Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
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giovedì 13 dicembre 2012
Amélie Nothomb e gli organi che deve possedere uno scrittore
Partiamo dal presupposto che non basta avere una buona penna per essere scrittori.
Cosa ci vuole, allora? Vediamo.
Innanzitutto ci vogliono i coglioni. E i coglioni di cui parlo non c’entrano col sesso. La prova è che anche certe scrittrici li hanno. Patricia Highsmith, per esempio.
I coglioni sono l’organo più importante dello scrittore. Senza coglioni, uno scrittore mette la sua penna al servizio della malafede. Per fare un esempio, prendiamo uno scrittore che abbia una buona penna, forniamogli di che scrivere. Se ha dei bei coglioni, ne verrà fuori Morte a credito. Senza coglioni, ne verrà fuori La nausea.
Volendo dare una schematica semplificazione possiamo dire che i coglioni sono la capacità di resistenza di un individuo alla malafede ambientale.
Come dire che quasi nessuno ha quel genere di coglioni. Quanto al numero di persone che hanno una buona penna e insieme quel tipo di coglioni, è infinitesimale. Per questo ci sono così pochi scrittori al mondo.
Oltre ai coglioni, allo scrittore serve un cazzo.
Il cazzo è la capacità di creazione. Rare sono le persone capaci di creare davvero. La maggior parte si accontenta di copiare i predecessori con talento variabile, predecessori che sono molto spesso a loro volta copiatori. Può succedere che una buona penna sia dotata di cazzo ma non di coglioni: Victor Hugo, per esempio. Mentre Céline aveva tutto: penna di genio, grossi coglioni, grosso cazzo e il resto.
Uno scrittore deve avere anche le labbra. Labbra che servono a chiudere la bocca. Le labbra hanno due ruoli. In primo luogo, fanno della parola un atto sensuale. Avete mai pensato a cosa sarebbe la parola senza le labbra? Sarebbe qualcosa di orribilmente freddo, di un’aridità senza sfumature, come i discorsi di un ufficiale giudiziario. Ma il secondo ruolo è ancora più importante: le labbra servono a chiudere la bocca su quanto non deve essere detto. Anche la mano ha le sue labbra, che impediscono di scrivere ciò che non si deve. È assolutamente indispensabile. Scrittori pieni di talento, di coglioni e di cazzo hanno guastato la loro opera per aver detto cose che non dovevano dire.
Bisogna chiarire che non si tratta di autocensura. Le cose da non dire non sono necessariamente le cose sporche, al contrario. Bisogna sempre raccontare le sporcizie che uno ha dentro: è sano, è allegro, è tonico. No, le cose da non dire sono di un altro ordine.
Ad uno scrittore occorrono anche l’orecchio e la mano.
L’orecchio è la cassa di risonanza delle labbra. È l’urlatoio interiore. Flaubert andava molto fiero del suo urlatoio, ma pensava davvero di essere creduto? Lo sapeva bene che è inutile urlare le parole: le parole urlano da sole. Basta ascoltarle dentro di sé.
La mano è per godere. È terribilmente importante. Se uno scrittore non gode, allora deve smettere subito. Scrivere senza godere è immorale. La scrittura porta in sé tutti i germi dell’immoralità. L’unica scusa dello scrittore è il suo godimento. Uno scrittore che non goda sarebbe indecente quanto uno stronzo che stuprasse una ragazza senza neanche godere, che stuprasse per stuprare, per fare un male gratuito.
venerdì 7 settembre 2012
Jim Morrison, autointervista
A un certo punto leggo, nella bella prefazione scritta da Riccardo Bertoncelli al volume Tempesta elettrica. Poesie e scritti perduti di Jim Morrison, questo pezzo:
“I contemporanei di Morrison ebbero molti dubbi [sulla sua figura di artista e il suo valore come poeta] e, prima ancora che la sua vicenda si concludesse al 17 di rue Beautreillis, a Parigi, ne ridimensionarono la figura, compatendo la fragilità dell’uomo e raffrontando gli alti ideali con gli stenti di molte sue opere, specie negli ultimi anni. Un velleitario, un uomo prigioniero dei suoi eccessi ridotto all’impotenza e alla farneticazione. Un nichilista, che dissipò il suo talento esplorando fino allo strazio il suo lato più oscuro, quella “vasta regione di immagini e sensazioni che raramente vengono espresse nella vita quotidiana e, quando lo sono, possono assumere forme perverse”.
Davvero? Un nichilista, un prigioniero, un debole, un ubriacone, un tossico? Bè, anche fosse, il mio amore per lui non farebbe che aumentare.
Andiamo avanti e invece di scassare i coglioni con elucubrazioni su Jim ascoltiamo la sua musica, leggiamo i suoi testi e le sue poesie. Oggi lascerò che sia lui stesso ad autointervistarsi.
“I contemporanei di Morrison ebbero molti dubbi [sulla sua figura di artista e il suo valore come poeta] e, prima ancora che la sua vicenda si concludesse al 17 di rue Beautreillis, a Parigi, ne ridimensionarono la figura, compatendo la fragilità dell’uomo e raffrontando gli alti ideali con gli stenti di molte sue opere, specie negli ultimi anni. Un velleitario, un uomo prigioniero dei suoi eccessi ridotto all’impotenza e alla farneticazione. Un nichilista, che dissipò il suo talento esplorando fino allo strazio il suo lato più oscuro, quella “vasta regione di immagini e sensazioni che raramente vengono espresse nella vita quotidiana e, quando lo sono, possono assumere forme perverse”.
