Visualizzazione post con etichetta Filosofia vana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia vana. Mostra tutti i post

giovedì 15 novembre 2012

Indovinello


Ecco un indovinello proprio carino.
Dalle seguenti definizioni si deve indovinare di quale categoria di persone si sta parlando.
Pronti? E via!

- Tangheri addottrinati che inquinano la tazza della mente.
- Melliflui chiacchieroni che rimpiangono tempi che non hanno mai vissuto.
- Che amano le ammuffite librerie indipendenti e i librai invadenti.
- Che se gli chiedi: Qual è la cosa che apprezzi di più in una donna? rispondono: L’intelligenza...
- ...e per questo hanno grossi problemi a rimorchiare
- ...e preferiscono stare a casa a rileggere Infinite Jest.

giovedì 17 maggio 2012

È ufficiale: condannate l'Ermeneutica e la filosofia Postmoderna

(un filosofo postmoderno viene fucilato da un plotone di filosofi realisti)

Non seguo nessun maestro di pensiero, odio i guru, i capi carismatici e altra gentaglia.
Non appartengo a nessuna scuola, non ho mai fatto lo zerbino di nessun professorone, non ho mai creduto né mi sono mai piaciuti gli –ismi, gli –isti e tutte le etichette della minchia. Ho fatto tutto il possibile per uscire al più preso da qualsiasi discepolato. I maestri cercano seguaci, cioè cercano zeri e io uno zero non sono. Ho il mio gusto e il mio cervello, non mi comanda nessuno e a tutti i maestri, i professori e gli insegnanti ho sempre mostrato il dito medio quando si pigliavano un’eccessiva confidenza o esageravano nel volermi influenzare.
Io sono Ingestibile, lascio fare i i coglioni boccaloni ad altri.
Non capisco la gente che dedica la vita a un solo pensatore, quelli che si consacrano ad un solo filosofo, insomma quelli che per forza devono avere un Cristo da adorare e un Vangelo da leggere.
Ma che senso ha?
Mi si potrebbe dire che così va il mondo accademico, che la cultura funziona così, l’università, gli studi, le monografie…ma sticazzi!
Io leggo ciò che mi pare e tutto quel che mi pare. Leggo Kant senza essere kantiano, Nietzsche senza essere nicciano, Sartre senza essere esistenzialista ecc. ecc. Io svario da Eraclito e Parmenide a Platone e Aristotele, da Giordano Bruno e Cartesio a Leibniz e Hegel, da Marx e Stirner a Foucault e Deleuze e molti, molti altri ancora.
In questi giorni ho letto che sono stati condannati due metodologie di pensiero: l’ermeneutica e il pensiero postmoderno che hanno avuto una certa popolarità negli ultimi decenni, mentre si inneggiava al realismo come pensiero filosofico da preferire e coltivare in questi tempi così difficili.
Io me la spasso troppo a seguire queste diatribe tra vecchi filosofanti, alla fine della lettura mi ritrovo sempre a ghignare e a sussurrare quasi tra me e me un bel emmecojoni!
Comunque veniamo a noi e vediamo un po’ il perché di questo ostracismo filosofico.
Il pensiero postmoderno, si dice, non è che è fallito, ma si è realizzato troppo bene, e in maniera perversa, cioè contraria alle intenzioni dei suoi teorizzatori filosofici. L’idea era che la decostruzione di una realtà piena di costruzioni sociali sarebbe risultata emancipativa.
Il risultato, però, è stato il realitysmo mediatico (e poi non dite che non vi faccio divertire con queste buffissime espressioni), dove l’ironia e la critica dell’oggettività non sono emancipazione, ma oppressione. Il risultato sono state guerre scatenate sulla base di menzogne, crisi economiche prodotte da una finanza creativa che non faceva differenza tra realtà e immaginazione, e, nel minimo farsesco, Berlusconi che si inventa nipoti di Mubarak. Bisogna, si dice, riconoscere l’arco che dal postmoderno conduce al populismo.
Ecco, io non sono un pensatore postmoderno, il solo nome “pensiero debole” mi fa cacare, ma imputare al postmoderno la nascita dei reality show e della tv di merda, le guerra contro Saddam e l’avvento di Berlusconi in politica mi pare proprio ‘na strunzat’.
Occupiamoci ora dell’ermeneutica.
Nessun filosofo realista nega l’importanza dell’ermeneutica nelle pratiche sociali e conoscitive. Quello che appare inaccettabile è la formulazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Perché anche qui, sulle prime appare come una grande promessa di emancipazione, l’idea di una umanità che si libera dalle ombre della caverna platonica, dai falsi idoli e dalle illusioni. Ma poi si rivela per quello che è, un perfetto strumento reazionario, la traduzione filosofeggiante e scettica del “La ragione del più forte è sempre la migliore”, l’idea che chi ha il potere, per ingiusto e disumano che sia, può imporre le sue interpretazioni, con la forza dei suoi avvocati o dei suoi eserciti o dei suoi soldi. Immaginate, si dice, un tribunale in cui, invece che “La legge è uguale per tutti”, trovaste scritto “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Ci sarebbe certo da aver paura, ci sentiremmo peggio di Josef K. de Il processo di Kafka. C’è un filo continuo che dal disprezzo dei fatti, dal considerarli banali e modificabili, porta alla negazione dei fatti. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” significa, se le parole hanno un senso, che anche Auschwitz è solo una interpretazione.
Io non sono un ermeneuta, ma tutta sta tiritera sul “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” va fuori strada. Non c’entra una beata fava tutto ciò con Nietzsche e il suo pensiero.
Vabbè, vorrà dire che nei prossimi post mi dovrò occupare di questa presunta vera e vincente filosofia realista e ristabilire la verità storica e filosofica della frase nicciana.
Au revoir.

