Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
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sabato 2 novembre 2013
Profezia. L'Africa di Pasolini
Per me il 2 novembre non è il giorno dei morti, ma di un morto solo. Anzi di un morto che non morirà mai.
Il 2 novembre io commemoro Pasolini. Lo leggo e lo rileggo un po' tutto l'anno, ma il 2 la tristezza per il suo omicidio e la perdita di un tale uomo e artista mi invade completamente.
Sono contento che Napoli abbia aderito all'iniziativa di proiettare, oggi, il documentario Profezia. L'Africa di Pasolini.
L'hanno trasmesso al cinema Modernissimo e, trattandosi di Pasolini, ho fatto con piacere uno strappo al mio essere pigro e anti cinematografico.
La proiezione è avvenuta nella sala 4. Una saletta minuscola che poteva contenere appena venti persone. Non ne serviva una più grande visto che in tutto eravamo sei persone.
Vabbè, si sa che un evento del genere, non può attirare la folla. La folla è per Zalone o per quell'altro che ha fatto un film su un prete spretato, zoccole e scamarci vari.
Il documentario mi è piaciuto, anche se alcuni filmati li conosco a memoria. (il discorso di Moravia, i comizi d'amore, ecc.)
Certo è che la parole e i versi di Pasolini dedicati all'Africa, alla povertà, all'Occidente del consumismo e dell'imperialismo mi hanno molto colpito. C'è sicuramente qualcosa di profetico quando Pasolini parla dei barconi di migranti che invaderanno (e conquisteranno) l'Europa e i paesi occidentali.
In realtà gli appunti che pasolini stava raccogliendo riguardavano non solo l'Africa, ma i sottoproletari-contadini-sfruttati dell'India, del Sudamerica, dei ghetti dell'America del Nord.
Credo volesse fare un film sulla povertà universale, sulla povertà mondiale e indagare somiglianze e differenze delle varie povertà del mondo.
In realtà noi o lo diamo per scontato (e chissenefotte) o ci dispiaciamo quei cinque minuti (alcuni manco quello, i poveri i migranti e tutta 'sta gente gli sparerebbe volentieri dei calci nel culo)...ma le domande, a pensarci, sono terribili e senza riposta: perché i poveri? perché la povertà?
Ecco perché Pasolini lo amo. Perché non è accademico né professorale. Innanzitutto è: una persona sensibile.
giovedì 7 febbraio 2013
Django Unchained
Ma quanto mi è piaciuto Django Unchained da 1 a 100? Vogliamo fare 101?
Solo Tarantino poteva portare l'Anello dei Nibelunghi nel selvaggio West, solo Tarantino poteva farmi piacere un film western.
Io odio a morte i musical, ma sono sicuro che se Quentin ne girasse uno, io griderei al capolavoro.
Tarantino ama il suo lavoro, adora girare...ci mette energia passione e un pizzico di figlio di puttana allegro e scaltro. Come dicevo ieri...quando creperà Tarantino, credo proprio che sarà quasi impossibile per me andare al cinema.
In realtà Django non è il solito western...non è la figura del cowboy solitario, nè le sparatorie o le solite cazzate da saloon ad essere protagoniste del film.
Quello di cui parla il film è la schiavitù dei neri d'America. Un fatto storico un po' dimenticato in realtà. Un po' perché la schiavitù è stata abolita, un po' perché di orrori ce ne sono talmente tanti e nuovi che uno deve mantenere la sensibilità aggiornata.
Almeno io sono rimasto veramente colpito dalla reminiscenza storica...uomini in catene, trattati come merce, come bestie...senza libertà nè dignità.
Il commercio di schiavi, il lavoro coatto nei campi di cotone o a spaccar pietre. E soprattutto il cosiddetto "combattimento tra mandinghi". Qualcosa di terribile che non conoscevo, su cui non mi ero mai soffermato. Durante il film mi sono chiesto come fa l'uomo a fare questo ad un suo simile. Come può un uomo fare ciò? Frustare una donna, maltrattare un anziano, dare in pasto ai cani uno schiavo inservibile...mah, razza maledetta che siamo.
