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mercoledì 25 dicembre 2013

LEGGE CONTRO IL CRISTIANESIMO


Mi piace, la mattina di Natale, alzarmi quando mi va, andare in bagno, sciacquarmi la faccia, fare colazione, fumarmi una bella sigaretta e poi mettermi comodamente disteso o seduto a leggere L'Anticristo. Maledizione del cristianesimo di Nietzsche.
Vorrei dire che apro una pagina a caso e comincio a godere, ma non è così.
L'Anticristo lo leggo sempre dall'inizio perché per nulla al mondo mi perderei l'estremo godimento che mi regala la prefazione.
Questo libro si conviene ai pochissimi.
Non posso perdermi il pezzo che fa
Si deve essere addestrati a vivere sui monti - a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-dei-popoli, proprio del nostro tempo.
Poi continua...
il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un'esperienza di sette solitudini.
E così finisce...
Suvvia! Questi soltanto sono i miei lettori, i miei giusti lettori, i miei predestinati lettori: che mi importa del resto? - Il resto è semplicemente l'umanità. - Si deve essere superiori all'umanità per forza, per altezza d'animo - per disprezzo...
Qunate volte avrò letto e riletto questa prefazione? E chi lo sa. Tante.
Poi mi tuffo negli Iperborei...
"Né per terra, né per acqua troverai la via che conduce agli Iperborei".
Ok, L'Anticristo meriterebbe tanti post a parte, per poter parlare con calma almeno delle questioni più interessanti che esso sottomette alla nostra attenzione.
Oggi, invece, voglio solo postare la Legge contro il cristianesimo.
Niente auguri e fate i bravi, leggete tanti bei libri.
LEGGE CONTRO IL CRISTIANESIMO
Data nel giorno della salvezza, nel primo giorno dell’anno uno (- il 30 settembre 1888 della falsa cronologia)

Guerra mortale contro il vizio: il vizio è il cristianesimo

Prima proposizione. – Viziosa è ogni specie di contronatura. La varietà di uomo più viziosa è il prete: lui insegna la contronatura. Contro il prete non si hanno ragioni, si ha il carcere.

Seconda proposizione. – Ogni partecipazione a un servizio divino è un attentato al buon costume. Si deve essere più duri contro i protestanti che contro i cattolici, più duri contro i protestanti liberali che contro i protestanti di stretta osservanza. L’elemento criminale nell’essere cristiani aumenta nella misura in cui ci si avvicina alla scienza. Il criminale dei criminali è perciò il filosofo.

Terza proposizione. – Il luogo maledetto dove il cristianesimo ha covato le sue uova di basilisco sia raso al suolo e atterrisca tutta la posterità, in quanto luogo nefando della terra. Vi si allevino serpenti velenosi.

Quarta proposizione. – La predica della castità è un pubblico incitamento alla contronatura. Ogni disprezzo della vita sessuale, ogni insozzamento della medesima mediante il concetto di “impuro” è il vero e proprio peccato contro lo spirito santo della vita.

Quinta proposizione. – Chi mangia allo stesso tavolo con un prete sia messo al bando: con ciò costui si scomunica dalla retta società. Il prete è il nostro Ciandala – sia proscritto, affamato, cacciato in ogni specie di deserto.

Sesta proposizione. – La storia “sacra” sia chiamata con il nome che merita: storia maledetta; le parole “Dio”, “salvatore”, “redentore”, “santo” siano usate come insulti, come marchi d’infamia.

Settima proposizione. – Il resto segue da ciò.

