Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
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martedì 6 marzo 2012
Cinque proposizioni sulla psicoanalisi
Nel maggio del 1973, Deleuze presenziò ad un convegno a Milano dove espresse brevemente i suoi cinque pensieri sulla psicoanalisi. Ne propongo un riassunto perché li trovo pensieri molto stimolanti e perché ritengo questo contributo storico culturale importante sia per conoscere sempre meglio il grande Gilles Deleuze sia per avere una ricchezza mentale in più quando leggeremo i testi di Freud (e non solo).
1. La psicoanalisi ci parla molto dell’inconscio, ma in un certo modo si tratta sempre per essa di ridurre l’inconscio, di distruggerlo, di scongiurarlo, di concepirlo come una sorta di parassitaggio della coscienza. Per la psicoanalisi ci sono sempre troppi desideri. La concezione freudiana del bambino come perverso polimorfo ne è testimone.
Deleuze ha un punto di vista contrario: non ci sono mai abbastanza desideri. Non si tratta, con un metodo o con l’altro, di ridurre l’inconscio; si tratta di produrre dell’inconscio: non c’è mai dell’inconscio che sia già lì, l’inconscio è da produrre ed è da produrre politicamente, socialmente, storicamente. La questione è in quale luogo, in quali circostanze, con il favore di quali eventi può esserci produzione d’inconscio. Le rivoluzioni sono enormi produzioni d’inconscio.
2. La psicoanalisi è una macchina bell’e fatta, già costituita per impedire alla gente di parlare, dunque di produrre degli enunciati che le corrispondono e che corrispondono ai gruppi in affinità con i quali essa si trova. Appena ci si fa analizzare, si ha l’impressione di parlare. Ma si ha un bel parlare, tutta la macchina analitica è fatta per sopprimere le condizioni di una enunciazione vera. Qualunque cosa tu dica, è presa in una specie di mulinello, di macchina interpretativa, il paziente non potrà mai accedere a quello che ha veramente da dire. Il desiderio o il delirio (che sono profondamente la stessa cosa), il desiderio-delirio, è per natura investimento libidico di tutto un campo storico, di tutto un campo sociale. Quello che si delira sono le classi, i popoli, le razze, le masse, le mute.
Ora si produce una specie di schiacciamento da parte della psicoanalisi che dispone di un codice preliminare. Questo codice è costituito da Edipo, dalla castrazione, dal romanzo familiare; il contenuto più segreto del delirio, cioè questa deriva del campo storico sociale sta per essere schiacciata in tale modo che nessun enunciato delirante corrispondente al popolamento dell’inconscio potrà passare attraverso la macchina analitica.
Deleuze fa due esempi tratti da due famosi casi clinici di Freud.
Il primo riguarda quello del presidente Schreber il cui delirio porta interamente sulle razze, la storia, le guerre. Freud non prende rigorosamente niente in considerazione e riduce il delirio del presidente ai soli rapporti con il padre. L’altro esempio riguarda l’uomo dei lupi: quando l’uomo dei lupi sogna di sei o sette lupi, quello che per definizione è una muta cioè un certo tipo di gruppo, Freud non pensa che a ridurre questa molteplicità, a riportare tutto a un solo lupo che sarebbe per forza il padre. Tutta la posizione collettiva libidica che era presa nel delirio dell’uomo dei lupi è schiacciata: l’uomo dei lupi non potrà tenere e neanche formulare alcuno degli enunciati che per lui sono i più profondi.
3. Se la psicoanalisi procede così, è perché essa dispone di una macchina automatica d’interpretazione. La macchina automatica d’interpretazione può riassumersi così: qualunque cosa tu dica, quello che dici vuol dire un’altra cosa. Non si potrebbero denunciare abbastanza i danni costituiti da tali macchine. Quando mi si spiega che quello che dico voglio dire una cosa altra da quello che dico, per ciò stesso si produce un clivaggio dell’io come soggetto. Questo clivaggio è ben noto: quello che dico rinvia a me come soggetto di enunciato, quello che vuol dire rinvia a me (nei miei rapporti con l’analista) come soggetto di enunciazione. Questo clivaggio è presentato dalla psicoanalisi stessa come base della castrazione, e impedisce ogni produzione di enunciati.
