essi mi risponderebbero: la luce.
Però credo di dover precisare e riformulare meglio l’incipit perché su 100 persone magari 80 manco sanno chi cazzo è Jean-Francois Millet e cosa sia L’Angelus.
Riformulo.
Delle 20 persone su 100 che risponderebbero affermativamente alla domanda su chi sia Jean-Francoise Millet e quale sia la sua opera L’Angelus, 19 mi risponderebbero che la cosa che li ha colpiti di più del quadro è la luce.
È quello che capitò a me anni fa quando feci l’esame di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università.
La mia è una famiglia normale, piena di brave persone, di valori, gente onesta. Tranne mio padre che è un egoista pezzo di merda. C’è sempre un’eccezione e una pecora nera, è inutile ribadirlo.
Comunque la mia famiglia è splendida, ma non è che giri tanta arte, quindi molte cose le ho scoperte tardi (e spesso da autodidatta seguendo un tortuoso percorso tutto mio), ma poi non le ho più lasciate.


Ricordo che dopo aver studiato il Neoclassicismo, la pittura, la scultura l’architettura neoclassica soprattutto in Italia, Francia e Inghilterra, il Romanticismo, lo stile Biedermeir e tante altre cose, arrivai alla cosiddetta Età del Realismo, il Verismo, Gustave Courbet e finalmente…Millet!
La prima opera su cui mi soffermai fu la Donna nuda distesa. Poi fu la volta del Seminatore, dell’Uomo con la zappa e Le spigolatrici. Furono soprattutto queste opere dedicate ai lavoratori, agli umili e agli sfruttati a farmi interessare a Millet.


Infine venne L’Angelus, con quella luce meravigliosa a cui ho accennato prima.
Ecco il breve appunto sull’Angelus che ritrovo scritto nel quaderno:
<< La scena rappresenta una serena campagna al tramonto nel momento in cui, all’ora dell’Angelus, al suono della campana lontana, due contadini, marito e moglie, sospendono il loro lavoro e si fermano in raccoglimento a pregare. Così si espresse Millet a proposito dell’opera: “L’Angelus è un quadro che ho fatto pensando come, lavorando in altri tempi nei campi, mia nonna non mancava mai, sentendo suonare la campana, di farci fermare nelle nostre faccende per dire l’Angelus per quei poveri morti, molto piamente e con il cappello in mano” (Lettera del 1865 all’amico Siméone Luce).
L’allusione ai “poveri morti” spiega quel tanto di funebre e di malinconico che è stato talvolta notato nel dipinto, ma il passo della lettera di Millet è chiarificatore anche del significato più generale che si deve attribuire all’opera. La rappresentazione è stata intesa spesso come una dimostrazione del senso di religiosità del pittore e della sua visione serena e positiva dei campi. Nella realtà, sia da quanto sappiamo degli orientamenti del pittore che dalla sua testimonianza, si evince una situazione ben diversa: Millet non era praticante, al punto che si decise a celebrare il matrimonio religioso solo poco prima di morire; in secondo luogo, lui stesso ci dice che voleva rendere il senso profondo della religione che aveva sua nonna, che era stata contadina. Il dipinto dunque vuole documentare con un intento quasi antropologico il legame profondo che si registrava in Francia nel secolo XIX fra la classe contadina e la religione. >>


Come vedete sulla luce non c’è quasi niente. Le emozioni che provai la prima volta che vidi il quadro il quaderno non le registra, ma io le ricordo molto bene. Se ho deciso di scrivere questo post è perché leggendo un pensiero di Ceronetti (autore scoperto da poco e che consiglio) in Insetti senza frontiere ho provato tanta gioia da volerla condividere. Eccolo:
Anche da una riproduzione qualsiasi, L’Angelus di Millet emana luce. Immagine miracolosa di vita sacralizzata: il raccogliersi religioso della coppia umana dopo la giornata di fatica sulla terra che dà patate. Sentiamo, guardandola, che questo ci manca, e che viviamo falsamente e ignobilmente, calpestando sempre più l’Angelus dentro di noi.
Proprio così. A volte sembra di vivere da straccioni furiosi e ignoranti che umiliano se stessi e il proprio Angelus.

