Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
Visualizzazione post con etichetta pensieri Greci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri Greci. Mostra tutti i post
martedì 21 gennaio 2014
Qui ad Atene noi facciamo così
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, be’ tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
venerdì 31 agosto 2012
Quando la filosofia nasce sfancula preti e fessi [cioè il 99% del genere umano]
Mi piace sempre leggere e ascoltare le parole che narrano la nascita della filosofia che infrange la supremazia del modo di pensare “mitico”. Scrivo questo breve appunto ringraziando eternamente Emanuele Severino.
Non so per quanto tempo, ma di sicuro per interi millenni l’esistenza dell’uomo è stata guidata dal mito. E qui corre l’obbligo di una prima precisazione terminologica: il mito, in questo caso, non è da intendere come invenzione fantastica, bensì come rivelazione del senso essenziale del mondo.
Nella lingua greca il significato originario della parola mythos è “parola”, “sentenza”, “annunzio”; a volte mythos significa persino “la cosa stessa”, “la realtà”. Solo più tardi la parola si avvicinerà al significato che gli diamo noi indicando con mito la “leggenda”, la “favola”, la “fola”.
Il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cioè all’atto col quale l’uomo si conquista il favore degli dèi e delle forze supreme della natura che, secondo la rivelazione del mito, regnano nell’universo. Il sacrificio può essere cruento o incruento, ma in ogni caso il suo intento è di identificarsi e di dominare ciò che nel mito appare come la potenza suprema.
Ed ecco che accade una delle cose che più mi affascinano della storia dell’uomo.
I primi pensatori Greci escono dall’esistenza guidata dal mito e la guardano in faccia. Nel loro sguardo c’è qualcosa di assolutamente nuovo.
Appare l’idea di un sapere che sia innegabile; e sia innegabile non perché la società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario.
Sboccia l’idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dèi, né da mutamenti dei tempi e dei costumi. L’idea di un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile.
I primi pensatori hanno chiamato questo sapere con antiche parole della lingua greca – le quali hanno quindi assunto da quel momento un significato inaudito. Queste parole sono: sophìa, lògos, alétheia, epistéme. Lasciate perdere le traduzioni di queste parola in italiano, sono stronzate. Risalite alla parola stessa e ascoltate il suono greco; è meglio.
Quanto alla parola philosophìa essa significa, alla lettera (philo-sophìa), “aver cura del sapere”. In sophòs, “sapiente”, risuona, come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”), il senso di phaòs, la “luce”, allora “filosofia” significa aver cura per ciò che, stando nella “luce” (al di fuori cioè dell’oscurità in cui stanno invece le cose nascoste – alétheia, “verità”, significa appunto, alla lettera “il non essere nascosto”) non può essere in alcun modo negato. “Filosofia” significa “l’aver cura della verità”, dunque – dando anche a quest’ultimo termine il significato inaudito dell’”assolutamente innegabile”.
I Greci evocano per primi il significato inaudito della verità.
Ovviamente i Greci non si accontentano di contemplare questa idea di verità senza preoccuparsi di stabilire quale sia la verità – quali tratti abbia il suo volto. Per poter affermare quali sono i tratti della verità è necessario che innanzitutto stia dinnanzi agli occhi il senso indicato dalla parola “verità”; e i Greci per primi hanno guardato questo senso e si sono messi in cammino per stabilire che cosa può essere detto verità.
Ma già all’inizio di questo cammino la filosofia vede che il mito non è verità innegabile, ma è soltanto una leggenda in cui si crede. Poiché, d’altra parte, la fede nel mito è la regola secondo la quale sono vissute tutte le civiltà precedenti (e la società stessa in cui la filosofia nasce), la critica filosofica del mito diventa inevitabilmente una critica della società.
E così abbiamo anche i primi due caratteri fondamentali della filosofia: essa nasce GRANDE e CRITICA.
Non so per quanto tempo, ma di sicuro per interi millenni l’esistenza dell’uomo è stata guidata dal mito. E qui corre l’obbligo di una prima precisazione terminologica: il mito, in questo caso, non è da intendere come invenzione fantastica, bensì come rivelazione del senso essenziale del mondo.
Nella lingua greca il significato originario della parola mythos è “parola”, “sentenza”, “annunzio”; a volte mythos significa persino “la cosa stessa”, “la realtà”. Solo più tardi la parola si avvicinerà al significato che gli diamo noi indicando con mito la “leggenda”, la “favola”, la “fola”.
Il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cioè all’atto col quale l’uomo si conquista il favore degli dèi e delle forze supreme della natura che, secondo la rivelazione del mito, regnano nell’universo. Il sacrificio può essere cruento o incruento, ma in ogni caso il suo intento è di identificarsi e di dominare ciò che nel mito appare come la potenza suprema.
Ed ecco che accade una delle cose che più mi affascinano della storia dell’uomo.
I primi pensatori Greci escono dall’esistenza guidata dal mito e la guardano in faccia. Nel loro sguardo c’è qualcosa di assolutamente nuovo.
Appare l’idea di un sapere che sia innegabile; e sia innegabile non perché la società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario.
Sboccia l’idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dèi, né da mutamenti dei tempi e dei costumi. L’idea di un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile.
I primi pensatori hanno chiamato questo sapere con antiche parole della lingua greca – le quali hanno quindi assunto da quel momento un significato inaudito. Queste parole sono: sophìa, lògos, alétheia, epistéme. Lasciate perdere le traduzioni di queste parola in italiano, sono stronzate. Risalite alla parola stessa e ascoltate il suono greco; è meglio.
Quanto alla parola philosophìa essa significa, alla lettera (philo-sophìa), “aver cura del sapere”. In sophòs, “sapiente”, risuona, come nell’aggettivo saphés (“chiaro”, “manifesto”, “evidente”, “vero”), il senso di phaòs, la “luce”, allora “filosofia” significa aver cura per ciò che, stando nella “luce” (al di fuori cioè dell’oscurità in cui stanno invece le cose nascoste – alétheia, “verità”, significa appunto, alla lettera “il non essere nascosto”) non può essere in alcun modo negato. “Filosofia” significa “l’aver cura della verità”, dunque – dando anche a quest’ultimo termine il significato inaudito dell’”assolutamente innegabile”.