4. La psicoanalisi implica un rapporto di forze molto particolari. Questo rapporto di forze passa per il contratto, forma borghese liberale particolarmente temibile. Culmina con il “transfert”, e si esprime al limite nel silenzio dell’analista. Perché il silenzio dell’analista è la massima e le peggiore delle interpretazioni. La psicoanalisi passa per un piccolo numero di enunciati collettivi che sono quelli del capitalismo stesso concernenti la castrazione, concernenti la mancanza, concernenti la famiglia, e questo piccolo numero di enunciati collettivi propri del capitalismo, essa tenta di farli passare per gli enunciati individuali dei pazienti stessi.
Per Deleuze bisogna fare esattamente l’inverso, cioè partire dai veri enunciati individuali, dare alla gente condizioni, ivi comprese quelle materiali della produzione dei loro enunciati individuali per scoprire i veri concatenamenti collettivi che li producono.
5. Deleuze non desidera partecipare a nessun tentativo che s’inscriva in una prospettiva freudo-marxista. Per due ragioni.
La prima è che, in definitiva, un tentativo freudo-marxista procede generalmente da un ritorno alle origini, cioè ai testi sacri, testi sacri di Freud, testi sacri di Marx. Il punto di partenza deleuziano è del tutto diverso: non rivolgersi a testi sacri più o meno da interpretare, ma rivolgersi alla situazione qual è, situazione dell’apparato burocratico nel marxismo, e dell’apparato burocratico nella psicoanalisi, tentativo di sovvertire tali apparati. Il marxismo e la psicoanalisi, in due modi diversi, parlano in nome di una specie di memoria, di una cultura della memoria, e parlano anche, in due modi diversi, in nome delle esigenze di uno sviluppo. Deleuze crede invece che bisogna parlare in nome di una forza positiva di dimenticanza (oubli), in nome di quello che è per ciascuno il proprio sottosviluppo, quello che David Cooper chiama il terzo mondo intimo di ciascuno.
La seconda ragione che distingue Gilles da ogni tentativo freudo-marxista è che simili tentativi si propongono soprattutto di riconciliare due economie: economia politica ed economica libidica o desiderante. Anche in Wilhelm Reich c’è mantenimento di questa dualità e tentativo di riconciliazione.
Per Deleuze invece non c’è che una sola economia, e che il problema di una vera analisi anti-psicoanalitica è di mostrare come il desiderio inconscio investe le forme di questa economia. È la stessa economia che è economia politica ed economia desiderante.
mercoledì 11 gennaio 2012
Freud e i sudici dèi
Stasera entriamo nello studio di Freud.
Sulla scrivania di marmo è schierato un esercito di demoni. Divinità egizie, etrusche, greche: Amon-RA con la testa di ariete, Iside con il figlio Horus in braccio, Pallade Atena…
Sono i demoni che Freud aveva davanti agli occhi quando scopriva il complesso di Edipo.
Trovo suggestivo immaginare l’atmosfera dello studio viennese di Berggasse 19, dove Freud scriveva i suoi libri e riceveva i suoi pazienti, scortati da questa folla di demoni. “I miei vecchi sudici dèi” li chiamava lui.
“Ho letto più di archeologia che di psicologia”, confessava lui stesso in una lettera allo scrittore Stefan Zweig. E altrove annotava: “Proprio come l’archeologo ricostruisce i muri dell’edificio dai ruderi che si sono conservati, così procede l’analista quando trae le sue conclusioni dai frammenti di ricordo dell’analizzato”. Lo psicanalista, dunque, come archeologo dell’anima. Ma quale antichità era quella di Freud? A volte la sua opera e la sua collezione di antichità sembrano illustrarsi a vicenda. Non stupisce di trovare un vaso greco che rappresenta Edipo di fronte alla Sfinge. E, forse, anche nella statuetta che mostra affiancati il faraone Amenofis I e sua madre, scoperta nella loro sepoltura comune, Freud potrebbe avere colto un aspetto edipico.
