Filosofia, Letteratura, Poesia, Storia, Arte, Capitalismo, Politica, Sesso... [Blog delle ossessioni, non delle idee. Le idee non mi piacciono perché con le idee non è mai sprofondato nessuno]

martedì 31 luglio 2012
Il mio primo tatuaggio
E mi sono tolto uno sfizio, per dio!
Era da tanto tempo che volevo farmi un tatuaggio, ma per un motivo o l'altro rimandavo sempre. Prima non volevo seguire la moda visto che se lo facevano tutti, poi non sapevo cosa tatuarmi e dove, mancanza di soldi, paura del dolore, paura di malattie ecc.
Ieri finalmente mi son deciso e sono molto contento.
Innanzitutto una precisazione terminologica: non è un tatuaggio; io lo chiamo incisione. Sì perché questa è l'idea che mi ha dato ieri il tatuatore mentre mi incideva la pelle.
Comunque ho scelto di farmi incidere la A rossa di Anarchia (così come si vede nell'immagine postata sopra) sul braccio sinistro poco sotto la spalla. Certo, non è uno di quei tatuaggi artistici che siamo abituati a vedere...non è un cavallo alato, un dragone, un tribale o altre menate, ma a me piace così. Amo il pensiero anarchico, l'unico pensiero intelligente, dolce e onesto dei nostri tempi e ho voluto omaggiarlo con un tattoo.
Per quanto riguarda il dolore (o la paura degli aghi che attanaglia il neofita) devo dire che non si sente alcun tipo di dolore. Quello che si sente è la macchinetta che ti incide la pelle, ma non è doloroso...anzi! Devo dire che quella sensazione è piacevole, una sorta di piacere masochistico. Si sente questa incisione continua che ti fa una sorta di pizzicorio minimo, ma ve lo ripeto: non è dolorosa.
Io ho goduto mentre il tatuatore lavorava. Senza contare che poi c'è un po' di pausa ogni tanto quando il tatuatore deve pulire la pelle dall'inchiostro ed asciugare la parte che sta tatuando.
Ora vi giro qualche consiglio che mi han dato ieri al laboratorio.
Innanzitutto conviene tatuarsi quando NON si è abbronzati perché con la pelle abbronzata il tattoo guarisce peggio. Cercate una zona del corpo priva di NEI o un tipo di tatuaggio che li eviti.
Il trattamento da fare una volta a casa consiste nel lavare il tatuaggio con acqua tiepida e sapone neutro tre volte al giorno. Dopo il lavaggio applicate una crema che contenga pantenolo. A me ieri han dato un prodotto specifico, altrimenti chiedete in farmacia.
Dopo il tatuaggio non fate palestra (perché non dovete sudare) e non prendete sole per due settimane.
Quando siete a casa tenetelo scoperto, fate prendere aria al tattoo, se uscite e c'è parecchio sole coprite con una garza (soprattutto se avete la crema che è molto "grassa" e quindi potreste macchiare la maglietta o la camicia).
Se vengono le crosticine, fatele cadere naturalmente. Ovviamente quando andate a tatuarvi vestitevi adeguatamente perché col tattoo fresco, la crema e la garza rischiate di inguacchiarvi i vestiti.
Bene, mi pare di aver detto tutto...
Ora son già proiettato sul secondo che farò a settembre: voglio tatuarmi la Tetraktys di Pitagora.
ciao ciao!
lunedì 30 luglio 2012
Test preliminare TFA. Reazioni spontanee all'uscita delle risposte
Dai come cazzo hai fatto a sbagliare la domanda sul 9 Termidoro?? Era Robespierre cazzo!
Kripke vabbè, era una domanda infame e non la sapeva nessuno.
Diodoro Crono? Eh, gliel’ho messo ar culo! Megarico!
Croce? Due su due tiè!
Lutero? Una l’ho presa, l’altra l’ho sbagliata, cazzo!
Spinoza Cartesio Libertinismo Leopardi? Presi! Tutti! Grande!
Hai sbagliato Teodore Roosvelt, però… è vero, cazzo, mi sono confuso.
