Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]

lunedì 27 aprile 2015
Michel Pastoureau e i colori
A forza di averli sott’occhio, si finisce col non vederli più. Insomma, non li si prende sul serio. Errore! I colori non sono irrilevanti, tutt’altro.
Veicolano dei codici, dei tabù, dei pregiudizi cui obbediamo senza saperlo, possiedono significati reconditi che influenzano profondamente il nostro ambiente, i nostri comportamenti, il nostro linguaggio e il nostro immaginario.
I colori non sono immutabili. Hanno una storia, movimentata, che risale alla notte dei tempi e che ha lasciato tracce perfino nel nostro vocabolario: non per caso vediamo rosso, siamo al verde, diventiamo bianchi come un lenzuolo, neri di rabbia, abbiamo una fifa blu… Nell’antica Roma, gli occhi azzurri erano una disgrazia; addirittura, per una donna, un segno di dissolutezza. Nel Medioevo, la sposa era vestita di rosso, come le prostitute. Lo si sarà già intuito: i colori la dicono lunga sulle nostre ambivalenze. Sono dei formidabili rivelatori dell’evoluzione della nostra mentalità.
Nel corso della storia, la religione li ha posti sotto il suo controllo, così come ha fatto con l’amore e con la vita privata. Come la scienza abbia detto la sua, sopravanzando la filosofia: onda o corpuscolo? Luce o materia? Come anche la politica se ne sia impadronita: i rossi e gli azzurri non sono sempre stati quelli che conosciamo. E come, oggi, ci portiamo ancora dietro quello strano retaggio. L’arte, la pittura, la decorazione, l’architettura, la pubblicità, naturalmente, ma anche i nostri prodotti di consumo, i nostri indumenti, le nostre auto…
Tutto è retto da un codice non scritto di cui i colori detengono il segreto.
Non è facile districarsi nel labirinto simbolico delle tinte; i colori infatti sono lunatici.
Non si lasciano facilmente imprigionare in categorie. Quanti sono, del resto? I bambini ne nominano spontaneamente tre; Aristotele ne contava quattro, e per uno “scherzo” di Newton, si è decretato che ce ne fossero sette ufficiali. Per Michel Pastoureau, uno dei maggiori studiosi contemporanei, non ci sono santi: ne esistono sei, non di più.
In primo luogo, quel morigerato del blu, prediletto dai nostri contemporanei perché sa farsi benvolere da tutti. Poi l’orgoglioso rosso, assetato di potere, che governa il sangue e il fuoco, la virtù e il peccato. Ecco il bianco virginale, quello degli angeli e dei fantasmi, dell’astensione e delle nostre notti senza sonno. Poi il giallo del grano, un bel complessato, a disagio nei suoi panni (va scusato: per lungo tempo è stato segnato dal marchio dell’infamia). Viene poi il verde, a sua volta malfamato, traditore e scaltro, re del caso e degli amori infedeli. Infine, il sontuoso nero, doppiogiochista, umile nell’austerità, arrogante nell’eleganza…
Poi? Per Michel Pastoureau, c’è un secondo livello; i comprimari, insomma: viola, rosa, arancio, marrone, e il grigio, un po’ appartato… Cinque mezze tinte, che portano nomi di frutti, di fiori… Sono riuscite a dotarsi di simboli propri, a darsi un’identità, come quel rosa insolente che si prende per un colore a tutti gli effetti o quell’arancio che esibisce una vitalità sfrontata… Dietro, vengono la servitù, il corpo di ballo, l’interminabile filza delle sfumature: lilla, magenta, sabbia, avorio e greggio… Inutile cercare di contare: ogni giorno se ne inventano di nuove.
Imparate a pensare a colori, e vedrete il mondo in un altro modo! Ecco una delle lezioni più belle di Pastoureau. In passato, si diceva ai bambini che c’era un tesoro nascosto ai piedi dell’arcobaleno. È vero: là, nel crogiolo dei colori, c’è uno specchio magico che, se sappiamo blandirlo, ci rivela i nostri gusti, le nostre avversioni, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri pensieri reconditi, e ci dice cose essenziali sul mondo, e su noi stessi.
lunedì 23 febbraio 2015
I sette Io
Nell'ora più tranquilla della notte, mentre giacevo semiaddormentato, i miei sette io si sedettero a colloquio e così conversarono sussurrando:
Primo Io: Qui, in questo folle, ho io abitato tutti questi anni, non facendo altro che rinnovare la sua pena di giorno e ricreare il suo dolore di notte. Non riesco a tollerare la mia sorte, e ora mi ribello.
