venerdì 14 agosto 2015

Pensa agli altri


in questi giorni, grazie ai ragazzi dell'Ex OPG Occupato, ho scoperto una meravigliosa poesia di Mahmoud Darwish.
credo che di Darwish leggerò al più presto qualche altra cosa e penso che l'anno prossimo approfondirò un po' la storia sia della Palestina che di Israele.
nel frattempo ricordatevi sempre di non fare i tifosi del cazzo pro o contro qualcuno o qualcosa.
i tifosi sono sempre dei poveri stronzi. al massimo potete essere partigiani, ma sempre dopo aver almeno letto capito approfondito confrontato un minimo.
leggiamo.


Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e di': magari fossi una candela in mezzo al buio.

giovedì 13 agosto 2015

a volte la vita è..


a volte la vita è come la storia di quell'attrice che cominciò la carriera girando Piacere tra le cosce e si diceva ok, è l'inizio, è per cominciare.
poi però girava Alla randa non si comanda, Alle hawaii lo prendi e lo dai, Alì Babà e i 40 guardoni e mai niente altro di diverso.

certo, può andare pure peggio perché magari in aggiunta ti sei accollatto pure qualcuna o qualcuno che ti sta col fiato sul collo e ti rompe i coglioni, e te lo fa pesare e te lo rinfaccia ecc.
ma del può andare pure peggio stasera non ci frega un cazzo.

martedì 11 agosto 2015

dunque dove eravamo rimasti?

(opera di Aleksandra Ekster)

una sera stavo facendo sesso con la mia ragazza. cioè non era la mia ragazza, ma una ragazza con cui stavo facendo sesso.
a un trattò squillò il suo cellulare, lei interruppe le manovre sessuali e andò a rispondere.
quando terminò la telefonata, tornò in camera e con un'aria mezza maliziosa mi domandò: "dunque, dove eravamo rimasti?"
io le risposi che dove eravamo rimasti non contava perché la telefonata me lo aveva fatto ammosciare (giustamente) e che quindi dovevamo tornare indietro e cioè al rapporto orale di lei a me.
detto questo, la domanda è retorica per
a. non me ne fotterebbe niente della vostra risposta
b. a voi non fotte niente né della mia assenza né della mia presenza.

però sono tornato e so che molti bloggers stanno già strisciando di marrone le mutande. a domani.