Davvero? Un nichilista, un prigioniero, un debole, un ubriacone, un tossico? Bè, anche fosse, il mio amore per lui non farebbe che aumentare.
Andiamo avanti e invece di scassare i coglioni con elucubrazioni su Jim ascoltiamo la sua musica, leggiamo i suoi testi e le sue poesie. Oggi lascerò che sia lui stesso ad autointervistarsi.
Penso che l’intervista sia la nuova forma d’arte. E penso che l’autointervista sia l’essenza della creatività. Far domande a te stesso e cercare di trovar delle risposte. Lo scrittore è appunto uno che risponde a una serie di domande non pronunciate.
È un po’ come rispondere alle domande sul banco dei testimoni. È quello strano contesto in cui cerchi di puntualizzare qualcosa accaduto in passato e cerchi onestamente di ricordarti quali fossero le tue intenzioni. È un esercizio mentale decisivo. Un’intervista ti dà spesso l’occasione di confrontare la tua mente con delle domande, il che a parer mio è quel che s’intende per arte. Un’intervista ti dà anche l’opportunità di eliminare tutti quei riempitivi… devi tentare di essere esplicito, accurato, in argomento… niente menate.
La forma dell’intervista ha i suoi ascendenti nel confessionale, nel dibattito e nel confronto incrociato. Una volta che hai detto qualcosa, non c’è modo di ritrattare. Troppo tardi. È un vero momento esistenziale.
Io sono piuttosto dipendente dal gioco dell’arte e della letteratura: i miei eroi sono artisti o scrittori.
Ho sempre voluto scrivere, ma ho sempre pensato che non sarebbe stata roba buona fino a che la mia mano non avesse preso la penna e cominciato a muoversi per conto suo, con me assolutamente non coinvolto, per così dire. Come la scrittura automatica. Ma non è mai successo.
Naturalmente ho scritto qualche poesia; intorno alla quarta o quinta elementare, credo, ho scritto una poesia intitolata Il Pony Express. Quella è la prima che mi ricordo. Era una di quelle poesie tipo ballata. Comunque non sono mai riuscito a finirla.
Horse Latitudes l’ho scritta quand’ero al Liceo. Ho sempre avuto un sacco di blocchetti, al Liceo e all’Università: poi quando finii la scuola, per qualche ragione scema – o magari è stato saggio – li ho buttati via tutti… Scrivevo in quei notes una notte dopo l’altra. Ma forse se non li avessi buttati via non avrei mai scritto niente di originale – perché erano più che altro accumuli di cose che avevo letto o ascoltato, come citazioni da libri. Credo che se non me ne fossi sbarazzato non sarei mai stato libero.
Sentite, la vera poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità. Apre tutte le porte. E voi potete passare per quella che preferite.
… ed ecco perché la poesia mi alletta così tanto – perché è eterna. Fin quando ci sarà gente, la gente potrà ricordarsi parole e combinazioni di parole. Nient’alto come la poesia e le canzoni ha la possibilità di sopravvivere a un olocausto. Nessuno può ricordarsi un intero racconto. Nessuno può descrivere un film, una scultura, un quadro ma, finché ci saranno esseri umani, le canzoni e la poesia possono continuare.
Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente.
venerdì 22 giugno 2012
Carmelo Bene sull'Ulisse di Joyce

Sacco di gas cadaverici mezzo di marcia salmastra. Un brulichio di pesciolini, grassi del bocconcino spugnoso, sprizza fuori delle fessure della patta abbottonata. Dio diventa uomo diventa pesce diventa oca bernacla diventa montagna del letto di piuma. Aliti morti io vivente respiro, calco morta polvere, divoro i rifiuti urinosi di tutti i morti. Issato rigido sopra lo scalmiere rifiata all’insù il tanfo della sua tomba verde con le nari lebbrose che russano al sole.È abbastanza perverso scegliere un libro, non si può scegliere un libro.
Trasformazione marina, questa, occhi castani azzurrosalino. Morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo. Il vecchio padre Oceano. Prix de Paris: guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti immensamente.
Ecco, se proprio bisogna farlo, allora si sceglie un libro che abbia non solo determinato, ma cambiato magari una vita. Ebbene l’Ulisse di Joyce, avevo allora 22 anni, cambiò la mia vita completamente, radicalmente – da così a così. Poi nessun altro libro mi ha modificato la vita. Sì, tutti, in un certo senso… Kafka, chi non modifica Kafka? D’accordissimo, ma a me avvenne con l’Ulisse di Joyce.
Joyce può cambiare una vita. A me cambiò una vita, ma ha cambiato la mia vita in teatro, ha cambiato la mia vita nella vita, ha cambiato le mie emozioni musicali (non musicistiche, ma musicali), ha cambiato tutti i miei concetti di timbrica, di ritmica, mi ha sconvolto il linguaggio – completamente, mi ha cambiato il cervello. Non mi par cosa da poco; credo che pochi autori possano far questo.