Apofantico atarassico afasico apodittico? Bè, presi 3 su 4…ho sbagliato solo quel cazzo di apodittico!
Le dieci domande di comprensione del testo? Uhm…se ricordo bene dovrei aver fatto o 10 su 10 o 9 su 10…
I re d’Italia? Cazzo, ho sbagliato Vittorio Emanuele II!
Hai messo 1936 o 1912??? Giuro che non ricordo…spero di non essere stato così coglione da mettere 1912…speriamo…
L’inutile strage? Presa!!!
Il biennio rosso? Preso!!!
La successione spagnola? Sbagliata, porca troja.
Maria Antonietta? Presa!!!
Gli occasionalisti? Presi!!! Afammokk!!!
Averroisti? Presi!!! Afammmokk 2!!!
Quella sulla fuga del re Luigi XVI? Presa!!!
Il Komintern? Preso!! Tiè!
Brest-Litovsk?? Cazzo, avevo un dubbio atroce tra 1917 e 1918…comunque preso!! Gruoss!
Insomma il bilancio?
Bè, Filosofia dovrei aver fatto 23 su 25. Comprensione del testo 9 su 10…Storia qualche cazzata in più…comunque toccando ferro dovrei aver superato la prova...
Aspettiamo i risultati ufficiali.
domenica 29 luglio 2012
The end
La più grande canzone mai scritta cantata e suonata. Chi non conosce i Doors ma che cazz ce campa a fa'?
Signori...Jim Morrison e The Doors!
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
No safety or surprise, the end
I'll never look into your eyes...again
Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need...of some...stranger's hand
In a...desperate land
Lost in a Roman...wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain, yeah
There's danger on the edge of town
Ride the King's highway, baby
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway west, baby
Ride the snake, ride the snake
To the lake, the ancient lake, baby
The snake is long, seven miles
Ride the snake...he's old, and his skin is cold
The west is the best
The west is the best
Get here, and we'll do the rest
The blue bus is callin' us
The blue bus is callin' us
Driver, where you taken' us
The killer awoke before dawn, he put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
He went into the room where his sister lived, and...then he
Paid a visit to his brother, and then he
He walked on down the hall, and
And he came to a door...and he looked inside
Father, yes son, I want to kill you
Mother...I want to...fuck you all night
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus
Doin' a blue rock
On a blue bus
Doin' a blue rock
C'mon, yeah
Kill, kill, kill, kill, kill, kill
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
It hurts to set you free
But you'll never follow me
The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die
This is the end
Signori...Jim Morrison e The Doors!
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
No safety or surprise, the end
I'll never look into your eyes...again
Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need...of some...stranger's hand
In a...desperate land
Lost in a Roman...wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain, yeah
There's danger on the edge of town
Ride the King's highway, baby
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway west, baby
Ride the snake, ride the snake
To the lake, the ancient lake, baby
The snake is long, seven miles
Ride the snake...he's old, and his skin is cold
The west is the best
The west is the best
Get here, and we'll do the rest
The blue bus is callin' us
The blue bus is callin' us
Driver, where you taken' us
The killer awoke before dawn, he put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
He went into the room where his sister lived, and...then he
Paid a visit to his brother, and then he
He walked on down the hall, and
And he came to a door...and he looked inside
Father, yes son, I want to kill you
Mother...I want to...fuck you all night
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
C'mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus
Doin' a blue rock
On a blue bus
Doin' a blue rock
C'mon, yeah
Kill, kill, kill, kill, kill, kill
This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end
It hurts to set you free
But you'll never follow me
The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die
This is the end
giovedì 26 luglio 2012
I miei sogni d'anarchia
Sono in partenza per Milano.
Tanta paura, tanta ansia e tanta sfiducia.
Un amico che non ho mai conosciuto mi aspetta.
Una prova ardua quasi impossibile, gestita male da chi dovrebbe essere invece l'emblema della professionalità e della competenza. Vogliono mortificarmi, ma io glielo metterò nel culo. Come SEMPRE.