Secondo Io: La tua sorte, fratello, è migliore della mia, giacché a me è dato di essere l'io gioioso di questo folle. Rido il suo riso e canto le sue ore liete e con il piede tre volte alato traduco in danza i suoi pensieri più scintillanti. Sono io che vorrei ribellarmi contro la mia tediosa esistenza.
Terzo Io: E che dire di me, dominato dall'amore, segnato dal marchio fiammeggiante di selvagge passioni e fantastici desideri? Sono io, malato d'amore, che voglio ribellarmi contro questo folle.
Quarto Io: Tra tutti voi, sono il più infelice, giacché nulla mi fu dato se non esecrabile odio e rovinoso disgusto. Sono io, simile a tempesta, nato nelle nere caverne infernali, che voglio protestare contro la mia servitù e questo folle.
Quinto Io: No, sono io, l'io pensante, l'io immaginoso, l'io della fame e della sete, condannato ad errare senza riposo alla ricerca di cose ignote e di cose non ancora create; sono io, non voi, che voglio ribellarmi.
Sesto Io: Ed io, l'io che lavora, addetto alle più penose fatiche, io che con le mani pazienti e occhi anelanti plasmo i giorni in immagini e conferisco agli elementi informi nuove ed eterne forme - sono io, il solitario, che voglio ribellarmi contro questo folle irrequieto.
Settimo Io: Com'è strano che voi tutti volete ribellarvi contro quest'uomo per il fatto che ciascuno di voi ha un predeterminato compito da adempiere. Ah, potessi io essere come uno di voi, un io con un compito predeterminato! Ma io non ne ho alcuno, io sono l'io che non fa nulla, quello che siede nel muto e vuoto non-luogo e non-tempo, mentre voi siete indaffarati nel ricreare la vita. Siete voi, o sono io, amici, che dovrei ribellarmi?
Quando il settimo Io ebbe così parlato, gli altri sei lo guardarono con commiserazione, ma senza dir nulla; e mentre la notte si faceva sempre più profonda, uno dopo l'altro si recarono a dormire avvolti in un senso di sottomissione nuova e felice. Ma il settimo Io rimase a fissare e a guardar il nulla che è dietro tutte le cose.
lunedì 16 febbraio 2015
Daniele Luttazzi e i concetti di "comico" e "comicità"
(una splendida Valentina Lodovini)
Mentre voi comuni mortali il giorno di san Valentino perdevate tempo a festeggiarlo o a sbeffeggiarlo (anche denigrare san Valentino è inutile ed è un modo per essere "normali"), il vostro affezionatissimo se ne fotteva alla grande e comprava l'ultimo libro di Daniele Luttazzi, Bloom. Porno-Teo-Kolossal.
Siccome sono generoso e magnanimo, condivido con chi vorrà questo breve testo sui concetti di "comico" e "comicità" che ho trovato estremamente stimolante.
Ora che ci penso, per il festival di Sanremo è lo stesso. C'è chi lo segue, si esalta e commenta e chi sbeffeggia, ironizza, ecc. ma fate come me, dio cristo: FOTTETEVENE.
Ciao e appena finisco il testo di Luttazzi, ne parlerò qui.
Ecco il testo:
All'interno di quell'espressione peculiarmente soggettiva
che è il comico, Aristofane può stare accanto a Woody
Allen, come Rabelais vicino a Moliere, o Plauto a Mel
Brooks, senza timore di confronti. Sotto la maschera delle
differenze individuali, e il costume versicolore del genere,
l'immagine fondante è quella di Dioniso, segno-sogno del
comico come epifania formale ed ontologica. Dioniso è il
comico come immediatezza-animalità; e come logos.
Rifarsi a Dioniso equivale ad accettare la sua sostanza
ambigua ed enigmatica, equivale ad ascoltare il rifrangersi
e moltiplicarsi della sua voce e delle sue gesta nelle
voci e nelle gesta di chi modula la propria vocazione
artistica entro il sistema frammentato e complesso del
comico. In questa presenza, metafora di un mistero non
concettualizzabile che agisce come linguaggio e attraverso
il linguaggio, risiede il segreto che rende esemplare
l'esperienza storica del comico nella civiltà occidentale.