In Joyce, per la prima volta, ci troviamo davanti a un pensiero dell’immediato, all’immediato pensiero; tanto che non pare scritto, pare sottratto alla scrittura stessa. Cioè non dice: “Tizio si svegliò una mattina e si trovò mutato in coleottero”; be’, lì c’è un altro gioco va bene, c’è un pensiero; ma, nell’Ulisse, quanto viene pensato è reso attraverso l’immediato e questo non lo ha nessun altro autore al mondo.
L’Ulisse di Joyce si può proporre anche come il modo più straordinario, l’esempio più fulgido di cinema; ma quello sulla pagina, non il filmaccio che ne hanno ricavato. Non esiste un film, un criterio del montaggio di questa immediatezza. Il cinema passa sempre attraverso il “morto”, così come il dire passa sempre attraverso il “detto”, cioè il detto è il morto.
Nell’Ulisse di Joyce non ci sono mai “pensieri”, “Pensò che…” No! tutti questi pensieri sono catapultati in balia di chissà quante combine di significanti.
Quando parlo di Joyce che cambiò la mia vita, alludo soltanto al Joyce del Finnegan’s Wake e dell’Ulisse e a certe poesie giovanili, ma non certo al Dedalus oppure ai Dublinesi, perché questi ultimi titoli potrebbe averli scritti qualsiasi altro autore e lo stesso Joyce non mi avrebbe così modificato.

L’applicazione dell’Ulisse si può fare a teatro, investe il linguaggio. È un linguaggio senza pensiero, senza pensiero pensato, in quanto questo pensiero è immediato.
Il grande Joyce critico si annuncia già nella fase giovanile, nelle poesie non solo d’occasione, ma anche in quelle giovanili. Quando uno pensa ad Eliot e legge
Rouen is the rainiest place, gettingEcco, un saggio su Eliot, mastodontico, che nessun critico può fare, nemmeno Pound e sto parlando di Pound, quindi... C’è questa elettricità in Joyce sulla lingua e c’è questo linguaggio che si arrende ai significanti, si rende, ne crea quasi degli incroci continui dai quali non si esce e i personaggi non esistono.
Inside all impermeables, wetting
Damp marrow in drenched bones.
Midwinter soused us coming over Le Mans
Our inn at Niort was the Grape of Burgundy
But the winepress of the Lord thundered over that grape of Burgundy
And we left it in a hurgundy.
(Hurry up, Joyce, it's time!)
I heard mosquitoes swarm in old Bordeaux
So many!
I had not thought the earth contained so many
(Hurry up, Joyce, it's time)
Mr Anthologos, the local gardener,
Greycapped, with politness full of cunning
Has made wine these fifty years
And told me in his southern French
La petit vin is the surest drink to buy
For if 'tis bad
Vous ne l'avez pas paye
(Hurry up, hurry up, now, now, now!)
But we shall have great times,
When we return to Clinic, that waste land
O Esculapios!
(Shan't we? Shan't we? Shan't we?)
Per quanto riguarda l’Ulisse non si può parlare di monologo interiore. L’Ulisse non ha precedenti, purtroppo forse ha qualche seguace, qualche epigono. Non si può pensare, per esempio, a Pizzuto, a certe cose… è evidente che è un lettore di Joyce. Non si può pensare a Gadda, se vogliamo, ma quello che in Gadda resta grande ingegneria, grande meccanica, alla quale io preferisco l’Alberto Pisani di Dossi perché almeno è così giovane… ed è altra cosa. Riuscire ad arrivare a un’immediatezza simile, penso appartenga solo a Finnegan’s Wake e all’Ulisse. Fondamentalmente all’Ulisse.
Non è un modo di raccontare perché non c’è racconto, Joyce non racconta - riesce a raccontare non raccontando, è questo passaggio del pensiero che non è obbligato dal concetto a essere mediato, a trovare una mediazione, a trovare una ruffiana che poi lo stiri sulla carta. Quello che anche nei grandissimi scrittori mi lascia perplesso; questa sicurezza di aver detto davvero il pensiero e qui il pensiero è completamente preso in giro e c’è questa immediatezza, ripeto, unica.
Penso sia IL libro della storia umana.
Il pregio dell’Ulisse è al di là delle intenzioni di Joyce di riproporre una moderna Odissea, perché anche in Dedalus allora avrebbe potuto… eppure non c’è la stessa operazione. Il ritratto dell’artista da giovane è un’operazione che avrebbe sepolto Joyce tra i tanti, nella miriade, degli artisti della penna, chissà chi se ne ricorderebbe.
In effetti poi l’Ulisse di Joyce è rimasto un libro eternamente chiuso, che sarà eternamente chiuso. In tutte le case, le case “mondane”, ho visto sempre molto intonso l’Ulisse, lì in un angolino… bisognava averlo, magari non si aveva altro ma l’Ulisse doveva essere sul tavolo, poteva entrare qualcuno da un momento all’altro, guai senza l’Ulisse… rappresentava un po’ il decoro, il décor del decoro degli anni ’60 possedere l’Ulisse.

Io mi auguravo nella mia illusione, nel mio candore giovanissimo d’allora, che dopo l’Ulisse… bè nessuno più scriverà un libro, finalmente nessuno scriverà un libro, finalmente si ripubblicheranno i classici, come si deve, finalmente la gente qui in Italia rileggerà i classici… e invece no, c’è stata proprio un’inflazione editoriale, si continua a scrivere sonnecchiando, dimenticando, cercando di rimuovere l’Ulisse di Joyce e secondo me non si può rimuovere l’Ulisse di Joyce, ma chissà per quanti secoli… forse millenni.