venerdì 20 aprile 2012

Piccola guida per diventare Filosofi Accademici del III Millennio [seconda parte]

Jean-Paul Sartre (non sottovalutate MAI l'importanza della pipa per un filosofo)
Dicevamo ieri che il vostro compito filosofico principale consiste nel separare la soggettività da qualsiasi costrutto trascendentale. Dovete contribuire, insomma, alla tendenza filosofica fondamentale della nostra era; alla progressiva e irreversibile scissione tra soggetto e trascendentale. Un’ultima cosa, prima di passare all’esempio pratico, che riguarda la filosofia d’oltremare e cioè la filosofia inglese e americana, con le accuse che potrebbero muovervi di solipsismo, idealismo e altre scemenze: fottetevene. Gli anglo-americani non sono filosofi; è gente che crede che la filosofia sia una specie di logistica, è gente che traduce “spirito” con “mind”, è gente che parla di “buon senso” ma il buon senso è di quanto più lontano possibile dalla filosofia. L’unico filosofo di lingua inglese è stato Shakespeare, al massimo posso concedervi David Hume e un poco di Bertrand Russell. Il resto potete tranquillamente ignorarlo e dedicarvi solo a scrittori e poeti di quelle terre. Torniamo a noi, cioè a Sartre e ad Husserl. Per diventare Filosofi Accademici del III Millennio, dovete individuare un mostro sacro del vostro tempo e fare quello che il giovane Sartre, scrivendo La trascendenza dell’ego, fece col padre della Fenomenologia.
Edmund Husserl (sì, lo so. è antipatico anche a me, ma tant'è...)
Husserl reintrodusse una nozione di “coscienza” come orizzonte trascendentale, condizione prima e originaria di ogni verità e di ogni rapporto col mondo. Ma già nei suoi scritti e poi in tutto il cammino della fenomenologia, questa coscienza si svuota assai presto di ogni riferimento soggettivo per diventare un anonimo e impersonale “campo trascendentale”; vale a dire, qualcosa che sta più nell’ordine dell’ che dell’Io. (e quindi anche Husserl segue l’ormai inevitabile “lezione hegeliana”) Cosa fa Sartre? Sartre punta dritto al cuore della fenomenologia, e cioè proprio a quella nozione di coscienza trascendentale che costituisce l’architrave del sistema husserliano, per espungervi l’Io. Capito? Trovate il mostro sacro, afferratelo per le corna, prendete possesso dell’idea filosofica principale (ogni filosofo ha un’idea principale), stabilitevi nell’architrave concettuale del vostro interlocutore ed espungete qualsiasi riferimento soggettivistico. Sartre mira a purificare l’idea di coscienza per liberarla da ogni soggettivismo, sino a riformularla come una pura “spontaneità” del tutto impersonale. Di questa assoluta trascendenza, dovrebbe ormai essere chiaro, l’Io non è né il proprietario, né il fondamento: ne è, semmai, soltanto una maschera. Riepilogo filosofico: purificare l’idea di coscienza, darle una nuova ed impersonale nozione concettuale, dare all’Io un ruolo post hegeliano. Ma non è finita, dovete fare il secondo passo. Per essere Filosofi Accademici del III Millennio, dovete innestare la vostra filosofia teoretica su una filosofia politica. Il filosofo è sempre teoretico ed etico, cioè politico. Ovviamente l’esempio sartriano, risalendo agli anni ’30 del Novecento, è basato sulla politica marxista e nostro compito non è seguirlo pedissequamente, ma solo apprendere i rudimenti della tecnica della filosofia politica. Dovrete portare il vostro discorso sulla politica attuale, altrimenti il demone dell’accusa di essere soltanto un idealista, vi perseguiterà fin nella tomba. Quello che voglio sottolineare è che se Sartre è riuscito a convincere i duri e puri della sinistra materialista marxista, che erano già a pronti ad accusare la fenomenologia di restare chiusa in un astratto idealismo (che vi dicevo prima?), ignaro di sofferenze, fame e guerra, nessuna impresa di filosofia politica è impossibile. Il vostro punto di partenza sarà che, una volta espulso l’Io dalla coscienza, l’Io si ritrova immerso nel mondo, costituito dalla stessa trama materiale di cui sono fatte tutte le cose. Questo rendere l’Io “mondano” è basilare per far capire che la fenomenologia (o chi per essa) può essere capace di un concreto realismo e trovare pieno ascolto nei sostenitori del materialismo storico (o di altri movimenti politici). Per realizzare il matrimonio tra la vostra filosofia teoretica e il pensiero politico a voi contemporaneo, dovrete decretare il divorzio tra soggetto e trascendentale; fare insomma incontrare il pensiero filosofico del vostro mostro sacro con il pensiero politico del momento così come Sartre unì la filosofia politica di Marx con la fenomenologia di Husserl. E in questo Jean-Paul fu geniale. Nell’infuriare della battaglia filosofica seppe capovolgere la situazione come un novello Napoleone. Non era lui che viveva nella sua torre d’avorio, non era lui che sproloquiava di una filosofia morta e inutile. Erano i marxisti che dovevano ascoltarlo per evitare l’assurdità di un “materialismo metafisico" (!!!), cioè di un materialismo ingenuo, e trarre dunque fuori la corrente marxista dai presupposti infondati e dalle rigidità ideologiche in cui era impantanata. Dovrete, per concludere, non accettare semplicemente il pensiero politico presente; ma accettarlo con riserva. Cioè accettarlo, abbracciarlo, ma con le vostre idee e correzioni. Sartre accettò sì il marxismo allora dominante, ma attraverso una dialettica “aperta” che conteneva in nuce successive e costanti proposte di revisione. Chapeau Jean-Paul! E leggete La trascendenza dell’ego.