L’Anticristo

lunedì 16 luglio 2012

Delle tre metamorfosi


Dopo il prologo, Così parlò Zarathustra si apre con il discorso Delle tre metamorfosi.
Metamorfosi del pensiero e del pensatore; temi molto cari a Nietzsche che ne scrisse più volte nei suoi libri – basta leggere, per fare due esempi, Crepuscolo degli idoli e Umano, troppo umano che è dedicato a una figura di pensatore particolare: lo spirito libero.
La prima figura di questa triplice metamorfosi è il cammello, la docile e paziente bestia da soma.
Il cammello rappresenta lo scolaro, l’alunno; il cammello deve seguire un certo numero di anni di discepolato che toccano a chiunque voglia incamminarsi sulla strada della conoscenza. Il cammello è l’umile animale che si carica degli insegnamenti e delle parole dei maestri e dei professori. Si fa vuoto per poter apprendere tutte le conoscenze che gli vengono impartite. Diventa una creta da plasmare.
Quindi, in realtà, tutti gli "spiriti anelanti" nascono cammelli e non smettono mai di esserlo visto che non smettono mai di aver voglia di imparare e di ascoltare chi è più esperto e ne sa più. Rimanere sempre e solo cammello, però, non è una buona cosa. Vorrebbe dire rimanere sempre uno zero, non acquisire quella indispensabile indipendenza che è il vero frutto dell’insegnamento. Bisogna pur camminare con le proprie gambe, no? Diciamo che tutti siamo cammelli e che molti restano tali. Quando parlo con qualcuno, capisco subito se ho di fronte un cammello; sono esseri buoni e simpatici ma non hanno il mio amore.
Che cosa succede al cammello? Il cammello, che si è incamminato sulla strada della conoscenza, all’improvviso si trova tutto solo nel deserto col suo pesante fardello. Qui lo spirito diventa leone, un leone che vuole la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Nel deserto il leone trova un grande drago che vuole imporsi come signore e nuovo dio, che egli vuol combattere per la vittoria.
Chi è il drago che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? ‘Tu devi’ si chiama il drago; ma lo spirito del leone dice ‘io voglio’. ‘Tu devi’ gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro ‘tu devi!’
Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il drago: “Tutti i valori delle cose – risplendono su di me. Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere più alcun ‘io voglio’!”. Così parla il drago.
Perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare nuovi valori – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone. Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, è necessario il leone.
Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il più terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda. Un tempo egli amava come la cosa più sacra il ‘tu devi’: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose più sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone.
Il passaggio da cammello a leone è necessario, così com’è necessaria la voglia di non essere sempre guidato e assistito e la voglia di fare da solo. Il leone è l’animale impavido e coraggioso che lotta per crearsi uno spazio d’azione. Attenzione, però. Un leone dev’essere stato prima cammello, deve cioè aver fatto (diciamo così) la gavetta. Ci sono alcuni che vogliono fare direttamente i leoni senza aver mai imparato e seguito un cazzo. Questi qui rischiano di essere solo dei minchioni rompi palle che non approdano mai a niente. Degli urlatori isterici e inconcludenti.
Dopo il leone, l’ultima figura è il fanciullo.
Che cosa sa fare il fanciullo che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola (“Nulla vi è che ti muova – tu stesso sei la ruota, che corre da sé e non ha posa”, Angelus Silesius), un primo moto, un sacro dire sì.
Sì, per il gioco della creazione occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.
Per concludere, lo spirito di chi è sulla strada della conoscenza deve farsi cammello, diventare leone e rinascere, infine, come fanciullo.