Nei momenti difficili ascolto musica, mi sommergo di musica. Stavolta tocca a Rino Gaetano e ai suoi-miei sogni d'anarchia.
Quanti giorni settimane e mesi abbiamo passato sulle panchine dei giardinetti a parlare, sognare, arrabbiraci? Fumo, libri, canzoni, politica...
Vi ho vuluto bene davvero e quei momenti saranno sempre i più veri e sinceri della mia vita. Che malinconia. Tutto quello che è venuto dopo è stato solo un salvarsi il culo mascherato da vita. Predicare bene e razzolare male.
Ti ho amato, maledetta stupida che non sei altro, ma il destino non ha voluto.
E lei viveva nei suoi sogni e la sua voglia di imparare
In fretta il metodo inglese e cucinare e fare l'amore.
Lei impazziva per le ricerche di cosmesi rimmel e maquillage
Le letture Pavese, Ginsberg, De Gregori e fiumi di là
Legato alle tradizioni.
Ma io l'amavo e lei amava me
Nei suoi sogni ritrovavo anche un po' di me.
E lei scopriva ogni giorno il valore del denaro e le conseguenze
Toccava il cielo con un dito e sanava le ferite con la rivoluzione
Ancora i poeti e un nuovo sound delle balere e forse amanti
e il '68 raccontato e le conquiste, le canzoni che dicevano
Io l'amavo e lei amava me
Nei suoi sogni ritrovavo anche un po' di me.
Le bugie, le poesie, i racconti e la paura
L'inflazione, le battaglie l'egoismo della razza,
la stagione dei colori un bicchiere e le memorie
vecchi libri e dischi rock, un sudario e mille storie
le panchine dei viali e le strane fantasie
le bugie, le poesie e le strane cose che
stritolavano il passato il feudalesimo e l'anarchia,
i sogni, l'anarchia i mie sogni d'anarchia...
Io l'amavo e lei amava me
mercoledì 25 luglio 2012
I rospi sono furbi
Madonna santa ma perché le donne sono così isteriche? è una questione genetica, atavica, ancestrale, di retaggio, di autodifesa...perché?
Che poi manco quello è il problema principale.
Ho fatto l'errore di iscrivermi a un gruppo TFA su facebook.
Per dio, una valanga di notifiche di gente che frigna si dispera e caca il cazzo.
La cosa che mi dà più fastidio è la mancanza di una serena ed obiettiva autocritica.
Ma guai se glielo fai notare!
Rompevano le palle su una domanda fatta in un test che riguardava Lou Salomè e Nietzsche.
C'era una donna che si disperava per la difficoltà della domanda.
Io educatamente le ho fatto notare che Nietzsche ha avuto una e una sola donna nella vita (appunto Lou Salomè) e che la loro "storia" (brevemente descritta) si trova in tutti i manuali di storia della filosofia. Spesso nel primo paragrafo.
Volevo insomma distinguere tra domanda difficile e domanda infame.
La domanda infame è quella su AMAFINIO perché Amafinio non è citato neanche nell'indice dei nomi. Cioè Amafinio non compare mai e quindi una domanda su di lui si può definire in un modo solo: INFAMITA'.
La tipa insisteva e blà blà blà, e quindi a un certo punto le ho dato ragione come si fa con i matti perché se non capisci una semplice differenza di grado e se non hai un minimo di autocritica te ne puoi pure andare affanculo.
Son troppo aristocratico per questo mondo e questa società.
lunedì 23 luglio 2012
I numeri e la serenità
Ho deciso di cominciare la lettura di Cervelli di Gottfried Benn.
In realtà non ricordo come sono arrivato a Benn, ma so che fu uno scrittore che pubblicò alcuni saggi molto controversi negli anni ’30 del Novecento e che fu prima osteggiato dai nazisti e poi ignorato quando la Germania fu liberata dagli americani.
Mi sono incuriosito: come fa un artista a stare sul culo ai nazisti e agli anti nazisti? Cioè un po’ come Heidegger che fu controllato e accantonato dai nazisti e poi privato della cattedra e della possibilità di pubblicare i suoi libri dai “liberatori”.