giovedì 19 aprile 2012

Piccola guida per diventare Filosofi Accademici del III Millennio [prima parte]

(senza ego cogito, non sei nessuno)

Oggi e domani dedico due post ai giovani filosofi. Il primo, che è questo, è di ordine puramente teorico; domani, invece, il post sarà essenzialmente pratico perché ricordate: la filosofia si pensa e si fa. Teoria e pragma. Sempre.
Per diventare dei Filosofi Accademici del III Millennio, dovete innanzitutto fare a brandelli il soggetto trascendentale. È un qualcosa di obbligatorio se volete porvi in scia con la tendenza filosofica fondamentale del nostro tempo.
Secoli fa avreste dovuto dimostrare l’esistenza di Dio; oggi dovete espungere il soggetto trascendentale dall’orizzonte filosofico.
Per far questo dovete, ovviamente, conoscere meglio possibile le tappe più importanti della storia della filosofia. Senza storia della filosofia, non andrete mai da nessuna parte. Faccio un breve sunto.
L’età moderna filosofica si apriva con l’ego cogito, posto da Cartesio a fondamento della conoscenza certa e si chiudeva con l’Io penso di Kant.
Quindi, anche se considerate Cartesio un leccaculo e Kant un professore rompi coglioni dovete studiarne il pensiero e possederne i concetti fondamentali.
Dopo aver letto e riletto le opere principali di questi due pensatori (condizione fondamentale per diventare Filosofi Accademici del III Millennio), dovrete affrontare il pensiero contemporaneo che ha invece consumato e poi definitivamente sancito il divorzio tra il trascendentale (gli a priori che rendono possibile l’esperienza) e la soggettività.
Per fare ciò, il vostro punto di riferimento, il vostro nume tutelare sarà Hegel.
Con Hegel gli a priori si trovano sbalzati fuori dal soggetto e gettati nel tumultuoso divenire: non più assimilabili a delle categorie pure, fissate nella nostra mente, le condizioni dell’esperienza sono invece determinate dalla storia nel suo mutevole cammino. Dopo Hegel l’a priori è dislocato sistematicamente altrove dalla coscienza soggettiva.
Per dimostrare la costanza e la realtà di questo “dislocamento” prenderò ad esempio tre dei più famosi pensatori post hegeliani.
Marx dislocò l’a priori nei rapporti socio-economici, Nietzsche in un gioco di cieche forze, Freud nei meccanismi dell’inconscio.
Trovare la vostra dimensione dell’a priori sarà un lavoro che toccherà a voi fare e che dipenderà dalla sensibilità filosofica propria ad ognuno di voi.
Quello che io posso darvi è un esempio, un modello col quale potrete confrontarvi e cioè il giovane Sartre alle prese col mostro sacro Husserl.
Ed è questa la parte pratica che affronteremo domani.