La comicità occidentale crede e vive nel kairòs,
nell'occasione; a questa presiede l'urgenza di una
tyche, di una necessità che interviene, senza apparenti
giustificazioni, a dettare le azioni del protagonista.
Nata dall'occasione e in essa interamente conchiusa, la
comicità vive in un rapporto particolare con il pubblico,
complice, partecipe e co-autore di un'esperienza che
travalica l'esperienza soggettiva del singolo autore. E'
un'arte che, in virtù di un forte potere di suggestione
esercitato da precise tecniche del ritmo, non potrebbe
esistere, senza il suo doppio autore: l'artista/pubblico.
La comicità, come tutta l'arte, ci serve: da una parte, per
costituire e ricostituire la nostra natura di esseri umani,
coinvolti in pratiche sociali; e, dall'altra, per criticare
incessantemente tali costituzioni. Quando funziona,
introduce nel mondo qualcosa di nuovo: un nuovo modo
di interagire col mondo.
Mentre voi comuni mortali il giorno di san Valentino perdevate tempo a festeggiarlo o a sbeffeggiarlo (anche denigrare san Valentino è inutile ed è un modo per essere "normali"), il vostro affezionatissimo se ne fotteva alla grande e comprava l'ultimo libro di Daniele Luttazzi, Bloom. Porno-Teo-Kolossal.
Siccome sono generoso e magnanimo, condivido con chi vorrà questo breve testo sui concetti di "comico" e "comicità" che ho trovato estremamente stimolante.
Ora che ci penso, per il festival di Sanremo è lo stesso. C'è chi lo segue, si esalta e commenta e chi sbeffeggia, ironizza, ecc. ma fate come me, dio cristo: FOTTETEVENE.
Ciao e appena finisco il testo di Luttazzi, ne parlerò qui.
Ecco il testo:
All'interno di quell'espressione peculiarmente soggettiva
che è il comico, Aristofane può stare accanto a Woody
Allen, come Rabelais vicino a Moliere, o Plauto a Mel
Brooks, senza timore di confronti. Sotto la maschera delle
differenze individuali, e il costume versicolore del genere,
l'immagine fondante è quella di Dioniso, segno-sogno del
comico come epifania formale ed ontologica. Dioniso è il
comico come immediatezza-animalità; e come logos.
Rifarsi a Dioniso equivale ad accettare la sua sostanza
ambigua ed enigmatica, equivale ad ascoltare il rifrangersi
e moltiplicarsi della sua voce e delle sue gesta nelle
voci e nelle gesta di chi modula la propria vocazione
artistica entro il sistema frammentato e complesso del
comico. In questa presenza, metafora di un mistero non
concettualizzabile che agisce come linguaggio e attraverso
il linguaggio, risiede il segreto che rende esemplare
l'esperienza storica del comico nella civiltà occidentale.
La comicità occidentale crede e vive nel kairòs,
nell'occasione; a questa presiede l'urgenza di una
tyche, di una necessità che interviene, senza apparenti
giustificazioni, a dettare le azioni del protagonista.
Nata dall'occasione e in essa interamente conchiusa, la
comicità vive in un rapporto particolare con il pubblico,
complice, partecipe e co-autore di un'esperienza che
travalica l'esperienza soggettiva del singolo autore. E'
un'arte che, in virtù di un forte potere di suggestione
esercitato da precise tecniche del ritmo, non potrebbe
esistere, senza il suo doppio autore: l'artista/pubblico.
La comicità, come tutta l'arte, ci serve: da una parte, per
costituire e ricostituire la nostra natura di esseri umani,
coinvolti in pratiche sociali; e, dall'altra, per criticare
incessantemente tali costituzioni. Quando funziona,
introduce nel mondo qualcosa di nuovo: un nuovo modo
di interagire col mondo.
martedì 3 febbraio 2015
una poesia di Salinas e nulla più
Conoscete Pedro Salinas? no? bè, non posso farvene una colpa - primo perché non si possono conoscere tutti i poeti del mondo, secondo perché in effetti Salinas non è “famoso” da noi come Giacomo Leopardi, Alda Merini o Sandro Penna…
Quello che potete fare da oggi, secondo me, è correre in libreria e comprare il volume di Salinas “La voce a te dovuta” perché è un testo meraviglioso pieno di poesie che incantano emozionano e fanno sognare.