venerdì 14 settembre 2012

Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri


In questi giorni plumbei, freddi, piovosi, nervosi e stressanti quale miglior rifugio delle poesie e degli aforismi di Alda Merini?
A me le chiacchiere quando le cose non vanno al meglio non piacciono. Se vedo arrivare un gran mucchio di merda, io mi riparo sotto il manto della bellezza in attesa che le cose migliorino.
Non m’interessa la tua visione delle cose, le tue teorie piene di parole vuote e inutili. Tienitele pure, non servono a un cazzo.
Ognuno trova dentro di sé la forza per uscirne, usa le sue risorse – se ce l’ha. Altrimenti si attacca al tram. Io, per conto mio, mi attacco alle cose belle.
Allora, cominciamo?
Spensierato è colui
che si giudica folle.
La psicoanalisi
cerca sempre l’uovo
in un paniere
che si è perduto.
La vera misura
dell’uomo
è la pace.
Chi è a corto di bugie non può salvarsi.
Quando la bugia sembra vera
nasce la calunnia.
Ciò che lega
la parola del poeta
è il turgore segreto
del suo potere nascosto.
Quando ho mangiato bene
mi informo sul destino degli altri.
Non sempre
si riesce
ad essere
eterni.
Il poeta
che vede tutto
viene accusato
di libertà
di pensiero.
Gusto il peccato come fosse
il principio del benessere.
Il paradiso non mi piace
perché verosimilmente non ha ossessioni.
L’unica radice che ho mi fa male.
Se Dio mi assolve
lo fa sempre
per insufficienza
di prove.
Quando brindo alla follia
brindo a me stessa.
Ogni poeta vende i suoi guai migliori.
Non mi lascio mai
escludere
dal mio io.
Ci sono notti
che non
accadono mai.

giovedì 30 agosto 2012

Le stelle inquiete

L’umiltà è la radice dell’amore.
Vorrei segnalare, prima di dimenticarmene, un prodotto editoriale molto simpatico.
In realtà questa segnalazione è dedicata agli amanti della filosofa francese Simone Weil.
Si tratta di un taccuino con la copertina rigida (con un elastico blu per chiuderlo), che contiene in fondo ad ogni paginetta un pensiero della Weil.
Lo comprai alla Feltrinelli di Milano e mi fece compagnia durante il viaggio in treno. È come se fosse un quaderno arricchito. Non solo ci potete scrivere quel che vi pare, ma potete godere di 96 bei pensieri filosofici.
Io li ho contati uno per uno e sono 96. Perché non siano arrivati a 100 già so che rimarrà un mistero che mi perseguiterà fino alla morte.
Io amo leggere bei pensieri. Mi piace trattenerli nella mia mente, pensarli e ripensarli. A volte mi viene il dubbio che sia una specie di malattia.
I pensieri sono molto vari: spaziano dalla verità al tempo, dalla vita al bene, dall’anima al lavoro, dall’umiltà alla miseria, ecc. ovviamente sono pensieri estratti dalle opere filosofiche della Weil, non pensieri da Baci Perugina. Ci sono anche molti pensieri dedicati a Dio, a Gesù e a parole quali “grazia” “soprannaturale” e altre. Questi li lascio alla sensibilità di ognuno; comunque io li ho trovati molto onesti e coinvolgenti perché espressi con grande emotività.
Ora posto qualche pensiero per la mia e la vostra gioia:
Amare la verità significa sopportare il vuoto, e di conseguenza accettare la morte. Non è possibile amare la verità con tutta l’anima senza strappo.

Bisogna fermarsi e bussare, bussare, bussare, instancabilmente, in uno spirito di attesa insistente e umile. L’umiltà è la virtù più essenziale nella ricerca della verità.

La collettività è più forte dell’individuo in tutto, tranne che per un aspetto: il pensiero.