domenica 15 aprile 2012

Valentina Nappi, pornofemmina napoletana


È palese che i napoletani abbiano una marcia in più.
Non è, questa, una frase campata in aria perché ci sono fatti empirici che durano da più di duemila anni. Non ha neanche niente di trionfalistico perché spesso la marcia in più vuol dire che siamo i migliori pure a fare schifo.
I napoletani non hanno misura nel bene come nel male. Sono al di là del bene e del male, ma in un senso diverso da come lo intendeva Nietzsche.
Oggi parlo di una conterranea giovanissima (appena ventunenne), che ha fatto una scelta molto particolare: diventare una pornostar.
Si chiama Valentina Nappi e lascio che sia lei stessa a presentarsi
Adoro quel tripudio di sensazioni che è la vita e amo il sesso. Mi piace mettere costantemente in relazione il sesso con tutti gli altri aspetti della vita. Ho uno stile di vita un po’… “fauve”: i colori accesi della mia sessualità sono i colori di Matisse, del Sacre du printemps, di Positano…
Sogno un porno che occupi un posto di primissimo piano nel mondo della cultura. Il grande porno non deve avere meno dignità della grande architettura o del grande design. È colpa della sessuofobia – vi siete mai chiesti perché sono stati pochissimi, finora, i grandi architetti/designer che “ci hanno messo la faccia” nel disegnare sexy toys? eppure un sexy toy NON è certamente un oggetto più “scemo” di tanti altri oggetti d’uso quotidiano con cui i più grandi si sono ampiamente cimentati – dicevo, è solo colpa della sessuofobia se si considera il porno un ambito “a parte”, di serie b, da confinarsi entro un ben preciso recinto.
Il porno non è “mercificazione” più di quanto sia mercificazione la vendita di libri, di musica, di disegni, di software. Pensare che soltanto il sesso debba essere “non vendibile” significa paradossalmente collocarlo in una sfera più alta e “intoccabile” rispetto a tutto il resto, mentre io credo sia un ambito come tutti gli altri, che non vada separato dagli altri e che possa e debba dialogare con gli altri.
Parlo di lei perché oltre ad essere bella e ad avere un gran corpo, ha pure cervello. Ed è questo, più che le tette o i film, che mi interessa. Fosse stata la solita pornostar che non vale niente se non per i film che fa, mai me ne sarei occupato. Valentina si interessa di cinema, di filosofia, ha ucciso Duchamp, ha deciso di cancellarsi da Facebook perché non condivide la politica di Zuckerberg (e l’ha annunciato al grido “L’etica prima di tutto!”), si occupa di politica e chissà quali altre sorprese ci riserverà in futuro.
Leggete, per esempio, questa sua stimolante divagazione.
Nei confronti dei conservatori e dei nuovi nazisti ossessionati dalla logica identitaria e nemici del progresso, dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo esserlo in maniera tecnico-scientifica.
Per chi non lo sapesse, la storia di Heidi è ambientata fra la Svizzera (la parte bucolica) e la Germania (la parte con Klara e la signorina Rottenmeier) alla fine dell’Ottocento. Lo stile pedagogico della signorina Rottenmeier è quello tipico della Germania pre-nazista. La signorina Rottenmeier è il prototipo dell’educatrice di quella che sarà la gioventù nazista. Invito tutti a rivedere (o a vedere, a seconda dei casi) il film “Il nastro bianco” di Michael Haneke e a riflettere sui rapporti di causa-effetto fra l’educazione sessuale rappresentata nel film e il fenomeno nazista.
Ecco, accolgo con immenso piacere questo suggerimento e lunedì comincerò a cercare questo film per poi riparlarne nel blog.
Conoscerò Valentina il 14 luglio perché ho intenzione di partecipare al Festival di Popsophia che si terrà a Civitanova Marche e lei sarà l’ospite d’onore.
Per concludere, posto questo suo articolo molto interessante e condivisibile che dimostra quanto sia intelligente e interessante questa ragazza così lontana dal cliché della porno attrice bona, troia e stupida.
Dove va la morale del Paese? Da pornoattrice, (non) rispondo!

Recenti vicende di cronaca hanno ri-attizzato - ma forse è meglio dire: corroborato - l'indignazione e la sfiducia nella classe politica da parte di milioni di italiani. Si è quasi tentati di fare di tutt'erba un fascio, giacché anche chi si spaccia per diverso... poi si scopre che "chiagne e fotte".
Qual è il "sentiment" degli italiani? Il problema di moltissimi giornalisti, di parecchi politici e di alcuni filosofi è pensare che si possa rispondere intuitivamente a tale domanda. Salvo poi rimanere sorpresi, stupiti dai fatti, dagli eventi. Perché la realtà di un paese costituito da sessanta milioni di individui concreti è troppo complessa per essere catturata da un'intuizione.
La nostra intuizione "politica" si è evoluta biologicamente in contesti del tutto differenti da quello di uno stato nazionale contemporaneo (e, a maggior ragione, di una macroregione continentale contemporanea).
Non esiste il fiuto in politica. Non esiste una sensibilità, una capacità intuitiva che permetta di cogliere, in una brillante sintesi, cosa senta la gente, cosa dica la gente, cosa voglia la gente. Paradossalmente è più facile (per chi ne ha i mezzi) agire sul "sentiment" che capirlo.
Da quando ho deciso di fare pornografia, ho oscillato più volte fra due punti di vista: quello secondo cui l'accettazione sociale della pornografia è una cosa oramai ovvia e consolidata, e quello secondo cui è ancora in corso un'evoluzione morale ed estetica concernente la comune percezione del mondo e dei prodotti hard. Quando ho considerato più vera la prima ipotesi, ho concepito la mia attività in un'ottica puramente artigianale, assolutamente disimpegnata (ma non per questo meno interessante). Quando ho considerato più vera la seconda ipotesi, sono stata indotta a porre la mia attività in relazione con l'evoluzione morale ed estetica in corso.
Devo dire che molto è dipeso, di volta in volta, da quali fossero i miei interlocutori: con quelli che "cara Valentina sei in ritardo di parecchi anni" ho assunto un atteggiamento in linea con la prima ipotesi; con altri - mi è parso quasi d'obbligo partire dalla seconda ipotesi.
Come stanno effettivamente le cose? Me lo sono chiesta diverse volte e ho cambiato spesso le mie posizioni. Ma la verità è che le cose stanno in tutti e due i modi. Anzi in tre modi, quattro modi, cinque modi, cento modi. E sarei stata condannata a cambiare idea ogni dieci minuti se non mi fossi resa conto che il punto vero è cogliere la molteplicità della realtà che mi circonda e dei processi evolutivi in corso. Il Paese cambia, la cultura cambia, la morale cambia, l'estetica cambia. Oggi come nel '68. Ma non c'è una sola linea evolutiva. Pertanto ciascuno di noi deve agire facendo i conti con una molteplicità di realtà e di processi di cambiamento. Deve, con la propria attività, rispondere a una molteplicità di domande. E deve essere in grado di pensare la propria attività in una molteplicità di sensi e in funzione di una molteplicità di livelli di ricezione (e - perché no - di polemica). E questo vale in particolare se la propria attività si chiama pornografia, perché la pornografia è esposta ad attacchi (e inviti all'indifferenza) provenienti dalle posizioni più disparate (e spesso in netto contrasto fra loro) e giocati sui piani (e sui livelli) più differenti.
Forse è proprio prendendo le difese della pornografia - che nel mio caso significa difendere la propria attività e le proprie scelte - che ci si imbatte nella maniera più evidente nell'articolatissima (e dotata di vari livelli di profondità) ramificazione dei molteplici "sentiment" morali, politici ed estetici del Paese. E ci si rende conto che qualsiasi risposta alla domanda "Dove va la morale del Paese?" non può avere il carattere di una sintesi.
È lo "scritto politico” più lucido che mi sia capitato di leggere da molti mesi a questa parte. Chapeau, Valentina!