In effetti, sempre secondo me, queste tre cose incantare emozionare sognare sono le principali funzioni della poesia fatta perbene.
Saltate a pie’ pari le masturbazioni sulla problematica gnoseologico-amorosa, la presenza dell’amata nel ricordo, la volubilità dell’amata e le riflessioni sull’usura del linguaggio amoroso e tuffatevi subito nelle poesie.
Stasera vi posto quella che mi è piaciuta di più e a cui più sono affezionato.
[XXXIX]
Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.
lunedì 2 febbraio 2015
Barbabietola? no, grazie
alla fine il popolino americano che si esalta per obama, fa schifo al cazzo ed è uno spettacolo umiliante. però, rifletto, quei cazzo di yankee si esaltano perché obama è giovane, è nero, yes we can e altre cazzate. un poco di alibi lo tengono.
ma sti stronzi di italiani? si esaltano per mattarella...per un vecchio democristiano del cazzo figlio del patto tra renzi e berlusconi...non solo si esaltano e si sdilinquiscono, che sarebbero già da fucilare, ma parlano addirittura di cambiamento!!!
parlare di cambiamento con mattarella è come parlare di champions league alla casertana...ma andate affanculo, poveri rincoglioniti.
un ultimo pensiero politico.
ci sono tre parole tre che da come vengono usate capisco se chi mi sta davanti merita la mia attenzione oppure è un povero cretino rimasto davanti alle vetrine che non ha mai oltrepassato quella linea che porta alla conoscenza e non alle minkiate che gli hanno messo in testa.
le parole sono: politica-partiti-presidente della repubblica...se uno le usa, e le usa pure convinto, lasciatelo perdere; è un fesso.
le parole giuste da usare sono: sistema-bande-cap e lignamm (testa di legno)...e tutto il sistema, poi, gira intorno al SOLDO. stop.
col puffo è finita.
in realtà non è mai cominciata. può finire qualcosa che non ha mai avuto inizio? evidentemente no.
poi c'è teresa, altra storia impossibile ed estrema.
mi butto in storie impossibili, estreme e che manco cominciano.
lo faccio di proposito, così sto tranquillo che non mi faccio incastrare da nessuna femmina.
andiamo avanti.
da quello che ho capito, io sono fatto di incanto e disperazione.
due sentimenti abbastanza difficili da gestire.
secondo me, quando vidi lei ebbi tanto di quell'incanto e tantissima di quella disperazione da aver fatto naufragio. amen.
a proposito di lei e del passato...il problema non è tanto il tanto tempo che è passato, ma che è passato il nostro momento. è passata la magia che avrebbe potuto fare il miracolo.
dico bene? certo che no, ma non mi ricordo più qual era la formula giusta.
oggi ho ascoltato Physical Graffiti dei Led Zeppelin e per il resto me lo potete pure sukare.
mercoledì 14 gennaio 2015
Mi sono innamorato di un puffo
Sono un ragazzo pieno di problemi.
Innanzitutto non sono più un ragazzo perché ho superato la trentina e quindi che mi definisca ancora un ragazzo è un primo segno che sto a problema/i.
Ma non solo.
Mi sono innamorato di un puffo.
Come si fa ad innamorarsi di un puffo?
Non è un essere umano, è un fumetto, un cartone animato...non ci puoi parlare, non ti ci puoi confrontare...non ci possiamo guardare negli occhi, scherzare, abbracciare, toccare...non si può avere nessun tipo di rapporto o di esperienza con un puffo.
Poi un puffo quanto sarà alto? 5 centimetri? non lo so, ma io sono alto 1,83 e quindi fisicamente non ci siamo proprio.
Poi teoricamente è pure di genere maschile e io non sono omosessuale.
Poi quanti anni ha un puffo? Non è che passerei pure per pedofilo?
Sì, è impossibile e stupido innamorarsi di un puffo ma io ne sono innamorato. E' dolce, simpatico, io lo capisco e lui capisce me (mi sembra). Penso a lui tutti i giorni e tutte le ore. Mi viene voglia di abbracciarlo e di stringerlo a me. Di accarezzarlo. Ma non si può.