lunedì 27 aprile 2015

Michel Pastoureau e i colori


A forza di averli sott’occhio, si finisce col non vederli più. Insomma, non li si prende sul serio. Errore! I colori non sono irrilevanti, tutt’altro.
Veicolano dei codici, dei tabù, dei pregiudizi cui obbediamo senza saperlo, possiedono significati reconditi che influenzano profondamente il nostro ambiente, i nostri comportamenti, il nostro linguaggio e il nostro immaginario.
I colori non sono immutabili. Hanno una storia, movimentata, che risale alla notte dei tempi e che ha lasciato tracce perfino nel nostro vocabolario: non per caso vediamo rosso, siamo al verde, diventiamo bianchi come un lenzuolo, neri di rabbia, abbiamo una fifa blu… Nell’antica Roma, gli occhi azzurri erano una disgrazia; addirittura, per una donna, un segno di dissolutezza. Nel Medioevo, la sposa era vestita di rosso, come le prostitute. Lo si sarà già intuito: i colori la dicono lunga sulle nostre ambivalenze. Sono dei formidabili rivelatori dell’evoluzione della nostra mentalità.
Nel corso della storia, la religione li ha posti sotto il suo controllo, così come ha fatto con l’amore e con la vita privata. Come la scienza abbia detto la sua, sopravanzando la filosofia: onda o corpuscolo? Luce o materia? Come anche la politica se ne sia impadronita: i rossi e gli azzurri non sono sempre stati quelli che conosciamo. E come, oggi, ci portiamo ancora dietro quello strano retaggio. L’arte, la pittura, la decorazione, l’architettura, la pubblicità, naturalmente, ma anche i nostri prodotti di consumo, i nostri indumenti, le nostre auto…
Tutto è retto da un codice non scritto di cui i colori detengono il segreto.
Non è facile districarsi nel labirinto simbolico delle tinte; i colori infatti sono lunatici.
Non si lasciano facilmente imprigionare in categorie. Quanti sono, del resto? I bambini ne nominano spontaneamente tre; Aristotele ne contava quattro, e per uno “scherzo” di Newton, si è decretato che ce ne fossero sette ufficiali. Per Michel Pastoureau, uno dei maggiori studiosi contemporanei, non ci sono santi: ne esistono sei, non di più.
In primo luogo, quel morigerato del blu, prediletto dai nostri contemporanei perché sa farsi benvolere da tutti. Poi l’orgoglioso rosso, assetato di potere, che governa il sangue e il fuoco, la virtù e il peccato. Ecco il bianco virginale, quello degli angeli e dei fantasmi, dell’astensione e delle nostre notti senza sonno. Poi il giallo del grano, un bel complessato, a disagio nei suoi panni (va scusato: per lungo tempo è stato segnato dal marchio dell’infamia). Viene poi il verde, a sua volta malfamato, traditore e scaltro, re del caso e degli amori infedeli. Infine, il sontuoso nero, doppiogiochista, umile nell’austerità, arrogante nell’eleganza…
Poi? Per Michel Pastoureau, c’è un secondo livello; i comprimari, insomma: viola, rosa, arancio, marrone, e il grigio, un po’ appartato… Cinque mezze tinte, che portano nomi di frutti, di fiori… Sono riuscite a dotarsi di simboli propri, a darsi un’identità, come quel rosa insolente che si prende per un colore a tutti gli effetti o quell’arancio che esibisce una vitalità sfrontata… Dietro, vengono la servitù, il corpo di ballo, l’interminabile filza delle sfumature: lilla, magenta, sabbia, avorio e greggio… Inutile cercare di contare: ogni giorno se ne inventano di nuove.
Imparate a pensare a colori, e vedrete il mondo in un altro modo! Ecco una delle lezioni più belle di Pastoureau. In passato, si diceva ai bambini che c’era un tesoro nascosto ai piedi dell’arcobaleno. È vero: là, nel crogiolo dei colori, c’è uno specchio magico che, se sappiamo blandirlo, ci rivela i nostri gusti, le nostre avversioni, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri pensieri reconditi, e ci dice cose essenziali sul mondo, e su noi stessi.

lunedì 23 febbraio 2015

I sette Io


Nell'ora più tranquilla della notte, mentre giacevo semiaddormentato, i miei sette io si sedettero a colloquio e così conversarono sussurrando:
Primo Io: Qui, in questo folle, ho io abitato tutti questi anni, non facendo altro che rinnovare la sua pena di giorno e ricreare il suo dolore di notte. Non riesco a tollerare la mia sorte, e ora mi ribello.
Secondo Io: La tua sorte, fratello, è migliore della mia, giacché a me è dato di essere l'io gioioso di questo folle. Rido il suo riso e canto le sue ore liete e con il piede tre volte alato traduco in danza i suoi pensieri più scintillanti. Sono io che vorrei ribellarmi contro la mia tediosa esistenza.
Terzo Io: E che dire di me, dominato dall'amore, segnato dal marchio fiammeggiante di selvagge passioni e fantastici desideri? Sono io, malato d'amore, che voglio ribellarmi contro questo folle.
Quarto Io: Tra tutti voi, sono il più infelice, giacché nulla mi fu dato se non esecrabile odio e rovinoso disgusto. Sono io, simile a tempesta, nato nelle nere caverne infernali, che voglio protestare contro la mia servitù e questo folle.
Quinto Io: No, sono io, l'io pensante, l'io immaginoso, l'io della fame e della sete, condannato ad errare senza riposo alla ricerca di cose ignote e di cose non ancora create; sono io, non voi, che voglio ribellarmi.
Sesto Io: Ed io, l'io che lavora, addetto alle più penose fatiche, io che con le mani pazienti e occhi anelanti plasmo i giorni in immagini e conferisco agli elementi informi nuove ed eterne forme - sono io, il solitario, che voglio ribellarmi contro questo folle irrequieto.
Settimo Io: Com'è strano che voi tutti volete ribellarvi contro quest'uomo per il fatto che ciascuno di voi ha un predeterminato compito da adempiere. Ah, potessi io essere come uno di voi, un io con un compito predeterminato! Ma io non ne ho alcuno, io sono l'io che non fa nulla, quello che siede nel muto e vuoto non-luogo e non-tempo, mentre voi siete indaffarati nel ricreare la vita. Siete voi, o sono io, amici, che dovrei ribellarmi?
Quando il settimo Io ebbe così parlato, gli altri sei lo guardarono con commiserazione, ma senza dir nulla; e mentre la notte si faceva sempre più profonda, uno dopo l'altro si recarono a dormire avvolti in un senso di sottomissione nuova e felice. Ma il settimo Io rimase a fissare e a guardar il nulla che è dietro tutte le cose.

