Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]
sabato 31 dicembre 2011
Ciao 2011, anno di merda [pensieri sparsi]
Continuano ad alzare le tasse. Bollette, pedaggi autostradali, trasporti, benzina, tabacco e non è ancora finita. Chissà cosa altro ci aspetta. Io dico solo una cosa: Questo stato mafioso e medievale da me non avrà un cazzo. Vivrò nascosto, nell’ombra nera, finché sarò pronto alla fuga.
Odio i giovani socialdemocratici col culo moscio. Non si può essere così accondiscendenti, politically correct a vent’anni. A vent’anni devi essere rivoluzionario, devi bestemmiare contro il potere dio fottuto! Magari sbagli, ma sei sano. Vederli ragionare come agenti della BCE mi dà il voltastomaco.
Sono andato su Left a curiosare e ho visto una lunga intervista a D’Alema. Il consueto teatrino odioso tra il giornalista (stipendio) e il politico (stipendio), ma a me che me ne fotte? Non sono né un giornalista, né un politico. Ho espresso il mio parere in maniera molto pacata. Purtroppo il commento non è stato pubblicato. Perché? Capisco la censura solo in caso di violenza verbale, bestemmie (mmm…) e insulti, ma censurare il semplice ed educato dissenso mi pare proprio brutto. Io D’Alema mi scoccio proprio di sentirlo e di leggerlo, non mi interessa proprio, godetevelo voi sto berlusconiano coi baffi. Tenetevi a D’Alema, il comunista ex comunista conte del Vaticano che sta lì da trent’anni. Non se ne vanno mai fuori dalle palle, questi. Peggio dei vescovi. E lascia spazio a i giovani, ricambio ci vuole e che cazzo!
È cosa buona e giusta (nonché naturale) perseguire l’utilità dell’utile. Anche se è meno facile di quanto sembri. È saggio e filosoficamente stimolante ricercare l’utilità nell’inutile. In generale ci vuole grande perspicacia ed esperienza per sapere come distinguere l’utile dall’inutile. Io per ora ho fatto un passo da Ingestibile: ho conosciuto l’inutilità dell’inutile ed è stato quando ho incontrato Marta.
Una soddisfazione in questo 2011? Aver mandato a cacare un paio di datori di lavoro arroganti, magagnoni e camorristi.
Come sarà il 2012? Ma che ne so io…l’unica cosa che so è che ho conosciuto un tipo molto simpatico che vive in Canada…
Il momento più bello del 2011? Il video di Belen e la nascita della mia nipotina.
Il libro più interessante letto nel 2011? Uhm...dico Il cimitero di Praga di Umberto Eco e il libro di Irving Stone su van Gogh.
Viaggi più belli del 2011? A Firenze e in Puglia.
Progetti per il 2012? Leggere evitando le rotture di coglioni, bere e ricercare nuove strade che conducano ai paradisi artificiali. Come sempre.
Come passerò l’ultimo dell’anno? Col Simposio di Platone, che domande…
Ciauz e grazie a tutti quelli che hanno voluto leggermi, a chi ha commentato, a chi è semplicemente passato e pure agli stronzi che son venuti qua perché credevano di trovarvi bizzarri video porno.
Vi auguro un grande 2012.
venerdì 30 dicembre 2011
Le orecchie malate di Beethoven
Fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo viveva a Vienna un musicista di nome Beethoven. Il popolo lo canzonava perché era un tipo stravagante, basso di statura e con una buffa testa. I borghesi si scandalizzavano per le sue composizioni. “Però,” dicevano “peccato, quest’uomo ha le orecchie malate. La sua mente concepisce dissonanze spaventose. Tuttavia, poiché egli afferma trattarsi di sublime armonie e tenuto conto del fatto facilmente dimostrabile che le nostre orecchie sono sane, vuol dire che le sue orecchie sono malate. Peccato davvero!”.
I nobili invece, i quali grazie ai diritti che il mondo aveva loro conferito riconoscevano anche gli obblighi che dovevano rispettare nei confronti di esso, gli diedero il denaro necessario perché potesse comporre le sue opere. I nobili avevano anche la facoltà di far eseguire un’opera di Beethoven all’Opera imperiale.