Il film dura tanto, ma non c'è tempo di annoiarsi. E questo è il marchio di Tarantino. Lui ha capito che il film deve raccontare una storia coi controcoglioni. Stop. Niente minchiate, nè filosofie da quattro soldi, nè prediche...niente menate! Il film è un film e deve innanzitutto intrattenerci alla grande.
Vorrei, per concludere, elogiare Leonardo Di Caprio. Non è un attore che amo particolarmente, ma devo dire che nella parte dello schiavista bianco pezzo di merda rende alla grande.
Che dire? Ho visto ancora gente indecisa se andare o no al cinema a vedere Django...dai, cazzo! muovete il culo!
mercoledì 17 ottobre 2012
Come fa a non arraparti (dal punto di vista filmico)un dialogo come questo?
I film della saga di Rocky sono un eccitamento continuo. Gli incontri, le colonne sonore (Eye of the tiger, No easy way out!!), gli allenamenti, le vittorie le sconfitte e le rivincite, le flessioni con una mano sola (che ho cercato per anni di imitare), una grande storia d'amore e l'amicizia con Mickey e soprattutto Apollo. Tuttavia, Rocky non è solo cazzotti e sangue, ma anche grandissimi dialoghi; degni di Shakespeare. Posto questa perla tratta da Rocky IV.
Stai bene?
Sì, benissimo.
Perché l’hai fatto?
Io faccio quello che devo fare.
Tu non devi fare niente.
No, Adrian, io devo farlo. E devo anche andarmene da questo posto.
E dove hai intenzione di andare?
Hanno detto che mi permetteranno di allenarmi in Russia e io voglio andare in un posto dove… dove potrò pensare soltanto a Drago.
Rocky, prenditi un po’ di tempo, non farlo! C’è tanta gente che soffre in silenzio.
Adrian, quella gente non ha scelta, io sì.
E per questo, sei disposto a perdere tutto?
Ma questo non è tutto. Questa casa, le macchine e tutte le cose che abbiamo non sono tutto. Ci sono cose più importanti.
Prima c’erano delle ragioni per combattere che potevo capire, ma questa non la capisco. Anche se vincerai cosa avrai vinto? Apollo non resusciterà. Perché non cerchi di convincerti e non cambi idea, tutti lo fanno!
Perché sono un pugile! È così che sono fatto, Adrian. È quest’uomo che tu hai sposato; non possiamo cambiare quello che siamo.
Sì, tu puoi.
Non si può cambiare niente, Adrian. Dobbiamo solo continuare ad essere noi stessi.
Certo, ma non fino a questo punto. Hai letto che c’è scritto sui giornali, lo sai cosa dicono tutti? Che è un suicidio! Lo hai visto, lo sai quanto è forte. Non riuscirai a vincere!!
Adrian... sì, lo so, è forte. No, forse non vincerò. Forse l’unica cosa che potrò fare sarà quella di rendergli la vita difficile. Ma per battere me, dovrà riuscire a uccidermi e per uccidermi dovrà avere il fegato di stare di fronte a me. E per fare questo, dovrà essere pronto a morire anche lui. E io non so se sia disposto a farlo. Non lo so… non lo so…
lunedì 16 aprile 2012
K-19 [bojata amerikana]
Ieri sera non avevo un cazzo da fare. Colpa mia, ma vabbè. È un periodo di fiacca e sono pigro. È un periodo decennale, ma vabbè.
Ieri sera non avevo un cazzo da fare, mi sono stravaccato sul divano e ho acceso la tv. Siccome erano le 21 circa, facendo zapping non ho trovato film porno soft né tantomeno Totò o don Camillo.
Ho trovato il film di Kathryn Bigelow K-19, però.
Vedendo marinai e un sottomarino mi sono fermato a vederlo perché la mia mente è corsa subito al bellissimo Caccia a Ottobre Rosso e poi c’erano due attori che mi piacciono: Harrison Ford e, soprattutto, Liam Neeson che fece un Oskar Schindler indimenticabile.
Il film narra la storia vera di un incidente avvenuto su un sottomarino russo nel 1961 che è stato tenuto nascosto dalle autorità sovietiche fino al 1989 quando crollò il muro di Berlino.