mercoledì 20 giugno 2012

Zarathustra e il vegliardo



Zarathustra a trent’anni porta la sua cenere al monte e resta in solitudine per dieci anni.
La cenere rappresenta i pensieri e i libri che Nietzsche ha scritto fino al momento di concepire Così parlò Zarathustra. È andato tutto in fumo, i suoi pensieri non lo soddisfano, i libri che ha scritto neanche e non perché sono poco letti, ma perché sono libri che non raggiungono l’altezza e la profondità sperata. Son testi da studioso, da comune professore universitario, testi che rimangono all’interno del grande circolo culturale letterario europeo. Io scrivo un libro, tu ne scrivi un altro e via così felici di fare scienza senza stressarsi troppo.
No; Nietzsche non è contento e brucia tutto. Resta di essi solo la cenere.
In realtà, Zarathustra non è proprio solo. Ha due animali con sé: l’aquila e il serpente. L’aquila vola alto nel cielo, fiera e indomita, il serpente striscia sulla terra – sono animali evidentemente complementari. Rappresentano simbolicamente l’unità del pensiero. Altezza e astuzia hanno bisogno l'una dell'altra. Solo l'altezza fa il pensatore stupido, solo l'astuzia fa il pensatore sordido.
Un giorno, Zarathustra decide di tramontare tra gli uomini così come fa il sole. Sente di aver accumulato tanta saggezza e vuole donarla all’umanità.
Discesa la montagna, giunto alla foresta, Zarathustra incontra un vegliardo, un altro eremita. Questo vegliardo riconosce Zarathustra e così lo accoglie:
“Questo viandante non mi è sconosciuto: alcuni anni fa è passato di qui. Zarathustra era il suo nome; ma egli si è trasformato. Portavi allora la tua cenere sul monte: oggi vuoi portare nelle valli il tuo fuoco? Non temi i castighi contro gli incendiari? Sì, riconosco Zarathustra. Puro è il suo occhio, né disgusto si cela sulle sue labbra. Non incede egli a passo di danza? Trasformato è Zarathustra, un bambino è diventato Zarathustra, Zarathustra è un risvegliato: che cerchi mai presso coloro che dormono? Hai vissuto nella solitudine come in un mare, e il mare ti ha portato. Guai! vuoi scendere a terra? Guai! vuoi tornare a trascinare da solo il tuo corpo?”
Il vegliardo, evidentemente, è un eremita che ha fatto una scelta dettata dal disgusto che gli uomini e lo spettacolo umano spesso provocano. È un tipo di eremita completamente diverso da Zarathustra.
Zarathustra dice al vegliardo che torna dagli uomini per amore verso di loro, perché vuole portargli un dono. Ma il vegliardo non sente ragioni; continua con le sue parole colme di disillusione:
“E perché mai io sono andato nella foresta e nel deserto (cioè nei luoghi soliti degli eremiti)? Non fu forse perché amavo troppo gli uomini? Adesso io amo Iddio: gli uomini, io non li amo. L’uomo è per me una cosa troppo imperfetta. L’amore per gli uomini mi ammazzerebbe. Non dar loro nulla, continua l’eremita, levagli piuttosto qualcosa e portalo insieme a loro – questo sarà per essi il massimo beneficio: purché lo sia anche per te! E se proprio vuoi dargli qualcosa, non dare più di un’elemosina, e falli mendicare per questo! Bada che essi vogliano accettare i suoi tesori! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che noi veniamo a portare i doni. I nostri passi risuonano troppo solitari per i loro vicoli. E quando di notte, a letto, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, si chiedono: dove andrà quel ladro? Non andare dagli uomini, resta nella foresta! Va’ piuttosto dagli animali! Perché non vuoi, come me, essere – un orso tra gli orsi, un uccello tra gli uccelli?”
Zarathustra ascolta il vecchio perché lo sente affine, capisce le sue ragioni, lo rispetta, ma lui è di tutta altra pasta. Alla fine chiede al vegliardo: “E cosa fai nella foresta?”
“Io faccio canzoni e le canto, e nel far canzoni, rido, piango e mugolo: così lodo Iddio. Cantando, piangendo, ridendo, mugolando, io lodo il dio che è il mio dio.”
Alla fine Zarathustra si congeda dal vegliardo; i due si abbracciano e ridono come potrebbero ridere due fanciulli; perché seppur in modo diverso, questo sono: due fanciulli. Uno arrabbiato, l’altro illuminato.
Ma quando rimane solo, così parla Zarathustra al suo cuore: “È mai possibile! Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta, che Dio è morto!”

martedì 13 marzo 2012

COME IL "MONDO VERO" FINÌ PER DIVENTARE FAVOLA


Come il “mondo vero” finì per diventare favola è una delle pagine più belle di Nietzsche e di tutta la storia della filosofia. Contenuta nell’opera Crepuscolo degli idoli, questa pagina è una summa del pensiero nietzscheano. La storia dell’errore è da intendersi nel vizio dei filosofi di aver sempre sdoppiato il mondo. Un mondo “terreno”, falso, infido, senza importanza e un mondo “celeste”, il mondo delle essenze, l’unico da tenere in considerazione.
Basta prestare orecchio e vedremo la distinzione platonica tra il mondo delle idee e mondo dei simulacri risuonare, dopo duemila anni, nella distinzione kantiana tra mondo fenomenico e mondo del noumeno.
In mezzo a questa lunga storia c’è il Cristianesimo con il suo apporto “sconvolgente” (in senso dispregiativo) al pensiero umano e filosofico e, quasi alla fine, la funzione risvegliatrice del Positivismo.
Positivismo, però, che è solo una tappa verso quello che per Nietzsche è il vero traguardo di un’umanità ormai consapevole di essersi ingannata sul mondo e su se stessa: l’età di Zarathustra.
Di Zarathustra parlerò in seguito, per ora mi domando se queste età che Nietzsche tratteggia in questa favola non siano sempre presenti nella storia umana. Questi atteggiamenti di pensiero in realtà non sono mai superate da epoche successive, ma continuano a convivere tutte insieme a volte prevalendo l’una e a volte l’altra. Di sicuro queste sei tappe sono ancora tra noi … e mi chiedo se ci sia e quale sia la settima tappa che rappresenti in pieno questo terzo millennio che stiamo vivendo … forse è l’età del disinteresse? l’età dell’abbandono di qualsiasi speranza? un’età mortalmente cinica? l'età del trionfo del Dio Denaro?
Zarathustra annuncia la morte di Dio come se fosse una liberazione, la nostra età porta con sè l’annuncio funebre della morte dell’uomo?

COME IL "MONDO VERO" FINÌ PER DIVENTARE FAVOLA

Storia di un errore

1. Il mondo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo.
(La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono la verità).

2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”).
(Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristianizza …).