Ma i borghesi che gremivano il teatro decretarono un tale insuccesso al lavoro che non si ebbe più il coraggio di organizzare una replica.
Da allora sono trascorsi ormai quasi duecento anni e i borghesi ascoltano con commozione le opere del musicista ammalato, pazzo. Sono forse divenuti nobili, come quei nobili del 1819, e hanno forse maturato un sentimento di rispetto per la volontà del genio? No, si sono ammalati tutti. Tutti adesso hanno le orecchie malate di Beethoven. Per un intero secolo le dissonanze del divino Beethoven hanno tormentato le loro orecchie. E le orecchie non hanno resistito. Tutti i particolari anatomici, tutti gli ossicini, i labirinti, i timpani e le trombe hanno assunto le forme malate caratteristiche dell’orecchio di Beethoven. E quel volto buffo, che i monelli rincorrevano canzonandolo, è divenuto per il popolo il volto spirituale del mondo.
È lo spirito che si costruisce il proprio corpo.
giovedì 29 dicembre 2011
Sara Tommasi e la filosofia dell'avvenire
Su Sara Tommasi, salita alla ribalta mediatica ultimamente per aver mostrato la patata al Chiambretti Show, ho letto solo commenti negativi.
“Ma quand’è che fa un porno sta troia?”
“Questa si è laureata alla Bocchini, altroché Bocconi…”
“Zoccola.”
“Avere una laurea, ma essere privi di dignità serve a poco, secondo me.”
“Quanto mi sta sul cazzo... questa andrebbe proprio... vabbè va…”
“Senza vergogna né dignità!”
“Ma come si fa a non avere un minimo di rispetto per se stesse?”
“È un topo di fogna che per essere considerata dall'uomo italiano medio (cioè con un QI di un neurone e mezzo) ha bisogno di mostrarla al vento. Non mi vergogno per lei perché non mi rappresenta, ma donnicciole come lei sono la vergogna del mio genere.”
“Vabbè ma che palle questa...possibile che nella sua vita non voglia fare altro che spogliarsi davanti a tutti??”
“Rappresenta benissimo la donna italiana media, che invece di provare a rimboccarsi le maniche e lavorare preferisce imboccare qualcos'altro...”
“A me comunque fa pena. Non credo sia più di tanto un problema di zoccola, secondo me è proprio che ha problemi seri, è palesemente disturbata, emotivamente instabile. Temo sia avviata a una brutta fine, le auguro ovviamente di no. Ma mi fa pena.”
Ora, a parte il fatto che la notizia del Chiambretti Show è vecchia ed è stata tirata fuori ad arte, a parte i soliti moralisti del “sistema marcio” e delle “donne oggetto”, a parte le donne che si offendono perché vorrebbero che le donne fossero tutte brave, laureate e lavoratrici, a parte i commenti e le reazioni del popolino – io vorrei riflettere un attimo.
Siamo così sicuri che Sara Tommasi sia degna solamente di biasimo ed insulti triviali? Io proprio no.
Cosa fa, in fondo, Sara Tommasi? Mostra le sue nudità, gioca con il suo corpo, si spoglia dove e quando le pare, fa il bagno in una vasca piena di schiuma e fa giochi saffici con un'altra donna. Che c’è di male in tutto ciò?
Se tutte le donne facessero così, il mondo sarebbe peggiore o migliore? Immaginatevi a cena con amici, mentre mangiate una pizza e bevete vino; un’amica si alza è hop! Tira su la gonna e vi mostra la patatina. Non sarebbe divertente? Immaginate di essere in treno, in quella Vesuviana di merda tra ritardi, puzza nauseabonda e un viaggio noioso all’inverosimile; una ragazza si alza e hop! Comincia uno strip tease. Non sarebbe bello? Immaginate di essere in fila alla posta, incazzati per la fila, gli impiegati lenti e la bolletta da pagare; una donna si sgancia un attimo dalla fila e hop! Mostra il culo a tutti. Non sarebbe una dolce consolazione?
Credo fermamente che l’atteggiamento libero, fanciullesco e giocoso di Sara Tommasi sia un qualcosa da imitare e diffondere, non da condannare. Il fatto che ella ci mostri le zizze così, senza motivo, trovo che sia un messaggio rivoluzionario.