Il film ha una parola che compare, detta da tutti (anche da un pinguino del polo nord con il colbacco fucsia): dovere.
È un susseguirsi che dura 138 minuti di senso del dovere, avete fatto il vostro dovere, siete degli eroi perché avete compiuto il vostro dovere, la santa madre Russia vi ringrazia per aver compiuto eroicamente il vostro dovere, dovete essere fieri di aver fatto il vostro dovere, è un dovere ringraziarvi per aver eroicamente portato a termine una difficile missione che richiedeva forte senso del dovere, lei compagno comandante ha il dovere di comandare, lei marinaio ha il dovere di obbedire, abbiamo il dovere di provarci compagno, vado io per primo a riparare il reattore – è mio dovere, dottore lei ha il dovere di tranquillizzare questi uomini, non possiamo cedere agli americani è un nostro dovere resistere.
E che palle, madonna santa! Ma come fanno gli americani ad essere così patetici e retorici pure quando interpretano dei russi,anzi dei sovietici? È un popolo malato che produce queste boiate ridicole e risibili?
Non parliamo poi delle musiche. Grazie a questo film ho capito come si possa diventare dei serial killer per colpa di una colonna sonora. Tronfia, stupida, ampollosa … l’ho odiata dalla prima all’ultima nota.
Sinceramente e ardentemente vorrei chiedere alla Bigalow, ma come cazzo ti viene in mente nel 2002 di fare un film su un sottomarino russo degli anni ’60? A chi potrebbe mai fregare di una storia del genere? Sei in ritardo di vent’anni, cocca mia.
L’unica consolazione, e finalmente ho ghignato, è che il film è costato 100 milioni di dollari e ne ha incassati la metà. Ahahhahahahahahahaha grazie mondo!
Il film si conclude con un salto temporale di ventotto anni, quando i due capitani (Ford e Neeson) si ritrovano al cimitero insieme all’equipaggio per commemorare i compagni defunti.
Poteva mai mancare il discorsone anema e core del capitano Harrison Ford? Certamente no.
A quelle parole così commoventi et struggenti, con la musica epica troika che imperversa in sottofondo, lo spettatore vorrebbe essere seppellito con una lapide anonima in quel cazzo di cimitero innevato e, invece che gli occhi rossi di pianto per le toccanti parole del capitano, si ritrova con una uallera gonfia all’inverosimile.
domenica 29 gennaio 2012
Zelig
Che mestiere fa?
Io? Sono uno psicoanalista.
Ah, sì?
Lavoro soprattutto con i paranoici.
Me ne parli.
Oh, non c’è molto da dire. Lavoro soprattutto in Europa, e ho scritto parecchi articoli di psicoanalisi. Ho studiato molto. Ho lavorato con Freud a Vienna. Il nostro disaccordo è iniziato sull’invidia del pene. Freud sosteneva che dovesse essere limitata alle donne.
L’idea di Woody Allen di forgiare il personaggio di Leonard Zelig come uomo camaleonte è stupenda. Un uomo talmente fragile da superare qualsiasi limite di conformismo.
L’idea, poi, di realizzare questo film come se fosse un documentario è altrettanto azzeccata. Anche se, in effetti, documentario rende l’idea dal punto di vista tecnico, ma in realtà la grandezza di questo film è che esso diventa un film-libro.
Zelig è più simile ad un libro che ad un film perché la poesia, il significato, la bellezza della parola e dei concetti è come quella di un libro. Qui gli effetti speciali non sono quelli spettacolari della cinematografia, ma quelli emozionanti di un romanzo di Dostoevskij.
Tanto è vero che il divertimento, l’ironia, il dolce amaro humor ebraico appartengono alla parola, al racconto e non alla “scena”. Penso, per esempio, al racconto della sinagoga, del rabbino e del significato della vita; alle parole del padre di Zelig in punto di morte; alla famiglia che viene picchiata da tuta la città, ecc.
Il “malato” Zelig diventa, ovviamente, un mostro da dare in pasto alla stampa e un fenomeno da baraccone in mano a gente perfida che lo espone per denaro al ludibrio della gente.