Il lavoro è per noi l’unica via che porta dal sogno alla realtà.

L’amicizia non è divisibile dalla realtà, proprio come la bellezza. È un prodigio, come la bellezza. E il prodigio sta semplicemente nel fatto che esiste.

Solo con le persone che amiamo sperimentiamo l’esistenza nella sua pienezza e completezza.

L’amicizia non deve alleviare il dolore della solitudine, ma raddoppiare le gioie.

Non si cerca l’amicizia, non la si sogna né ce la si augura: la si vive…

L’attenzione è la forma più rara e più pura di magnanimità. A poche anime è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.

L’uomo non ha alcuna potenza, e tuttavia ha una responsabilità.

L’amore non è consolazione, è luce.
Insomma, se cercate un taccuino un po’ speciale dove scrivere le vostre riflessioni più profonde, questo volumetto fa per voi. In più avrete Simone Weil a farvi compagnia...e non è poco.

lunedì 9 luglio 2012

Pensieri strangolati (1)

Primo dovere, al momento di alzarsi: arrossire di se stessi.
Ormai è estate.
Caldo, sole che spacca le pietre, una luce straripante sommerge uomini e cose, la spiaggia, il mare, le ragazze in costume, le vacanze, i viaggi, serate in giro con la comitiva, bar, cocktail, felicità e spensieratezza a tutto spiano.
Proprio per questo, mi pare giusto leggere e proporre Emile Cioran, scrittore funereo pessimista plumbeo grigio…autunnale. Insomma, oppongo un poetico e malinconico 2 novembre al chiassoso e disturbante 15 agosto. Cimitero contro ferragosto.
In questo caso specifico, parlo di pensieri filosofici strangolati e non di ciarle estive da ombrellone.
Cominciamo dall’odio, giacché parlare d’amore mi annoia da morire. Si è finiti, si è morti-vivi, non quando non si ama più, ma quando non si odia più. L’odio conserva: è nell’odio, nella sua chimica, che risiede il “mistero” della vita. Non per caso è il miglior ricostituente che sia stato trovato fino ad oggi, tollerato inoltre da qualsiasi organismo, per quanto debole.
E ora vi dico in che modo sono teologo e non credente: bisogna pensare a Dio e non alla religione, all’estasi e non alla mistica.
La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.
Viva la sciocchezza: è proprio di una mente ricca non retrocedere di fronte alla sciocchezza, spauracchio dei delicati; di qui la loro sterilità.
Che cos’è un “contemporaneo”? Uno che ci piacerebbe ammazzare, senza sapere bene come.
Che cos’è la raffinatezza? È un segno di vitalità deficiente, in arte, in amore e in tutto.
Che cos’è la vita? È lo stiracchiamento di ogni istante fra la nostalgia del diluvio e l’ebbrezza del tran tran.
Il famigerato problema dell’essere (dedicato ad Heidegger). La cosa più difficile al mondo è mettersi al diapason dell’essere, e afferrarne il tono.
L’intelligenza va avanti solo se ha la pazienza di girare in tondo, cioè di approfondire.
L’affermazione più stupida pronunciata dall’antichità ad oggi? Spetta ad Origene quando scrisse: “Ogni anima ha il corpo che si merita”.
Tutti i nostri pensieri sono in funzione delle nostre miserie. Se comprendiamo certe cose, il merito va alle lacune della nostra salute, unicamente.
Faciteme campa’. Vi chiedono atti, prove, opere – e tutto quello che potete produrre sono pianti trasformati.
Altro che esperanto de sta ceppa. Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracasserebbero le mascelle.
Chimera assoluta. Concepire un pensiero, un solo e unico pensiero – ma che mandasse in frantumi l’universo.
Amleto amore mio. Non esiste un mezzo per dimostrare che è preferibile essere piuttosto che non essere.
Finale creativo. Soltanto entro i limiti in cui non ci conosciamo, possiamo realizzarci e produrre. Fecondo è colui che s’inganna sui motivi dei propri atti, colui a cui ripugna soppesare i propri meriti e difetti, che intuisce e teme il vicolo cieco dove ci conduce la visione esatta delle nostre capacità. Il creatore che diventa trasparente a se stesso non crea più: conoscersi è soffocare i propri doni e il proprio demone.