3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo.
(In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata, pallida, nordica, konigsbergica).

4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto? …
(Grigio mattino. Primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo).

5. Il “mondo vero” – un’idea, che non serve più a niente, nemmeno più vincolante – un’idea diventata inutile e superflua, quindi un’idea confutata: eliminiamola!
(Giorno chiaro; prima colazione; ritorno del bon sens e della serenità; Platone rosso di vergogna; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi).

6. Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente? … Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!
(Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta; fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità; INCIPIT ZARATHUSTRA).

martedì 21 febbraio 2012

Volontà di potenza. Un assaggio


Tutti, anche i profani più ignoranti in filosofia, conoscono l’espressione “volontà di potenza” coniata da Federico Nietzsche.
Ma quanti davvero hanno capito, penetrato con spirito filosofico, quella celebre espressione? Da quello che leggo in giro, quasi nessuno.
C’è chi crede che la volontà di potenza sia ammazzare chi ci sta sul cazzo, mandare nei forni crematori gli ebrei, volare sopra i grattacieli come Superman, poter mangiare 15 kg di patatine fritte al giorno senza avere problemi di colesterolo e altre cazzate del genere.
Purtroppo Nietzsche è stato banalizzato da pataccari come D’Annunzio e strumentalizzato dal regime nazisti e gentaglia varia.
Io vi consiglio di leggerlo personalmente, per fatti vostri, senza farvi influenzare da nessuno.
Questo vale per tutti i filosofi, ma per Nietzsche specialmente e poi, ve ne renderete conto, Federico non è palloso, anzi. È una pura goduria estetica e, questo, non vale affatto per tutti i filosofi.
Stasera vi dono un assaggio sulla volontà di potenza contenuto nell’opera Al di là del bene e del male.
Enjoy.

I fisiologi dovrebbero riflettere prima di stabilire l’istinto di conservazione come istinto cardinale di un essere organico. Un’entità vivente vuole soprattutto scatenare la sua forza – la vita stessa è volontà di potenza: - l’autoconservazione è soltanto una delle indirette e più frequenti conseguenze di ciò. – Insomma, in questo come in qualsiasi altro caso, guadiamoci dai princìpi teologici superflui! Così infatti vuole il metodo, che deve essere essenzialmente economia di princìpi.

martedì 10 gennaio 2012

Intermezzo con la Sfinge


Posto che la verità sia una donna -, e perché no? non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s’intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsi appunto i favori di una donna? – certo è che essa non si è lasciata sedurre – e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudine mesta e scoraggiata.
La volontà di verità, il famoso spirito di verità di cui tutti i filosofi hanno parlato con venerazione.
Diventiamo un attimo diffidenti, rivoltiamoci; diamo una scossa ingestibile al pensiero. Che cosa in noi tende propriamente alla verità?
Approfondiamo giusto un poco.
Poniamoci la questione del valore di questa volontà. Posto pure che noi vogliamo la verità: perché non, piuttosto, la non verità? E l’incertezza? E perfino l’ignoranza? – Il problema del valore della verità ci si è fatto innanzi – oppure siamo stati noi a farci innanzi a questo problema?
Chi di noi è in questo caso Edipo? Chi la Sfinge?

domenica 25 dicembre 2011

L'ANTICRISTO. Maledizione del cristianesimo [note Colli e Prefazione]


