sabato 30 giugno 2012

Federico Aldrovandi


Quattro poliziotti hanno ammazzato un ragazzo di diciotto anni.
Potete fare tre processi, potete inventare tutte le cazzate e gli alibi che volete, potete assumere il super avvocato Niccolò Ghedini, potere sfruttare tutti i cavilli giuridici possibili, la realtà è una sola: quattro poliziotti hanno ammazzato un ragazzo di 18 anni.
Quattro contro uno, quattro persone che dovrebbero saper gestire un diciottenne, la professionalità, il mestiere, eccetera. Niente, l’hanno ammazzato.
Sapete quanto vale la vita di un diciottenne per lo Stato italiano? Tre anni e sei mesi.
Tre anni sono coperti da indulto.
Sei mesi di carcere fasulli perché non scontati e che mai sconteranno.
Il mantenimento del posto di lavoro.
Vergogna.
Poi uno dei quattro poliziotti voleva chiedere scusa. Scusa? Ma che crede questo di aver rubato le caramelle dal cassetto della mamma? Chiedere scusa per aver ammazzato un diciottenne?
Mettitele nel culo le scuse, tu e questa merda di Stato italiano che permette che questa infamia resti impunita.

venerdì 29 giugno 2012

Libri ed esistenza letteraria


“Se non ho i miei libri che faccio?”
Questa domanda ci porta a un modo di esistere che non si può ritenere attuale. Non si tratta di leggere come se questo fosse un mezzo per formarsi, detestabile uso del libro. Uso da salumieri.
No, è un modo di esistere. Si legge da mattina a sera, e spesso anche la notte, con poco riposo frammezzo. Tutto un altro mondo si affaccia così ed entra di prepotenza in quello quotidiano (un arcobaleno che rompe il grigio). I libri sono lì, piccole cose inerti che si animano solo se getti loro almeno uno sguardo.

Le occhiaie
Nasce, con la frequentazione assidua dei libri, un tipo di esistenza spesso ostacolata anzitutto dagli affettuosi parenti che temono il peggio. Ahahahahhaha ti ricordi? Le occhiaie facevano pensare al vizio della masturbazione, a seghe furtive e rapaci nel cesso di casa e invece si trattava solo di una notte passata in letture.

Nobile rivendicazione
Quel che fu un modo un modo di essere, oggi è solo un comportamento: si leggono libri, ecco tutto. Ma non sfiora neppure da lontano che si possa esistere così, leggendo soltanto. Non è però il rimpianto che inseguo. I teneri richiami di una nostalgia per un tempo reputato beato. Voglio solo insistere ancora e descrivere questa esistenza.

Esistenza letteraria
In essa si esiste, dunque, solo leggendo. Le sdolcinate assicurazioni che leggere educa, che forma individui seri, capi, ebbene tutto ciò non mi interessa. Io voglio porre attenzione a chi legge per se stesso. Anzi, dove c’è uno scopo, dove si mira a qualcosa, scompare quello che ho chiamato modo di esistere. Diventa quel leggere miserabile che si propone quotidianamente.

Che cosa è un libro?
Questa domanda cammina sulle sacre vie percorse un tempo da queste altre: che cosa è l’essere? che cosa è conoscere?... Sembra che nel libro si condensi il mondo che così si sfoglierebbe tra uno sbadiglio e l’altro. Si vuole confondere il libro con la terra, si vuole farne l’equivalente del cielo.

Tutto è libro?
Verità banale, ove fosse. Oppure solo lusinga. L’esistenza del mondo dipende dall’esistenza del libro? Vanità delle vanità. Colui che esiste per leggere non vi vede che fumo. No, il libro è il letamaio, il luogo che raccoglie i rifiuti di una civiltà. Una creatura ingannevole e odiosa.

Gran finale
Non vi fate ingannare dal miele che scorre dalla bocca di chi parla di libri. Chi esiste per leggere vi può dire ben altro. Ma pure così vale la pena di esistere, solo per leggere un libro, per vedere gli immensi orizzonti di una pagina. La terra, il cielo? No, solo un libro. Per esso, si può ben vivere.