Il dramma Esuli, che Joyce pubblicò nel 1917, non l’ho letto – non leggo nulla che sia scritto per il teatro. Sono riuscito a leggere Platone, ma proprio cercando negli anni scorsi di depennare la forma dialogata. Io detesto il teatro.
L’Ulisse è soprattutto grandissimo cinema e tutto quello che il cinema dai fratelli Lumiere in poi non è mai riuscito a fare, l’ha fatto Joyce nell’Ulisse. Queste sono le immagini, immagini di prima, si direbbe, ecco… mentre il cinema non fa altro che riferire l’immagine morta – del set. Dov’è il set in una pagina dell’Ulisse?
Di solito lo scrittore dice, anche stendhaliano, “e allora pensò che”; Joyce non scrive “pensò alla trasformazione marina”, Joyce attacca: “trasformazione marina”. Banalizza ancora di più: “occhi castani azzurosalino”, “morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo” imbecillità clamorosa… è quasi un fumetto del pensiero. Riuscire a rendere tutta questa banalità attraverso un’altra scrittura; cosa che Zola, grande scrittore, sognerebbe; che Stendhal, sommo scrittore, sognerebbe, ma sono scrittori… credono davvero di aver espresso il pensiero del di dentro e che questo coincida, lo ripeto, col pensiero del di fuori, solamente a James Joyce è stato dato… sono disgrazie, oppure sono fortune, venture… Solo a Joyce è stata data questa chance. Bisogna essere visitati, è inutile cercare le cose… gli è stato dato il dono dell’immediato.
La banalità dei cosiddetti personaggi la si intravede, e qui è il grande magistero di Joyce. Perché la intrasenti, senti gli odori, senti tutto, senti il lezzo, oppure “i profumi a Gibilterra quella notte dove perdemmo il battello ad Algeciras, dove lui mi disse che ero un fiore di montagna, sì, siamo tutti fiori”, si sente che sta pensando una donnetta dal cervellino così che è Molly Bloom.
Si sente tutto questo, ma non c’è.
[per concludere, posto questo pensiero di Carmelo che mi piace troppo, pronunciato con una faccia da schiaffi che fa innamorare]
Io non ho mai scritto per scrivere, da scrittore, ma per mia terapia. Così come ho sempre praticato anche il teatro, mai frequentando un copione cosiddetto, mai frequentando un dramma, una drammaturgia. Shakespeare è un poeta, Marlowe è un poeta, Corneille, Racine sono dei poeti, quindi se ne prende atto in quanto tali non in quanto “autori di teatro”. La cosa sarebbe repellente per quanto mi riguarda data la mia allergia al teatro.
sabato 9 giugno 2012
Niente trucchi, siamo scrittori

Io sono un lettore.
Potrei quasi dire che mi piace so fare e voglio fare solo quello. Leggere, leggere, leggere. Ma preferisco non dirlo per non passare da pazzo e per non far scendere lo share.
Esiste il lettore monomaniaco, cioè il lettore che legge un solo genere di libri o addirittura quello che legge un solo autore. Un mio amico, per esempio, legge SOLO Simenon. Per carità, Simenon è un grande scrittore, ma come si fa a leggere solo lui? È una cosa che mi fa impazzire e non ho strozzato né denunciato questo mio amico alle autorità solo perché vent’anni fa mi fece scoprire i Guns ‘n’ Roses.
Andiamo avanti.
Io leggo un po’ di tutto. Romanzi lunghi, romanzi brevi, poesie, saggi, filosofia ecc. mi piace alternare e gli autori e i generi e l’impegno.
A volte, per esempio, non ce la faccio a zucarmi i mallopponi tipo Guerra e pace e allora viro su un volume di racconti.
Un grandissimo scrittore di racconti (e di poesie) è l’americano Raymond Carver. Stasera dialoghiamo un po' con lui sulla scrittura.
- Raymond, come mai hai scritto solo volumi di racconti?
- A dire il vero non lo so. So che a metà degli anni ’60 mi resi conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza.
- Che ne pensi del talento quando si parla di scrittori?
- Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa. Il mondo secondo Garp è, naturalmente, il meraviglioso mondo di John Irving. E c’è un altro mondo di Flannery O’Connor, e altri mondi di William Faulkner, di Ernest Hemingway e altri ed altri ancora.
- Quindi lo scrittore è innanzitutto un creatore di mondi …
- Ogni grande scrittore e anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni.
- Un artista che attraverso lo stile e la scrittura ci dà la sua Weltanschauung …
- È qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo una questione di stile. È il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. È una delle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà un pezzo.
- So che trascrivi su un quaderno le frasi o i pensieri sulla scrittura che ti hanno colpito di più. Ti va di dircene qualcuno?