I Greci evocano per primi il significato inaudito della verità.
Ovviamente i Greci non si accontentano di contemplare questa idea di verità senza preoccuparsi di stabilire quale sia la verità – quali tratti abbia il suo volto. Per poter affermare quali sono i tratti della verità è necessario che innanzitutto stia dinnanzi agli occhi il senso indicato dalla parola “verità”; e i Greci per primi hanno guardato questo senso e si sono messi in cammino per stabilire che cosa può essere detto verità.
Ma già all’inizio di questo cammino la filosofia vede che il mito non è verità innegabile, ma è soltanto una leggenda in cui si crede. Poiché, d’altra parte, la fede nel mito è la regola secondo la quale sono vissute tutte le civiltà precedenti (e la società stessa in cui la filosofia nasce), la critica filosofica del mito diventa inevitabilmente una critica della società.
E così abbiamo anche i primi due caratteri fondamentali della filosofia: essa nasce GRANDE e CRITICA.
lunedì 28 maggio 2012
Eraclito, logos mon amour
Eraclito è in assoluto il pensatore greco più affascinante che io abbia mai incontrato.
Proveniva da una famiglia aristocratica ma non aveva né castelli né soldi né tutte la altre minchiate che noi moderni siamo abituati ad associare alla parola "aristocratico".
Aristocratico deriva dalla parola greca aristoi ed era una distinzione che si dava alle persone che eccellevano nel campo della saggezza, nell’igiene, nel saper consigliare, nel dirimere questioni e litigi, ecc. Insomma era sempre la saggezza, la fronesis che i Greci onoravano.
Eraclito dopo aver vissuto svariati anni ad Efeso e tra gli efesini, mandò tutto e tutti a cacare e si ritirò in disparte, sui monti. Visse in una specie di eremitaggio; è il primo esempio di filosofo solitario. Poteva diventare basileus, ma se ne fregò.
Di lui non ci rimane nessun testo, solo frammenti sparsi di un’opera che Eraclito sotterrò nel tempio di Artemide perché non ritenne i suoi scritti adatti al popolino.
Ci sono varie parole chiave che possono guidarci all’interpretazione di Eraclito: logos, physis, pòlemos, mondo, fuoco, uno-unico, ecc.
Visto che questo è il primo post dedicato a Eraclito, cominciamo dal frammento 1 (secondo l’edizione Diels-Kranz) che contiene la parola logos, nostro termine guida per “entrare in contatto” con Eraclito. Leggiamolo per intero:
“Ora, riguardo al logos, all’ente nel suo essere, gli uomini continuano a rimanere al di fuori di ogni intendimento, sia prima di porgervi orecchio, sia una volta che hanno ascoltato; infatti, mentre tutto accade secondo il logos che dico, essi invece assomigliano a chi è senza esperienza, quando si cimentano in parole e opere tali quali vado spiegando, io che distinguo ciascuna cosa secondo la sua essenza e la dico così com’è. Ma agli altri uomini sfugge ciò che fanno da svegli, proprio come rimane loro celato ciò che era loro presente nel sonno”.
Il frammento 1 viene confermato su questo punto dal frammento 72, come lo riporta Marco Aurelio:
“Ciò a cui soprattutto si accompagnano è ciò da cui si dividono, e perciò: le cose in cui si imbattono ogni giorno sono quelle che ad essi appaiono in una luce estranea (xeina)”.
Il testo sembra contenere un paradosso. Le cose in cui ci si imbatte quotidianamente non sono piuttosto le cose del tutto familiari? In che senso dovrebbero quindi mostrarsi in una luce estranea?
Nel senso che gli uomini, una volta che si sono divisi dal logos, vedono solo un lato di ciò che incontrano, e nella stessa misura la cosa incontrata è per così dire estranea a se stessa.
Il frammento ci parla così degli uomini in quanto si allontanano dall’essere per ricadere da esso nell’ente ( si può confrontare questo allontanarsi dall’essere come decadimento o una caduta [nell’ente] in Essere e tempo di Heidegger).
Ciò che dice Eraclito non ha comunque niente a che vedere con il peccato originale, ma appartiene alla differenza stessa tra essere ed ente, in relazione alla quale gli uomini sono ancora più originariamente riuniti. L’interpretazione della decadenza come peccato originale, al contrario, è in se stessa l’eliminazione di questa differenza. Ma poiché qui viene mantenuta saldamente la differenza tra essere ed ente, anche il platonismo, insieme al discredito che getta sulla mera apparenza, è ancora di là da venire. Gli xéna di Eraclito non sono affatto un qualcosa che è in un senso minore, ma l’ente stesso così estraneo quale si mostra a coloro che si allontanano dalla differenza. Eraclito non nutre ancora, come Platone, sentimenti ostili nei confronti di ciò che è estraneo.
Se adesso dal frammento 72 ritorniamo al frammento 1, possiamo aggiungere che tutto quanto vi si dice degli “inesperti” è parimenti confermato dal frammento 2: “Bisogna dunque seguire ciò è comune. Ma pur essendo questo logos comune, la maggior parte degli uomini vive come se avesse un propria e particolare saggezza”, in cui essi vengono chiamati di nuovo axùnetoi, “coloro che non vanno insieme”. Insieme a che cosa essi non vanno? Insieme al logos da cui sono separati. I “divisi” del frammento 72 sono questi “disgiunti”.
Per questo il logos può essere per noi il filo conduttore per leggere i frammenti di Eraclito.
Ah, un'ultima cosa. Lasciate perdere chiunque traduca o parli di logos traducendo questa parola con "ragione". È gente che parla tramite i romani e che non si sforza di ascoltare l'autentico "parlare greco".
mercoledì 14 marzo 2012
Androgino
Dal punto di vista medico l’ermafroditismo (o androginia) è una patologia caratterizzata dalla compresenza nello stesso individuo delle gonadi dei due sessi, a causa di un’incompleta differenziazione fisiologica. Per il mito e per l’immaginario simbolico sia occidentale sia orientale l’androginia è un’ipotetica e felice condizione sessuale di tipo bipolare, simbolo della pienezza dell’essere, della perfezione data dalla compresenza di due elementi contrari e dell’armonia che nasce dal loro reciproco equilibrarsi.