Sara Tommasi è una profetessa, latrice di un pensiero nuovo, sconvolgente. E si sa che all’inizio, i geni non vengono compresi e sono bollati come pazzi pericolosi.
Sara Tommasi è la nuova Eva, la Eva 2.0 del terzo millennio, colei che ci libererà dal giogo moralista della condanna del corpo nudo e dalle ipocrisie di una società bigotta e ipocrita.
Il nudo libero di Sara Tommasi salverà il mondo.
mercoledì 28 dicembre 2011
Il TEMPO secondo Simone Weil
Simone Weil attirò subito la mia attenzione di giovane filosofo, non solo perchè era una delle pochissime donne incontrate durante lo studio della Storia della Filosofia, ma soprattutto per la sua peculiare biografia.
Mi limito a ricordare il suo periodo nelle frabbriche metallurgiche di Parigi, nel 1934-35, perchè voleva conoscere da vicino la condizione operaia e il fatto che nel 1936 si aggregò ai repubblicani anti-franchisti nella guerra civile spagnola.
Morirà giovanissima, a trentaquattro anni, nel 1943.
Stasera vi regalo un breve appunto sul tempo che trovo estremamente godibile da leggere e un ottimo punto di partenza per ulteriori speculazioni su uno dei temi più affascinanti per la mente umana.
Inizio
Il tempo è la preoccupazione più profonda e più tragica degli essere umani; si può persino dire, l’unica veramente tragica. Tutte le tragedie immaginabili si riducono a una sola e unica tragedia: il trascorrere del tempo. Il tempo è anche la fonte di tutte le schiavitù.
È la fonte del sentimento del nulla dell’esistenza, come Pascal ha sentito con molta profondità. È la fuga del tempo a far sì che gli uomini abbiano tanta paura di pensare. Il divertissement ha lo scopo di far dimenticare il corso del tempo. Si cerca di perpetuarsi lasciando dietro di sé delle cose, ma sono solo cose.
Si può concludere la parte iniziale dicendo che l’uomo ha una tendenza invincibile all’eternità.
C’è una contraddizione insolubile tra il pensiero umano, che non può mai fondarsi sul tempo (leggi scientifiche), e la vita umana.
Tutto ciò che è bello ha un carattere di eternità, come i sentimenti puri verso degli esseri umani: amore, amicizia, affetto (sentimento di Rodrigue per Chimène, di Polyeucte per Pauline, di Dante per Beatrice). Questi sentimenti non solo si considerano eterni, ma considerano eterno il loro oggetto. Dunque, non c’è niente in noi che non protesti contro il corso del tempo, e tuttavia tutto, in noi, è sottomesso al tempo.
Prima parte. Schiavitù del tempo
1) Il presente: che resterebbe del nostro pensiero se si sopprimessero tutti i pensieri che si riferiscono al futuro e al passato? Non resterebbe niente. Dunque, ciò che noi possediamo, il presente, è un nulla che passa immediatamente, che arriva alla coscienza solo allo stato di passato.
Quindi, per la legge del tempo, noi non abbiamo alcuna esistenza reale.
Questo carattere fuggevole del tempo è la causa del nostro sentire che la vita è un sogno, che il mondo esterno non esiste.
2) Il passato: si pensa il passato solo come esistente in qualche luogo dietro di noi. “Che rimane del bel tempo che fu?”. Il passato non esiste affatto. Il passato è irreparabile e, in quanto irreparabile, è fatale. L’idea che si ricava dal passato è l’idea della fatalità. (Cfr. Maine de Biran: “Io sono modificato”).
3) L’avvenire: si manifesta come caso, quindi anche come qualcosa di cieco.
Dunque, la nostra impotenza è completa: noi non possiamo niente sul presente perché esiste (dal momento che è presente, è un fatto); non possiamo niente sul passato perché non esiste più; non possiamo niente sull’avvenire perché non esiste ancora.
Si cerca di sfuggire al senso d’impotenza con il divertissement: vertigine della colpa, ricerca dell’ebbrezza (che la causa sia vile o nobile, si tratta di una rinuncia a sé).
Seconda parte. Tesi contraria
1) Il tempo è reale, è l’unica cosa reale perché, anche se pensiamo che il mondo sia un sogno, questo sogno è sempre sottomesso al corso del tempo. Dunque, il tempo deve essere la fonte di tutte le verità.