- Certo. La prima che mi viene in mente è Isak Dinesen che diceva che lei scriveva un po’ ogni giorno, senza speranze e senza disperazione. Un’altra è di Ezra Pound: “Una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Non che questo basti, per carità, ma se uno scrittore ha la fortuna di possedere “una fondamentale accuratezza d’espressione”, be’, perlomeno è sulla strada giusta. Poi ho questo frammento di Cechov: “… e all’improvviso tutto gli fu chiaro”. Per me queste parole sono piene di meraviglia e di possibilità. Mi piace la loro limpida semplicità e l’accenno di rivelazione che vi è implicito. C’è anche del mistero. Cos’è che non gli era chiaro prima? Perché gli diventa chiaro proprio ora? Cos’è successo? E soprattutto, cosa accadrà ora? Risvegli così improvvisi portano con sé delle conseguenze. Provo un’acuta sensazione di sollievo – e di attesa.
Una volta ho sentito Geoffrey Wolff dire a un gruppo di aspiranti scrittori: “Niente trucchi da quattro soldi”. Anche questa mi piace da morire, ma io la correggerei un po’: “Niente trucchi”. Punto e basta. I trucchi non li sopporto. Quando leggo narrativa, al primo segno di trucco o di trovata, non importa se da quattro soldi o elaborata, mi viene istintivo cercare riparo. In definitiva i trucchi sono noiosi e io tendo ad annoiarmi facilmente, il che potrebbe avere qualcosa a che fare con il periodo limitato di attenzione cui sono capace. Ma la scrittura estremamente elaborata o chic o quella chiaramente stupida mi fanno veramente venire sonno. Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti e trovatine né sta scritto che essi debbano sempre essere i più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore a volte deve essere capace di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa – un tramonto o una scarpa vecchia – colpito da uno stupore semplicemente assoluto.
lunedì 23 gennaio 2012
Scrittura, due verità e un hit parade
Le verità fondamentali sulla scrittura sono essenzialmente due.
La prima è che la scrittura non è soltanto un’arte fatta di puro talento e creatività ma anche un vero e proprio lavoro. A volte è esaltante, altre volte è frustrante, ma scrivere richiede sempre un impegno costante con se stessi, la storia e la temuta pagina bianca, richiede il coraggio di esplorare luoghi dentro e fuori di noi e, soprattutto, la capacità di coltivare il legame che esiste tra noi e la nostra musa, per scrivere bisogna dialogare con il divino. Siamo pur sempre “creatori”, no?
La seconda verità è che la scrittura non è soltanto un lavoro fatto di regole e metodo ma anche arte pura, e in quanto tale imprevedibile, volubile, sfuggente eppure pressante, esigente e generosa, un’espressione di totale libertà che ti incatena e non ti lascia andare. E come tutte le arti, anche la scrittura chiede talento, improvvisazione, passione, lacrime e gioia, anche se poi talento, passione, lacrime e gioia si declinano nelle storie in infiniti modi.
Comunque, per migliorare nell’arte della scrittura, c’è un solo modo: scrivere.
Per dirla con George Steiner: “Come puoi dopo Proust e Joyce e Kafka e Faulkner sederti alla scrivania per scrivere un romanzo? Risposta: non puoi, devi.”
Ora vi regalo un hit parade di pensieri sulla scrittura formulati da autori celebri. Spero che ne troviate almeno una che vi piaccia tanto da scriverla sul quaderno dove forgiate le vostre storie.
Ciò di cui la gente si vergogna di solito è ottimo materiale da romanzo.
Francis Scott Fitzgerald
L’originalità non esiste. Rubate da tutto ciò che riecheggia di ispirazione e alimenta la vostra immaginazione.
Jim Jarmusch
Siamo tutti apprendisti in un’arte di cui nessuno diventa mai maestro.
Ernest Hemingway
Se scrivete una storia sola, magari sarà pessima; se ne scrivete cento, avrete le probabilità dalla vostra parte.
Edgar Rice Burroughs
Un giorno troverò le parole giuste e saranno semplici.
Jack Kerouac
Il talento più prezioso è evitare di scrivere due parole quando una è sufficiente.
Thomas Jefferson
L’importante non è da dove prendi le cose – è dove le porti.
Jean-Luc Godard
Quando si tratta di persone, l’eutanasia è contro la legge. Quando si tratta di narrativa, è la legge.
Stephen King
Ogni romanzo dovrebbe avere un inizio, uno svolgimento e una fine.
Peter De Vries
Se ti fermi quando sei bloccato, allora sei nei guai.
Roald Dahl
Ci sono tre regole per scrivere un romanzo. Purtroppo nessuno sa quali siano.
Somerset Maugham
Al mattino era mattino, e io ero ancora vivo. Forse scriverò un romanzo, pensai. E lo scrissi.
Charles Bukowski
Uno scrittore professionista è un dilettante che non ha mollato.
Richard Bach
Uno scrittore scrive un libro per cercare di spiegare a se stesso ciò che non riesce a capire.
Gabriel Garcia Marquez
L’essenza del dramma è che un uomo non può sfuggire alle conseguenze delle sue azioni.
Harold Hayes
Finire un libro è come prendere un bambino, portarlo nel giardino dietro casa e ammazzarlo.
Truman Capote
Scrivere è come il sesso. Più ci pensi, più è difficile farlo. È meglio non pensarci troppo e lasciare che, semplicemente, accada.
Stephen King
Usate l’immaginazione. Datemi retta, le vostre vite non sono abbastanza interessanti.
William Patrick Kinsella
Scrivi. Corri dei rischi. Potrebbe anche essere doloroso, ma questo è l’unico modo per scrivere qualcosa di veramente valido.