Di certo, davanti a questa ossessione per l’antico, si capisce come dalla sua scuola sia potuto uscire anche Gustav Jung, che le divinità pagane le infilava dappertutto. L’antichità di Freud è radicalmente anticlassica. Il suo idolo era Heinrich Schliemann, l’archeologo dilettante che, seguendo i sogni d’infanzia, aveva scoperto una grecità primitiva e favolosa, il mondo preistorico delle maschere d’oro dei re di Micene, così lontano dall’equilibrio apollineo celebrato dal neoclassicismo.
Usando Edipo come chiave per l’inconscio, in fondo, lo stesso Freud aveva contribuito a trasformare gli eroi antichi da paradigmi di un canone estetico o morale in simboli della dimensione più oscura dell’umano.
Concludo con un piccolo pensiero.
È stato rimproverato a Nietzsche (secondo me giustamente) di aver portato, soprattutto nelle sue opere giovanili, tra i Greci uno Schopenhauer che non ci fu. Altrettanto giustamente si potrebbe dire che alcuni autori portano tra i Greci un Freud che (fortunatamente) non ci fu.
martedì 3 gennaio 2012
Don Rusticucci e la folle idea di convertire quell'anticristo di Freud
Aveva piovuto per tutto il pomeriggio a Roma. Rattristato, contrariato da quell’inopportuno nubifragio, altro non m’era rimasto da fare che smozzicare bestemmie a mezza voce dietro i vetri della mia camera d’albergo.
Alle 19, finalmente, il fortunale cessò, indossai il giubbino, varcai la porta e scesi le scale di furia deciso ad a godermi la Roma by night che per troppe ore mi era stata negata.
Il Lungotevere, su cui avanzavo lentamente per godermi la folla e respirare la deliziosa aria romana pulita dalla pioggia, era costellato di grandiose pozzanghere. Per non portarvela alla lunga, vi dirò che a un tratto finii con la gamba destra in una di quelle pozzanghere, che in realtà era una fossa, profonda forse un metro, e stramazzando sul fianco ebbi la certezza di essermi azzoppato. Addio passeggiata, mi dissi.
Due vigili di passaggio fecero venire un’ambulanza che mi depositò al primo pronto soccorso, a Via della Consolazione.
Mentre ero sul letto, aspettando che mi facessero la radiografia, piombò in corsia un prete enorme, affannato e con la sigaretta in bocca. Si presentò, dicendo di chiamarsi don Rusticucci, e si sedette, schiacciante, in fondo al mio letto. Vide che avevo in mano Al di là del principio di piacere di Freud e sorrise compiaciuto.
Aveva una bella chiacchiera ‘sto don Rusticucci. Mi chiese dell’incidente, mi parlò di Roma, del papa, della sua vita. Io quasi non lo ascoltavo, mi limitavo ad annuire e a rispondere a monosillabi. Finché don Rusticucci non disse che era direttore del centro romano dell’IPPAC.
L’IPPAC? L’avevo già sentita questa sigla. Mi pareva di aver letto un articolo che definiva l’IPPAC “un tumore che prolifera in tutta Europa, anche se origine e ispirazione sono di oltre Atlantico.” IPPAC vuol dire Istituto per la Promozione della Psicoanalisi Cattolica. Fondata nel Messico da Gregorio Lemercier, in Italia ha preso piede abbastanza tardi; don Rusticucci, era chiaro, ci si era buttato con furore missionario. Si trattava, disse, di assicurare alla Chiesa l’ideologia del secolo. Calvino, Rousseau e Marx al confronto erano dilettanti. Le loro eresie innocua letteratura. Si trattava di convertire l’Anticristo, di battezzare Freud. Ma siamo a buon punto, chiosò Rusticucci.