Kant: “Il tempo è a priori, e di conseguenza universale”.
Si tratta qui di superare un certo paradosso di Bergson: opposizione tra tempo e durata (forma e materia). Il tempo è astratto, la durata è concreta. Egli, però, confonde la forma e la materia. Il tempo è l’unica cosa veramente universale. Il tempo è la fonte di conoscenze a priori. (Ciò che è prima non può essere dopo. Il tempo è irreversibile. Tra due tempi c’è un’infinità di istanti intermedi, ecc.) È la prima cosa che ci dà l’idea del continuo.
2) Il tempo implica l’eternità.
Il rapporto tra passato e avvenire è un rapporto eterno; lo stesso trascorrere del tempo è eterno.
3) Il tempo, ridotto alla forma astratta dell’ordine, è all’origine di tutte le verità eterne.
4) L’idea stessa del tempo implica una certa presa sull’avvenire: idea di causalità che ha una grande importanza morale.
Terza parte. Impotenza e potenza dell’uomo. L’azione metodica trasferisce l’eternità nel tempo
Ci sono due atteggiamenti possibili.
Si può dunque lasciare scorrere il tempo (ad esempio, il bambino con il rocchetto) o sforzarsi di riempirlo, cosa che conferisce ai momenti che passano una valore eterno.
Se si concepisce la morte come un passaggio nell’eternità, bisogna necessariamente concepire che ci sia stato qualcosa di eterno nella vita. Cfr. Mallarmé: “Come in se stesso infine l’eternità lo cambia”.
Dunque, l’unico problema che si pone all’uomo è la lotta contro il tempo.
martedì 27 dicembre 2011
La cipolla
Non ho nessun ricordo di quando assegnarono il premio Nobel alla Szymborska nel 1996.
All'epoca avevo diciassette anni; immagino che avrò letto la notizia sul televideo o l'avrò sentita al tg e me ne sarò fregato.
All'epoca, per me, "premio Nobel" significava establishment, accademia di tromboni, vecchi scemi schiavi del sistema...non poteva certo importarmene più di tanto di una poetessa insignita di quel premio.
Poi, qualche anno dopo, mi capitò di leggere una poesia di Wislawa sul Corriere della sera e mi piacque molto. Qualche anno dopo ancora lessi alcune sue frasi su un sito e di recente un'altra sua poesia su Anobii.
Mi sono reso conto che ogni cosa scritta da questa donna è fenomenale e così stamattina mi sono precipitato a comprare (per solo 1 euro!), il suo libro di poesie Elogio dei sogni.
Vi regalo la poesia La cipolla.
Godete.
LA CIPOLLA
La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.
La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.
lunedì 26 dicembre 2011
Perché non sono cristiano
Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Kierkegaard che “non possiamo essere cristiani”, per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Croce che “non possiamo non dirci cristiani”, per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera [blog, perdonami] che “dobbiamo dirci cristiani”, perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali.
I logici, come Bertrand Russell, sono più modesti. È magnifico leggere Bertrand, un salto di qualità fenomenale immergersi nei suoi libri e abbeverarsi alle sue parole. Vi regalo la sua testimonianza, premettendo che Russell riteneva che tutte le grandi religioni del mondo fossero, a un tempo, false e dannose. Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo, e che in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario. Ovviamente queste parole saranno difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall'eliocentrismo all'evoluzionismo alle biotecnologie, e dall'altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini nel 1929, Hitler nel 1933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Ok, lascio la parola a Bertrand.
Tanto per cominciare, bisogna chiarire il significato della parola “cristiano” perché oggi viene usata non sempre a proposito.
Certuni definiscono cristiano la persona che cerca di condurre una vita retta. Esisterebbero allora cristiani in ogni setta e credo religioso perché nessuno può negare che esistano persone ammodo anche tra i buddisti, i confuciano e i maomettani. Quindi non è questo il significato della parola.
Per venire a buon diritto chiamati cristiani, occorre molta fede, e ben definita. La parola, ora, non ha la stessa chiara applicazione dei tempi di sant’Agostino e di san Tommaso, quando dogmi precisi erano accettati con profonda convinzione.