giovedì 28 giugno 2012

Il Porto Sepolto

DESTINO
Mariano il 14 luglio 1916


Volti al travaglio
come una qualsiasi
fibra creata
perché ci lamentiamo noi?
Sulla guerra mondiale del '14-'18 ci sono un’infinità di monografie storiografiche, saggi, romanzi, film, documentari e tanto altro ancora.
La testimonianza, forse non più erudita, ma sicuramente più efficace è quella poetica e Ungaretti ne Il Porto Sepolto ce lo dimostra chiaramente.
In pochi versi c’è l’orrore, la paura, la pena e la speranza di sopravvivere di tutti i soldati che morirono e combatterono in una delle più grandi follie della storia umana.
Incomincio Il Porto Sepolto, dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero nel Carso, sul Monte San Michele. Ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. Nelle trincee, quasi sempre nelle stesse trincee, perché siamo rimasti sul San Michele anche nel periodo di riposo, per un anno si svolsero i combattimenti.
Il Porto Sepolto racchiude l’esperienza di quell’anno.
Quando viene mandato a combattere sul Carso, Ungaretti scopre la propria fragilità in quella dei compagni, affratellati a lui dalla stessa paura della morte. Le poesie del Porto Sepolto nascono da questa nuova consapevolezza, che comporta la volontà di scavare dentro l’uomo, dentro la sua pena e di esprimere tutto questo con parole, immagini, similitudini e analogie che non siano logorate dal peso della tradizione. Perché in un contesto di guerra non pare più possibile cantare alla maniera dei poeti dell’Ottocento e men che meno alla maniera di D’Annunzio.
Non si tratta di seguire o meno certi modelli: ogni retorica, anche quella dell’imitazione, viene spazzata via dalla realtà sconosciuta e terribile della vita – e della morte – in trincea. È lei a dettare le parole nude del Porto Sepolto, questo straordinario nucleo fondante dell’intera opera di Ungaretti, che dà subito l’impressione di un’autobiografia essenziale, scandita in trentatré poesie, ciascuna delle quali sotto il titolo ha una data e l’indicazione del luogo, quasi fossero pagine di un diario in versi.
Il Porto Sepolto è qualcosa di speciale e nuovo e rivoluzionario nel panorama letterario del primo Novecento: ogni poesia mette a fuoco folgorazioni improvvise (“Col mare / mi sono fatto / una bara / di freschezza”), analogie spiazzanti (“Balaustra di brezza / per appoggiare stasera / la mia malinconia”), accostamenti imprevedibili di immagini (“Da questa terrazza di desolazione / in braccio mi sporgo / al buon tempo”).
Ungaretti compone i suoi versi di guerra dove capita: su brandelli di carta, “cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute”, li mette alla rinfusa nel tascapane e li porta sempre con sé, in trincea, in mezzo al fango, lungo l’Isonzo.
Ma che cosa significa quel titolo, Il Porto Sepolto? Erano stati i fratelli Thuile, Jean e Henri, a parlargliene per primi:
Mi parlavano d’un porto, d’un porto sommerso, che doveva precedere l’epoca tolemaica, provando che Alessandria era un porto già prima di Alessandro, che già prima di Alessandro era una città. Non se ne sa nulla. Quella mia città si consuma e s’annienta d’attimo in attimo. Come faremo a sapere delle sue origini se non persiste più nulla nemmeno di quanto è successo un attimo fa? Non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto custodito in fondo al mare, unico documento tramandatoci d’ogni era d’Alessandria. Il titolo del mio primo libro deriva da quel porto: Il Porto Sepolto.
FASE D’ORIENTE
Versa il 27 aprile 1916


Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

mercoledì 27 giugno 2012

parliamo di LESBICHE

(Anonimo napoletano, L'amore saffico ai tempi della tecnica)

Oggi fa caldo per pensare, troppo caldo. Preferisco dedicarmi a un argomento più ameno dando voce alla gente comune per quanto riguarda il fatto di essere o di scoprirsi lesbica.
I pareri degli esperti, degli studiosi, degli psicanalisti sono importanti e interessanti, ma quelli della gente comune non sono da meno. Hanno il pregio di essere spontanei e frutto di esperienze vissute in prima persona.
Lascio loro la parola e ringrazio la ragazza parafreudiana che mi ha regalato un'espressione come "urlo esclamativo". Sto ancora godendo da ieri sera.

Ragazze, ho un interrogativo. Da poco ho avuto un fantastico rapporto sessuale con la mia migliore amica e adesso stiamo insieme da un po' perché crediamo di avere scoperto di essere lesbiche. Quello che io mi chiedo è perché i ragazzi credono che essere omosessuali sia una vera e propria vergogna, mentre per noi ragazze è così comune provare a farlo con altre ragazze. Io sto cominciando a pensare che ci sia una lesbica in ogni ragazza e che ognuna di noi dovrebbe provare a fare sesso con un’altra ragazza. E voi cosa ne pensate?

Non bisogna vergognarsi di nulla ognuno è fantastico per quello che è!

Io vorrei tanto provare con una donna, gli uomini sono egoisti nel sesso e anche nella vita!

Io ho uno strano problema.. non sono lesbica solo l'idea di baciare una ragazza mi fa schifo.. però vedere video porno di lesbiche o anche una donna sexy nuda mi fa eccitare.. come mai?

Succedeva la stessa cosa anche a me, non voglio allarmarti ma poi ho scoperto di non aver alcun problema a baciare delle donne.

Mi sono sempre ritenuta una mangia uomini, maestra di seduzione, ne ho avuti tanti.. E poi durante un viaggio in Brasile ho conosciuto Gabriela, la luce dei miei occhi. Ci siamo baciate il giorno dopo il nostro primo incontro, siamo state insieme, e anche dopo due anni dal nostro primo bacio, anche dopo quasi 6 mesi che non la stringo tra le mie braccia, anche se sto con un ragazzo meraviglioso, non passa giorno che io non pensi alla mia piccola Bibi..
Ho scoperto piacevolmente di essere bisex e non me ne vergogno.