Ora devo togliermelo dalla testa, anche perché la mia vita è l'arte non l'amore. L'amore comporta alcuni obblighi e sacrifichi che io ho scartato a favore dell'arte.
Mi sobbarco solo gli obblighi e i sacrifici che comporta l'arte.
Per il resto dopo cena, prima di andare a letto, ho preso il vizio di:
- godermi una zuppa di caffè e latte coi biscotti
- guardare del porno su internet
- farmi una sega
- fumare una sigaretta
E di questo tran tran notturno ne parlaremo altra volta.
Ti amo puffo, so che è stupido e so che è infantile e impossibile e inutile però ti amo.
Non ti chiedo scusa di ciò.
lunedì 1 settembre 2014
Finalmente un po' di saggezza di vita
Durante l’estate che ormai sta finendo, ho letto qualche libro ma meno di quelli che avrei voluto.
A dire il vero mi capita SEMPRE di leggere meno di quanto vorrei. Pure se in un mese riuscissi a leggere 100 libri, io starei lì a rimuginare sul fatto che ho letto meno di quanto mi sarebbe piaciuto leggere.
Paranoie a parte, tra i libri letti tra giugno e agosto spicca Shining di Stephen King. È stato il primo romanzo del Re che ho letto e sicuramente non sarà l’ultimo.
In attesa di parlarne più diffusamente nei prossimi giorni, voglio postare questo pezzo perché risponde finalmente a un’esigenza che avverto sempre ma che raramente mi capita di soddisfare e cioè: qualcosa sulla saggezza di vita. Basta con la filosofia, la mistica, i saggi orientali, gli psicologi e altre cazzate. Ho voglia di affidarmi al vissuto e all’esperienza di uomo comune di Dick Halloran, professione cuoco, che parla con Danny, 6 anni. Comunque, anche se Dick si rivolge a un bambino, questa perla di saggezza spicciola possono leggerla e va bene per tutti.
“Danny? Ascoltami. Te ne parlerò adesso e non tornerò mai più sull’argomento. Ci sono cose che non si dovrebbero dire a un bambino di sei anni, raramente si riesce a far concordare le cose come dovrebbero essere e come realmente sono. Il mondo è duro, Danny. Se ne frega. Non ci odia, no, ma nemmeno ci ama. Cose terribili accadono nel mondo, e si tratta di cose che nessuno sa spiegare. La persone per bene muoiono in circostanze atroci e lasciano nello strazio chi li ha amati. Il mondo non ti ama, ma la tua mamma ti vuol bene, e io pure. Tu sei un bravo bambino. E quando ti vien voglia di piangere per quello che è accaduto a tuo padre, nasconditi in un armadio o sotto le coperte e piangi finché non ti sei liberato di tutto il peso che grava sul tuo cuore. È questo che deve fare un buon figlio. Ma bada a tenerti in carreggiata. È questo il tuo compito in questo duro mondo: tener vivo il tuo amore e badare a tirare avanti, qualsiasi cosa accada. Fatti coraggio e continua per la tua strada”.
lunedì 11 agosto 2014
Amami e ti dirò
[tratto da una storia verissima]
Stamattina ho deciso di recarmi sul Vesuvio perché di andare al mare mi rode proprio il culo e, soprattutto, ho cose più urgenti da fare e da pensare.
Prendo l'auto di mia sorella senza chiederglielo e salgo con la sgarrupata C3 fin dove è possibile, parcheggio, scendo, mi appiccio la Camel a menta e proseguo a piedi.
Confesso che mi trovo qui perché sono venuto a sapere che proprio sul Vesuvio, in un anfratto non facile da trovare, vive un saggissimo illuminato da una saggia saggezza illuminata che ha deciso (chissà quanto tempo fa) di ritirarsi dal mondo per meditare.
Nutro poche speranze di individuare il rifugio del saggissimo e ancor meno che questi abbia voglia di rispondere alle mie domande.
Sta di fatto che, cammina cammina gira e rigira, a un certo punto vedo una piccolissima colonna di fumo salire verso il cielo blu cielo.