Oggi bisogna essere più vaghi sul significato di cristianesimo. Vi sono, a ogni modo, due elementi essenziali per definire un cristiano. Il primo, di natura dogmatica, è la sua fede in Dio e nell’immortalità. Il secondo, ancora più importante, è la necessità di credere in qualcosa che riguardi Cristo, com’è implicito nella parola stessa. Anche i maomettano, ad esempio, credono in Dio e nell’immortalità: tuttavia non sono cristiani. Per quanto riguarda Cristo, poi, se non lo si vuole riconoscere come essere divino, bisogna almeno vederlo come il migliore degli uomini.
Se non ammettete questi princìpi, non vi potete chiamare cristiani.
Io vi dico perché non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale. Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza. E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli hanno recato paura e terrore all’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò.
domenica 25 dicembre 2011
L'ANTICRISTO. Maledizione del cristianesimo [note Colli e Prefazione]
Alcune annotazioni preliminari ispirate dalle parole di quel grande filosofo che fu Giorgio Colli.
- Il titolo di questo libro è così provocante e affascinante da riuscire ad attirare un’enorme massa di lettori eppure Nietzsche, nella Prefazione, scrive “Questo libro si conviene ai pochissimi.” Insomma questo libro è andato in pasto ai più che si sono lasciati sconvolgere – di sdegno o di entusiasmo – all’annuncio della maledizione del cristianesimo. I più hanno pensato di sapere già cosa sia il “cristianesimo” – evidentemente determinati da diverse esperienze – e si sono interessati soltanto del giudizio distruttivo di Nietzsche contro questo oggetto a loro noto.
- Nietzsche descrive un’antitesi tra cristiano e non cristiano che è filosoficamente selvaggia, incanalata (come spesso fa Federico) in termini storici che evadono da tali limiti; una provocazione marcata, frontale. Nell’interpretare L’Anticristo non si è andati tanto per il sottile, mentre andare per il sottile proprio qui, dietro questa presentazione così netta, era il compito primario.
- Il teatrale scambio delle parti di quest’opera, che la rende meravigliosa, consiste nel fatto che proprio coloro che avevano condotto in precedenza attacchi di ogni genere contro il cristianesimo si vedono con grande sorpresa coinvolti nella sua condanna. E proprio perché costoro credevano di aver distrutto il cristianesimo, il sentirsi chiamare cristiani da Nietzsche li fece indignare e vacillare, come accade a colui che, mentre applaude, si sente beffeggiato da chi lui applaude, e mentre vede demolite idee a lui odiose, le sente parificate alle sue proprie.
- Cristianesimo, in questo libro, è una parola che fa da specchio per le allodole, una specie di parola-baule che in realtà implica morale, metafisica, giustizia, uguaglianza degli uomini, democrazia, in breve assomma in sé i valori del mondo moderno.
- Un’ultima questione: se il cristiano è l’uomo che rinnega, opprime, calunnia la natura in ogni suo istinto e pensiero, se il cristianesimo è la contronatura, che cosa dev’essere indicato all’origine di questa corruzione, qual è la radice di questa mostruosa inversione dell’impulso vitale? L’Anticristo dà una risposta teoretica al quesito. Il cardine supremo su cui poggia il cristianesimo è la menzogna. “Ogni parola sulla bocca di un “primo cristiano” è una menzogna; ogni azione da lui compiuta è un’istintiva falsità”. E Nietzsche precisa: “Chiamo menzogna il non voler vedere qualcosa che si vede, il non voler vedere qualcosa così come lo si vede… La menzogna più consueta è quella con cui si mente a se stessi: mentire ad altri è, relativamente, l’eccezione”. Questa radice del cristianesimo ha uno sfondo ebraico, testimoniato dall’inizio della Bibbia. “Tu non devi conoscere” – da ciò deriva tutto il resto”. Alla base sta un odio primordiale contro la conoscenza. L’uomo non deve pensare, e poiché il pensiero ha bisogno di ozio e felicità, il prete cristiano si preoccupa in primo luogo di rendere l’uomo infelice, di torturarlo e di farlo soffrire. E già Paolo parlava contro “la sapienza del mondo”.