Viene condotto in una clinica e qui preso in cura dalla dott.ssa Eudora Nesbitt Fletcher che è l’unica a prendersi a cuore il paziente. Gli altri professoroni si limitano a visite superficiali e a diagnosi completamente sballate.
Solo l’amore di Eudora è in grado, attraverso estenuanti tentativi e ad un’intuizione geniale, di guarire Leonard Zelig e questo è uno dei messaggi più importanti del film.
I momenti più impagabili, invece, sono le sedute psicoanalitiche tra Eudora e Leonard, quando lei lo ipnotizza e lui alza il braccio come se a parlare fosse un inconscio nazista.
Quando è ipnotizzato, Leonard riesce a dire delle cose che normalmente non dice. L’odio per la campagna, gli odiati, odiatissimi pancake e riesce anche a confessare quello che prova per la dottoressa.
A questo punto io mi sono soffermato a pensare.
Perché molto spesso non riusciamo a dire quello che veramente pensiamo? È solo per timidezza? È la timidezza che ci salva in molte occasione, tenendoci al riparo da scontri e polemiche, o è solo una fottutissima barriera che ci impedisce di essere noi stessi? Si rischia di impazzire a cercare sempre di indossare quella maledetta maschera e di non riuscire ad essere veramente sinceri? Siamo tutti conformisti, quindi, chi più chi meno?
Bah, non lo so. La pianto con gli interrogativi e vedetevi questo Zelig di Woody Allen.
È un capolavoro assoluto.
giovedì 20 ottobre 2011
Shining
Io adoro Kubrick, voglio premetterlo e Shining è un film eccezionale, ormai un classico del cinema.
Ok, la storia è costruita bene anche perché si basa sul romanzo omonimo di quell’altro grande che è Stephen King.
La colonna sonora aumenta la qualità del film, grazie soprattutto alle musiche di Berlioz, Ligety e Bèla Bartòk.
C’è tensione, scene memorabili, un Jack Nicholson semplicemente perfetto, insomma un film gioiellino perché contiene tutti gli ingredienti giusti.
Può dare pure vari spunti di riflessione a qualcuno con domande del tipo: cos’è che fa impazzire Jack? La condizione di estrema solitudine che deve affrontare per il lavoro? La moglie e il figlio, insomma la sua famiglia? Oppure perché non riesce a scrivere il suo romanzo e la frustrazione dello scrittore fallito si tramuta in follia? Sinceramente che impazzisca a causa dell’albergo stregato infestato da spiriti maligni non mi interessa molto.
Può pure essere un’occasione per riflettere sull’ambiguità congenita dei film di Stanley, sui suoi film che viaggiano a una velocità ermeneutica diacronica e liminale.
Sticazzi.
Io sono rimasto in dubbio su due cose e ci sto pensando da stamattina.
Chi apre la porta a Jack quando questi è chiuso a chiave nella dispensa? (ce lo aveva chiuso la moglie)
Cosa ci fa Jack in una foto degli anni Venti e cosa significa questa foto che si vede nell’inquadratura finale?
Aspetto ipotesi.
Ora ho una gran voglia di confrontarlo con il libro di King. Chissà…
venerdì 30 settembre 2011
Carnage
La prima domanda a cui deve rispondere un tipo che va a vedere un film al cinema è la seguente: ti sei divertito o ti sei rotto le palle?
Io, sinceramente, a vedere Carnage di Roman Polanski mi sono proprio divertito.
Un'oretta e mezza passata piacevolmente e devo ammettere che durante il dialogo tra Alan e Michael sui bottoni e i tubi dello sciacquone per il cesso, m'è scappata una risata che s'è sentita per tutta la sala.
Due undicenni litigano e uno dei due, con una bastonata, rompe labbro e denti all'altro.
I genitori dei bambini si incontrano per chiarire e il film si svolgerà tutto nella casa di Penelope e Michael mamma e papà del bambino "sfigurato".
In realtà il dialogo tra i quattro non decolla mai.
Innanzitutto perchè sembra che Nancy e Alan, genitori dell'assalitore, debbano sempre andar via (ed è una bella trovata cinematografica, questa); poi perchè in effetti nessuno vuole avere torto e tutti vogliono avere ragione; infine perchè il cellulare di Alan continua a suonare in continuazione (ed è il contenuto della telefonata ad essere interessante...).