L’androginia entrò nella storia del pensiero occidentale con il mito degli uomini sferici sviluppato da Platone nel Simposio per spiegare la natura dell’attrazione sessuale. Con una notevole dose di umorismo il filosofo affermò che non da sempre gli uomini possiedono l’attuale forma corporea; i nostri più antichi antenati furono infatti plasmati dal Demiurgo in forma sferica, senza una differenziazione di tipo sessuale fra loro: ogni individuo possedeva organi doppi secondo le tre possibilità logiche, vale a dire maschio-maschio, maschio-femmina e femmina-femmina. Mobilissimi e velocissimi (con quattro gambe e altrettante braccia si muovevano rotolando), orgogliosi fino alla superbia della loro sferica perfezione e dello stato di completezza sessuale, gli androgini originari riuscirono invisi alla divinità, che li punì dividendoli nei due attuali tronconi: il maschio e la femmina (esiste anche il pericolo, aggiunse Platone nel suo racconto, che la superbia degli uomini contemporanei spinga Zeus a un’ulteriore divisione punitiva, che ridurrebbe la specie umana a essere con una sola gamba e un solo braccio).
(Come simbolo della unificaione dei contrari e della coincidenza degli opposti, l'androginia è presente in molti miti e religioni. L'androgino in una rappresentazione induista, come unione del dio Shiva e della dea Parvati)
Il mito spiega la natura dell’attrazione erotica, interpretabile come un’inconsapevole nostalgia dell’antica completezza. Spiega anche la diversità delle preferenze sessuali: chi è attratto dal proprio sesso, infatti, deriverebbe da una scissione maschio-maschio o femmina-femmina, mentre chi pratica l’amore eterosessuale discenderebbe da un antenato bisessuato. Spiega infine come il dualismo sessuale sia il frutto della decadenza. Solo l’uomo originario, l’androgino, era vero e completo: non mancava di nulla ed era perciò indisponibile all’attrazione e alla seduzione. Ora invece solamente nell’amplesso si riacquista, in un certo modo, l’originaria sfericità. In questo senso quello attuale, sessualmente connotato, conclude Platone, è solo il simbolo di un uomo, letteralmente, nel significato greco della parola, un uomo a metà.
Il mito dell’androgino servì a Platone per spiegare il senso oscuro e doloroso di una mancanza che contraddistingue ogni sentimento d’amore. Come suggerisce un altro mito del Simposio, il dio Eros è figlio della dea Penìa (Povertà) e del dio Poros (Espediente): l’amore infatti “è povero, non bello e delicato come pensano in molti; ma duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo per terra, all’addiaccio, di notte, sulle soglie delle case; ma è sagace e capace delle più raffinate astuzie nelle sue strategie di conquista”.
(Nell'alchimia la trasformazione dei metalli vili in oro era simboleggiata dalla nascita dell'ermafrodita nel bagno mercuriale. Secondo Jung, che ha analizzato l'alchimia dal punto di vista della psicoanalisi, l'androginia è il simbolo della compresenza in ogni individuo di una componente maschile e una femminile)
lunedì 12 marzo 2012
Talete Anassimandro Anassimene
Com’è noto, Aristotele nelle prime pagine della Metafisica abbozzò quella che noi oggi chiamiamo “storia della filosofia”.
Per lo Stagirita, Talete Anassimandro e Anassimene furono i primi filosofi. Perché questo giudizio?
Perché per la prima volta (almeno per Aristotele, eh) l’uomo indagò l’origine del tutto senza cercare scorciatoie irrazionali, senza rifugiarsi in spiegazioni mitiche. Affrontarono con la sola ragione il problema dell'arché.
Il racconto di Aristotele è soprattutto una precisa definizione della filosofia, perché individua l’essenza del nuovo stile di pensiero non nell’originalità dei problemi ma nel metodo, nelle procedure utilizzate per arrivare a una risposta. La filosofia inizia quando il pensiero diventa razionale, sia nel senso che cerca di seguire procedimenti logici sia nel senso di trovare nella realtà prove a sostegno delle affermazioni prodotte.
Le risposte di Talete Anassimandro e Anassimene sono importanti per il sistematico rifiuto del probabile, del possibile, del fantastico; perché sono risposte già del tutto razionali.
Di Talete, nato circa nel 624 a.C. e morto nel 545 a.C., non abbiamo alcuna notizia certa, ma una gran massa di aneddoti. La sua figura è condizionata dall’essere il primo della serie, la migliore immagine dello stereotipo del filosofo: Talete è l’osservatore della natura (furono i fenomeni dell’umidità a suggerirgli la sua prima dottrina), il geniale inventore, il politico impegnato nelle lotte contro i Persiani, e poi ancora geometra, astronomo e scrutatore del cielo, tanto da cadere in una buca della strada suscitando il riso di una servetta tracia (è l’immagine del filosofo che, tutto preso dalle sue profonde speculazioni, non è più in grado di affrontare la vita quotidiana).
Talete, pare, non ha scritto nulla o perlomeno di lui nulla di autografo ci è pervenuto. Di Anassimandro (circa 610-547 a.C.) e di Anassimene (circa 596-525 a.C.), il cui contributo si limita a offrire una risposta diversa allo stesso problema di Talete, rimane un solo frammento per ciascuno.
Il PROBLEMA dei tre filosofi Milesi (cioè della città di Mileto) può essere riassunto così: Qual è l’origine del mondo? Esiste un principio primordiale (arché, in greco) da cui tutto deriva?
Vediamo brevemente le tre TESI.
Secondo Talete, il principio primordiale va individuato nell’acqua. La risposta può sembrare deludente, ma la sua importanza risiede nel fatto che per la prima volta nella storia del pensiero si cerca una soluzione di tipo razionale, non più mitico-fantastica. Lo confermano le motivazioni addotte da Talete: i semi, come ogni nutrimento, sono umidi.