Io credo che siamo tutte un po' lesbiche si vede ogni giorno, anche con i rapporti sociali: le femmine sono molto più propense ad abbracciarsi, toccarsi e baciarsi dei maschi. Certo ci sono ragazze che lo trovano uno sbaglio o anche una cosa disgustosa ma se incontrassero una ragazza che corrisponde a ciò che più desiderano cambierebbero subito sponda. Io ho scoperto di essere lesbica anche se ho solo 12 anni non me ne vergogno proprio.

Noi ragazze siamo tutte un po’ lesbiche e si vede.

Io sto cercando di capirlo ora.. Da qualche tempo provo una forte attrazione ed un forte desiderio per un'amica, ma nemmeno io ho mai provato un approccio, so solo che in questo momento provo qualcosa di forte e non so come comportarmi.. non vorrei perderla.

Se ami molto questa tua amica,allora fatti avanti. Esprimile il tuo amore nel miglior modo che tu lo possa fare, ma prima di farlo pensaci bene e decidi le parole più giuste a descrivere il tuo amore per lei. Se sarai brava probabilmente ti accetterà e ti ricambierà e se non sarà così se è una brava amica e anche lei tiene alla vostra amicizia ti chiederà di far finta che non sia successo niente e a quel punto dovrai decidere tu cosa fare. Se continuare ad amarla intensamente rischiando di perderla o lasciar perdere e tenerti dentro quell'amore avendola sempre accanto e sapendo di non poterla toccare, abbracciare, baciare o amare. La decisione in fondo è solo tua. Provaci tentar non nuoce.

Io ho avuto un momento di confusione. Tempo fa (quello che chiamano scoppio di ormoni forse) una mia amica mi confessò che le piacevo e mi baciò. Morale della favola, ho appreso in pieno la mia eterosessualità il giorno dopo il bacio e mi schifai a pensare a fare sesso con una donna.

Non penso di essere lesbica, fare sesso e essere penetrata mi piace troppo. Però da tempo ho il desiderio fortissimo di stare con una ragazza e fare sesso lesbico. Non ho mai provato solo perché ho vergogna in caso di rifiuto a un eventuale approccio.

Se vuoi essere lesbica non devi chiedere alla società cosa ne pensa perché questa è la tua vita e di nessun altro!

Ciao, scusami, ma io non riesco proprio a capire come possa succedere di finire a letto con la migliore amica.. io ho una migliore amica e so quello che provo io per lei.. e non è solo amicizia però non posso sapere se lei ricambia.. e se non ricambia ci ho perso un amica e per di più ho fatto una figura di merda..

Essere lesbiche non è brutto ma il problema è dirlo ai genitori.

Direi che prima di tutto non c'è da vergognarsi.. i maschi sono diversi.. a loro dà fastidio.. per loro e una cosa ripugnante vedere due maschi che si baciano.. per me invece vedere due ragazze che si baciano è fantastico.. io vivo col mio ragazzo e non ho avuto mai rapporti sessuali con una donna a parte qualche bacio.. mi piacerebbe, ma non mi ritengo lesbica.. le donne e le ragazze giovani soprattutto hanno sempre avuto questo desiderio di sperimentare anche con le persone dello stesso sesso (mentre per i maschi è diverso).. ma non per questo si è lesbiche.. esserlo è tutta un'altra cosa.

Secondo me essere lesbica non significa "provare a farlo con una ragazza" significa innamorarsi e provare sentimenti, attrazione per una ragazza. Non è un gioco da provare, è semplicemente una condizione.. un modo di essere come un altro. Non ci deve essere vergogna, solo perché molta gente pensa che sia una cosa riprovevole o "schifosa".
Io consiglio a tutte di vivere la propria condizione di omosessualità nel modo più naturale e spontaneo possibile, senza paure, in tranquillità e vedrete che molta gente si ricrederà su di voi e impareranno a capirci di più, senza giudicare a priori la cosa.
In fondo... solo gli idioti non cambiano idea..
Inoltre penso che non ci sia un'età precisa per scoprire di sentirsi "omosessuali" anche 14 anni può essere l'inizio di questa scoperta interiore.. la maturità mentale non va di pari passo con quella biologica.. quindi è utile farsi domande, ma non reprimersi.. porta solo a soffrire.. sentitevi libere.

Il tuo più che un interrogativo sembra un urlo esclamativo che si propaga imponendo la propria convinzione in domanda.. tu chiedi un parere dandoti la risposta.. io penso che l'uomo in quanto razza è governato dai sensi e vulnerabile a gran parte delle cose. Il nostro Es dominato dagli istinti e diciamo "tenuto a bada" dal conscio, è una zona ricca di perversione e pulsioni quindi si presume che al proprio interno ci siano anche spinte verso un altro genere di sessualità. Senza alcun dubbio dentro ogni donna, ma io direi dentro ogni essere vivente, c'è il verso contrario verso quella che è la nostra spinta sessuale impostaci dalla natura. Chi ci può dire cos'è meglio o normale: uomo e donna? donna e donna? Non esistono standard; è probabile che tu abbia ragione.