lunedì 16 febbraio 2015

Daniele Luttazzi e i concetti di "comico" e "comicità"

(una splendida Valentina Lodovini)

Mentre voi comuni mortali il giorno di san Valentino perdevate tempo a festeggiarlo o a sbeffeggiarlo (anche denigrare san Valentino è inutile ed è un modo per essere "normali"), il vostro affezionatissimo se ne fotteva alla grande e comprava l'ultimo libro di Daniele Luttazzi, Bloom. Porno-Teo-Kolossal.
Siccome sono generoso e magnanimo, condivido con chi vorrà questo breve testo sui concetti di "comico" e "comicità" che ho trovato estremamente stimolante.
Ora che ci penso, per il festival di Sanremo è lo stesso. C'è chi lo segue, si esalta e commenta e chi sbeffeggia, ironizza, ecc. ma fate come me, dio cristo: FOTTETEVENE.
Ciao e appena finisco il testo di Luttazzi, ne parlerò qui.
Ecco il testo:

All'interno di quell'espressione peculiarmente soggettiva
che è il comico, Aristofane può stare accanto a Woody
Allen, come Rabelais vicino a Moliere, o Plauto a Mel
Brooks, senza timore di confronti. Sotto la maschera delle
differenze individuali, e il costume versicolore del genere,
l'immagine fondante è quella di Dioniso, segno-sogno del
comico come epifania formale ed ontologica. Dioniso è il
comico come immediatezza-animalità; e come logos.

Rifarsi a Dioniso equivale ad accettare la sua sostanza
ambigua ed enigmatica, equivale ad ascoltare il rifrangersi
e moltiplicarsi della sua voce e delle sue gesta nelle
voci e nelle gesta di chi modula la propria vocazione
artistica entro il sistema frammentato e complesso del
comico. In questa presenza, metafora di un mistero non
concettualizzabile che agisce come linguaggio e attraverso
il linguaggio, risiede il segreto che rende esemplare
l'esperienza storica del comico nella civiltà occidentale.

La comicità occidentale crede e vive nel kairòs,
nell'occasione; a questa presiede l'urgenza di una
tyche, di una necessità che interviene, senza apparenti
giustificazioni, a dettare le azioni del protagonista.

Nata dall'occasione e in essa interamente conchiusa, la
comicità vive in un rapporto particolare con il pubblico,
complice, partecipe e co-autore di un'esperienza che
travalica l'esperienza soggettiva del singolo autore. E'
un'arte che, in virtù di un forte potere di suggestione
esercitato da precise tecniche del ritmo, non potrebbe
esistere, senza il suo doppio autore: l'artista/pubblico.

La comicità, come tutta l'arte, ci serve: da una parte, per
costituire e ricostituire la nostra natura di esseri umani,
coinvolti in pratiche sociali; e, dall'altra, per criticare
incessantemente tali costituzioni. Quando funziona,
introduce nel mondo qualcosa di nuovo: un nuovo modo
di interagire col mondo.

martedì 3 febbraio 2015

una poesia di Salinas e nulla più


Conoscete Pedro Salinas? no? bè, non posso farvene una colpa - primo perché non si possono conoscere tutti i poeti del mondo, secondo perché in effetti Salinas non è “famoso” da noi come Giacomo Leopardi, Alda Merini o Sandro Penna…
Quello che potete fare da oggi, secondo me, è correre in libreria e comprare il volume di Salinas “La voce a te dovuta” perché è un testo meraviglioso pieno di poesie che incantano emozionano e fanno sognare.
In effetti, sempre secondo me, queste tre cose incantare emozionare sognare sono le principali funzioni della poesia fatta perbene.
Saltate a pie’ pari le masturbazioni sulla problematica gnoseologico-amorosa, la presenza dell’amata nel ricordo, la volubilità dell’amata e le riflessioni sull’usura del linguaggio amoroso e tuffatevi subito nelle poesie.
Stasera vi posto quella che mi è piaciuta di più e a cui più sono affezionato.