Con un notevole scatto intellettuale rispetto a Talete, Anassimandro individua l’arché non più in un elemento naturale ma nell’apeiron, termine che in greco indica l’illimitato, l’infinito, una realtà primigenia e indifferenziata senza limiti e senza confini. Probabilmente il ragionamento che lo condusse a questa conclusione è il seguente. Ogni parte dell’universo è il risultato di un’opposizione tra forze antagoniste: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco, ossia tutti gli elementi naturali, sono il risultato (una situazione di momentaneo equilibrio) fra coppie di opposti: il caldo si oppone al freddo, il secco si oppone all’umido. Ma anche il cosmo nel suo complesso deve essere il prodotto di un antagonismo fondamentale, e poiché l’universo appare definito, limitato, determinato in ogni sua componente, bisogna pensare che abbia avuto origine e sia sostenuto da un principio diametralmente contrario: l’apeiron.
Forse segnando un certo regresso rispetto alla soluzione di Anassimandro, Anassimene tornò a individuare l’arché in un elemento naturale: l’aria. In realtà è probabile che con questo termine egli alludesse a ciò che in seguito i Greci chiamarono pneuma, ossia quel vento caldo e rarefatto, di natura più spirituale che materiale, che è presente in ogni essere vivente ed esala dal corpo con l’ultimo respiro. Più che una sostanza naturale, l’aria di Anassimene è il principio della vita.
Voglio concludere scrivendo qualcosa su tre termini che ritengo i più importanti dal punto di vista filosofico. È solo un accenno, ne parlerò ancora e comunque ognuno può fare una propria ricerca personale.
APEIRON
La traduzione letterale di questo termine è senza limite. Anassimandro lo usa per indicare quella mescolanza originaria di tutte le cose, indefinita, indistinta e caotica, da cui, attraverso successive separazioni causate dall’alternanza di caldo e freddo, si è generato il mondo così come lo conosciamo. Il mondo greco non elaborò un’idea di infinito simile a quella moderna, associando sempre quest’idea alle nozioni di indeterminatezza, mancanza, negatività. In breve mi sento di dire che l’apeiron è il caos strappato alle teogonie poetiche-religiose e immesso nel piano concettuale della filosofia.
ARCHE’
Pare sia stato Anassimandro a usare per primo il termine, che in greco indica il principio, il fondamento, ciò da cui tutto ha avuto origine e che mantiene vivo il mondo. I Milesi, come ho scritto prima, indicarono l’arché in un elemento naturale (l’acqua, l’aria, l’apeiron), ma già i filosofi della generazione seguente elaborarono risposte più raffinate al problema: Eraclito individuò l’arché nel divenire e Pitagora nel numero. Il termine è poi rimasto nella tradizione e utilizzato da Platone e Aristotele per intendere in senso generico sia la materia di cui le cose sono fatte, sia la forza che dà vita alla natura, sia infine la legge che la governa.
MONISMO
Le dottrine dei Milesi costituiscono il primo rudimentale esempio di monismo, termine attribuito a tutte le filosofia che ipotizzano la derivazione della multiforme realtà da un principio unico. In metafisica il monismo si contrappone al dualismo, sostenuto in modo diverso sia da Platone sia da Cartesio, e al pluralismo, sostenuto da Aristotele ed altri filosofi ancora.
lunedì 2 gennaio 2012
La feroce dolcezza filosofica di Apollodoro
(David, La morte di Socrate)
Apollodoro era una persona molto dolce, capace di dare tutto se stesso alle persone che amava e nelle cose in cui credeva.
La prima volta che lo incontrai fu all’inizio del Fedone, quando Echecrate enumera gli amici che erano presenti il giorno della morte di Socrate.
Apollodoro viene descritto come il più scosso tra i presenti, talmente sopraffatto dal dolore che il pianto gli impedisce di proferire parola. [“E Apollodoro, che già anche prima non avea mai lasciato di piangere, allora scoppiò in singhiozzi, e tanto piangeva e gemeva che niuno ci fu di noi lì presenti che non se ne sentisse spezzare il cuore…” Fedone 117 d3-4]. È talmente stravolto che è Socrate stesso a consolarlo, accarezzandogli la testa.
Credo che fu questo grande amore che Apollodoro provava per Socrate, la ragione per cui Platone fece di Apollodoro il narratore del suo dialogo più bello (che parla appunto di eros), cioè nel Simposio.
Apollodoro fu “ricordato” anche dal pittore Jacques-Louis David nel celebre quadro La morte di Socrate, ed è il giovane coi riccioli biondi che si dispera addossato al muro.
Io lo ricordo perché nelle fasi iniziali del Simposio dice una cosa che mi ha sempre colpito, sia perché è espressione di un amore eccezionale per la filosofia, sia perché interpreta alla perfezione quello che ho sempre pensato anche io.
Apollodoro era una persona molto dolce, capace di dare tutto se stesso alle persone che amava e nelle cose in cui credeva.
La prima volta che lo incontrai fu all’inizio del Fedone, quando Echecrate enumera gli amici che erano presenti il giorno della morte di Socrate.
Apollodoro viene descritto come il più scosso tra i presenti, talmente sopraffatto dal dolore che il pianto gli impedisce di proferire parola. [“E Apollodoro, che già anche prima non avea mai lasciato di piangere, allora scoppiò in singhiozzi, e tanto piangeva e gemeva che niuno ci fu di noi lì presenti che non se ne sentisse spezzare il cuore…” Fedone 117 d3-4]. È talmente stravolto che è Socrate stesso a consolarlo, accarezzandogli la testa.
Credo che fu questo grande amore che Apollodoro provava per Socrate, la ragione per cui Platone fece di Apollodoro il narratore del suo dialogo più bello (che parla appunto di eros), cioè nel Simposio.
Apollodoro fu “ricordato” anche dal pittore Jacques-Louis David nel celebre quadro La morte di Socrate, ed è il giovane coi riccioli biondi che si dispera addossato al muro.
Io lo ricordo perché nelle fasi iniziali del Simposio dice una cosa che mi ha sempre colpito, sia perché è espressione di un amore eccezionale per la filosofia, sia perché interpreta alla perfezione quello che ho sempre pensato anche io.