Come strenna natalizia, godetevi la Prefazione scritta da Nietzsche.
PREFAZIONE
Questo libro si conviene ai pochissimi. Forse di questi non ne vive ancora neppure uno. Potrebbero essere quelli che comprendono il mio Zarathustra: come potrei confondermi con coloro per i quali già oggi vanno crescendo orecchi? – A me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo.
Le condizioni alle quali mi si comprende – e mi si comprende, allora, per necessità – le conosco fin troppo bene. Nelle cose dello spirito si deve essere onesti fino alla durezza, per poter anche soltanto sopportare la mia serietà, la mia passione. Si deve essere addestrati a vivere sui monti – a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-dei-popoli, proprio del nostro tempo. Si deve essere diventati indifferenti, non si deve mai domandare se la verità sia utile, se essa diventi per qualcuno una fatalità… una predilezione della forza per quei problemi per cui oggi nessuno ha il coraggio; il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un’esperienza di sette solitudini. Nuove orecchie per nuova musica. Nuovi occhi per il più lontano. E una nuova coscienza per verità restate fino a oggi mute. E la volontà dell’economia in grande stile; mantenere compatta la propria forza, la propria esaltazione… Rispetto di sé; amore di sé; libertà assoluta verso di sé…
Suvvia! Questi soltanto sono i miei lettori, i miei giusti lettori, i miei predestinati lettori: che mi importa del resto? – Il resto è semplicemente l’umanità. – Si deve essere superiori all’umanità per forza, per altezza d’animo – per disprezzo…
sabato 24 dicembre 2011
Non l'ho trovato, ma di sicuro non me lo perdo. Ovvero, leggo lo Zhuāngzǐ
Sempre con l’intento di allargare la mia cultura personale il più possibile, sto leggendo uno dei classici del pensiero cinese: il Chuang-tzu (se poi voleste fare i fighi dovrete dire Zhuāngzǐ).
L’espressione “allargare la mia cultura personale”, significa semplicemente che cerco di abbeverarmi anche alle fonti sapienziali e artistiche dell’Oriente e non rimanere confinato, come una pecora scema di guerra, nel recinto dei libri e dei pensatori Occidentali.
Finora ho letto i primi tre capitoli. Alcuni simboli, alcune storie (o parabole?), alcune metamorfosi di animali non le ho capite, sono sincero. Quello che però il mio intelletto riesce a cogliere è qualcosa di molto sublime, cioè di teoreticamente eccitante.
Vi do qualche piccola informazione tecnica, in modo che possiate farvene un’idea sommaria.
Scritto nel secolo IV a.C. e da sempre considerato uno dei tre grandi classici del taoismo, questo libro si presenta come una sequenza di storielle simboliche, apologhi, discussioni, ma nasconde fra le sue mobili pieghe innumerevoli altre forme: raccolta di miti e di aforismi, teoria del governo e della natura, silloge di aneddoti memorabili, prontuario sciamanico, fiaba, elenco di ultime verità.
La sua parola, alla maniera del vero taoista, “vive come se galleggiasse” – e, ogni volta, è un passo più in là di ciò che dice e di ciò che il lettore capisce. Qui i più sottili argomenti metafisici e logici vengono mirabilmente presentati e subito dopo accantonati con incuranza, come altrettanti giocattoli del Figlio del Cielo – quasi a dimostrarci l’angustia di quel che consideriamo essere il pensiero.
Indenni da ogni morbo morale, le pagine dello Zhuāngzǐ sottintendono che “la bontà e la giustizia sono soltanto locande di passaggio degli antichi sovrani” e che “il rito non è altro che un fiore superficiale del Tao, l’inizio del disordine”. Il loro modello è una ininterrotta metamorfosi, simile a quella del cielo e delle acque: la morte vi è assorbita con una disinvoltura quale mai più fu raggiunta. Se la maggior parte dei libri è dedicata a illustrare ciò che tutti conoscono: “l’utilità dell’utile”, il Zhuāngzǐ illumina ciò che nessuna sa: “l’utilità dell’inutile”. Dell’autore che diede il suo nome al Zhuāngzǐ sappiamo che visse nel Nord della Cina e “fu un perfetto taoista, se non altro perché unica traccia della sua vita è un libro scintillante di genio e di fantasia”, scriveva Marcel Granet. E sempre Granet precisava che “questo libro, tradotto e ritradotto, è propriamente intraducibile”.