William Faulkner
Prima di tutto, scoprite cosa vuole il vostro eroe poi, semplicemente, seguitelo!
Ray Bradbury
Tutto quello che potete fare, o sognare di fare, cominciatelo. La sfacciataggine possiede genialità, potere e magia.
Johann Wolfgang Goethe
mercoledì 17 agosto 2011
E così vorresti fare lo scrittore?
:**
Apro talmente tante rubriche, che ho trascurato uno dei miei più grandi interessi: la scrittura.
Rimedio ora con qualcosa di sublime.
Perchè dico sublime?
Perchè in un colpo solo pubblico frasi vere e meravigliose sulla scrittura, una folgorante poesia e do voce a uno scrittore che amo, Charles Bukowski.
L'andamento draconiano della poesia è quello che ci vuole, perchè lo scrivere va scoraggiato, non incoraggiato. Solo quando ti sarai tagliato tutte e dieci le dita, meriterai di scrivere. Questa poesia dovrebbero leggerla tutti gli aspiranti scrittori; io me la sono appesa in camera.
Ora silenzio e godiamo insieme.
E così vorresti fare lo scrittore?
se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perchè vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun
altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall'auto-
compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sè e continuerà
finchè tu morirai o morirà in
te.
non c'è altro modo.
e non c'è mai stato.
Apro talmente tante rubriche, che ho trascurato uno dei miei più grandi interessi: la scrittura.
Rimedio ora con qualcosa di sublime.
Perchè dico sublime?
Perchè in un colpo solo pubblico frasi vere e meravigliose sulla scrittura, una folgorante poesia e do voce a uno scrittore che amo, Charles Bukowski.
L'andamento draconiano della poesia è quello che ci vuole, perchè lo scrivere va scoraggiato, non incoraggiato. Solo quando ti sarai tagliato tutte e dieci le dita, meriterai di scrivere. Questa poesia dovrebbero leggerla tutti gli aspiranti scrittori; io me la sono appesa in camera.
Ora silenzio e godiamo insieme.
E così vorresti fare lo scrittore?
se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perchè vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun
altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall'auto-
compiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sè e continuerà
finchè tu morirai o morirà in
te.
non c'è altro modo.
e non c'è mai stato.
lunedì 16 maggio 2011
I comandamenti dell'antiscrittore
Non spedire opere tue a scrittori. Non si mandano scarpe fatte da sè ai calzolai perchè provino a calzarle. Diventare scrittore, darselo per compito, definitivo o provvisorio, non passa dal contatto e dalla sponda di un altro scrittore.
Non ricorrere alla lusinga di chi ti pubblica sì, ma a spese tue. Non farà niente di promesso.
Procurati una tipografia, fanne tirare qualche centinaio di copie e distribuiscile in proprio tra conoscenti. E' semina.
Come in altre buone faccende umane, diventare scrittori significa accettare lo zigzag, stare dentro un deserto.
Scrivere è vocazione che prevede prima di tutto la rinuncia a ogni altra forma di espressione, di contatto a distanza. E' isolamento, una disciplina di silenzio interiore pure dentro una follia. Chi scrive ha davanti a sè la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.
Non avere capomastri. Puoi ammirare un'altra scrittura, ma poi devi scrollartela di dosso per proseguire a scrivere.
Se leggi un libro, fallo da lettore, non da collega dell'autore.
Leggi un camion di libri, leggili da lettore, senza pensiero di paragone tra quello che stai sfogliando e le tue pagine.
Non frequentare corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l'umiltà dell'apprendere. Nel vagabondaggio solitario, lontano da biblioteche e scuole, nel rischio aperto e quotidiano, avviene il perfezionamento o la disfatta. Corso di scrittura è questo modesto sbaraglio, accettato senza condizioni. Per mare non ci stanno taverne.
Impara una seconda lingua per meglio approfondire il tuo italiano, sotto l'impulso dell'ammirazione per qualche autore straniero.
Sono fecondi anche gli errori, i malintesi in cui incapperai.
Apri il dizionario della tua lingua per la sua bellezza, per il suo deposito di storie contenute in ogni singolo vocabolo. Leggine una pagina e vedrai spuntare pensieri e storie e ricordi. Ti auguro di non frugarlo come un cercatore dentro una miniera, per estrarne una cosa sola, ma come uno che percorre un campo e legge il brulichio delle specie viventi.
Non scrivere a scrittori, scrivi a uomini, a donne, scrivi lettere a persone, non alla loro professione.
Considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Le sillabe sono passi su piccoli appoggi, devi posarci il peso della frase, della voce.
Fai che la tua scrittura risenta il callo del dialetto di origine. L'italiano più che da lingue antiche proviene da un'amazzonia di dialetti, arroccati in centinaia di borghi, suddivisi in millesimi di sfumature, dialetti rimasti inespugnabili per secoli. Sia debitrice di dialetto la tua scrittura italiana, sia figlia di mamma cafona e stia in italiano da ospite. Si deve sentire la decima parte di una rinuncia e di un adattamento.
Non c'è niente di sacro nello scrivere. Se mai ti piglia tentazione, riscuotiti e sopprimi dala tua pagina l'aureola. Non sono sacre le cose che scriverai, ma ugualmente devi sapere che potranno servire a molto per qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno. Non ha niente di sacro la scrittura letteraria, ha però una responsabilità civile.