“Chi ha la psicoanalisi ha il mondo” tuonò il prete, lanciando sguardi terribili sull’uditorio, ossia, oltre me, i tre o quattro poveretti che stavano allibiti nei loro lettini, nella sala comune, due di loro con le gambe appese alla carrucola.
Continuò a parlare e mi spiegò che l’impresa di convertire l’Anticristo psicoanalitico, cioè di infarcirlo di personalismo alla Gabriel Marcel e di evoluzionismo alla Teilhard de Chardin, era uno dei vanti dell’ala destra del fronte cattolico progressista. Gli epigoni di Padre Richard a Lovanio, di Padre Gemelli a Milano, avevano contribuito a questa brillante contaminatio, a cui non erano estranei i neo-tomisti della Sertillanges-Equipe di Parigi e i teologi della scuola di Assisi, erede delle iniziative laico-ecclesiastiche di don Giovanni Rossi. La Loyola University di Chicago, nella sontuosa rivista “Unconscious and Sacrament”, si occupava di divulgare l’impresa con patinata ricchezza di statistiche e diagrammi.
Il movimento ha come motore e finanziatore l’IPPAC, ma rappresentanti e zelatori ovunque nella gerarchia: “tanto più che”, fece notare il disinvolto Rusticucci, "il Papa è benedettino", come i benedettini psicoanalitici di Cuernavaca, i figli di Lemercier. Tutto a vele gonfie, e con i migliori auspici di ulteriori sviluppi, se si trascurava la rituale divisione fra freudiani e junghiani, riprodottasi puntualmente in seno ai convertiti. Ma Rusticucci ignorava queste piccolezze.
Il suo programma è oltranzista, si rifà all’esegesi biblica, al testo del Genesi:
“La psicoanalisi al servizio della Chiesa, da nemica divenuta ancella, ci risolve, capisci?, il più gran problema della fede. Quale problema? Eh? Quale? Domandatelo a sant’Agostino! Come poté Adamo concepire il male se era creatura perfetta, di un autore perfetto? Il Genesi tira fuori il Serpente, ma il problema si sposta, non si risolve. Il Diavolo, il Serpente, mica poteva essere stato creato diavolo da Dio. E se si era fatto diavolo da sé, chi (domanda precisamente Agostino) gli aveva messo in corpo la voglia di farsi diavolo? Sicché, unde malum?
Unde malum, vi domando. Donde viene nelle creature di Dio il male, il peccato? Pascal scrive che lo scoglio del peccato originale è nella trasmissione del castigo a tutta quanta l’umanità. Nei secoli.
Povero uomo. Non vedeva che il vero problema è questo, “come” il peccato fosse stato possibile.
Ebbene. All’EUR, l’anno scorso, al congresso nazionale dell’IPPAC, Vittorio Rusticucci (sì, io che vi parlo, amici belli) ha preso la parola per proporre la soluzione. E la soluzione è semplice: l’inconscio. L’in-con-scio! In me, in voi, in Adamo, in Eva, nel Diavolo che vi porti!”
L’incongrua allocuzione terminò in una risatona che ne tremarono i vetri della sala. Rise fragoroso l’erculeo Rusticucci, dovetti ridere io, risero contagiati senz’avere capito niente gli altri pazienti nei loro letti.
L’infermiera sopraggiunse con un vassoio e distribuì petto di pollo, carote e acqua naturale. Era una piacevole donnetta coi capelli rossi, il seno prosperoso, la faccia inequivocabilmente ciociara. Don Rusticucci l’agguantò per la vita, la sollevò che quasi le fece toccare il soffitto, si voltò verso di me e disse: “Mbè, giovanotto? Pensa che ci sono preti che rimpiangono le suore negli ospedali…”
martedì 13 dicembre 2011
Freud e l'aperitivo d'amore con Schopenhauer
Senza preamboli diciamo subito che Freud, diventato medico, si dedica allo studio delle nevrosi.