[XXXIX]

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

lunedì 2 febbraio 2015

Barbabietola? no, grazie


alla fine il popolino americano che si esalta per obama, fa schifo al cazzo ed è uno spettacolo umiliante. però, rifletto, quei cazzo di yankee si esaltano perché obama è giovane, è nero, yes we can e altre cazzate. un poco di alibi lo tengono.
ma sti stronzi di italiani? si esaltano per mattarella...per un vecchio democristiano del cazzo figlio del patto tra renzi e berlusconi...non solo si esaltano e si sdilinquiscono, che sarebbero già da fucilare, ma parlano addirittura di cambiamento!!!
parlare di cambiamento con mattarella è come parlare di champions league alla casertana...ma andate affanculo, poveri rincoglioniti.

un ultimo pensiero politico.
ci sono tre parole tre che da come vengono usate capisco se chi mi sta davanti merita la mia attenzione oppure è un povero cretino rimasto davanti alle vetrine che non ha mai oltrepassato quella linea che porta alla conoscenza e non alle minkiate che gli hanno messo in testa.
le parole sono: politica-partiti-presidente della repubblica...se uno le usa, e le usa pure convinto, lasciatelo perdere; è un fesso.
le parole giuste da usare sono: sistema-bande-cap e lignamm (testa di legno)...e tutto il sistema, poi, gira intorno al SOLDO. stop.

col puffo è finita.
in realtà non è mai cominciata. può finire qualcosa che non ha mai avuto inizio? evidentemente no.
poi c'è teresa, altra storia impossibile ed estrema.
mi butto in storie impossibili, estreme e che manco cominciano.
lo faccio di proposito, così sto tranquillo che non mi faccio incastrare da nessuna femmina.
andiamo avanti.

da quello che ho capito, io sono fatto di incanto e disperazione.
due sentimenti abbastanza difficili da gestire.
secondo me, quando vidi lei ebbi tanto di quell'incanto e tantissima di quella disperazione da aver fatto naufragio. amen.

a proposito di lei e del passato...il problema non è tanto il tanto tempo che è passato, ma che è passato il nostro momento. è passata la magia che avrebbe potuto fare il miracolo.
dico bene? certo che no, ma non mi ricordo più qual era la formula giusta.

oggi ho ascoltato Physical Graffiti dei Led Zeppelin e per il resto me lo potete pure sukare.

mercoledì 14 gennaio 2015

Mi sono innamorato di un puffo


Sono un ragazzo pieno di problemi.
Innanzitutto non sono più un ragazzo perché ho superato la trentina e quindi che mi definisca ancora un ragazzo è un primo segno che sto a problema/i.
Ma non solo.

Mi sono innamorato di un puffo.
Come si fa ad innamorarsi di un puffo?
Non è un essere umano, è un fumetto, un cartone animato...non ci puoi parlare, non ti ci puoi confrontare...non ci possiamo guardare negli occhi, scherzare, abbracciare, toccare...non si può avere nessun tipo di rapporto o di esperienza con un puffo.

Poi un puffo quanto sarà alto? 5 centimetri? non lo so, ma io sono alto 1,83 e quindi fisicamente non ci siamo proprio.
Poi teoricamente è pure di genere maschile e io non sono omosessuale.
Poi quanti anni ha un puffo? Non è che passerei pure per pedofilo?

Sì, è impossibile e stupido innamorarsi di un puffo ma io ne sono innamorato. E' dolce, simpatico, io lo capisco e lui capisce me (mi sembra). Penso a lui tutti i giorni e tutte le ore. Mi viene voglia di abbracciarlo e di stringerlo a me. Di accarezzarlo. Ma non si può.

Ora devo togliermelo dalla testa, anche perché la mia vita è l'arte non l'amore. L'amore comporta alcuni obblighi e sacrifichi che io ho scartato a favore dell'arte.
Mi sobbarco solo gli obblighi e i sacrifici che comporta l'arte.

Per il resto dopo cena, prima di andare a letto, ho preso il vizio di:
- godermi una zuppa di caffè e latte coi biscotti
- guardare del porno su internet
- farmi una sega
- fumare una sigaretta

E di questo tran tran notturno ne parlaremo altra volta.

Ti amo puffo, so che è stupido e so che è infantile e impossibile e inutile però ti amo.
Non ti chiedo scusa di ciò.