domenica 24 giugno 2012

Filosofia, tre istruzioni per il disuso



È domenica, stasera c’è la partita, impegni mondani pretendono la mia presenza. Io la presenza assoluta non posso darla, garantirla a nessuno. Mai.
Ed è una cosa che specialmente le donne non sopportano.
Quello che posso dare è una presenza/assenza. Il mio corpo è lì, la mia parte senziente è con voi, partecipa, vi ama sinceramente senza che voi possiate lontanamente immaginarlo – ma il mio cervello è da tutt’altra parte. Non me lo impongo, per carità, ma è la mia essenza a volerlo, il mio destino di chierico. (ma cos’è un chierico? ne riparleremo)
Volete sapere dove sarà il mio pensiero (anche se al posto di pensiero dovrei scrivere “attenzione”)? Su cosa si arrovellerà la mia mente mentre l’Italia sfiderà l’Inghilterra e gli amici tiferanno mangeranno berranno e fumeranno?
Ebbene, io penserò a tre aforismi di Sgalambro di cui vi faccio partecipi.
Il primo aforisma segna la differenza tra la filosofia didattica e la filosofia da ridere e scopriamo (a differenza di quanto comunemente si crede) che sono quelle “da ridere” che s’insegnano; il secondo determina ciò che non è la filosofia che viene sempre strattonata da scocciatori ignoranti e inopportuni e il terzo fa chiarezza intorno alle categorie di “filosofia maggiore” e di “filosofia minore” e così vi dico pure una volta per tutte perché la mia preferenza, il mio amore vada alle filosofie minori.
Filosofie didattiche. Si possono distinguere filosofie come divertimento e filosofie didattiche (a queste va il nostro cuore). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono le prime che si insegnano. Mentre le seconde servono da passatempo. Così, ad esempio, mentre Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer serve a divertire, Verità e metodo di Gadamer si insegna e fa invece morire dal ridere. Ma qual è la caratteristica della filosofia che abbiamo chiamato didattica? Esattamente questa: essa non può che insegnare. Una forza irresistibile la trascina che non c’è verso, essa deve per forza farlo. Non deve né convincere, né farci pensare, in breve null’altro può fare – sempre per l’impeto che è in essa – se non insegnare. Ma cosa significa insegnare se non tutte queste cose o altre del genere? Si escluda, per intanto, che per insegnare essa abbia bisogno di un luogo da cui venire impartita, per cui la qualità didattica sarebbe più del luogo che di quella filosofia. Dicendo qualità didattica si vuole indicare invece qualcosa che questa filosofia ha in sé, non che derivi dal luogo. Una filosofia è didattica, dunque, in virtù di se stessa, solo di se stessa. Nemmeno, d’altra parte, dell’individuo che “l’insegna”. È come se essa parlasse in lui, e lui avesse le labbra chiuse. Anzi, e ciò valga da definizione, essa è didattica perché non ha bisogno di nessuno che la insegni. Quasi quasi si potrebbe pensare che essa sia talmente ingenua da ritenere che sia tale in virtù della sua verità. Ebbene sì. Essa è talmente astuta da ritenerlo.
La filosofia e i suoi partner. Si insiste nel chiedere alla filosofia quello che essa non può dare. Ha forse la filosofia da raddrizzare torti? Rendere servizi all’umanità? Fare camminare gli storpi, fare vedere i ciechi? Eppure anche alla filosofia, la cosa più lontana da tutte queste mene, si richiedono favori siffatti. Nella selezione storica, in cui le filosofie lottano, senza riguardi, per la loro esistenza, sono quelle che suffragano e “soddisfano” i più svariati bisogni che l’hanno vinta. Persino i filosofi galanti e un po’ larmoyants, purché sussurrino al partner preferito dolci paroline, fanno bella figura e volteggiano nell’aria con grazia e mille mossettine, fin quando la realtà non se li scrolla di dosso con fastidio. In un canto, appartata, sta un’altra filosofia, a cui l’uomo non interessa molto ma più volentieri vecchi mobili, rumori di passi, pistole…
Filosofie minori. Ogni filosofia minore è una sorta di filosofia du mal. Minore essa lo è non davanti ad altre che sarebbero grandi, ma davanti al fatto che queste sostengono il mondo mentre quella lo manda al diavolo.