Io voglio regalarvi questo passo che esprime in modo beffardo l’impossibilità per gli uomini di trovare la verità, di trovare un sapere che vada bene per tutti. Mi è sembrato di leggere un Waiting for Godot con gli occhi a mandorla.
Se io discuto con te e tu hai la meglio su di me invece che io su di te, hai forse necessariamente ragione e io necessariamente torto? E se io ho la meglio su di te, ho io necessariamente ragione e tu necessariamente torto? Ha uno ragione e l’altro torto, oppure abbiamo ragione entrambi o entrambi torto? Né io né te possiamo saperlo, e un terzo sarebbe nella stessa oscurità. Chi può decidere senza errore? Se interroghiamo qualcuno che è del tuo stesso parere, come potrà decidere, se è del tuo parere? Se è d’accordo con me, come potrà decidere, se è d’accordo con me? Lo stesso accadrà se si tratta di qualcuno che è insieme d’accordo con me e con te, o se è di un altro parere differente da entrambi. Allora né io, né te, né un terzo possiamo decidere.
Dovremmo attendere un quarto?
venerdì 23 dicembre 2011
Dialogo fra un prete e un moribondo
Ahia…Ho scoperto che da quando c’è il blogghe non mi sono ancora mai occupato del marchese de Sade.
Rimedio subito (e devo dire che il periodo mi sembra il più adatto), parlando di un piccolo scritto intitolato Dialogo fra un prete e un moribondo.
Il moribondo che sta per tirare le cuoia è un ateo. Al suo capezzale arriva un prete che comincia la solita tiritera sui vizi e sugli errori commessi durante la vita e gli chiede di pentirsi dei molteplici e reiterati disordini cui l’hanno addotto e la debolezza e l’umana fragilità.
L’ateo si pente sì, ma non nel modo in cui vorrebbe il prete. Vediamo come: “Dalla natura creato con gusti vivacissimi e robustissime passioni, posto su questa terra all’unico scopo di abbandonarmi a quelli e soddisfar queste, ed essedo cotali effetti della mia creazione bisogni preordinati dalla natura o, se preferisci, conseguenze ineluttabili, visti i progetti della natura sul mio conto, e tutti conformi alle sue leggi, io non mi pento se non d’avere insufficientemente riconosciuto l’onnipotenza di lei, e i miei rimorsi vertono soltanto sul mediocre uso da me fatto delle facoltà, a tuo vedere criminali, semplicissime a parer mio, ch’ella m’aveva dato affinché la servissi; le ho ahimè talvolta fatto opposizione, me ne pento. Accecato dall’assurdità dei tuoi sistemi, ho in virtù loro avversato la violenza dei desideri ricevuti da una ispirazione assai più che divina, e ne son pentito, non avendo mietuto che fiori allorquando potevo far raccolta e amplissima di frutti… Ecco dunque i giusti motivi dei miei rimpianti, e stimami quanto basti per non supporne d’altri.”
Prete: Orrore! non ti vergogni, ragionando così, di offendere il Creatore e di abbandonarti agli effetti di codesta natura corrotta?
Che intendi per creatore e per natura corrotta?
Prete: Il Creatore è il padrone dell’universo, è lui che ha fatto tutto, e che tutto preserva per un semplicissimo effetto della sua onnipotenza.
Perché mai codesto uomo così potente avrebbe fatto una natura corrotta?
Prete: Se Dio non avesse lasciato il libero arbitrio all’uomo, qual merito avrebbe mai avuto a fruirne se non ci fosse sulla terra la possibilità di fare il bene ed evitare il male?
Ah, quindi Dio ha voluto far tutto di traverso, soltanto per tentare o provare la sua creatura; ma non la conosceva dunque? Non aveva certezza dunque del risultato?
Prete: La conosceva senza dubbio, ma voleva lasciarle il merito della scelta.
A qual fine, se sapeva già quale partito ella avrebbe abbracciato e se non dipendeva che da lui, poiché lo dici onnipotente, poiché non dipendeva che da lui, dico io, di farle scegliere il bene?