E' un discorso complicato.. a dire il vero è considerata una vergogna anche da molte ragazze.. io personalmente sono lesbica e da quando l'ho capito la vivo abbastanza serenamente.. ma non sono mai la prima a provarci con una ragazza, non so perché, ma non credo sia per la paura del rifiuto. Comunque questo vuol dire che in fondo in fondo non mi accetto ancora completamente.

Secondo me non bisogna nascondersi dietro delle maschere se si hanno gusti nei confronti del proprio stesso sesso (parlo sia femminile che maschile), bisogna ammetterlo e basta, mica c'è nulla di male.. anche secondo me in ognuna di noi ragazze c'è un lato bisex.. dico così perché anche io penso seriamente di esserlo.

Quanto dici è vero parzialmente. Succede forse perché i ragazzi gay assumono atteggiamenti femminei, che spesso li rendono ridicoli. Sono rimasta meravigliata quando un bel ragazzo, che mi piaceva mi ha detto di essere gay. Non volevo credergli, poi ho saputo che era vero.

Penso che in ognuna di noi ci sia un lato omosessuale e c’è chi lo tira avanti e chi no.. e poi che c’è di male almeno per una volta farlo con altra donna ? Se poi ci piace si rifarà.

martedì 26 giugno 2012

Gramsci e il capitalismo



L’occasione esterna dello scritto gramsciano Capitalismo fuori controllo del 1918, fu il cosiddetto “scandalo dei cascami”. Con scandalo dei cascami ci si riferisce al contrabbando dei residui (“i cascami”) di seta e cotone utilizzati nella fabbricazione dei sacchetti per la polvere da sparo. Da una denuncia di un deputato repubblicano nel 1918 si sviluppò un’inchiesta in cui furono coinvolti diversi grandi industriali italiani.

Gramsci prende le distanze da una certa idea di contestazione al capitalismo che altri vorrebbero affibbiare ai socialisti, e cioè: “Il capitalismo sfrutta e specula – deve speculare e sfruttare, pena la sua rovina – sempre, in tempo di guerra e in tempo di pace. Il capitalismo cerca sbocchi alle sue merci e guadagni ai suoi azionisti, come può e dove può. È la sua natura, la sua missione, il suo destino. Gli italiani vendono ai tedeschi, gli austriaci avranno venduto ai francesi, gli inglesi avranno venduto ai turchi. Il capitalismo è internazionale e l’Italia non è peggiore degli altri Stati”. Gramsci mette le cose in chiaro, si dichiara assolutamente estraneo a questo pensiero in cui “le responsabilità vengono talmente estese e diluite, che invero nessuno sarebbe più responsabile; gli arrestati dovrebbero essere immediatamente rilasciati, e dovrebbe essere arrestato il signor Capitalismo, vagabondo senza fissa dimora, trovandosi egli contemporaneamente un po’ in tutti i paesi del mondo”.

Nella seconda parte dello scritto, il filosofo di Ales descrive il pensiero socialista nei confronti del capitalismo: “I socialisti nel fare la storia, o la cronaca (sia pure dei tribunali), rifuggono dalle astrazioni e dagli indistinti generici. Essi sostengono sì che esiste nella società capitalistica una tendenza generale al mal fare, ma non perciò confondono le responsabilità sociali con quelle individuali. La produzione borghese può diventare speculazione, truffa, illusionismo, ma la sua missione, il suo destino non è di truffare: è di accrescere la ricchezza, di dare incremento alla somma dei beni sociali. Noi non abbiamo la visione teologica della società, in cui all’Iddio onnipotente, onnipresente e onnisciente dei cattolici si sostituisce una divinità astratta equivalente.
Per essa diventa inutile la ricerca, è inutile lo studio dei fatti e della storia, è inutile la disamina dei costumi: tutto è uguale dappertutto, perché dappertutto c’è il capitalismo e non si muove foglia che il capitalismo non voglia. Questo astrattismo fatalista non è non può essere affatto il nostro punto di vista, perché è fuori della realtà effettiva. Nella realtà effettiva il Capitalismo è lo Stato borghese, che si concreta nelle leggi, nell’amministrazione burocratica, nei poteri esecutivi. E questi, a loro volta, si concretano in singoli individui che vivono, vestono panni, possono essere mascalzoni o galantuomini. Anche le leggi, il Codice penale, sono attività capitalistica, ed essi puniscono i contrabbandieri dei cascami, ciò che significa costoro essere non capitalisti puri e semplici, ma capitalisti, uomini che hanno operato perversamente.
E il nostro punto di vista è questo: nell’organizzazione borghese della società italiana ci sono degli istituti di controllo che non funzionano, danneggiando così la produzione capitalistica genuina, poiché hanno lasciato che dei perversi, dei criminali continuassero nella loro attività più di quanto è presumibile un’azione losca possa rimanere ignorata. Ciò significa che l’organizzazione borghese italiana è cattiva anche capitalisticamente.
Il proletariato [sigh] ha il compito specifico di premere continuamente sull’ordinamento attuale perché esso si rinnovi e diventi sempre più favorevole alla produzione, all’incremento della ricchezza: deve premere perché della borghesia si affermino solo quei ceti e quegli individui che, con la loro attività capitalisticamente onesta, rendano le condizioni meccaniche e naturali della vita sociale più adatte a un trapasso di classe al potere. Perciò i socialisti vogliono che gli istituti di controllo statale siano competenti ed esercitino effettivamente il loro ufficio. Solo i socialisti possono volere ciò, perché disinteressati, perché fuori della geèna degli affari. Ed essi non si possono accontentare delle astrattezze, delle responsabilità generiche. Nel fatto esiste la burocrazia che doveva controllare l’attività commerciale degli industriali dei cascami, e il potere esecutivo che doveva provvedere a impedire la speculazione. Cosa ha fatto la burocrazia? Ha compiuto il suo dovere? E, caso mai, perché non l’ha compiuto? La ricerca deve essere fatta, le responsabilità devono venire assodate. Gli incapaci, i malversatori devono venire eliminati. È una prova del fuoco per il regime: perché solo dimostrando di essere sempre capace di adempiere al suo compito sociale, esso si regge. Ma se nessuno lo obbliga a continuamente superare la prova, esso si perpetuerà tra l’indifferenza di tutti, che si sollazzeranno a parlare di Capitalismo senza la volontà del quale non si muove foglia.