Alcune annotazioni preliminari ispirate dalle parole di quel grande filosofo che fu Giorgio Colli.
- Il titolo di questo libro è così provocante e affascinante da riuscire ad attirare un’enorme massa di lettori eppure Nietzsche, nella Prefazione, scrive “Questo libro si conviene ai pochissimi.” Insomma questo libro è andato in pasto ai più che si sono lasciati sconvolgere – di sdegno o di entusiasmo – all’annuncio della maledizione del cristianesimo. I più hanno pensato di sapere già cosa sia il “cristianesimo” – evidentemente determinati da diverse esperienze – e si sono interessati soltanto del giudizio distruttivo di Nietzsche contro questo oggetto a loro noto.
- Nietzsche descrive un’antitesi tra cristiano e non cristiano che è filosoficamente selvaggia, incanalata (come spesso fa Federico) in termini storici che evadono da tali limiti; una provocazione marcata, frontale. Nell’interpretare L’Anticristo non si è andati tanto per il sottile, mentre andare per il sottile proprio qui, dietro questa presentazione così netta, era il compito primario.
- Il teatrale scambio delle parti di quest’opera, che la rende meravigliosa, consiste nel fatto che proprio coloro che avevano condotto in precedenza attacchi di ogni genere contro il cristianesimo si vedono con grande sorpresa coinvolti nella sua condanna. E proprio perché costoro credevano di aver distrutto il cristianesimo, il sentirsi chiamare cristiani da Nietzsche li fece indignare e vacillare, come accade a colui che, mentre applaude, si sente beffeggiato da chi lui applaude, e mentre vede demolite idee a lui odiose, le sente parificate alle sue proprie.
- Cristianesimo, in questo libro, è una parola che fa da specchio per le allodole, una specie di parola-baule che in realtà implica morale, metafisica, giustizia, uguaglianza degli uomini, democrazia, in breve assomma in sé i valori del mondo moderno.
- Un’ultima questione: se il cristiano è l’uomo che rinnega, opprime, calunnia la natura in ogni suo istinto e pensiero, se il cristianesimo è la contronatura, che cosa dev’essere indicato all’origine di questa corruzione, qual è la radice di questa mostruosa inversione dell’impulso vitale? L’Anticristo dà una risposta teoretica al quesito. Il cardine supremo su cui poggia il cristianesimo è la menzogna. “Ogni parola sulla bocca di un “primo cristiano” è una menzogna; ogni azione da lui compiuta è un’istintiva falsità”. E Nietzsche precisa: “Chiamo menzogna il non voler vedere qualcosa che si vede, il non voler vedere qualcosa così come lo si vede… La menzogna più consueta è quella con cui si mente a se stessi: mentire ad altri è, relativamente, l’eccezione”. Questa radice del cristianesimo ha uno sfondo ebraico, testimoniato dall’inizio della Bibbia. “Tu non devi conoscere” – da ciò deriva tutto il resto”. Alla base sta un odio primordiale contro la conoscenza. L’uomo non deve pensare, e poiché il pensiero ha bisogno di ozio e felicità, il prete cristiano si preoccupa in primo luogo di rendere l’uomo infelice, di torturarlo e di farlo soffrire. E già Paolo parlava contro “la sapienza del mondo”.
Come strenna natalizia, godetevi la Prefazione scritta da Nietzsche.

PREFAZIONE

Questo libro si conviene ai pochissimi. Forse di questi non ne vive ancora neppure uno. Potrebbero essere quelli che comprendono il mio Zarathustra: come potrei confondermi con coloro per i quali già oggi vanno crescendo orecchi? – A me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo.
Le condizioni alle quali mi si comprende – e mi si comprende, allora, per necessità – le conosco fin troppo bene. Nelle cose dello spirito si deve essere onesti fino alla durezza, per poter anche soltanto sopportare la mia serietà, la mia passione. Si deve essere addestrati a vivere sui monti – a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-dei-popoli, proprio del nostro tempo. Si deve essere diventati indifferenti, non si deve mai domandare se la verità sia utile, se essa diventi per qualcuno una fatalità… una predilezione della forza per quei problemi per cui oggi nessuno ha il coraggio; il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un’esperienza di sette solitudini. Nuove orecchie per nuova musica. Nuovi occhi per il più lontano. E una nuova coscienza per verità restate fino a oggi mute. E la volontà dell’economia in grande stile; mantenere compatta la propria forza, la propria esaltazione… Rispetto di sé; amore di sé; libertà assoluta verso di sé…
Suvvia! Questi soltanto sono i miei lettori, i miei giusti lettori, i miei predestinati lettori: che mi importa del resto? – Il resto è semplicemente l’umanità. – Si deve essere superiori all’umanità per forza, per altezza d’animo – per disprezzo…

lunedì 3 ottobre 2011

Federico, dicci qualcosa sulle donne e sul matrimonio...


La donna perfetta. La donna perfetta è un tipo umano più alto dell'uomo perfetto; anche qualcosa di molto più raro. La zoologia offre un mezzo per rendere verosimile questa proposizione.

Derivata dalla madre. Ognuno porta in sè un'immagine della donna derivata dalla madre: da essa ognuno viene determinato a rispettare o a disprezzare le donne in genere, o a essere generalmente indifferente verso di loro.

Una malattia da uomini. Contro la malattia maschile del disprezzo di sè giova nel modo più sicuro l'essere amati da una donna intelligente.

Differenti sospiri. Alcuni mariti hanno sospirato sul rapimento delle loro mogli; la maggior parte nel fatto che nessuno gliele abbia volute rapire.

Amicizia femminile. Le donne possono stringere benissimo amicizia con un uomo; ma per poterla conservare - a tal fine deve ben aiutare una piccola antipatia fisica.

Un elemento dell'amore. In ogni specie di amore femminile viene in luce anche qualcosa dell'amore materno.

L'unità di luogo e il dramma. Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti.