martedì 10 aprile 2012

Eva e la nascita del pensiero critico


Questa storia comincia nel Paradiso terrestre, ma senza cazzate teologiche.
Adamo nutriva un interesse particolare per un melo, l’albero con i frutti più buoni di tutto il giardino. Il buffo è che le mele di quell’albero, nel loro momento di massima bontà, cadevano sempre in un ruscello, dove rischiavano di finire fuori della portata di Adamo.
Adamo passava piacevolmente il suo tempo cercando di attirare a sé le mele con l’aiuto di un bastone. Non ci riusciva mai, perché ogni volta che metteva il bastone nell’acqua, quello si spezzava. Non era un problema. Adamo si cercava un altro bastone: più lungo, più grosso, di legno migliore, più flessibile … Eva stava a guardare un po’ discosta, con irritazione crescente.
Eva si chiedeva come si potesse essere tanto scemi. Alla fine, non ce la fece più e disse ad Adamo: “Ma non vedi che se metti un bastone nell’acqua, quello sembra rotto, ma non lo è veramente?”.
Il buon Adamo si trovava nella condizione che i filosofi definiscono “realismo ingenuo”. Condizione nella quale la realtà, così come appare, viene accettata come un dato di fatto: non si pongono domande, né si formulano riflessioni. Il realismo ingenuo non è una scelta filosofica, è l’assenza di qualsiasi filosofia.
Possiamo mettere a confronto le posizioni di Adamo ed Eva nel modo seguente:
- Per Adamo, le cose sono così come appaiono: una balena è un pesce, il Sole gira intorno alla Terra e chiunque sembri essere la nonna è la nonna (e non il lupo cattivo, perché anche lui è quello che appare). Al contrario, Eva distingue tra i fenomeni – cioè il modo in cui le cose ci si presentano – da una parte e, dall’altra, le cose stesse. Sa che l’apparenza può ingannare e si è armata di una sana diffidenza.
- Adamo sa pensare solo che il mondo sia per lui direttamente accessibile. Io ho un contatto intimo e immediato con la sedia su cui siedo. Così conosco quella sedia: essa mi si manifesta senza alcuna riserva. Eva, invece, si rende conto che una sedia non può far parte della mia conoscenza letteralmente, in tutto il suo essere. Quello che della sedia mi raggiunge sono stimoli sensoriali, né più né meno. Tra il mondo e ciò che sappiamo del mondo si frappongono sempre e inevitabilmente i nostri sensi. Ogni conoscenza è indiretta, pensa Eva.
- Se la realtà ci si presenta così com’è, allora, con un po’ di buona volontà, tutti hanno naturalmente la stessa immagine della realtà. Nella visione di damo, neppure la comunicazione – nel senso di comprensione reciproca – è un problema; per Eva, le cose sono un po’ più complicate. Eva vede che spesso le persone si formano immagini della realtà molto diverse, secondo il punto di vista di ciascuno. Questo spiega perché la comunicazione può essere tanto problematica. È una vera impresa.
Eva ha introdotto nella nostra cultura il pensiero critico. Pensiero critico significa: pensare verificando e, i solito, questo avviene spontaneamente. Ci passa continuamente per la testa ogni sorta di pensieri. A volte quei pensieri scaturiscono in maniera perfettamente logica da pensieri precedenti, a volte si tratta di associazioni più o meno creative con contenuti di coscienza precedenti; altre volte non abbiamo la minima idea di come un certo pensiero ci sia venuto in mente. Quale che sia l’origine dei pensieri, è difficile non abbinarli immediatamente a una valutazione, a una risposta a domande come:
- È un pensiero bello, piacevole?
- È un pensiero comprensibile per me, a una più attenta riflessione?
- Che relazione ha questo pensiero con quanto ho già pensato prima sull’argomento?
- È un pensiero importante? Per esempio, ha un valore monetario?
- Il papa sarebbe d’accordo?
- Come potrei difendere questo pensiero, se fosse necessario?
Pensiero critico è quel pensare, sognare, fantasticare, preoccuparsi, che, coscientemente o incoscientemente, è accompagnato – se non addirittura oppresso – da verifiche di questo tipo. Provate, nella vostra coscienza, a tenere vivo per un po’ un pensiero senza accompagnarlo con alcuna valutazione di quel pensiero stesso. Vi accorgerete che non è facile. Nella misura in cui ci riusciamo, ci domandiamo se abbiamo davvero riflettuto. Non è tutto il pensiero un pensiero critico? Se esistesse qualcosa come un pensiero non critico, potremmo ancora distinguere quell’attività dal sognare a occhi aperti?
Caratteristica del pensiero (critico) è che subito ci poniamo a una certa distanza da quel pensiero che ci è appena venuto in mente: facciamo un passo indietro e lo guardiamo (che sarebbe la traduzione della parola greca teoria …). Quello che vediamo, è un’istantanea della condizione della nostra coscienza. Guardiamo in uno specchio interiore, riflettiamo.
Se volessimo specificare in che senso il pensiero filosofico sia un pensiero critico, potremmo dire che il pensiero filosofico è un pensiero critico che procede per concetti.