martedì 19 giugno 2012

vai Valéry, facci godere...


O récompense après une pensée
Qu’un long regard sur le calme des dieux!
[O ricompensa, a chiusa di un pensiero,
Un lungo sguardo alla divina calma!]
Visto che questo è un blog dedicato al pensiero, oggi mi godo tre pensieri di Paul Valéry.
Chi conosce Valéry, sa già quanta delizia è in grado di regalarti quest’uomo. Chi ha letto Cattivi pensieri, L’idea fissa, Monsieur Teste o quel sublime poema che è Il cimitero marino - al solo scorrere dei titoli starà godendo di reminiscenze a tutto spiano. Chi non lo conosce, si affretti.
In realtà quando dico pensiero intendo godimento; godimento nel leggere godimento nel trattenere nella mente (pensare) godimento nel riflettere (ruminare) e nel contemplare (la vera teoria).
Non è un pensiero per fare, non è un pensiero servizievole, tecnico o altri usi plebei. No, qui si pensa solo perché pensare è orgasmico. Se poi aveste obiezioni e pregiudizi occidentali, son cazzi vostri…uhaz uhaz uhaz.
Soprattutto per me è importante che il pensiero sia mutevole, sia vario, sia ricco. Non mi piacciono i cattolici o i musulmani non in quanto credenti del Cristianesimo o dell’Islam. Non mi piacciono perché questi qua citano sempre e solo UN libro, una sola autorità, sono schiavi di un solo pensiero. I fondamentalisti sono i più cretini tra quelli che “pensano”. Mai fermarsi a un solo autore, anzi, è obbligatorio andare da uno che formuli pensieri diametralmente opposti. Leggete la Bibbia e poi andate da quell’ateo di Sade; allora sì che vi apprezzerei! A me piace Nietzsche, ma mica leggo solo quello. Spesso vado a cercarmi proprio un pensatore anti-nicciano, cerco un libro "critico". Se poi la critica è fatta bene, godo come un maiale. Se è fatta male, allora godo come un maiale a rintuzzarla.
Siate api, volate e succhiate il polline da mille e più fiori. Se, poi, un fiore dovesse piacervi di più degli altri, fermatevi pure più a lungo. Ma ripartite, cari, ripartite…c’è tanto da scoprire nel meraviglioso mondo dei pensieri…
Il pensiero non dev'essere unico perché voi possiate ritenervi contenti e soddisfatti di esso; no. L'habitat del pensiero è la vastità, il pensiero è prateria e libertà, non la casetta borghese sicura di 'sta minchia.
Dovete essere zingari girovaghi col pensiero, non impiegati postali dal culo di pietra.
Orbene, dopo l’esortazione - veniamo (in tutti i sensi) a noi; è ora. Posiamo armi e bagagli, laviamoci la faccia e mettiamoci comodi. Sfilano per noi Banalità, Ragione, Certezze e Dubbi.
Ricordati che ogni mente è plasmata dalle esperienze più banali. Dire che un fatto è banale significa dire che è fra quelli che più hanno contribuito alla formazione delle tue idee essenziali. Nella composizione della tua sostanza mentale più del 99% è costituito da immagini e impressioni senza valore. Aggiungi poi che le concezioni inusuali, i pensieri nuovi e singolari traggono tutto il loro valore da questo fondo volgare che li fa risaltare.
L’origine della “ragione”, o della nozione di ragione, è forse la transazione. In certi casi bisogna concludere una transazione con la “Logica”; in altri, con l’impulso o l’intuizione; in altri ancora, con i fatti. Cerca dunque, tutte le volte che da te o dagli altri ti giunge la parola Ragione, di sostituirla con quella più precisa di “transazione”. Allora, niente più dea…
Ci sono in noi inspiegabili certezze e dubbi infondati: cause dei mistici e dei filosofi. Poiché nulla è capace di spiegare le une né di giustificare gli altri, siamo indotti a pensare che, su un milione di uomini, dubbi e certezze siano distribuiti come “a caso”…