Che cos’è una nevrosi?
La nevrosi è un “conflitto” tra il mondo delle pulsioni (da Freud denominato Es) e le esigenze della società (Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo.
In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell’umanità e il suo disagio. Vediamo cosa scrive Freud a tal proposito ne Il disagio della civiltà (1929): “Di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza”.
Da dove trasse Freud la sua concezione di nevrosi?
Sicuramente si ispirò alle intuizioni filosofiche del romanticismo, a Goethe, a Schelling e soprattutto a Schopenhauer che Freud considera suo “precursore” e a proposito del quale scrive nel saggio Una difficoltà della psicoanalisi (1917): “Probabilmente pochissimi uomini hanno compreso che ammettere l’esistenza di processi psichici inconsci significa compiere un passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Affrettiamoci comunque ad aggiungere che un tale passo la psicoanalisi non l’ha compiuto per prima. Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui “volontà inconscia” può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi”.
Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la “soggettività della specie” che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la “soggettività dell’individuo” che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie”.
Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole Io e inconscio.
Nell’inconscio, Freud distingue un “inconscio pulsionale” (Es), dove trovano espressione le esigenze della specie, e un “inconscio superegoico” (Super-io), dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società.
Le esigenze della specie sono due: la sessualità, senza di cui la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l’aggressività che serve per la difesa delle prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l’Io (la nostra parte cosciente) le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue “passioni”, che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti. La società agisce attraverso l’educazione, durante la quale l’Io interiorizza i divieti genitoriali acquisendo così gradatamente i divieti sociali che svolgono una funzione di contenimento dei moti pulsionali.
Riconosciuta la presenza in ognuno di noi dell’Es e del Super-io, possiamo affermare che l’Io non è padrone in casa propria perché è abitato da una dimensione inconscia che l’uomo ha sempre evitato di considerare perché un inganno narcisistico gli ha fatto credere di essere al centro dell’universo, creatura di Dio, e padrone dell’orizzonte dispiegato dalla sua coscienza e dal suo procedere razionale.
Questa scoperta costituirebbe, secondo Freud, la terza mortificazione che l’umanità deve sopportare. Lo scrive nell’Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917): “Nel corso dei tempi l’umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che la nostra terra non è al centro dell’universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile. Questa scoperta è associata per noi al nome di Copernico, benché la scienza alessandrina avesse già proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si è verificata poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell’uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l’inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l’influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei suoi precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei.
Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell’uomo è destinata a subirla da parte dell’odierna indagine psicologica, la quale ha l’intenzione di dimostrare all’Io che non solo egli non è padrone in casa sua, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche. Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini”.