non so voi, ma leggendo Gramsci sento ogni volta come se diventassi un po' più intelligente

lunedì 25 giugno 2012

mistero Enel


(mettete a palla Always On My Mind di Elvis Presley prima di leggere il post!)


Ho allentato i muscoli fino a non sentirli
Ho costruito il telaio della bicicletta con le mie mani
Ho trovato la forza per superare i miei punti deboli
Ho rubato i segreti dei campioni
Ho sudato sotto le luci della strada
Ho provato il sapore della terra
E il gusto amaro del dolore
Ho mostrato i miei trofei
Ho visto più albe che tramonti
Ho trovato la forza in chi sapeva darmela
Ho ripetuto per anni gli stessi gesti
Ho rinunciato alle estati vista mare pensione completa
Ho mostrato la parte migliore di me
Ho cercato le parole quando non ne avevo
Ho avuto sonno a ogni ora del giorno
E voglia di frullato a ogni ora della notte
Ho cercato il suo nome nei nomi delle strade
Ho convissuto con la nausea
Ho sentito il mio cuore battere con il suo
Ho visto il mio corpo cambiare
Ho riempito il suo mondo di colore
Ho contato le ore e i minuti
Ho avuto paura di non essere pronta
Ho trattenuto nel mio anche il suo respiro
Ho messo tutta la forza che avevo

E tutto questo casino per pagare una merdosa bolletta della luce???

domenica 24 giugno 2012

Filosofia, tre istruzioni per il disuso



È domenica, stasera c’è la partita, impegni mondani pretendono la mia presenza. Io la presenza assoluta non posso darla, garantirla a nessuno. Mai.
Ed è una cosa che specialmente le donne non sopportano.
Quello che posso dare è una presenza/assenza. Il mio corpo è lì, la mia parte senziente è con voi, partecipa, vi ama sinceramente senza che voi possiate lontanamente immaginarlo – ma il mio cervello è da tutt’altra parte. Non me lo impongo, per carità, ma è la mia essenza a volerlo, il mio destino di chierico. (ma cos’è un chierico? ne riparleremo)
Volete sapere dove sarà il mio pensiero (anche se al posto di pensiero dovrei scrivere “attenzione”)? Su cosa si arrovellerà la mia mente mentre l’Italia sfiderà l’Inghilterra e gli amici tiferanno mangeranno berranno e fumeranno?
Ebbene, io penserò a tre aforismi di Sgalambro di cui vi faccio partecipi.
Il primo aforisma segna la differenza tra la filosofia didattica e la filosofia da ridere e scopriamo (a differenza di quanto comunemente si crede) che sono quelle “da ridere” che s’insegnano; il secondo determina ciò che non è la filosofia che viene sempre strattonata da scocciatori ignoranti e inopportuni e il terzo fa chiarezza intorno alle categorie di “filosofia maggiore” e di “filosofia minore” e così vi dico pure una volta per tutte perché la mia preferenza, il mio amore vada alle filosofie minori.
Filosofie didattiche. Si possono distinguere filosofie come divertimento e filosofie didattiche (a queste va il nostro cuore). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono le prime che si insegnano. Mentre le seconde servono da passatempo. Così, ad esempio, mentre Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer serve a divertire, Verità e metodo di Gadamer si insegna e fa invece morire dal ridere. Ma qual è la caratteristica della filosofia che abbiamo chiamato didattica? Esattamente questa: essa non può che insegnare. Una forza irresistibile la trascina che non c’è verso, essa deve per forza farlo. Non deve né convincere, né farci pensare, in breve null’altro può fare – sempre per l’impeto che è in essa – se non insegnare. Ma cosa significa insegnare se non tutte queste cose o altre del genere? Si escluda, per intanto, che per insegnare essa abbia bisogno di un luogo da cui venire impartita, per cui la qualità didattica sarebbe più del luogo che di quella filosofia. Dicendo qualità didattica si vuole indicare invece qualcosa che questa filosofia ha in sé, non che derivi dal luogo. Una filosofia è didattica, dunque, in virtù di se stessa, solo di se stessa. Nemmeno, d’altra parte, dell’individuo che “l’insegna”. È come se essa parlasse in lui, e lui avesse le labbra chiuse. Anzi, e ciò valga da definizione, essa è didattica perché non ha bisogno di nessuno che la insegni. Quasi quasi si potrebbe pensare che essa sia talmente ingenua da ritenere che sia tale in virtù della sua verità. Ebbene sì. Essa è talmente astuta da ritenerlo.
La filosofia e i suoi partner. Si insiste nel chiedere alla filosofia quello che essa non può dare. Ha forse la filosofia da raddrizzare torti? Rendere servizi all’umanità? Fare camminare gli storpi, fare vedere i ciechi? Eppure anche alla filosofia, la cosa più lontana da tutte queste mene, si richiedono favori siffatti. Nella selezione storica, in cui le filosofie lottano, senza riguardi, per la loro esistenza, sono quelle che suffragano e “soddisfano” i più svariati bisogni che l’hanno vinta. Persino i filosofi galanti e un po’ larmoyants, purché sussurrino al partner preferito dolci paroline, fanno bella figura e volteggiano nell’aria con grazia e mille mossettine, fin quando la realtà non se li scrolla di dosso con fastidio. In un canto, appartata, sta un’altra filosofia, a cui l’uomo non interessa molto ma più volentieri vecchi mobili, rumori di passi, pistole…
Filosofie minori. Ogni filosofia minore è una sorta di filosofia du mal. Minore essa lo è non davanti ad altre che sarebbero grandi, ma davanti al fatto che queste sostengono il mondo mentre quella lo manda al diavolo.