La responsabilità principale dello scrittore è scrivere al meglio le sue storie. Al di fuori di quelle resta un solo ambito di sua competenza: il diritto di parola. Difenderlo dove manca, dove indietreggia. Difendere non quello dei colleghi scrittori, ma quello di tutti, muti e analfabeti inclusi. Difendere il diritto di parola di un prigioniero, di un avversario, di un vinto. Questo è l'ambito dello scrittore.
Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai la responsabilità civile della libertà di pubblica parola. Contrasta ovunque la censura. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico.
Uno scrittore deve piantare almeno un albero. Uno scrittore costa legno, polpa da cui produrre carta. Uno scrittore deve rimborsare il mondo con degli alberi.
Carmina non dant panem, di poesia non si mangia. Però è civile il tempo e il luogo in cui i poeti campano della messa in vendita dei loro versi. E' stato così qualche volta nel mondo, per esempio nella Grecia antica, in Russia e a Napoli tra il 1800 e 1900. Non è il caso di oggi. Dispera allegramente di campare a sbafo della tua scrittura. Non vergognarti di nessun mestiere fatto per sussistere, se hai per rimborso e redenzione l'ora di scrittura.
La gran parte del giorno è da lasciar andare al suo bisogno, senza rancore, in assegnato spreco. Ha per riscatto la pagina raggiunta.
Fallirai volte innumerevoli, per insufficienza e per eccesso. Dispererai di consistere in una tua scrittura. E' la giusta predisposizione scritta da Borges: "di chi viene da così lontano che non spera di giungere". Da così lontano, ma da quanto, che distanza esige la scrittura? Viene dalla serpentina della tua spina dorsale, da un ricordo di ali, da una coda mozzata, viene dai bivacchi intorno ai fuochi la scrittura che infine spunta dalle dita dopo aver attraversato nel corpo le stazioni della civiltà. Viene da un ascolto di storie di chi barcollava per alcol e per affanni, voci di anziani arrivati alle loro ultime stanze. Viene da notti bianche e giorni da servo, viene da un'espulsione, da un foglio di via. La scrittura è lo sfregamento della distanza sopra un foglio di carta.
Non ti serve il talento, è luccichio fasullo. Abbaglia il narcisismo che ognuno porta a bordo. Il talento è nemico dell'ostinazione, unica disciplina necessaria. Stròncati in corpo a ogni stagione la ricrescita infestante del talento, gramigna. Fila lontano da chi ti riconosce il talento, sia per te un'accusa sconveniente, da negare in buona fede.
Non ricorrere alla lusinga di chi ti pubblica sì, ma a spese tue. Non farà niente di promesso.
Procurati una tipografia, fanne tirare qualche centinaio di copie e distribuiscile in proprio tra conoscenti. E' semina.
Come in altre buone faccende umane, diventare scrittori significa accettare lo zigzag, stare dentro un deserto.
Scrivere è vocazione che prevede prima di tutto la rinuncia a ogni altra forma di espressione, di contatto a distanza. E' isolamento, una disciplina di silenzio interiore pure dentro una follia. Chi scrive ha davanti a sè la modica vastità, su righe o quadretti o tastiera, di un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare.
Non avere capomastri. Puoi ammirare un'altra scrittura, ma poi devi scrollartela di dosso per proseguire a scrivere.
Se leggi un libro, fallo da lettore, non da collega dell'autore.
Leggi un camion di libri, leggili da lettore, senza pensiero di paragone tra quello che stai sfogliando e le tue pagine.
Non frequentare corsi di scrittura. Ci sono altri modi, e meno costosi, di praticare l'umiltà dell'apprendere. Nel vagabondaggio solitario, lontano da biblioteche e scuole, nel rischio aperto e quotidiano, avviene il perfezionamento o la disfatta. Corso di scrittura è questo modesto sbaraglio, accettato senza condizioni. Per mare non ci stanno taverne.
Impara una seconda lingua per meglio approfondire il tuo italiano, sotto l'impulso dell'ammirazione per qualche autore straniero.
Sono fecondi anche gli errori, i malintesi in cui incapperai.
Apri il dizionario della tua lingua per la sua bellezza, per il suo deposito di storie contenute in ogni singolo vocabolo. Leggine una pagina e vedrai spuntare pensieri e storie e ricordi. Ti auguro di non frugarlo come un cercatore dentro una miniera, per estrarne una cosa sola, ma come uno che percorre un campo e legge il brulichio delle specie viventi.
Non scrivere a scrittori, scrivi a uomini, a donne, scrivi lettere a persone, non alla loro professione.
Considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Le sillabe sono passi su piccoli appoggi, devi posarci il peso della frase, della voce.
Fai che la tua scrittura risenta il callo del dialetto di origine. L'italiano più che da lingue antiche proviene da un'amazzonia di dialetti, arroccati in centinaia di borghi, suddivisi in millesimi di sfumature, dialetti rimasti inespugnabili per secoli. Sia debitrice di dialetto la tua scrittura italiana, sia figlia di mamma cafona e stia in italiano da ospite. Si deve sentire la decima parte di una rinuncia e di un adattamento.