Incredulo, mi dirigo verso quel fumo e dopo aver superato tutto lo scosceso che la Natura si è divertita a creare, scorgo un uomo dall’età indefinibile seduto con le gambe incrociate su un letto di foglie secche. Ha gli occhi chiusi, indossa jeans e camicia entrambi logori e stinti e porta una barba grigia incredibilmente lunga.
Non sono certo al cento per cento che sia il saggissimo per cui ho fatto tanta strada e che sto cercando da ore su questo vulcano che amo, sotto un sole cocente, ma sento che è il momento di rompere gli indugi.
Faccio qualche colpo di tosse sia per annunciarmi sia per fargli aprire gli occhi. Quegli occhi chiusi mi danno l’impressione di un ostacolo insormontabile; una barriera che ha del sovrumano. Purtroppo il saggissimo non si muove né apre gli occhi e allora parlo...
- Mi chiamo Mario, sei tu il saggissimo?
- L'essere è il non essere non è. L'uomo è essere, ma cos'è l'essere?
- Ehm, sì, ecco...insomma...credo che bisognerebbe però prima sapere cos’è questo domandare che poi è un’altra domanda ancora … cioè no, sì, insomma volevo dire...mi dispiace disturbare la tua pace, interrompere le tue meditazioni o saggissimo, ma avrei dei quesiti da porti su una questione che tanto mi affligge.
- Avresti delle domande o hai delle domande?
- Ho delle domande, saggissimo.
- Il condizionale è il verbo degli stolti.
- …sì, saggissimo…
- Se possiedi le domande, dominerai le risposte.
- …sì, saggissimo…
A questo punto il saggissimo apre gli occhi e li punta direttamente nei miei; giuro che sento come se degli spilli mi entrassero nel cervello. Quegli occhi sono neri, neri più della pece. Non direi inespressivi, ma il mio povero vocabolario mentale o lessico che dir si voglia, non riesce a descrivere l’espressione che hanno. Comunque vedo che mi squadra da capo a piedi, ha un moto di disgusto, poi però è come se egli si rischiarasse.
- Ora dimmi quel che vuoi sapere, dice, ma fa presto.
- Vedi, o saggissimo, io vorrei fare qualcosa di buono per la mia città, sono animato da tanta passione e da alti ideali. Vorrei da te qualche consiglio su come far funzionare un gruppo politico che ha la mia stessa passione e i miei stessi ideali e mettermi al servizio della comunità.
- Vorrei…
- …il condizionale è il verbo degli stolti, lo interrompo, voglio.
- Vuoi, in poche parole, aiutare gli uomini? Fare qualcosa per essi?
- È questo il senso, o saggissimo.
- Possiedi un arsenale nucleare?
- …eh?? ... comunque no, o saggissimo.
- Allora ascolta. Per far funzionare un gruppo politico, i precetti sono tre. Non dovete avere regole, non dovete mai votare nulla e non dovete mai cacciare nessuno del gruppo.
A ricevere questa enorme saggezza tutta d’un colpo, quasi ci resto secco dall’emozione.
Mi riprendo a fatica a causa dello sgomento che l’incontro con pensieri così alti mi provoca e riesco a malapena a dire:
- Saggissimo, sono estasiato.
- L’estasi nulla ha a che fare con la comprensione.
Giustissimo, penso. Infatti sono estasiato, ma non ho capito nulla e decido di approfondire.
- Chiedo perdono, saggissimo. Ma come può sussistere e andare avanti un gruppo politico senza regole?
- Basta seguire i principi del partito o del movimento a cui si appartiene.
- Ma scusami, o saggissimo. I principi non sono in fondo delle regole?
- Sì.
- E se il gruppo politico è autonomo, cioè non fa riferimento ad alcun partito o movimento politico? Come si fa?
- È chiaro. Si dota da sé dei principi che ritiene più opportuni.
- Eh…chiaro, sì…però vorrei essere sicuro di aver capito o saggissimo.
- Vorresti essere sicuro di aver capito o vuoi essere sicuro di aver capito?
- Voglio essere sicuro.
- Il condizionale è il verbo degli stolti.
- Vero, proprio non mi entra in testa! Cercherò di tenerlo a mente. Dicevo, saggissimo, che quindi un gruppo politico per funzionare bene non deve avere regole, ma può attenersi a dei principi che in fondo sono regole. Questi principi che in realtà sono regole, poi, o li mutua dal partito e dal movimento a cui fa riferimento o se li dà da sé. Giusto?