venerdì 1 giugno 2012

Scrigno estetico di tesori artistici


Oggi vado in soffitta e apro il baule. Non trovo né giocattoli della mia infanzia, né vecchi vestiti, né foto, né lettere di qualche innamorata idiota.
È un baule artistico che contiene piccoli, umili e in qualche caso sublimi gioiellini artistici ed estetici.
L’estetica non è solo una disciplina filosofica, né quella stronzata moderna di giudicare quadri o roba simile. Estetica è una parola greca che significa godere attraverso l’apprendimento, in questo caso godere attraverso la lettura.
Dicono che chi è sazio non può capire chi è affamato; io aggiungo che un affamato non capisce un altro affamato. (Dostoevskij)
[come sempre, Fedor non delude. questa è una frase di grande e tragica verità]

In quanto artisti bloccati, tendiamo a criticare noi stessi senza pietà, e anche quando il mondo esterno ci considera artisti abbiamo sempre l’impressione di non fare abbastanza e di sbagliare ciò che stiamo facendo. Siamo vittime del nostro stesso perfezionista interiore, un malvagio critico, il Censore che risiede nel nostro cervello e mantiene in vita un flusso continuo di osservazioni sovversive, spesso camuffate da verità. Il censore è quello che vi dice cose come: “E questo lo chiami scrivere? Ma dai. Non sai nemmeno dove mettere le virgole, e poi se non ce l’hai fatta fino a ora non ce la farai mai più. Fai anche errori di ortografia… Ma che cosa ti fa pensare di essere creativo?” e così via all’infinito.
Stabilite questa regola: ricordate sempre che le opinioni negative del vostro Censore non sono la verità. Lasciate pure che blateri (lo farà certamente), senza che la vostra mano smetta di muoversi sulla carta. Potrete scrivere i pensieri del Censore notando come gode nel mirare alla vostra giugulare creativa. Non cadete nelle sue reti: il Censore è lì per catturarvi, è un abile avversario da non sottovalutare. Ogni volta che diventate più svelti nel sottrarvi, lui diventa più rapido e astuto nel cacciarvi. Avete scritto un bel racconto? Il Censore calerà a valle per dirvi quello che pensa. Avete fatto un bel disegno? Eccolo arrivare per dire: “Di certo non è un Picasso”. Pensate al vostro Censore come a un serpente da disegno animato: si insinua subdolo nel vostro Eden, sibilando vili parole per distrarvi in continuazione.
[sì, ricordo. questi sono gli appunti sul Censore, su quell’ente spirituale che ci blocca la psiche durante i nostri attacchi creativi. un ente materiale è, ad esempio, il foglio bianco]

La sera in cui prende la decisione di rinunciare al mondo gli annunciano che sua moglie ha dato alla luce un figlio. Torna nel palazzo; a mezzanotte si desta, attraversa l’harem e vede le donne addormentate. A una esce bava dalla bocca; un’altra, coi capelli sciolti e in disordine, sembra calpestata da elefanti; un’altra parla in sogno; un’altra ha il corpo pieno di ulcere; tutte sembrano morte. Siddharta dice: “Così sono le donne, impure e mostruose nel mondo degli essere mortali; ma l’uomo, ingannato dalle loro grazie, le giudica desiderabili”.
[ah, questo è preso dalla leggenda di Buddha]