sabato 23 giugno 2012

Il buffo discorso di Gonzalo



Leggendo oggi La Tempesta di Shakespeare, all’inizio del secondo atto ho trovato Alonso, re di Napoli, suo fratello Sebastian e altri nobiluomini, naufraghi su un’isola apparentemente deserta. Della combriccola fa parte Gonzalo, un "vecchio e onorato consigliere".
Gonzalo dapprima cerca di consolare il re per la perdita del figlio che pare morto nel naufragio della nave poi, visto che le sue parole non hanno effetto e viene perculato da Sebastian e Antonio, desiste.
Non riesce a star zitto, però, e allora davanti allo spettacolo di una natura incontaminata si lascia andare a questo discorso continuamente interrotto dai due di prima che continuano a prenderlo per il culo e dal re che più volte gli dice che le sue parole non hanno per lui alcun interesse.
Nella comunità stabilirei che ogni cosa si dovesse regolare all’opposto di quel che si fa per solito. E difatti non ammetterei alcuna sorta di traffico. Né i magistrati avrebbero autorità alcuna.
La cultura dovrebb’essere affatto sconosciuta.
Le ricchezze, la povertà, gli impieghi servili non dovrebbero esistere. Né contratti, né diritti di successione, né confini, né divisioni di terre, né coltivazioni, né vigne: nulla di tutto questo. Non si dovrebbe conoscere alcun uso del metallo, né del grano, né del vino, né dell’olio.
E nessuna sorta di occupazione. Tutti in ozio. Tutti, nessuno escluso. Ed anche le donne, ma innocenti e pure. Nessuna sovranità…
La natura dovrebbe produrre ogni cosa per tutti e senza sudore e senza sforzo. Il tradimento, la fellonia, la spada, la picca, il coltello, il fucile non servirebbero a nulla, e nemmeno servirebbe qualsiasi altra macchina da guerra. Soltanto la natura dovrebbe produrre da sé ogni sorta di abbondanza e di prosperità al fine di nutrire il mio popolo innocente.
Dopo averlo letto, possiamo capire il fastidio del re e ci uniamo ai due nobili sghignazzanti che sfottono quell’ingenuo di Gonzalo. È un discorso da stupido idealista, di un sognatore, di un pazzo, di un disadattato, è irrealizzabile, è una chimera, ecc.
Reazioni sacrosante, non dico di no, però… però la critica totale di Gonzalo rimane, quasi come se fosse un atto di accusa indelebile. Sembra che l’uomo sia stato felice solo nell’Età dell’Oro cioè quando in realtà non era uomo e non c’era la società, ma solo natura sesso e cacate nei cespugli.
Poi, con l’evoluzione, sono arrivati tutti i casini, i fastidi, gli orrori e le miserie e ormai indietro non si può tornare.
La cosa buffa è che si crede nel futuro, nel progresso e tutte ‘ste menate dell’età contemporanea.
La realtà è che la società diventerà ancora più stupida e oppressiva, i meccanismi coercitivi di sfruttamento sempre più efficienti e l’uomo sempre più pezzo di merda.