Ok, da sobri non funziona. E quando si ubriacano? Le cose vanno meglio, la tensione si scioglie?
Neanche per sogno, perchè è l'occasione giusta affinchè i personaggi mostrino il loro vero volto e questo succede soprattutto a Penelope e Michael.
Il film è tutto incentrato sui dialogo tra i quattro attori (a me sono piaciuti molto Jodie Foster e Christoph Waltz) e io mi sono soffermato sulle parole da miserabile di Michael, il cinismo di Alan e sui ragionamenti di Penelope.
Ho trovato soprattutto interessante quando Alan e Penelope confrontano la società africana con quella occidentale. A Penelope scappa detto che la società occidentale è la società delle regole, della convivenza e non della violenza e che lei è fiera di appartenervi.
Qui ho ghignato perchè ho pensato: ma porca puttana! la società occidentale è la società più violenta di tutto il mondo!
Vabbè, ho comunque amato Penelope per le sue parole sull'arte e sullo sforzo che ognuno di noi deve compiere per evolversi. L'ho apprezzato davvero, il resto è tutto molto falso e molto ipocrita.
Anche se non siamo nel Darfour, la nostra società è violenta cazzarola, altrochè se lo è. Ora vorrei parlare dei borghesi e del vomito su Kokoschka (e non su Bacon...), ma andrei fuori traccia.
Insomma, Carnage è un film dedicato al dialogo tra gli uomini.
Il dialogo, la cosa più naturale e più difficile del mondo.
Così a portata di mano e così irraggiungibile
Bravo Roman, mi sei piaciuto.
Un'ultima cosa prima di perdervi.
Il film è tratto dallo spettacolo teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza. Volevo dirvi che ho preso il testo, che lo leggerò presto e che ve ne parlerò. Sono così eccitato dal fatto di poter confrontare film e libro...
p.s. Il film fa venire voglia di bersi un whisky. Almeno a me così è capitato. Cheers!!!
lunedì 1 agosto 2011
L'ultimo metrò
L’ultimo metrò è la trasposizione cinematografica de l’Urlo di Munch.
Il film è l’urlo dell’artista segregato, braccato, censurato, che vive in un mondo di pazzi dove chi non contava niente è ora al potere, i mass media con il loro bombardare di messaggi formano e deformano la realtà e dove persino i cruciverba sono antisemiti.
L’artista che nonostante tutto non può far altro che lavorare e produrre la sua opera che finirà in pasto ai giornalisti che la stupreranno con espressioni come “quest’opera è inquinata dal nichilismo ebreo”(il personaggio che dovete tenere d’occhio è Daxiat) e al popolo che farà oooh allo svenire della protagonista, sgranerà tanto d’occhioni alla parola “amore” e applaudirà/riderà nei momenti giusti...insomma l’opera soddisferà lo stomaco del popolino e lo distrarrà dall’orrore quotidiano.
Truffaut canta l’amore come avvoltoio e come minaccia che può essere anche promessa di gioia; canta la vita dell’artista tutta votata all’arte e quindi al lavoro e alla produzione delle opere che arriveranno sempre in un mondo che sarà in guerra, una fottuta guerra.
Per quanto riguarda il finale io non so se sia il canto del cigno della nouvelle vague o un inno all’art pour l’art. Quello che è importante, secondo me, è osservare la pettinatura, il sorriso e la salita sul palcoscenico di Steiner.
sabato 30 luglio 2011
La vita sognata degli angeli
Sono troppo contento che dopo secoli e secoli di buio e di indifferenza, sia riuscito a farmi prendere e coinvolgere da un film! Per di più erano le 3 di notte e nonostante l’ora tarda non mi sono né addormentato né sono riuscito a staccarmi dal video.
Il merito è de La vita sognata degli angeli di Erick Zonca.
Sarà perché questo è un film che ha tutti gli ingredienti giusti per piacermi: niente belloni hollywoodiani, niente cazzate fantascientifiche o catastrofismi, una storia di persone normali, attrici acqua e sapone; insomma è un film “realista”.