Non c'è stasi nell'amore. Un musicista che ami il tempo lento, sonerà le stesse composizioni sempre più lentamente. Così in nessun amore v'è stasi.

Pudore. Con la bellezza delle donne cresce in genere il loro pudore.

Matrimonio di buona durata. Un matrimonio in cui ciascuno dei coniugi vuol raggiungere tramite l'altro uno scopo individuale, si tiene bene insieme, come per esempio quando la moglie vuol diventare celebre per mezzo del marito e il marito popolare per mezzo della moglie.

Amare e possedere. Le donne amano per lo più un uomo importante in modo da volerlo avere tutto per sè. Volentieri lo metterebbero in clausura se la loro vanità non le dissuadesse: questa vuole che egli appaia importante anche di fronte agli altri.

Il matrimonio come lungo dialogo
. In procinto di contrarre un matrimonio bisogna porsi la domanda: credi tu di poter conversare fino alla vecchiaia con questa donna? Ogni altra cosa nel matrimonio è transitoria, mentre la maggior parte del tempo della vita comune è presa dalla conversazione.

Le donne nell'odio. Nello stato di odio le donne sono più pericolose degli uomini; innanzitutto perchè esse, una volta che il loro sentimento ostile sia suscitato, non sono trattenute da nessun riguardo di equità e lasciano invece crescere indisturbato il loro odio fino alle ultime conseguenze; poi perchè sono esercitate a trovare punti deboli (che ogni uomo, ogni partito ha) e a colpire in essi: nella qual cosa il loro intelletto, affilato come un pugnale, rende loro eccellenti servigi (mentre gli uomini alla vista delle ferite si trattengono e divengono spesso magnanimi e concilianti).

sabato 21 maggio 2011

Nietzsche debutta sul blog [seconda parte]

Il malinteso sull'Eterno Ritorno è altrettanto grande di quello che pesa sulla volontà di Potenza. Perchè ogni volta che si concepisce l'Eterno Ritorno come il ritorno di una combinazione (dopo che tutte le altre combinazioni si sono prodotte), ogni volta che si interpreta l'Eterno Ritorno come il ritorno dell'Identico o dello Stesso, al pensiero di Nietzsche si sostituiscono nuovamente delle ipotesi puerili.
Nessuno ha spinto così lontano quanto Nietzsche la critica di ogni identità. Per due volte in Zarathustra Nietzsche nega esplicitamente che l'Eterno Ritorno sia un circolo che fa ritornare lo Stesso (la musica da organetto...). L'Eterno Ritorno è rigorosamente l'opposto, perchè è inseparabile da una selezione, da una doppia selezione.
Da una parte, selezione del volere o del pensiero, che costituisce l'etica di Nietzsche: volere soltanto ciò di cui si vuole anche l'eterno ritorno (eliminare tutti i mezzi-voleri, tutto ciò che uno può volere quando dice “una volta, soltanto una volta...”)
Dall'altra parte, selezione dell'Essere, che costituisce l'ontologia di Nietzsche: la sola cosa che ritorna, la sola adatta a ritornare è ciò che diviene nel senso più pieno della parola. Ritornano soltanto l'azione e l'affermazione: l'Essere appartiene al divenire e appartiene soltanto a esso. Ciò che si oppone al divenire, lo Stesso o l'Identico, a rigore non è.
Il negativo come il grado più basso della potenza, il reattivo come il grado più basso della forma non ritornano, perchè sono l'opposto del divenire, il quale costituisce il solo Essere.
Si vede di conseguenza in che modo l'Eterno Ritorno sia legato, non a una ripetizione dello Stesso, ma al contrario a una trasmutazione. È l'istante o l'eternità del divenire che elimina tutto ciò che gli resiste. Esso libera, ancora di più crea, il puro attivo e l'affermazione pura. E il Superuomo non ha altro contenuto, esso è il prodotto comune della volontà di Potenza e dell'Eterno Ritorno, Dioniso e Arianna. Per questo Nietzsche afferma che la volontà di Potenza non consiste nel volere, nel bramare o nel cercare, ma soltanto nel dare” e nel “creare”.