Per mio conto, ogni volta che ragiono io stesso o ascolto qualcun altro ragionare di filosofia, ne provo una gioia straordinaria, anche a prescindere dal vantaggio che credo di cavarne; invece, quando mi tocca ascoltare altri generi di discorsi, e in special modo i vostri (di voi che siete gente ricca, dedita agli affari), io mi annoio e voi mi fate pena, amici miei, che vi illudete di essere attivi e in realtà non combinate nulla. Voi forse mi giudicherete un disgraziato, e penso che pensiate il vero; ma io di voi non lo penso: lo so. [Simposio 173 c-d]
venerdì 22 luglio 2011
Una tipica domanda di fine luglio: Cos'è l'akrasìa?
Socrate, in vita, si dovette difendere dall’accusa di corrompere i giovani e di introdurre nella città di Atene nuovi dei. Corruttore ed empio (come ogni filosofo dovrebbe essere).
Da morto, filosofi e studiosi gli hanno rimproverato un eccessivo intellettualismo, il famigerato “intellettualismo greco”.
Vediamo un po’ di cosa si tratta con un esempio della vita moderna.
Immaginiamo Socrate davanti alla questione “smettere di fumare”. Per Socrate la soluzione è semplice. Una volta che si conoscano i danni e i lati negativi del fumare non si potrà che agire di conseguenza perché una volta accertato cos’è bene e cosa è virtuoso fare non ci resterà altro che comportarci bene e virtuosamente, cioè smettere di fumare. Per il saggio e per il filosofo sapienza e virtù non possono che andare a braccetto.
Aristotele non era d’accordo e sarebbe arrivato ad una conclusione ben diversa perché sapere che è bene smettere di fumare non basta.
Aristotele aveva messo in luce un fenomeno, l’akrasìa (che possiamo tradurre con debolezza del volere), che ci spinge a compiere scelte che sono in disaccordo con ciò che riteniamo sia un bene per noi.
Quindi neppure il saggio, il sapiente, o l’aspirante filosofo, è al riparo dagli accidenti della sorte, del desiderio, delle tentazioni esterne, dei piaceri. Nessuno si salva dall’akrasìa. Per difenderci da essa dovremmo costruirci, giorno per giorno, degli abiti mentali e comportamentali che ci spingano ad adottare comportamenti virtuosi (un po’ come Ulisse con le sirene…).
Ci costruiremmo così una “seconda natura”, che alla lunga modifica il nostro carattere finché l’essere virtuoso si trasforma in un istinto.
L’idea è geniale e profonda (come capita sempre coi Greci), ma oggi noi siamo meno ottimisti di Aristotele sull’esito finale di tali astuzie. Ci ritroviamo di più nello spirito di Raymond Carver che scrive: “La prossima poesia che scriverò… oh, la prossima poesia farà scintille! Ma non ci saranno sigarette in quella poesia. Comincerò a fumare la pipa.” E resta anche da definire in che senso lo smettere di fumare possa essere considerato una virtù o un vantaggio; o in che modo – pur giovando alla nostra salute – possa modificare il nostro destino.
Vi lascio citando uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Allan Stewart Konigsberg, noto anche come Woody Allen: “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più. Durante la quale pioverà sempre”.
Da morto, filosofi e studiosi gli hanno rimproverato un eccessivo intellettualismo, il famigerato “intellettualismo greco”.
Vediamo un po’ di cosa si tratta con un esempio della vita moderna.
Immaginiamo Socrate davanti alla questione “smettere di fumare”. Per Socrate la soluzione è semplice. Una volta che si conoscano i danni e i lati negativi del fumare non si potrà che agire di conseguenza perché una volta accertato cos’è bene e cosa è virtuoso fare non ci resterà altro che comportarci bene e virtuosamente, cioè smettere di fumare. Per il saggio e per il filosofo sapienza e virtù non possono che andare a braccetto.
Aristotele non era d’accordo e sarebbe arrivato ad una conclusione ben diversa perché sapere che è bene smettere di fumare non basta.
Aristotele aveva messo in luce un fenomeno, l’akrasìa (che possiamo tradurre con debolezza del volere), che ci spinge a compiere scelte che sono in disaccordo con ciò che riteniamo sia un bene per noi.
Quindi neppure il saggio, il sapiente, o l’aspirante filosofo, è al riparo dagli accidenti della sorte, del desiderio, delle tentazioni esterne, dei piaceri. Nessuno si salva dall’akrasìa. Per difenderci da essa dovremmo costruirci, giorno per giorno, degli abiti mentali e comportamentali che ci spingano ad adottare comportamenti virtuosi (un po’ come Ulisse con le sirene…).
Ci costruiremmo così una “seconda natura”, che alla lunga modifica il nostro carattere finché l’essere virtuoso si trasforma in un istinto.
L’idea è geniale e profonda (come capita sempre coi Greci), ma oggi noi siamo meno ottimisti di Aristotele sull’esito finale di tali astuzie. Ci ritroviamo di più nello spirito di Raymond Carver che scrive: “La prossima poesia che scriverò… oh, la prossima poesia farà scintille! Ma non ci saranno sigarette in quella poesia. Comincerò a fumare la pipa.” E resta anche da definire in che senso lo smettere di fumare possa essere considerato una virtù o un vantaggio; o in che modo – pur giovando alla nostra salute – possa modificare il nostro destino.
Vi lascio citando uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Allan Stewart Konigsberg, noto anche come Woody Allen: “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più. Durante la quale pioverà sempre”.
martedì 12 luglio 2011
In compagnia di Socrate
(so di condividere qualcosa di non particolarmente interessante o divertente, ma se anche UNA sola persona che passasse di qui avesse modo di apprezzarla - ebbene, io sarò contento)
Sul prato in dolce declivio che permetteva al giacente di stare disteso col capo sollevato, stavamo seduti Socrate ed io, al riparo dall’afa del giorno e fra gentilezze e lusinghevoli arguzie Socrate mi istruiva sul desiderio e sulla virtù.