Non sto qui a descrivere la trama o a fare chissà quale recensione da espertone cinematografico, chissenefrega – ste cose le trovate già in giro.
Io, invece, voglio parlare di Marie (Natacha Regniér). È per lei che ho amato questo film.
Marie è una ragazza fragile, con alle spalle una famiglia disastrata. Marie con lo sguardo spaventato, Marie che è stanca di lavori di merda, Marie che quando sorride si illumina il mondo intero…
Soprattutto Marie che si innamora di uno stronzo. È commovente vedere Marie felice insieme a lui ed è infinitamente triste vedere come viene trattata. Un amore tossico e infelice per la piccola Marie. E quel pezzo di merda non ha neanche il coraggio di lasciarla di persona…
Sarà perché Marie mi ricorda una ragazza a cui voglio molto bene, ma mi è entrata nel cuore e con lei il film. Ti vien voglia di proteggerla, speri che riesca a salvarsi, che torni dal ragazzo un po’ goffo e grasso che le vuole bene sul serio. Purtroppo però, quelle come Marie non si salvano; sono angeli e questo mondo infame non è fatto per loro.
Solo un’annotazione sul finale.
Io l’ho trovato perfetto, articolato in quattro punti messi in sequenza: un colpo al cuore, una sorpresa, un amaro destino e un barlume di speranza.
Mi sono innamorato di Marie, ecco tutto.
Il merito è de La vita sognata degli angeli di Erick Zonca.
Sarà perché questo è un film che ha tutti gli ingredienti giusti per piacermi: niente belloni hollywoodiani, niente cazzate fantascientifiche o catastrofismi, una storia di persone normali, attrici acqua e sapone; insomma è un film “realista”.
Non sto qui a descrivere la trama o a fare chissà quale recensione da espertone cinematografico, chissenefrega – ste cose le trovate già in giro.
Io, invece, voglio parlare di Marie (Natacha Regniér). È per lei che ho amato questo film.
Marie è una ragazza fragile, con alle spalle una famiglia disastrata. Marie con lo sguardo spaventato, Marie che è stanca di lavori di merda, Marie che quando sorride si illumina il mondo intero…
Soprattutto Marie che si innamora di uno stronzo. È commovente vedere Marie felice insieme a lui ed è infinitamente triste vedere come viene trattata. Un amore tossico e infelice per la piccola Marie. E quel pezzo di merda non ha neanche il coraggio di lasciarla di persona…
Sarà perché Marie mi ricorda una ragazza a cui voglio molto bene, ma mi è entrata nel cuore e con lei il film. Ti vien voglia di proteggerla, speri che riesca a salvarsi, che torni dal ragazzo un po’ goffo e grasso che le vuole bene sul serio. Purtroppo però, quelle come Marie non si salvano; sono angeli e questo mondo infame non è fatto per loro.
Solo un’annotazione sul finale.
Io l’ho trovato perfetto, articolato in quattro punti messi in sequenza: un colpo al cuore, una sorpresa, un amaro destino e un barlume di speranza.
Mi sono innamorato di Marie, ecco tutto.
lunedì 18 aprile 2011
Habemus Papam
Ogni tanto mi piace avere qualcosa in comune con la massa e per questo sono andato a vedere il film del momento: Habemus Papam di Moretti. Certo, l'ho visto pure perchè mi piace il caro Nanni.
Ho letto che Moretti del suo film dice che è una commedia. Bene, allora prendiamola così.
E' un film leggero, nonostante si parli di qualcosa di "grosso" come la Chiesa Apostolica Romana ed il Vaticano.
Già quel giornalista così cretino e quel cardinale che cade a terra quando manca la luce ce lo fa capire, ma non solo.
In una scena un cardinale dice allo psicoanalista (Moretti): "L'inconscio è inconciliabile con la nozione di anima". Stop. Non si approfondisce la cosa nè lo psicoanalista risponde con qualche frase importante. Si vede che non vuole essere un film nè profondo nè intellettualistico.
Si gioca a scopa, a pallavvolo, un panzone di guardia svizzera mangia dolci nelle stanze papali.