mercoledì 4 aprile 2012

Céline e la verità sui professori di filosofia


- Che cosa ne direbbe allora d’un piccolo dibattito filosofico? … si sente in grado? … un dibattito, facciamo, per esempio, sulle mutazioni del progresso in conseguenza delle trasformazioni del “sé”? …
- Ah signor professor Y, io voglio portarle rispetto e tutto quanto … ma glielo dico subito: sono contrario! … io non ho idee! neanche mezza! per me non c’è niente di più volgare, di più ordinario, di più disgustoso delle idee! nelle biblioteche ne trova a iosa! e nei caffè! … tutti gli impotenti traboccano di idee! … e i filosofi! … le idee sono la loro industria! … si ruffianano i giovani con quelle! se li smagnacciano! … i giovani son pronti a buttar giù qualsiasi cosa … per loro tutto quanto è: formidaaaabile! così gli riesce facile a quei pappa! l’appassionata stagione della giovinezza passa ad arraparsi e a farsi gargarismi di “ideaae”! … di filosofie, per meglio dire … sì, proprio di filosofie, caro signore! … ai giovani piace l’impostura come ai cagnolini piacciono quei legnetti, quegli ossi fasulli, che gli lanciano, e loro ci corrono dietro! si precipitano, abbaiano, perdono tempo, è quel che conta! … allora lei li vede tutti quei fanfaroni, che non la smettono mai di fare cavallin do do con la gioventù … di lanciarle un sacco di legnetti buchi, filosofici … come si spolmona la gioventù! … e come ci sta … e quanto è riconoscente! … loro sanno quello che ci vuole per lei, i papponi! delle ideae! … più che ideae! sintesi! e mutazioni cerebrali! … e giù un porto! e giù un altro! la logistica! formidaaaabile! … più è vuoto, più la gioventù ingolla tutto! smorfisce tutto! tutto quello che ci trova nei legnetti buchi … ideaaae! … cavallin do do … lei, lei professor Y, sia detto senza offesa, ha una faccia intelligente! persino da dialettico! … lei frequenta i giovani, è chiaro! chissà come gli riempie la zucca! lei ci campa sui giovani! lei li adora i giovani, no? … impazienti, presuntuosi, fiacconi … lei deve essere persino casuistico! ci scommetto! … più casuistico di Abelardo! … quindi alla moda!

(da Colloqui con il professor Y)

domenica 5 febbraio 2012

Breve storia del pensiero sul pensiero [she get 2]