[ora arriva la risposta classica] Prete: Chi può mai comprendere le immense, infinite mire di Dio sull’uomo? E chi può comprendere tutto ciò che noi vediamo?
Colui che semplifica le cose, è principalmente colui che non moltiplica le cause per meglio imbrogliare gli effetti. A che vai cercando una seconda difficoltà quando non riesci a spiegare la prima, ed essendo possibile che la natura da sola abbia compiuto ciò che attribuisci al tuo dio, perché le vai cercando un padrone? La causa di ciò che non comprendi è forse la più semplice del mondo. Perfeziona la tua fisica e comprenderai meglio la natura, depura la tua ragione, metti al bando i tuoi pregiudizi e farai a meno del tuo dio.
Prete: Vedo che sei ateo e poiché il tuo cuore rifiuta le sconfinate autentiche prove che ogni giorno riceviamo dell’esistenza del Creatore, non ho più niente da dirti. Non si ridà la luce a un cieco.
Ammetti che il più cieco di noi due è quello che si mette una benda sugli occhi e non colui che se la strappa. Tu edifichi, inventi, moltiplichi, io distruggo, semplifico. Tu accumuli errori su errore, io li combatto tutti. Chi di noi è dunque il cieco?
Prete: Non credi dunque in Dio?
[il grande discorso dell’ateo] No, e per una ragione assai semplice; che è assolutamente impossibile credere a ciò che non si comprende. Tra comprensione e fede devono correre rapporti immediati; la comprensione è il primo alimento della fede; dove la comprensione non agisce la fede è morta e coloro che in tal caso pretendessero di averla, si ingannano. Ti sfido a credere al dio di cui predichi, poiché non sei in grado di definirmelo, poiché non sapresti dimostrarmelo, poiché pertanto non lo comprendi; poiché non comprendendolo non puoi fornirmi alcun argomento ragionevole e poiché, in breve, tutto ciò che sta al disopra dei limiti dello spirito umano è o chimera o superfluità; poiché il tuo dio, non potendo essere che o l’una o l’altra, nel primo caso a credergli sarei pazzo, nel secondo imbecille.
Amico mio, dammi la prova dell’inerzia della materia e ti concederò il creatore; dammi la prova che la natura non è sufficiente a se medesima e ti permetterò di supporle un padrone. Frattanto non aspettarti nulla da me, io non mi arrendo che all’evidenza e questa non la ricevo se non dai miei sensi; dove questi si fermano la mia fede perde le sue forze.
Credo al sole perché lo vedo e lo concepisco come il centro in cui si raduna tutta la materia ignea della natura, il suo circuito periodico mi piace senza stupirmi. Si tratta di un’operazione fisica forse semplice quanto quella dell’elettricità, che tuttavia non ci è dato di comprendere. Perché spingermi oltre? Se tu mi avrai alzato l’impalcatura del tuo dio al disopra di tutto ciò, che vantaggio ne avrò mai tratto? Non mi ci vorrà forse altrettanto sforzo per comprendere l’operaio quanto per definire l’opera?
Pertanto, non m’hai reso alcun servigio costruendo la tua chimera, hai turbato il mio spirito senza illuminarlo e ti debbo odio, non riconoscenza. Il tuo dio è una macchina da te fabbricata per servire le tue passioni e l’hai mosso a tuo talento; ma poiché essa disturba le mie, acconciati a vedermela rovesciare e nell’istante in cui la mia debole anima ha bisogno di calma e di filosofia astieniti dallo spaventarla coi tuoi sofismi che la sgomentano senza persuaderla, la irritano senza renderla migliore. Quest’anima, amico mio, è quello che è piaciuto alla natura ch’ella fosse, vale a dire il risultato degli organi che la natura s’è compiaciuta di foggiarmi in vista dei suoi fini e dei suoi bisogni, e poiché ella ha pari bisogno di vizi e virtù, mi ha volto a quelli quando le è parso e quando ha voluto queste me ne ha ispirato il desiderio e io mi sono abbandonato senz’altro, da solo.
Non cercare dunque altro che le sue leggi come unica causa della nostra umana incoerenza e nelle sue leggi soltanto la sua volontà e il suo bisogno.
Iscriviti a:
Post (Atom)