La sigaretta è finita, andate in pace.

venerdì 22 giugno 2012

Carmelo Bene sull'Ulisse di Joyce


Sacco di gas cadaverici mezzo di marcia salmastra. Un brulichio di pesciolini, grassi del bocconcino spugnoso, sprizza fuori delle fessure della patta abbottonata. Dio diventa uomo diventa pesce diventa oca bernacla diventa montagna del letto di piuma. Aliti morti io vivente respiro, calco morta polvere, divoro i rifiuti urinosi di tutti i morti. Issato rigido sopra lo scalmiere rifiata all’insù il tanfo della sua tomba verde con le nari lebbrose che russano al sole.
Trasformazione marina, questa, occhi castani azzurrosalino. Morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo. Il vecchio padre Oceano. Prix de Paris: guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti immensamente.
È abbastanza perverso scegliere un libro, non si può scegliere un libro.
Ecco, se proprio bisogna farlo, allora si sceglie un libro che abbia non solo determinato, ma cambiato magari una vita. Ebbene l’Ulisse di Joyce, avevo allora 22 anni, cambiò la mia vita completamente, radicalmente – da così a così. Poi nessun altro libro mi ha modificato la vita. Sì, tutti, in un certo senso… Kafka, chi non modifica Kafka? D’accordissimo, ma a me avvenne con l’Ulisse di Joyce.
Joyce può cambiare una vita. A me cambiò una vita, ma ha cambiato la mia vita in teatro, ha cambiato la mia vita nella vita, ha cambiato le mie emozioni musicali (non musicistiche, ma musicali), ha cambiato tutti i miei concetti di timbrica, di ritmica, mi ha sconvolto il linguaggio – completamente, mi ha cambiato il cervello. Non mi par cosa da poco; credo che pochi autori possano far questo.
In Joyce, per la prima volta, ci troviamo davanti a un pensiero dell’immediato, all’immediato pensiero; tanto che non pare scritto, pare sottratto alla scrittura stessa. Cioè non dice: “Tizio si svegliò una mattina e si trovò mutato in coleottero”; be’, lì c’è un altro gioco va bene, c’è un pensiero; ma, nell’Ulisse, quanto viene pensato è reso attraverso l’immediato e questo non lo ha nessun altro autore al mondo.
L’Ulisse di Joyce si può proporre anche come il modo più straordinario, l’esempio più fulgido di cinema; ma quello sulla pagina, non il filmaccio che ne hanno ricavato. Non esiste un film, un criterio del montaggio di questa immediatezza. Il cinema passa sempre attraverso il “morto”, così come il dire passa sempre attraverso il “detto”, cioè il detto è il morto.
Nell’Ulisse di Joyce non ci sono mai “pensieri”, “Pensò che…” No! tutti questi pensieri sono catapultati in balia di chissà quante combine di significanti.
Quando parlo di Joyce che cambiò la mia vita, alludo soltanto al Joyce del Finnegan’s Wake e dell’Ulisse e a certe poesie giovanili, ma non certo al Dedalus oppure ai Dublinesi, perché questi ultimi titoli potrebbe averli scritti qualsiasi altro autore e lo stesso Joyce non mi avrebbe così modificato.

L’applicazione dell’Ulisse si può fare a teatro, investe il linguaggio. È un linguaggio senza pensiero, senza pensiero pensato, in quanto questo pensiero è immediato.
Il grande Joyce critico si annuncia già nella fase giovanile, nelle poesie non solo d’occasione, ma anche in quelle giovanili. Quando uno pensa ad Eliot e legge
Rouen is the rainiest place, getting
Inside all impermeables, wetting
Damp marrow in drenched bones.
Midwinter soused us coming over Le Mans
Our inn at Niort was the Grape of Burgundy

But the winepress of the Lord thundered over that grape of Burgundy
And we left it in a hurgundy.
(Hurry up, Joyce, it's time!)

I heard mosquitoes swarm in old Bordeaux
So many!
I had not thought the earth contained so many
(Hurry up, Joyce, it's time)

Mr Anthologos, the local gardener,
Greycapped, with politness full of cunning
Has made wine these fifty years
And told me in his southern French
La petit vin is the surest drink to buy
For if 'tis bad
Vous ne l'avez pas paye
(Hurry up, hurry up, now, now, now!)