Una breve storia del pensiero sul pensiero ha come tappa obbligata Immanuel Kant.
Kant, come Aristotele, era un professore, e come molti professori era un po’ pedante: inoltre, filosoficamente parlando, era anche una persona ordinata, e quindi potrebbe risultare noiosa. Kant non era né simpatico come Hume, né scrittore “divertente” come Nietzsche. Non biasimo i ragazzi che vorrebbero saltare a piè pari il filosofo di Konigsberg. Sappiate però che, non conoscendo la sua filosofia, nella vita vi mancherà qualcosa: se non altro la pazienza di ascoltare.
Visto che Kant va decantato con cura, questa puntata è dedicata solo a lui. Ho scritto il post più schematicamente possibile in modo da rendere le sue idee più comprensibili.
Nei suoi vasti paragrafi Kant sviluppa un vero e proprio sistema del pensiero e delle sue facoltà, che non tarda ad affermarsi e che rimane a lungo in auge come riferimento imprescindibile. In generale, spiega Kant, “si chiama pensiero il rappresentarsi qualcosa mediante concetti, cioè in termini universali”. Il pensiero, attuandosi mediante “concetti, giudizi e sillogismi”, è la facoltà conoscitiva superiore che rappresenta la spontaneità e l’attività del soggetto, a differenza della sensibilità che ne costituisce invece il lato passivo. Distinto dalle funzioni conoscitive inferiori – che sono: il repraesentare (vorstellen), il percipere (wahrnehmen) e il noscere (kennen) – il pensiero include le seguenti operazioni conoscitive superiori:
1) il cognoscere, cioè “l’avere nozione (kennen) in modo consapevole, vale a dire il conoscere (erkennen)”;
2) l’intelligere, cioè “il capire (verstehen), ossia il conoscere o concepire mediante l’intelletto (Verstand) in forza dei concetti”;
3) il perspicere, ovvero “il conoscere o intuire (einsehen) mediante la ragione (Vernunft)”;
4) il comprehendere, cioè “il comprendere (begreifen) nella misura che è sufficiente alle nostre intuizioni”.
In quanto capacità di quel “soggetto” per eccellenza che è l’uomo, il pensiero si esplica in virtù di tre facoltà fondamentali:
1) l’”intelletto” (Verstand), che è la capacità di “pensare da sé” (selbst denken);
2) il “giudizio” (Urteilskraft), cioè la capacità di “pensarsi (nelle relazioni con gli uomini) al posto di ogni altro” (sich-in der Mitteilung mit Menschen – in die Stelle jedes Anderen denken);
3) la “ragione” (Vernunft), ossia la capacità di “pensare sempre in accordo con se stessi” (jederzeit einstimming mit sich selbst denken).
Quale importanza Kant assegni alla funzione del pensare è indicato dal fatto che per dare un nome alla suprema funzione unificante del nostro conoscere egli scelga il termine, poi diventato celebre, “io penso” (Ich denke): l’”io penso” è il principio “che deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni”. Ma è significativo soprattutto che l’esercizio autonomo del pensiero costituisca per lui, in prospettiva etico-politica, il fondamento sul quale egli basa il progetto illuministico di emancipazione dell’uomo dallo stato di minorità in cui versa.

giovedì 2 febbraio 2012

Breve storia del pensiero sul pensiero [she get 1]


Da quando Parmenide ha formulato la celebre tesi “pensiero ed essere sono la stessa cosa” (fr. 3 … tò gar autò noein estin te kai einai), la filosofia non ha mai smesso di interrogarsi circa quell’indefinibile privilegio della specie umana che è il “pensiero”.
Il pensiero costituisce da sempre una delle questioni fondamentali che impegnano la filosofia e uno dei temi-pilastro sui quali essa ha lavorato e costruito nel corso della sua lunga storia.
Platone e Aristotele fanno del pensiero l’attività che contraddistingue l’uomo dagli altri animali e che, esercitato nella sua purezza come “pensiero di pensiero” (nòesis noéseos), lo rende simile agli dèi. A loro risale il primo studio rigoroso e sistematico delle diverse facoltà della mente – quelle discorsive e mediate dalla ragione (diànoia, ratio), che produce scienza, e quelle “intuitive” e immediate dell’intelletto o intelligenza (nous, intellectus), che coglie i princìpi da cui la scienza muove. In un significativo passo del De partibus animalium, Aristotele arriva a dire che delle parti dell’uomo “solo il pensiero (nous) viene da fuori (thyrathen) ed è divino: perché l’attività del corpo non ha nulla in comune con la sua attività”. Intorno all’enigmatica natura del nous si accenderà una disputa plurisecolare tra i commentatori antichi, arabi e medioevali – Alessandro di Afrodisia, Averroè e Tommaso d’Aquino per citare i più importanti – la quale, coinvolgendo il problema dell’immortalità dell’anima e il rapporto tra ragione e fede, si protrarrà fino in pieno Rinascimento, cioè fino al simbolico termine finale rappresentato dall’anno in cui Pietro Pomponazzi vide bruciato pubblicamente a Venezia il suo De immortalitate animae (1516).
Inaugurando una filosofica età nuova, Cartesio faceva del pensiero il principio incontrovertibile sul quale poggia ogni certezza conoscitiva e poneva così le basi di tutto il razionalismo moderno. Nell’indubitabilità del cogito ergo sum, il principio che dal pensare inferisce l’essere, Cartesio vedeva una “verità così salda e certa che non avrebbero potuto scuoterla neanche le più stravaganti supposizioni degli scettici” e giudicava di poterla assumere senza esitazione quale fondamento primo della sua filosofia (Discorso sul metodo, IV).
Pascal condivide con Cartesio l’idea che il pensiero sia ciò che contraddistingue l’uomo nella sua essenza più profonda: “Posso benissimo concepire l’uomo senza mani, senza piedi e magari senza testa, ma non senza il pensiero” (Pensieri, n. 339). Ma Pascal cala il primato del pensiero in uno sfondo metafisico meno ottimistico, più malinconico e mesto: “L’uomo non è che una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un soffio d’aria, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo… Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. Sforziamoci quindi di ben pensare: ecco il principio della morale”. E a margine si domanda: “Ma che cos’è questo pensiero?” (Pensieri, nn. 346 e 347). È la domanda che alimenterà un importante filone dello spiritualismo francese, raggiungendo un suo punto alto nella memoria di Maine de Biran su L’influenza dell’abitudine sulla facoltà di pensare (1802), ma che occuperà anche pensatori sensisti come Destutt de Tracy, che nella Memoria sulla facoltà di pensare (1798) scrive: “Il pensiero, o la facoltà di pensare, è il fenomeno massimo e più importante del nostro essere… È la nostra esistenza tutta intera… Sarebbe la stessa cosa che la vita, se non fosse che può essere sospeso dal sonno o da altri accidenti”.
È soprattutto nella filosofia tedesca, con la “rivoluzione copernicana” di Kant e con l’idealismo, che il pensiero diventa il baricentro verso il quale gravita ogni nostra esperienza, il punto archimedeo sul quale poggia tutta l’architettonica del nostro conoscere.
E proprio da Kant ripartirà, nel prossimo post, questa breve storia del pensiero sul pensiero.

sabato 8 ottobre 2011

E se fossimo cervelli in una vasca?