La signorina Willerton è un’aspirante scrittrice e siccome oggi voleva scrivere un racconto, ho chiesto a Flannery di farmi “sentire” i suoi pensieri per avere una visione dall’interno dell’atto creativo e uscire per una volta dai soliti consigli tecnici sulla scrittura.
La signorina Willerton ha pranzato con tre persone noiose e petulanti che non sanno cosa sia l’arte, ha sparecchiato, ha mandato affanculo Lucia che la importunava ed è salita nella sua camera.
Una volta lì si è seduta davanti alla macchina da scrivere e ha cominciato a pensare a quale soggetto sarebbe stato adatto per affrontare un problema sociale. Pensa ai fornai…no, non vanno bene. Gli insegnanti? No, gli insegnati non costituiscono un problema sociale, sono fuori moda e le hanno sempre provocato un senso di disagio.
I mezzadri? Certo! i mezzadri sarebbero stati un soggetto artistico buono come qualunque altro e le avrebbero conferito quell’aria di preoccupazione sociale (ogni scrittore deve avere la sua “preoccupazione”) che era così importante nei circoli letterari che sperava di frequentare in futuro.
Cominciò a scrivere.
“Lot Motun chiamò il suo cane.” La parola “cane” fu seguita da una brusca pausa. La signorina Willerton era bravissima con la frase d’attacco e su di esse costruiva il racconto.
[la signorina Willerton…devo poi ricordarmi di scrivere com'è andato a finire il racconto e la storia del suo racconto]

Personalità della donna è l’incoscienza nobilitata dall’incoscienza.

C’è una donna nella stanza prima che entri uno che la vede? Esiste la donna in sé?

Per l’uomo lo specchio serve solo alla sua vanità; la donna ne ha bisogno per assicurasi della propria personalità.

Quanto più forte è la personalità di una donna, tanto più facilmente essa porta il fardello delle sue esperienze. L’orgoglio viene dopo la caduta.
[per gradire, quattro aforismi di Karl Kraus sulle donne]

Questo romanzo dura un respiro, uno di quelli che fanno bene e cacciano fuori tutti i pensieri; lasciandoti come quando scende quel silenzio tombale durante una partita di calcio e si sente solo la voce del cronista sintonizzato su centinaia di tv nel raggio di chilometri; come quando entri in un palazzo di domenica alle tre e l'odore della frittura di pesce ti ricorda che forse un po’ di spazio nello stomaco c'è ancora; come quando senti le voci dei pochi venditori ambulanti rimasti i racconti dei ricoveri durante la guerra- e ti chiedi se è la stessa città di adesso, se è la stessa città che vede l'autore e se di questa città ne resta ancora una briciola.
[questo è un regalo. un inizio di recensione da adattare a un qualsivoglia romanzo]

In un angolo remoto dell’universo scintillante, diffuso in innumerevoli sistemi solari, c’era una volta un astro sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia universale”; ma fu solo un minuto. Dopo pochi respiri della natura, l’astro si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.
[l’incipit di una breve e famosissima opera che lascerò scoprire a chi vorrà]

“L’arte è un passo che dalla natura conduce all’infinito”
(“Art is a step from nature toward the infinite”)
[frase fantastica di Gibran]

lunedì 3 ottobre 2011

Federico, dicci qualcosa sulle donne e sul matrimonio...


La donna perfetta. La donna perfetta è un tipo umano più alto dell'uomo perfetto; anche qualcosa di molto più raro. La zoologia offre un mezzo per rendere verosimile questa proposizione.

Derivata dalla madre. Ognuno porta in sè un'immagine della donna derivata dalla madre: da essa ognuno viene determinato a rispettare o a disprezzare le donne in genere, o a essere generalmente indifferente verso di loro.

Una malattia da uomini. Contro la malattia maschile del disprezzo di sè giova nel modo più sicuro l'essere amati da una donna intelligente.

Differenti sospiri. Alcuni mariti hanno sospirato sul rapimento delle loro mogli; la maggior parte nel fatto che nessuno gliele abbia volute rapire.