But we shall have great times,
When we return to Clinic, that waste land
O Esculapios!
(Shan't we? Shan't we? Shan't we?)
Ecco, un saggio su Eliot, mastodontico, che nessun critico può fare, nemmeno Pound e sto parlando di Pound, quindi... C’è questa elettricità in Joyce sulla lingua e c’è questo linguaggio che si arrende ai significanti, si rende, ne crea quasi degli incroci continui dai quali non si esce e i personaggi non esistono.
Per quanto riguarda l’Ulisse non si può parlare di monologo interiore. L’Ulisse non ha precedenti, purtroppo forse ha qualche seguace, qualche epigono. Non si può pensare, per esempio, a Pizzuto, a certe cose… è evidente che è un lettore di Joyce. Non si può pensare a Gadda, se vogliamo, ma quello che in Gadda resta grande ingegneria, grande meccanica, alla quale io preferisco l’Alberto Pisani di Dossi perché almeno è così giovane… ed è altra cosa. Riuscire ad arrivare a un’immediatezza simile, penso appartenga solo a Finnegan’s Wake e all’Ulisse. Fondamentalmente all’Ulisse.
Non è un modo di raccontare perché non c’è racconto, Joyce non racconta - riesce a raccontare non raccontando, è questo passaggio del pensiero che non è obbligato dal concetto a essere mediato, a trovare una mediazione, a trovare una ruffiana che poi lo stiri sulla carta. Quello che anche nei grandissimi scrittori mi lascia perplesso; questa sicurezza di aver detto davvero il pensiero e qui il pensiero è completamente preso in giro e c’è questa immediatezza, ripeto, unica.
Penso sia IL libro della storia umana.
Il pregio dell’Ulisse è al di là delle intenzioni di Joyce di riproporre una moderna Odissea, perché anche in Dedalus allora avrebbe potuto… eppure non c’è la stessa operazione. Il ritratto dell’artista da giovane è un’operazione che avrebbe sepolto Joyce tra i tanti, nella miriade, degli artisti della penna, chissà chi se ne ricorderebbe.
In effetti poi l’Ulisse di Joyce è rimasto un libro eternamente chiuso, che sarà eternamente chiuso. In tutte le case, le case “mondane”, ho visto sempre molto intonso l’Ulisse, lì in un angolino… bisognava averlo, magari non si aveva altro ma l’Ulisse doveva essere sul tavolo, poteva entrare qualcuno da un momento all’altro, guai senza l’Ulisse… rappresentava un po’ il decoro, il décor del decoro degli anni ’60 possedere l’Ulisse.

Io mi auguravo nella mia illusione, nel mio candore giovanissimo d’allora, che dopo l’Ulisse… bè nessuno più scriverà un libro, finalmente nessuno scriverà un libro, finalmente si ripubblicheranno i classici, come si deve, finalmente la gente qui in Italia rileggerà i classici… e invece no, c’è stata proprio un’inflazione editoriale, si continua a scrivere sonnecchiando, dimenticando, cercando di rimuovere l’Ulisse di Joyce e secondo me non si può rimuovere l’Ulisse di Joyce, ma chissà per quanti secoli… forse millenni.
Il dramma Esuli, che Joyce pubblicò nel 1917, non l’ho letto – non leggo nulla che sia scritto per il teatro. Sono riuscito a leggere Platone, ma proprio cercando negli anni scorsi di depennare la forma dialogata. Io detesto il teatro.
L’Ulisse è soprattutto grandissimo cinema e tutto quello che il cinema dai fratelli Lumiere in poi non è mai riuscito a fare, l’ha fatto Joyce nell’Ulisse. Queste sono le immagini, immagini di prima, si direbbe, ecco… mentre il cinema non fa altro che riferire l’immagine morta – del set. Dov’è il set in una pagina dell’Ulisse?
Di solito lo scrittore dice, anche stendhaliano, “e allora pensò che”; Joyce non scrive “pensò alla trasformazione marina”, Joyce attacca: “trasformazione marina”. Banalizza ancora di più: “occhi castani azzurosalino”, “morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo” imbecillità clamorosa… è quasi un fumetto del pensiero. Riuscire a rendere tutta questa banalità attraverso un’altra scrittura; cosa che Zola, grande scrittore, sognerebbe; che Stendhal, sommo scrittore, sognerebbe, ma sono scrittori… credono davvero di aver espresso il pensiero del di dentro e che questo coincida, lo ripeto, col pensiero del di fuori, solamente a James Joyce è stato dato… sono disgrazie, oppure sono fortune, venture… Solo a Joyce è stata data questa chance. Bisogna essere visitati, è inutile cercare le cose… gli è stato dato il dono dell’immediato.
La banalità dei cosiddetti personaggi la si intravede, e qui è il grande magistero di Joyce. Perché la intrasenti, senti gli odori, senti tutto, senti il lezzo, oppure “i profumi a Gibilterra quella notte dove perdemmo il battello ad Algeciras, dove lui mi disse che ero un fiore di montagna, sì, siamo tutti fiori”, si sente che sta pensando una donnetta dal cervellino così che è Molly Bloom.
Si sente tutto questo, ma non c’è.

[per concludere, posto questo pensiero di Carmelo che mi piace troppo, pronunciato con una faccia da schiaffi che fa innamorare]

Io non ho mai scritto per scrivere, da scrittore, ma per mia terapia. Così come ho sempre praticato anche il teatro, mai frequentando un copione cosiddetto, mai frequentando un dramma, una drammaturgia. Shakespeare è un poeta, Marlowe è un poeta, Corneille, Racine sono dei poeti, quindi se ne prende atto in quanto tali non in quanto “autori di teatro”. La cosa sarebbe repellente per quanto mi riguarda data la mia allergia al teatro.