Non c'è niente di sacro nello scrivere. Se mai ti piglia tentazione, riscuotiti e sopprimi dala tua pagina l'aureola. Non sono sacre le cose che scriverai, ma ugualmente devi sapere che potranno servire a molto per qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno. Non ha niente di sacro la scrittura letteraria, ha però una responsabilità civile.
La responsabilità principale dello scrittore è scrivere al meglio le sue storie. Al di fuori di quelle resta un solo ambito di sua competenza: il diritto di parola. Difenderlo dove manca, dove indietreggia. Difendere non quello dei colleghi scrittori, ma quello di tutti, muti e analfabeti inclusi. Difendere il diritto di parola di un prigioniero, di un avversario, di un vinto. Questo è l'ambito dello scrittore.
Comunque vada la tua scrittura, che sia gradita o ignota, difendine il diritto per chiunque. E se ti costerà, pagane allegro il prezzo, sei scrittore e hai la responsabilità civile della libertà di pubblica parola. Contrasta ovunque la censura. Sia questo il sacro per te: la libera parola scritta, detta, cantata, recitata, in ogni luogo pubblico.
Uno scrittore deve piantare almeno un albero. Uno scrittore costa legno, polpa da cui produrre carta. Uno scrittore deve rimborsare il mondo con degli alberi.
Carmina non dant panem, di poesia non si mangia. Però è civile il tempo e il luogo in cui i poeti campano della messa in vendita dei loro versi. E' stato così qualche volta nel mondo, per esempio nella Grecia antica, in Russia e a Napoli tra il 1800 e 1900. Non è il caso di oggi. Dispera allegramente di campare a sbafo della tua scrittura. Non vergognarti di nessun mestiere fatto per sussistere, se hai per rimborso e redenzione l'ora di scrittura.
La gran parte del giorno è da lasciar andare al suo bisogno, senza rancore, in assegnato spreco. Ha per riscatto la pagina raggiunta.
Fallirai volte innumerevoli, per insufficienza e per eccesso. Dispererai di consistere in una tua scrittura. E' la giusta predisposizione scritta da Borges: "di chi viene da così lontano che non spera di giungere". Da così lontano, ma da quanto, che distanza esige la scrittura? Viene dalla serpentina della tua spina dorsale, da un ricordo di ali, da una coda mozzata, viene dai bivacchi intorno ai fuochi la scrittura che infine spunta dalle dita dopo aver attraversato nel corpo le stazioni della civiltà. Viene da un ascolto di storie di chi barcollava per alcol e per affanni, voci di anziani arrivati alle loro ultime stanze. Viene da notti bianche e giorni da servo, viene da un'espulsione, da un foglio di via. La scrittura è lo sfregamento della distanza sopra un foglio di carta.
Non ti serve il talento, è luccichio fasullo. Abbaglia il narcisismo che ognuno porta a bordo. Il talento è nemico dell'ostinazione, unica disciplina necessaria. Stròncati in corpo a ogni stagione la ricrescita infestante del talento, gramigna. Fila lontano da chi ti riconosce il talento, sia per te un'accusa sconveniente, da negare in buona fede.
lunedì 28 marzo 2011
11 regole semiserie dello scrittore
Visto che la scrittura è da sempre un qualcosa che mi affascina e mi interessa, inauguro una nuove sezione sul bloggherello. Credo sia una buona idea cominciare con qualcosa di leggero e successivamente ampliare e approfondire. Beccatevi ste regole di Henry Miller, non rompete i coglioni al prossimo e buona giornata.
1. Lavora a una cosa per volta
2. Non iniziare nuovi libri, non aggiungere altro a Primavera nera
3. Non essere nervoso. Lavora con calma, allegria e spregiudicatezza a ciò che hai per le mani
4. Lavora secondo il programma e non secondo l'umore. Fermati al momento stabilito
5. Quando non riesci a creare, non puoi lavorare
6. Concretizza qualcosa tutti i giorni, invece di aggiungere nuovi stimoli
7. Non perdere lo spirito! Vedi gente, va' in giro, bevi, se ti va di farlo
8. Non sei un cavallo da soma! Lavora solo se lo fai volentieri
9. Ignora pure il programma, se vuoi... ma torna a seguirlo il giorno dopo. Concentrati. Seleziona. Escludi
10. Dimentica i libri che vorresti scrivere. Pensa solo al libro che stai scrivendo adesso
11. Prima pensa a scrivere, sempre. La pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo
1. Lavora a una cosa per volta
2. Non iniziare nuovi libri, non aggiungere altro a Primavera nera
3. Non essere nervoso. Lavora con calma, allegria e spregiudicatezza a ciò che hai per le mani
4. Lavora secondo il programma e non secondo l'umore. Fermati al momento stabilito
5. Quando non riesci a creare, non puoi lavorare
6. Concretizza qualcosa tutti i giorni, invece di aggiungere nuovi stimoli
7. Non perdere lo spirito! Vedi gente, va' in giro, bevi, se ti va di farlo
8. Non sei un cavallo da soma! Lavora solo se lo fai volentieri
9. Ignora pure il programma, se vuoi... ma torna a seguirlo il giorno dopo. Concentrati. Seleziona. Escludi
10. Dimentica i libri che vorresti scrivere. Pensa solo al libro che stai scrivendo adesso
11. Prima pensa a scrivere, sempre. La pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo
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