Mi parlava della trepidazione febbrile che coglie l’uomo sensibile quando i suoi occhi scorgono un simbolo dell’eterna bellezza; mi parlava degli appetiti del profano e del malvagio, che non sa concepire la bellezza se non ne vede l’immagine e non può venerarla; parlava del terrore reverenziale che coglie l’uomo di nobili sensi quando un volto divino, un corpo perfetto, gli appaiono, di come egli tremi e, fuori di sé, a mala pena possa guardare e venerare chi la bellezza possiede, e le vorrebbe fare offerte, come a una statua, se non avesse il timore che gli uomini lo prendessero per pazzo.
“Giacché la bellezza, o mio Andrè, solo essa è degna d’amore e visibile allo stesso tempo: essa è – notalo bene! – la sola forma dello spirito che si possa percepire con i sensi e che i sensi siano in grado di sopportare. Altrimenti che sarebbe di noi se il Divino stesso, se Ragione, Virtù e Verità ci apparissero in modo sensibile? Non saremmo distrutti e inceneriti dall’amore, come Semele al cospetto di Zeus? Così la bellezza è, per colui che l’avverte, la via che conduce allo spirito – solo la via, solo un mezzo, caro Andrè… E poi disse la cosa più sottile, lui, l’astuto seduttore: disse che l’amante è più divino dell’amato perché Dio è nel primo, non nell’altro, - forse il pensiero più tenero e beffardo che mai sia stato pensato e dal quale scaturisce tutta la malizia e l’arcana voluttà del desiderio”.
Lo pregai di parlare ancora e di non andarsene, volevo sapere qualche altra cosa sulla bellezza o su qualsiasi argomento lui preferisse e mi accontentò (come sempre).
“Perché la bellezza, Andrè, ricordatelo bene, la bellezza soltanto è divina e allo stesso tempo visibile, e perciò essa è la via di ciò che appartiene ai sensi, essa è, caro Andrè, la via che conduce l’artista allo spirito. Ma tu, amico mio, credi forse che chi si avvia attraverso il dominio dei sensi verso lo spirito giungerà alla saggezza e alla vera dignità dell’uomo? O credi piuttosto (ti lascio libero di scegliere) che in questa via rischiosamente dolce sia in realtà una via di inganno e peccato, che necessariamente conduce all’errore? Perché devi sapere che noi poeti non possiamo percorrere la via della bellezza senza che Eros ci accompagni e ci sia di guida; certo, possiamo anche, a modo nostro, essere eroi e onesti combattenti, ma in verità siamo come le donne, perché la passione è ciò che ci esalta, perché solo all’amore ci è dato aspirare – questa è la nostra gioia e la nostra vergogna. Ora vedi che noi poeti non possiamo essere né saggi né dignitosi? Che necessariamente cadiamo nell’errore, naturalmente siamo dissoluti e avventurieri del sentimento? La maestria dello stile non è che menzogna e millanteria; la nostra gloria, gli onori sono solo farsa, la fiducia del pubblico è grottesca e ridicola, l’educazione del popolo e della gioventù per mano dell’arte è impresa temeraria e da interdire. Infatti che educatore è chi irrimediabilmente e per sua natura è spinto verso l’abisso? Vorremmo sì distogliercene, acquistare dignità, ma per quanti sforzi facciamo l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Andrè, non ha dignità né rigore; è consapevole, è priva di riserbo e forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso stesso. Noi dunque la ripudiamo energicamente e quindi la nostra ispirazione resta unicamente la bellezza, cioè la semplicità, la grandezza e il nuovo vigore, la rinnovata spontaneità, la forma. Una spontaneità e forma, mio Andrè, conducono all’ebbrezza del desiderio, possono trascinare un animo nobile a sacrilegi orrendi, che a lui stesso, al suo armonioso rigore, appaiono informi; conducono all’abisso, all’abisso anche loro. E, ti dico, vi conducono proprio noi poeti, poiché noi non siamo capaci di elevazione, ma solo di dissolutezza. E ora io vado, Andrè, tu rimani qui; e solo quando non mi vedrai più, allora andrai via anche tu”.
Sul prato in dolce declivio che permetteva al giacente di stare disteso col capo sollevato, stavamo seduti Socrate ed io, al riparo dall’afa del giorno e fra gentilezze e lusinghevoli arguzie Socrate mi istruiva sul desiderio e sulla virtù.
Mi parlava della trepidazione febbrile che coglie l’uomo sensibile quando i suoi occhi scorgono un simbolo dell’eterna bellezza; mi parlava degli appetiti del profano e del malvagio, che non sa concepire la bellezza se non ne vede l’immagine e non può venerarla; parlava del terrore reverenziale che coglie l’uomo di nobili sensi quando un volto divino, un corpo perfetto, gli appaiono, di come egli tremi e, fuori di sé, a mala pena possa guardare e venerare chi la bellezza possiede, e le vorrebbe fare offerte, come a una statua, se non avesse il timore che gli uomini lo prendessero per pazzo.
“Giacché la bellezza, o mio Andrè, solo essa è degna d’amore e visibile allo stesso tempo: essa è – notalo bene! – la sola forma dello spirito che si possa percepire con i sensi e che i sensi siano in grado di sopportare. Altrimenti che sarebbe di noi se il Divino stesso, se Ragione, Virtù e Verità ci apparissero in modo sensibile? Non saremmo distrutti e inceneriti dall’amore, come Semele al cospetto di Zeus? Così la bellezza è, per colui che l’avverte, la via che conduce allo spirito – solo la via, solo un mezzo, caro Andrè… E poi disse la cosa più sottile, lui, l’astuto seduttore: disse che l’amante è più divino dell’amato perché Dio è nel primo, non nell’altro, - forse il pensiero più tenero e beffardo che mai sia stato pensato e dal quale scaturisce tutta la malizia e l’arcana voluttà del desiderio”.
Lo pregai di parlare ancora e di non andarsene, volevo sapere qualche altra cosa sulla bellezza o su qualsiasi argomento lui preferisse e mi accontentò (come sempre).