- Sì.
- Quindi un gruppo politico deve avere, dotarsi, seguire e rispettare delle regole?
- Esattamente.
- Grazie, saggissimo. Voglio, con il tuo consenso, approfondire il secondo punto. Dall’alto della tua saggia saggezza, o saggissimo, dici che un gruppo per funzionare bene non deve votare né mettere ai voti nulla, è cosi?
- Sì.
- E per decidere cosa fare, redimere posizioni contrastanti, stabilire un orario o il giorno della riunione che vada bene per tutti, insomma per qualsiasi cosa necessiti di un voto da parte dell’appartenente al gruppo come facciamo?
- Potete fare per alzata di mano oppure ogni membro del gruppo esprime liberamente il proprio pensiero sulla questione in esame in quel momento.
- Ma l’alzata di mano non è comunque una specie di votazione?
- Sì.
- E quando un membro del gruppo esprime il proprio parere e si fa una specie di conta di questi pareri non è una specie di votazione?
- Sì.
- Quindi votare non solo è molto importante per il funzionamento ottimale di un gruppo, ma capita pure praticamente sempre.
- Esattamente.
- Non sai quanto ti sono grato saggissimo! Passo subito all’ultimo punto, o saggissimo, che è il più spinoso a parer mio. Tu dici che non si deve mai cacciare nessuno; vero?
- Sì.
- E se un membro del gruppo non rispetta in alcun modo le decisioni della maggioranza? Se trasgredisce continuamente le regole? Se è scostumato? Insomma cosa si fa quando uno si comporta proprio male?
- Vale ancora la regola del tre. Vi riunite, parlate e risolvete.
- E se dopo esserci riuniti ed aver parlato non risolviamo?
- Continuate a riunirvi ancora, a parlare ancora e a risolvere ancora.
- E se dopo esserci riuniti ancora, aver parlato ancora e a non risolvere ancora?
- Continuate a riunirvi ancora, a parlare ancora e a risolvere ancora.
- Ma questo si può fare all’infinito, o saggissimo?
- L’infinito e il finito sono gli elementi che formano la realtà. L’infinito è il sogno e il finito è l’incubo. La realtà scaturisce appunto dall’unione dell’infinito-sogno e del finito-incubo.
- Azz!... cioè, no…dicevo, o saggissimo, può un gruppo che vuole far politica, che ha tante cose da fare, decisioni da prendere, questioni da affrontare, carte da studiare essere bloccato, esasperato e mortificato dal comportamento scorretto e continuato di un membro del gruppo?
- No.
- Quindi a un certo punto bisogna dire basta.
- Sì.
- E proporre e mettere ai voti la cacciata del membro scorretto?
- Sì.
- Ecco. Quindi un gruppo politico per funzionare bene a un certo punto deve cacciare un membro che disturba pesantemente la vita e il lavoro del gruppo?
- Sì.
Arrivati a questo punto mi fermo un attimo; proprio come succede quando hai bisogno di rifiatare.
Mi crederete sulla parola se vi dico che dialogare con una persona così meravigliosamente dotata intellettualmente e seguirne i profondi ragionamenti è davvero faticoso. Quando si frequentano le vette, anche quelle spirituali, l’aria è fina e la fatica immensa.
- Saggissimo, riprendo, posso ricapitolare quello che sento di avere appena appreso?
- Certo.
- Un gruppo politico per funzionare bene deve mutuare o dotarsi di regole e osservarle, votare sempre e far sì che la maggioranza venga rispettata e cacciare il membro del gruppo colpevole di comportamenti scorretti.
- Proprio così.
Esulto in cuor mio per aver compreso questo maestro di pensiero e, forse complice questa gioia tumultuosa e incontrollabile, mi spingo ad approfittare della sua disponibilità perché oso ancora importunarlo con una domanda.
- Saggissimo, ti prego, mi concedi un’ultima ultimissima domanda?
- Direi di sì, ma vorrei che fosse davvero l’ultima.