Il tema è incentrato sul gran rifiuto di dantesca memoria, sull'impossibilità per un uomo di caricarsi di una così grossa responsabilità.
Il tema dell'uomo che preferisce lasciarsi condurre che farsi conducente è antico e questo film è un'ulteriore piccola riflessione su ciò.
A me è piaciuta l'idea del papa come attore che ha voglia di recitare sì, ma un piccolo ruolo nel Gabbiano di Cechov riscattando così pure una sua ambizione
giovanile.
Ho apprezzato pure la rappresentazione dei cardinali per quello che sono: uomini anziani con tutte le loro manie, malattie e medicinali che vestono in un modo alquanto bizzarro.
Alla fine io sono un attore, voi siete degli attori, il papa è un attore e non sempre riusciamo a sopportare la parte.
In conclusione: a'Morè, potevi dare di più e scusami se ti faccio soffrire della sindrome del "più bravo di tutti".
p.s.1 M'è rimasto un dubbio: come faccio a sapere se soffro di un deficit d'accudimento?
p.s.2 Ho pagato 3 euro e 50 ed è un prezzo onesto. Sapete che incazzatura pagare una semi-hahata tipo 8 o 10 euri??? Che il cinema abbassi i prezzi, please. Attori e registi non devono mica essere miliardari a mie spese...
Ho letto che Moretti del suo film dice che è una commedia. Bene, allora prendiamola così.
E' un film leggero, nonostante si parli di qualcosa di "grosso" come la Chiesa Apostolica Romana ed il Vaticano.
Già quel giornalista così cretino e quel cardinale che cade a terra quando manca la luce ce lo fa capire, ma non solo.
In una scena un cardinale dice allo psicoanalista (Moretti): "L'inconscio è inconciliabile con la nozione di anima". Stop. Non si approfondisce la cosa nè lo psicoanalista risponde con qualche frase importante. Si vede che non vuole essere un film nè profondo nè intellettualistico.
Si gioca a scopa, a pallavvolo, un panzone di guardia svizzera mangia dolci nelle stanze papali.
Il tema è incentrato sul gran rifiuto di dantesca memoria, sull'impossibilità per un uomo di caricarsi di una così grossa responsabilità.
Il tema dell'uomo che preferisce lasciarsi condurre che farsi conducente è antico e questo film è un'ulteriore piccola riflessione su ciò.
A me è piaciuta l'idea del papa come attore che ha voglia di recitare sì, ma un piccolo ruolo nel Gabbiano di Cechov riscattando così pure una sua ambizione
giovanile.
Ho apprezzato pure la rappresentazione dei cardinali per quello che sono: uomini anziani con tutte le loro manie, malattie e medicinali che vestono in un modo alquanto bizzarro.
Alla fine io sono un attore, voi siete degli attori, il papa è un attore e non sempre riusciamo a sopportare la parte.
In conclusione: a'Morè, potevi dare di più e scusami se ti faccio soffrire della sindrome del "più bravo di tutti".
p.s.1 M'è rimasto un dubbio: come faccio a sapere se soffro di un deficit d'accudimento?
p.s.2 Ho pagato 3 euro e 50 ed è un prezzo onesto. Sapete che incazzatura pagare una semi-hahata tipo 8 o 10 euri??? Che il cinema abbassi i prezzi, please. Attori e registi non devono mica essere miliardari a mie spese...
venerdì 7 gennaio 2011
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
Spegniti, spegniti, breve candela! La vita non è altro che un'ombra che cammina; un mediocre attore che si pavoneggia e si dimena sul palcoscenico per il tempo della sua parte e poi non si ode più oltre. È una favola narrata da un idiota, piena di strepito e furia e senza significato alcuno. (Macbeth: atto V, scena V)
Ho visto l'ultimo film di Woody Allen ed è come un bimbo col muco rosa al naso: forse ma forse carino.
Intrecci di coppie in crisi, con finale che lascia in sospeso i possibili sviluppi.
Simpatica la vecchia mollata dopo 40 anni di matrimonio dal marito e che si rivolge ad una chiromante(?).
Ben congegnata la storia dello scrittore che pubblica un libro "rubato".
Andando al cinema, e quindi pagando, non lo consiglio e gli do un 5.
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