Oltre che su analisi concettuali, la questione Nietzsche poggia prima di tutto su valutazioni pratiche che sollecitano un'atmosfera generale, ogni sorta di disposizione affettiva del lettore. Nietzsche ha sempre conservato un profondissimo rapporto tra il concetto e l'affetto. Le analisi concettuali sono indispensabili, e Nietzsche le porta più lontano di ogni altro.
Ma finchè il lettore le coglierà in un clima che non è quello di Nietzsche, esse resteranno inefficaci. Finchè il lettore si ostinerà:
1) a vedere nello “schiavo” nietzschiano qualcuno che si trova a essere dominato da un padrone, e che merita di esserlo;
2) a concepire la volontà di potenza come una volontà che vuole e cerca la potenza; 3) a concepire l'Eterno Ritorno come il fastidioso ritorno dello stesso;
4) a immaginare il Superuomo come una razza data di padroni, non ci sarà alcun possibile rapporto positivo tra Nietzsche e il suo lettore.
Nietzsche apparirà come un nichilista, alla peggio come un fascista, alla meglio come un profeta oscuro e terrificante. Nietzsche lo sapeva, conosceva il destino che lo attendeva, lui che fece di una “scimmia” o un “buffone” il doppio di Zarathustra, e annunciò che Zarathustra e la sua scimmia sarebbero stati confusi (un profeta, un fascista o un pazzo...).
È vero che Nietzsche ha diagnosticato il nichilismo come il movimento che travolge la storia. Nessuno ha analizzato meglio il concetto di nichilismo, l'ha inventato lui. Ma, per essere precisi, l'ha definito come il trionfo delle forze reattive, o come il negativo della volontà di potenza. Non ha mai smesso di opporvi la trasmutazione, ovvero il divenire, che è al tempo stesso l'unica azione della forza e l'unica affermazione della potenza, l'elemento trans-storico dell'uomo, l'Oltreuomo (e non il Superuomo).
L' Oltreuomo è il punto focale in cui il reattivo è sconfitto (risentimento e cattiva coscienza), e in cui il negativo lascia il posto all'affermazione.
In qualunque istante sia colto, Nietzsche resta inseparabile dalle forze dell'avvenire, dalle forze ancora a venire, che richiama dai suoi desideri, che il suo pensiero disegna, che la sua arte prefigura. Non si limita a diagnosticare le forze diaboliche che già bussano alla porta, ma le scongiura addestrando l'ultima Potenza capace di intraprendere una lotta con esse, contro di esse, e di stanarle in noi così come al di fuori di noi.
Un “aforisma” alla Nietzsche non è un semplice frammento, un pezzetto di pensiero: è una proposizione che assume un senso solo in rapporto allo stato di forze che esprime, e che cambia senso, che deve cambiare senso, a seconda delle nuove forze che è “capace” (potenza) di sollecitare.
Senza dubbio è questo l'aspetto più importante nella filosofia di Nietzsche: aver trasformato radicalmente l'immagine che ci facevamo del pensiero. Nietzsche sottrae il pensiero all'elemento del vero e del falso. Ne fa un'interpretazione e una valutazione, interpretazione di forze, valutazione di potenza. È un pensiero-movimento. Non soltanto nel senso che Nietzsche vuole riconciliare il pensiero e il movimento concreto, ma nel senso che il pensiero stesso deve produrre movimenti, velocità e lentezze straordinarie (perciò, di nuovo, il ruolo dell'aforisma, con le sue velocità variate e il suo movimento di “proiettile”). Ne consegue che con le arti del movimento – il teatro, la danza, la musica – la filosofia assume un nuovo rapporto.
Nietzsche non si accontenterà mai del discorso o della dissertazione (logos) come espressione del pensiero filosofico, sebbene abbia scritto le dissertazioni più belle, in particolare la Genealogia della morale, con cui tutta l'etnologia moderna ha un “debito” incolmabile. Ma un libro come Zarathustra non può che essere letto come un'opera lirica moderna, non può che essere visto e inteso come tale. Nietzsche non fa un'opera lirica filosofica o un teatro allegorico, ma crea un teatro o un'opera lirica che esprimono direttamente il pensiero come esperienza e movimento.
Che pensare sia creare è la più grande lezione di Nietzsche. Pensare, tirare un colpo di dadi...: era già questo il senso dell'Eterno Ritorno.

venerdì 20 maggio 2011

Nietzsche debutta sul blog [prima parte]

[Nietzsche e la filosofia non sono roba da blog. Appunto per questo ne parlo, perchè delle idee così sagge non piacciono a chi è Ingestibile]