- Voglio chiederti, o saggissimo, ma le hai usate tu tutte queste siringhe che solo ora noto son sparse tutt’intorno?
giovedì 31 luglio 2014
l'Unità chiude. pensieri sparsi
(Orfani, opera grafica dedicata dall'autore alla chiusura de l'Unità)
Chiude l’Unità. Non mi fa né caldo né freddo. Non la leggevo quasi mai e quelle poche volte era uno schifo. Mi mancherà la rubrica ironica sferzante e intelligente della Oppo o le supercazzole di Michele Prospero troppo intelligente per essere capito pure da se stesso, ma sopravvivrò.
Del caso "l’Unità" non ho capito quattro cose:
1. quegli strani soci nella NIE che il fatto quotidiano denunciò l’inverno scorso.
2. questo continuo tirare in mezzo Gramsci che ho trovato veramente patetico. Perché di Gramsci non si sono ricordati e non l’hanno letto e studiato negli ultimi vent’anni?
3. l’appello al PD…cioè non ho capito…strisciate davanti a un partito politico per avere dell’elemosina? E l’indipendenza del giornale dove la mettiamo?
4. non sono mai riuscito a capire quanti soldi pubblici prenda un giornale come l’Unità…forse 3 milioni di euro? Embè, che cazzo, se non riesci a campare con le vendite più 3 milioni di euro di soldi pubblici strameriti di chiudere.
Mentre ho capito una cosa che alcuni non hanno capito tipo il sito web iltempo.it che si stupisce che l’Unità chiuda proprio con il PD al massimo dei consensi…ma è chiaro, amici, appunto perché il PD è al massimo dei consensi l’Unità non serve più.
Ovviamente siamo in Italia, paese molto più del melodramma che della tragedia.
Lo scrivo per prevenire qualche inutile idiota pronto a commentare con le lacrime agli occhi: e ai lavoratori non ci pensiiiiii? Finiranno in mezzo alla stradaaaaaaaa!!! E i bambiniiiiiiiiii??? nessuno pensa ai bambiniiiiiiiiiiii???
Non vi preoccupate o solidali dal pianto facile. Faranno qualche marchetta politica, qualche giravolta coi fondi e tutto (purtroppo) si risolverà e avremo (doppio purtroppo) di nuovo l’Unità in edicola.
Poi, e concludo, non puoi sperare di durare dopo che hai fatto imbrattare carta a gente come Conchita e Uolter…maddai…
Chiude l’Unità. Non mi fa né caldo né freddo. Non la leggevo quasi mai e quelle poche volte era uno schifo. Mi mancherà la rubrica ironica sferzante e intelligente della Oppo o le supercazzole di Michele Prospero troppo intelligente per essere capito pure da se stesso, ma sopravvivrò.
Del caso "l’Unità" non ho capito quattro cose:
1. quegli strani soci nella NIE che il fatto quotidiano denunciò l’inverno scorso.
2. questo continuo tirare in mezzo Gramsci che ho trovato veramente patetico. Perché di Gramsci non si sono ricordati e non l’hanno letto e studiato negli ultimi vent’anni?
3. l’appello al PD…cioè non ho capito…strisciate davanti a un partito politico per avere dell’elemosina? E l’indipendenza del giornale dove la mettiamo?
4. non sono mai riuscito a capire quanti soldi pubblici prenda un giornale come l’Unità…forse 3 milioni di euro? Embè, che cazzo, se non riesci a campare con le vendite più 3 milioni di euro di soldi pubblici strameriti di chiudere.
Mentre ho capito una cosa che alcuni non hanno capito tipo il sito web iltempo.it che si stupisce che l’Unità chiuda proprio con il PD al massimo dei consensi…ma è chiaro, amici, appunto perché il PD è al massimo dei consensi l’Unità non serve più.
Ovviamente siamo in Italia, paese molto più del melodramma che della tragedia.
Lo scrivo per prevenire qualche inutile idiota pronto a commentare con le lacrime agli occhi: e ai lavoratori non ci pensiiiiii? Finiranno in mezzo alla stradaaaaaaaa!!! E i bambiniiiiiiiiii??? nessuno pensa ai bambiniiiiiiiiiiii???
Non vi preoccupate o solidali dal pianto facile. Faranno qualche marchetta politica, qualche giravolta coi fondi e tutto (purtroppo) si risolverà e avremo (doppio purtroppo) di nuovo l’Unità in edicola.
Poi, e concludo, non puoi sperare di durare dopo che hai fatto imbrattare carta a gente come Conchita e Uolter…maddai…
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