mercoledì 15 giugno 2011
Poema sulla prima volta che incontrai Freud
Mentre pensoso fumavo su un cavalcavia
Mi venne voglia di conoscer la psicologia
O forse dovrei dire la teoria psicoanalitica
Che potesse arricchire la mia mente stitica
Così presi un treno e mi recai da Sigmund Freud
Mentre nell’ipod suonava Ummagumma dei Pink Floyd
Il maestro mi diede il benvenuto
E volle che sul divan fossi seduto
Disse che all’inizio provò con l’ipnosi
Ma quei metodi eran troppo faticosi
Voleva curare l’isteria
E cercava una nuova terapia
Un giorno d’un tratto scoprì le libere associazioni
Che riuscivano a guarire lapsus, tic e altre distrazioni
Studiò i sogni e le interpretazioni
Per capir fobie, nevrosi ed ossessioni
Passò a parlare della sessualità
Di com'è nell’infanzia e nella pubertà
Mi illustrò il concetto di libido come forma di energia
Che condanna l’uomo all’inferno della poligamia
Parlò del narcisismo, dell’oggetto sessuale
E del perché alcune donne non fanno sesso anale
Andando avanti col discorso
Del brandy prendeva un altro sorso
Dichiarò che lui era l’inventore di una scienza
Che studiava, facendola a pezzi, la coscienza
M’affascinarono talmente questi “squartamenti”
Che gli chiesi subito ulteriori chiarimenti
Innanzitutto c’è l’oscuro Inconscio
Seguito dall’accessibile Preconscio
Col Preconscio basta un poco d’insistenza
Perché ci mostri docile la sua consistenza
Con l’Inconscio non basta l’assalto col cannone
Per abbattere la sua testarda rimozione
Altri personaggi si aggiungevano alla fiera
Mentre su Vienna e nello studio calava la sera
Apparve l’Es che è ciò che in noi è acquisito
Ed è l’istinto che nascendo abbiamo ereditato
A un secondo livello pose l’Io
Della nostra vita onnipotente Iddio
Il super-Io è l’influenza dei genitori e di ogni autorità
E si scontra col mondo e la sua esteriorità
Affrontò ancora molte altre questioni
Sociali, culturali e varie considerazioni
Il disagio della civiltà, il totem e i tabù
Ma io a quel punto non lo reggevo più
Mi disse d’Eros principio della vita
E di Thanatos che regna sulla sfiga
I poeti e che cos’è la fantasia
I castelli in aria e come nasce la mania
Continuò con sesso, coito e masturbazione
Ma io gli dissi fermo lì, qui son io a farti lezione.
Mi venne voglia di conoscer la psicologia
O forse dovrei dire la teoria psicoanalitica
Che potesse arricchire la mia mente stitica
Così presi un treno e mi recai da Sigmund Freud
Mentre nell’ipod suonava Ummagumma dei Pink Floyd
Il maestro mi diede il benvenuto
E volle che sul divan fossi seduto
Disse che all’inizio provò con l’ipnosi
Ma quei metodi eran troppo faticosi
Voleva curare l’isteria
E cercava una nuova terapia
Un giorno d’un tratto scoprì le libere associazioni
Che riuscivano a guarire lapsus, tic e altre distrazioni
Studiò i sogni e le interpretazioni
Per capir fobie, nevrosi ed ossessioni
Passò a parlare della sessualità
Di com'è nell’infanzia e nella pubertà
Mi illustrò il concetto di libido come forma di energia
Che condanna l’uomo all’inferno della poligamia
Parlò del narcisismo, dell’oggetto sessuale
E del perché alcune donne non fanno sesso anale
Andando avanti col discorso
Del brandy prendeva un altro sorso
Dichiarò che lui era l’inventore di una scienza
Che studiava, facendola a pezzi, la coscienza
M’affascinarono talmente questi “squartamenti”
Che gli chiesi subito ulteriori chiarimenti
Innanzitutto c’è l’oscuro Inconscio
Seguito dall’accessibile Preconscio
Col Preconscio basta un poco d’insistenza
Perché ci mostri docile la sua consistenza
Con l’Inconscio non basta l’assalto col cannone
Per abbattere la sua testarda rimozione
Altri personaggi si aggiungevano alla fiera
Mentre su Vienna e nello studio calava la sera
Apparve l’Es che è ciò che in noi è acquisito
Ed è l’istinto che nascendo abbiamo ereditato
A un secondo livello pose l’Io
Della nostra vita onnipotente Iddio
Il super-Io è l’influenza dei genitori e di ogni autorità
E si scontra col mondo e la sua esteriorità
Affrontò ancora molte altre questioni
Sociali, culturali e varie considerazioni
Il disagio della civiltà, il totem e i tabù
Ma io a quel punto non lo reggevo più
Mi disse d’Eros principio della vita
E di Thanatos che regna sulla sfiga
I poeti e che cos’è la fantasia
I castelli in aria e come nasce la mania
Continuò con sesso, coito e masturbazione
Ma io gli dissi fermo lì, qui son io a farti lezione.
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