Piccola premessa.
Nietzsche smette di pensare e di scrivere nel 1888 e muore nel 1900.
Un'edizione filologicamente corretta dei suoi scritti vede la luce soltanto nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Quindi il tempo che viene letto nelle opere manipolate da quella stronza della sorella è maggiore del tempo in cui viene letto seriamente. Non è un'opinione, ma un semplice calcolo matematico. In Italia, poi, hanno pesato più le minchiate sparate da gente come Mussolini e D'Annunzio che parole e studi seri. Vediamo di rendergli giustizia e soprattutto non facciamocelo rubare. Pensate che Nietzsche scrisse contro i tedeschi e contro la Germania e fu "rubato" dai nazionalisti e dai nazisti. Scrisse contro gli antisemiti e si rifiutò di andare al matrimonio della sorella perchè ne aveva sposato uno e fu letto come apologo della shoah. Ha scritto pagine meravigliose su "Dio è morto" e addirittura il Papa l'ha citato come fosse dalla sua parte!!! (potete controllare)
Quindi la parola d'ordine è riappropriarsene, e questo deve accadere con molti altri pensatori ma con Nietzsche in particolare. Perchè i veri pensatori sono pericolosi, il Potere cerca sempre di depotenziarli e falsificarli, tocca a noi farli nostri.

Due ambiguità hanno pesato sul destino postumo di Nietzsche:
- era la prefigurazione di un pensiero già fascista?
- E questo pensiero riguardava la filosofia, o non era piuttosto una poesia violenta, troppo violenta, aforismi troppo capricciosi, frammenti troppo patologici?
Cominciamo col dire che Nietzsche è uno dei più grandi filosofi del XIX secolo che inoltre modifica la teoria e la pratica della filosofia.
Nietzsche paragona il pensatore a una freccia scoccata dalla natura, che un altro pensatore raccoglie nel punto in cui è caduta per lanciarla altrove.
Secondo lui il filosofo non è né eterno né storico, ma “inattuale”, sempre inattuale.
Nietzsche non ha molti precursori.
A parte gli antichi presocratici, riconosce di avere un solo precursore, Spinoza.

La filosofia di Nietzsche si organizza secondo due grandi assi.
Uno concerne la forza, le forze e forma una semiologia generale.
I fenomeni, le cose, gli organismi, le società, le coscienze e gli spiriti, sono dei segni, o piuttosto dei sintomi e come tali rinviano a stati di forze.
Da ciò deriva la concezione del filosofo come “fisiologo e medico”.
Data una cosa, qual è lo stato di forze esterne e interne che suppone? Va a Nietzsche il merito di aver costituito un'intera tipologia che distingue forze attive, forze agite e forze reattive, e analizza le loro diverse combinazioni. In particolare, l'attribuzione di un tipo di forze propriamente reattive costituisce uno dei punti più originali del pensiero nietzschiano.
I due grandi concetti umani reattivi, quali Nietzsche li “diagnostica”, sono il risentimento e la cattiva coscienza.
Risentimento e cattiva coscienza esprimono il trionfo delle forze reattive nell'uomo, che arrivano a costituirlo sino a farne l'uomo-schiavo.
Questo dice come la nozione nietzschiana di schiavo non designi necessariamente chi è dominato per destino o condizione sociale, ma qualifichi tanto i dominanti quanto i dominati, non appena il regime di dominazione avvenga attraverso forze reattive e non attive.
In questo senso, i regimi totalitari sono regimi di schiavi, non solo perchè assoggettano un popolo, ma soprattutto per il tipo di “padroni” che esaltano.
Una storia universale del risentimento e della cattiva coscienza, a partire dal prete ebreo e dal prete cristiano fino al prete laico di oggi, è essenziale nel prospettivismo storico di Nietzsche.
Il secondo asse riguarda la potenza, e forma un'etica e un'ontologia. I malintesi su Nietzsche culminano con la potenza. Ogni volta che si interpreta la volontà di Potenza nel senso di “volere o cercare la Potenza”, si ricade sulle banalità che non hanno nulla a che vedere con il pensiero di Nietzsche. Se davvero ogni cosa rinvia a uno stato di forze, la Potenza designa l'elemento o piuttosto il rapporto differenziale tra le forze in presenza. Questo rapporto si esprime in qualità dinamiche come “affermazione”, “negazione”... La potenza non è quindi ciò che la volontà vuole, ma al contrario ciò che vuole nella volontà. E “volere o cercare la potenza” è solo il grado più basso della volontà di potenza, la sua forma negativa o l'aspetto che prende quando le forze reattive la trascinano nello stato di cose. È uno dei caratteri più originali della filosofia il fatto di aver trasformato la domanda “cosa?” in “chi?” Per esempio, data una proposizione, chi è capace di enunciarla? Ancora una volta bisogna sbarazzarsi di ogni riferimento “personalistico”. “Chi”... non si riferisce a un individuo o a una persona, ma piuttosto a un evento, vale a dire alle forze che sono in rapporto in una proposizione o in un fenomeno, e al rapporto genetico che determina queste forze (potenza). “Chi” è sempre Dioniso, una maschera o un aspetto di Dioniso, un lampo.

[continua...]