Oggi m’è venuta in mente una domanda che sicuramente ognuno di voi si sarà posto almeno una volta: e se la vita fosse solo un sogno?
Mi c’ha fatto pensare uno spezzone di Matrix che ho visto sul tubo, quando Morpheus dice: Benvenuti nel mondo reale. E se davvero la vita che stiamo vivendo non fosse che un’illusione generata da un software, un’allucinazione, un sogno?
Cartesio, coi suoi dubbi radicali, voleva però proporci una via d’uscita e una possibile certezza: quella dell’io pensante, del “Penso, dunque sono”.
Si potrebbe però obiettare che anche nei sogni noi pensiamo, ci percepiamo vivi e reali, sia pure in mezzo a scenari inesistenti, e magari nei panni di qualcun altro…
Nel romanzo di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Alice si imbatte nel Re Rosso addormentato che la sta sognando. Viene avvertita di stare attenta a non svegliare il Re, perché svanirebbe all’istante.
Lei però non sa che l’intero scenario, con le sue avventure e con tanto di Re Rosso che la sogna, è il sogno di un’altra Alice: Alice Liddell, la bambina cui Carroll ha dedicato il suo racconto. Ma allora anche Alice Liddell potrebbe essere il sogno di un’altra Alice, e così via.
È possibile evitare sto fastidioso regresso all’infinito?
Putnam si pose le domande: E se fossimo tutti cervelli in una vasca? E se le nostre esperienze reali non fossero altro che il frutto di impulsi che uno scienziato pazzo manda ai nostri cervelli?
Anche Putnam, come Cartesio, con il suo esperimento mentale del genio maligno, vuole confutare l’ipotesi scettica, dimostrando che non siamo cervelli in una vasca. Se fossimo cervelli in una vasca, attaccati a un computer e a degli elettrodi, il nostro mondo esterno sarebbe un’illusione, e ogni nostra affermazione su di esso dovrebbe essere falsa. Ma allora sarebbe falsa anche la premessa da cui siamo partiti, ovvero che siamo cervelli in una vasca.
Bravo Putnam, è un semplice argomento logico. È chiaro.
Eppure 'sta cazz di domanda continua a tormentarmi…

venerdì 22 luglio 2011

Una tipica domanda di fine luglio: Cos'è l'akrasìa?

Socrate, in vita, si dovette difendere dall’accusa di corrompere i giovani e di introdurre nella città di Atene nuovi dei. Corruttore ed empio (come ogni filosofo dovrebbe essere).
Da morto, filosofi e studiosi gli hanno rimproverato un eccessivo intellettualismo, il famigerato “intellettualismo greco”.
Vediamo un po’ di cosa si tratta con un esempio della vita moderna.
Immaginiamo Socrate davanti alla questione “smettere di fumare”. Per Socrate la soluzione è semplice. Una volta che si conoscano i danni e i lati negativi del fumare non si potrà che agire di conseguenza perché una volta accertato cos’è bene e cosa è virtuoso fare non ci resterà altro che comportarci bene e virtuosamente, cioè smettere di fumare. Per il saggio e per il filosofo sapienza e virtù non possono che andare a braccetto.
Aristotele non era d’accordo e sarebbe arrivato ad una conclusione ben diversa perché sapere che è bene smettere di fumare non basta.
Aristotele aveva messo in luce un fenomeno, l’akrasìa (che possiamo tradurre con debolezza del volere), che ci spinge a compiere scelte che sono in disaccordo con ciò che riteniamo sia un bene per noi.
Quindi neppure il saggio, il sapiente, o l’aspirante filosofo, è al riparo dagli accidenti della sorte, del desiderio, delle tentazioni esterne, dei piaceri. Nessuno si salva dall’akrasìa. Per difenderci da essa dovremmo costruirci, giorno per giorno, degli abiti mentali e comportamentali che ci spingano ad adottare comportamenti virtuosi (un po’ come Ulisse con le sirene…).
Ci costruiremmo così una “seconda natura”, che alla lunga modifica il nostro carattere finché l’essere virtuoso si trasforma in un istinto.
L’idea è geniale e profonda (come capita sempre coi Greci), ma oggi noi siamo meno ottimisti di Aristotele sull’esito finale di tali astuzie. Ci ritroviamo di più nello spirito di Raymond Carver che scrive: “La prossima poesia che scriverò… oh, la prossima poesia farà scintille! Ma non ci saranno sigarette in quella poesia. Comincerò a fumare la pipa.” E resta anche da definire in che senso lo smettere di fumare possa essere considerato una virtù o un vantaggio; o in che modo – pur giovando alla nostra salute – possa modificare il nostro destino.
Vi lascio citando uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Allan Stewart Konigsberg, noto anche come Woody Allen: “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più. Durante la quale pioverà sempre”.