“Perché la bellezza, Andrè, ricordatelo bene, la bellezza soltanto è divina e allo stesso tempo visibile, e perciò essa è la via di ciò che appartiene ai sensi, essa è, caro Andrè, la via che conduce l’artista allo spirito. Ma tu, amico mio, credi forse che chi si avvia attraverso il dominio dei sensi verso lo spirito giungerà alla saggezza e alla vera dignità dell’uomo? O credi piuttosto (ti lascio libero di scegliere) che in questa via rischiosamente dolce sia in realtà una via di inganno e peccato, che necessariamente conduce all’errore? Perché devi sapere che noi poeti non possiamo percorrere la via della bellezza senza che Eros ci accompagni e ci sia di guida; certo, possiamo anche, a modo nostro, essere eroi e onesti combattenti, ma in verità siamo come le donne, perché la passione è ciò che ci esalta, perché solo all’amore ci è dato aspirare – questa è la nostra gioia e la nostra vergogna. Ora vedi che noi poeti non possiamo essere né saggi né dignitosi? Che necessariamente cadiamo nell’errore, naturalmente siamo dissoluti e avventurieri del sentimento? La maestria dello stile non è che menzogna e millanteria; la nostra gloria, gli onori sono solo farsa, la fiducia del pubblico è grottesca e ridicola, l’educazione del popolo e della gioventù per mano dell’arte è impresa temeraria e da interdire. Infatti che educatore è chi irrimediabilmente e per sua natura è spinto verso l’abisso? Vorremmo sì distogliercene, acquistare dignità, ma per quanti sforzi facciamo l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Andrè, non ha dignità né rigore; è consapevole, è priva di riserbo e forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso stesso. Noi dunque la ripudiamo energicamente e quindi la nostra ispirazione resta unicamente la bellezza, cioè la semplicità, la grandezza e il nuovo vigore, la rinnovata spontaneità, la forma. Una spontaneità e forma, mio Andrè, conducono all’ebbrezza del desiderio, possono trascinare un animo nobile a sacrilegi orrendi, che a lui stesso, al suo armonioso rigore, appaiono informi; conducono all’abisso, all’abisso anche loro. E, ti dico, vi conducono proprio noi poeti, poiché noi non siamo capaci di elevazione, ma solo di dissolutezza. E ora io vado, Andrè, tu rimani qui; e solo quando non mi vedrai più, allora andrai via anche tu”.
venerdì 3 giugno 2011
Epistola a Meneceo (Lettera sulla felicità)
Ho sempre amato Epicuro per il suo modo di pensare così "modesto" e così vicino alle reali necessità e preoccupazioni dell'uomo. Questo dio degli orti che ammetteva chiunque alla sua scuola, come sempre in Grecia. Donne, puttane, poveri, erano ammessi tutti coloro che avevano voglia di dedicarsi alla filosofia, una delle poche attività libere e creatrici dell'uomo. I guerrieri, i ricchi, i cazzuti - loro non filosofano, non ne hanno bisogno. Non ne hanno il potere.
E, come ogni filosofo che si rispetti, il primo passo filosofico raccomandato da Epicuro è sempre quello di allontanarsi dal volgo. Non per snobismo, ma perchè la massa ha idee convenzionali, stupide e false.
Cominciamo col farci una risata.
Una risata in faccia a chi dice che è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare.
Ma come? Non sarebbe ridicolo chi affermasse di essere troppo giovane o troppo vecchio per essere felice? Certo che sì.
Epicuro ci esorta, Epicuro ci sprona! A cosa?
Innanzitutto ad allontanarci dai polloi e dalle loro idee bacate e fasulle.
Non perde tempo ad essere ateo o a discutere con i baciapile sugli dèi.
Gli dèi sono immortali e beati, si fanno i cazzi loro. Pensiamo a noi, piuttosto. Non distraiamoci che il tempo è già poco e il percorso difficile!
Cerchiamo, insieme, di raggiungere quella fronesis(prudenza) frutto migliore della filosofia.
A che serve la fronesis? Serve a farci smettere di masturbarci con la morte.
Perchè avere paura di essa? Quando ci siamo noi lei non c'è, e quando c'è lei noi non siamo più. Inutile preoccuparsi dei dolori postmortem, visto che la morte è la cessazione di ogni sentire.
Occupiamoci invece di come stare bene nel corpo e nella mente e anche in questo caso dobbiamo allontanarci dal volgo che crede che il piacere sia l'eterna crapula.
Non è così. Il piacere è il soddisfacimento delle esigenze reali e naturali dell'uomo, è la cessazione dei "molesti" bisogni. Il poco, il necessario, il "naturale" - questo è il vero piacere, questo è essere epicurei!
Dobbiamo sforzarci di raggiungere quei beni che ci permetteranno di essere beati e immortali in mezzo agli uomini comuni.
I nostri obiettivi sono: lasciar perdere le concezioni del "popolo" sugli dèi, non nutrire timore nei riguardi della morte, comprendere cosa sia il bene secondo natura, sapere che il sommo dei beni è facilmente raggiungibile e facile a conseguirsi mentre il sommo dei mali ha breve durata o intensità lieve.
Come primo approccio ad Epicuro credo possa bastare; alla prossima.
E, come ogni filosofo che si rispetti, il primo passo filosofico raccomandato da Epicuro è sempre quello di allontanarsi dal volgo. Non per snobismo, ma perchè la massa ha idee convenzionali, stupide e false.
Cominciamo col farci una risata.
Una risata in faccia a chi dice che è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare.
Ma come? Non sarebbe ridicolo chi affermasse di essere troppo giovane o troppo vecchio per essere felice? Certo che sì.
Epicuro ci esorta, Epicuro ci sprona! A cosa?
Innanzitutto ad allontanarci dai polloi e dalle loro idee bacate e fasulle.
Non perde tempo ad essere ateo o a discutere con i baciapile sugli dèi.
Gli dèi sono immortali e beati, si fanno i cazzi loro. Pensiamo a noi, piuttosto. Non distraiamoci che il tempo è già poco e il percorso difficile!
Cerchiamo, insieme, di raggiungere quella fronesis(prudenza) frutto migliore della filosofia.
A che serve la fronesis? Serve a farci smettere di masturbarci con la morte.