Amicizia femminile. Le donne possono stringere benissimo amicizia con un uomo; ma per poterla conservare - a tal fine deve ben aiutare una piccola antipatia fisica.

Un elemento dell'amore. In ogni specie di amore femminile viene in luce anche qualcosa dell'amore materno.

L'unità di luogo e il dramma. Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti.

Non c'è stasi nell'amore. Un musicista che ami il tempo lento, sonerà le stesse composizioni sempre più lentamente. Così in nessun amore v'è stasi.

Pudore. Con la bellezza delle donne cresce in genere il loro pudore.

Matrimonio di buona durata. Un matrimonio in cui ciascuno dei coniugi vuol raggiungere tramite l'altro uno scopo individuale, si tiene bene insieme, come per esempio quando la moglie vuol diventare celebre per mezzo del marito e il marito popolare per mezzo della moglie.

Amare e possedere. Le donne amano per lo più un uomo importante in modo da volerlo avere tutto per sè. Volentieri lo metterebbero in clausura se la loro vanità non le dissuadesse: questa vuole che egli appaia importante anche di fronte agli altri.

Il matrimonio come lungo dialogo
. In procinto di contrarre un matrimonio bisogna porsi la domanda: credi tu di poter conversare fino alla vecchiaia con questa donna? Ogni altra cosa nel matrimonio è transitoria, mentre la maggior parte del tempo della vita comune è presa dalla conversazione.

Le donne nell'odio. Nello stato di odio le donne sono più pericolose degli uomini; innanzitutto perchè esse, una volta che il loro sentimento ostile sia suscitato, non sono trattenute da nessun riguardo di equità e lasciano invece crescere indisturbato il loro odio fino alle ultime conseguenze; poi perchè sono esercitate a trovare punti deboli (che ogni uomo, ogni partito ha) e a colpire in essi: nella qual cosa il loro intelletto, affilato come un pugnale, rende loro eccellenti servigi (mentre gli uomini alla vista delle ferite si trattengono e divengono spesso magnanimi e concilianti).

giovedì 28 luglio 2011

Amicizie...


Ho un solo amico, l'eco. E perchè è mio amico? Perchè amo il mio dolore, e lui non me lo porta via. Ho un solo confidente, il silenzio della notte. E perchè è mio confidente? Perchè tace.

domenica 20 marzo 2011

Non è stato infruttuoso fare un bisognino sabato sera

Come secondo la leggenda andò a Parmenisco, che nell'antro di Trofonio perse la capacità di ridere, ma la riebbe a Delo alla vista di un tronco informe che veniva presentato come l'immagine della dea Leto, così è andata a me. Giovanissimo dimenticai il riso nell'antro di Trofonio; più innanzi negli anni, quando aprii gli occhi e considerai la realtà, mi misi a ridere, e da allora non ho più smesso. Vidi che il senso della vita era l'avere un impiego, il suo fine diventare consigliere della corte di cassazione; che la fertile passione dell'amore era trovare una fanciulla benestante; che il bene supremo dell'amicizia era l'aiutarsi a vicenda negli imbarazzi finanziari; che la saggezza era quello che pensavano i più; che l'estro era tenere un discorso; che il coraggio era rischiare una multa di dieci ristalleri; che la cordialità era chiedere "pranzato bene"? lasciando la tavola; che il timor di Dio era fare la comunione una volta l'anno. Questo io vidi, e risi.

mercoledì 15 dicembre 2010

Donna, fantasia

Lo sterile piacere dell'uomo si nutre dello sterile spirito della donna. Ma del piacere femminile si nutre lo spirito maschile. Il piacere di lei crea le opere di lui.
Tutto ciò che alla donna non è dato rende possibile all'uomo di servirsi dei propri doni. Libri e quadri vengono creati dalla donna, - non da quella che li scrive o dipinge. Un'opera viene messa al mondo: questa volta la donna ha fecondato ciò che l'uomo ha partorito.

Karl Kraus, Detti e contraddetti