Perchè avere paura di essa? Quando ci siamo noi lei non c'è, e quando c'è lei noi non siamo più. Inutile preoccuparsi dei dolori postmortem, visto che la morte è la cessazione di ogni sentire.
Occupiamoci invece di come stare bene nel corpo e nella mente e anche in questo caso dobbiamo allontanarci dal volgo che crede che il piacere sia l'eterna crapula.
Non è così. Il piacere è il soddisfacimento delle esigenze reali e naturali dell'uomo, è la cessazione dei "molesti" bisogni. Il poco, il necessario, il "naturale" - questo è il vero piacere, questo è essere epicurei!
Dobbiamo sforzarci di raggiungere quei beni che ci permetteranno di essere beati e immortali in mezzo agli uomini comuni.
I nostri obiettivi sono: lasciar perdere le concezioni del "popolo" sugli dèi, non nutrire timore nei riguardi della morte, comprendere cosa sia il bene secondo natura, sapere che il sommo dei beni è facilmente raggiungibile e facile a conseguirsi mentre il sommo dei mali ha breve durata o intensità lieve.
Come primo approccio ad Epicuro credo possa bastare; alla prossima.
giovedì 28 aprile 2011
Ulisse, ingestibile genio greco
Stamani sono andato a Napoli perchè avevo delle missioni libresche da compiere e, tra librerie ufficiali e bancarelle clandestine, ho preso tutti i libri che mi ero prefissato.
Ho preso i neoplatonici di L.S. uno scritto omosessuale censurato da B.C., ho preso 30 lezioni di L.K. un amico polacco, ho preso due circo conferenze del caro M.H., ho preso dei voli fatali di P.G. e la Bisbetica domata del grande W.S.
Poi ne riparlerò con calma.
Mentre ero in vesuviana, per scappare dalla puzza, dalla confusione e dai drocati mi sono messo a pensare come mio solito. Ho aperto un foro nella scatola cranica, mi sono adagiato sul morbido cervello tra il lobo temporale e il lobo parietale ed ho con pazienza aspettato la prima stella filante neuronale da seguire.
Eccola.
Su Ulisse le donne sono incontentabili, nel loro modo adorabile di esserlo ovviamente. Ho fatto caso che la donna capricciosa e rompipalle mantiene, se non aumenta addirittura, il suo fascino. Al contrario l'uomo capriccioso è ridicolo e l'uomo incontentabile è solo un rompicoglioni.
Torniamo a noi.
- se Ulisse resta con Calipso è un bastardo menefreghista che abbandona la povera moglie Penelope per stare con una puttanella venendo meno ai suoi doveri coniugali. E' pure un padre snaturato perchè non si cura di Telemaco ed è un re indegno perchè lascia il suo popolo in balia dei perfidi Proci.
- se Ulisse torna da Penelope è un fregnone che non sa rinunciare alla sua madre-moglie, un debole incapace di vivere un amore meraviglioso con una bella fanciulla.
Allora cosa fa Ulisse, quest'uomo dall'eclettico nous, astuto, intelligente, sempre assetato di nuove conoscenze?
Non resta come l'asino di Buridano a morire di inedia, ma agisce.
Fa un'ultima trombata con Calipso. Torna a casa, fa un culo così a tutti i Proci che gli hanno invaso la proprietà, riabbraccia Telemaco e, dopo averla condotta in camera da letto, dà a Penelope ciò che ella aspettava da anni.
Fine?
Neanche per sogno. Ulisse dopo pochissimo tempo riparte. Raduna i compagni fedeli e va all'avventura perchè ha voglia di nuovi viaggi e di nuove esperienze.
Niente fastidi, niente routine nè doveri o rotture di scatole. Parte e... ciao ciao belloni!
Fantastico.
Ho preso i neoplatonici di L.S. uno scritto omosessuale censurato da B.C., ho preso 30 lezioni di L.K. un amico polacco, ho preso due circo conferenze del caro M.H., ho preso dei voli fatali di P.G. e la Bisbetica domata del grande W.S.
Poi ne riparlerò con calma.
Mentre ero in vesuviana, per scappare dalla puzza, dalla confusione e dai drocati mi sono messo a pensare come mio solito. Ho aperto un foro nella scatola cranica, mi sono adagiato sul morbido cervello tra il lobo temporale e il lobo parietale ed ho con pazienza aspettato la prima stella filante neuronale da seguire.
Eccola.
Su Ulisse le donne sono incontentabili, nel loro modo adorabile di esserlo ovviamente. Ho fatto caso che la donna capricciosa e rompipalle mantiene, se non aumenta addirittura, il suo fascino. Al contrario l'uomo capriccioso è ridicolo e l'uomo incontentabile è solo un rompicoglioni.
Torniamo a noi.
- se Ulisse resta con Calipso è un bastardo menefreghista che abbandona la povera moglie Penelope per stare con una puttanella venendo meno ai suoi doveri coniugali. E' pure un padre snaturato perchè non si cura di Telemaco ed è un re indegno perchè lascia il suo popolo in balia dei perfidi Proci.
- se Ulisse torna da Penelope è un fregnone che non sa rinunciare alla sua madre-moglie, un debole incapace di vivere un amore meraviglioso con una bella fanciulla.
Allora cosa fa Ulisse, quest'uomo dall'eclettico nous, astuto, intelligente, sempre assetato di nuove conoscenze?
Non resta come l'asino di Buridano a morire di inedia, ma agisce.
Fa un'ultima trombata con Calipso. Torna a casa, fa un culo così a tutti i Proci che gli hanno invaso la proprietà, riabbraccia Telemaco e, dopo averla condotta in camera da letto, dà a Penelope ciò che ella aspettava da anni.
Fine?
Neanche per sogno. Ulisse dopo pochissimo tempo riparte. Raduna i compagni fedeli e va all'avventura perchè ha voglia di nuovi viaggi e di nuove esperienze.
Niente fastidi, niente routine nè doveri o rotture di scatole. Parte e... ciao ciao belloni!
Fantastico.
Iscriviti a:
Post (Atom)