Dovrò indagare con calma perché amo le figure controverse e censurate.
Secondo me, ed è l’istinto che parla, i contemporanei non capiscono quasi mai un cazzo.
Oppure sono un bastian contrario e se uno scrittore è messo da parte e non letto, io lo leggo proprio per quello. Come se volessi differenziarmi.
Comunque stasera ti regalo un modo per ottenere una piccola felicità momentanea: contare.
Ora c'era perfino un quadro appeso alla parete: una mucca su un prato. Una mucca su un prato, pensò; una mucca rotonda, marrone, il cielo e un campo. No, quale indicibile felicità da questo quadro! Eccola là, con le sue quattro zampe, con una, due, tre, quattro zampe, è innegabile; sta con quattro zampe su un prato, e guarda tre pecore, una, due, tre pecore – il numero, come amo i numeri, sono così duri, non si lasciano toccare da nessuna parte, irrigiditi nell’inafferrabilità, sono assolutamente univoci, sarebbe ridicolo voler trovare da ridire qualcosa su di loro; se mai una volta sarò triste, mi ripeterò i numeri; rise allegramente e se ne andò.
venerdì 20 luglio 2012
I grandi cambiamenti
I grandi cambiamenti sono obbligatori.
Pure la persona più disinteressata, più pigra e devota all'inerzia non può sottrarsi ai cambiamenti che avvengono durante il corso della vita.
Anche se stai fermo e immobile senza avere nessuna ambizione o voglia, sei costretto a cambiare, prendere decisioni, addirittura spostarti e mutare radicalmente stile e abitudini di vita.
E accade un fatto strano. Chi vuole cambiare, chi magari non sogna altro e si sbatte tutti i santi giorni magari rimane sempre allo stesso posto a fare sempre le stesse cose.
Perché la vita è buffa, il destino dell'uomo ironico.
Comunque a me interessa che in qualsiasi posto e situazione ci sarà sempre un libro a portata di mano. Non chiedo altro.
E ormai ho capito che mi serve un luogo appartato, tranquillo; alla ricerca di una via di fuga da questo sistema. Devo giocare in difesa.
Non posso stare nello stesso sistema degli uomini BMW o delle donne borsa firmata 10.000 euro.
Io sono diverso; io sono un ospite capitato qui per caso.
Pure la persona più disinteressata, più pigra e devota all'inerzia non può sottrarsi ai cambiamenti che avvengono durante il corso della vita.
Anche se stai fermo e immobile senza avere nessuna ambizione o voglia, sei costretto a cambiare, prendere decisioni, addirittura spostarti e mutare radicalmente stile e abitudini di vita.
E accade un fatto strano. Chi vuole cambiare, chi magari non sogna altro e si sbatte tutti i santi giorni magari rimane sempre allo stesso posto a fare sempre le stesse cose.
Perché la vita è buffa, il destino dell'uomo ironico.
Comunque a me interessa che in qualsiasi posto e situazione ci sarà sempre un libro a portata di mano. Non chiedo altro.
E ormai ho capito che mi serve un luogo appartato, tranquillo; alla ricerca di una via di fuga da questo sistema. Devo giocare in difesa.
Non posso stare nello stesso sistema degli uomini BMW o delle donne borsa firmata 10.000 euro.
Io sono diverso; io sono un ospite capitato qui per caso.
giovedì 19 luglio 2012
Paolo Borsellino 19 luglio 1992 - 19 luglio 2012 Due anni di stragi. Vent'anni di trattativa
Per ricordare la strage di via D’Amelio, dove furono uccisi il giudice Paolo Borsellino, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, ho acquistato il cofanetto (libro+dvd) 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012 Due anni di stragi. Vent’anni di trattativa uscito con il Fatto Quotidiano.
Il libro contiene articoli sulla vita e la figura di Borsellino, sull’agenda rossa, un ritratto del figlio di Borsellino – Manfredi, il testo teatrale di Alessandra Camassa Noi e loro, uno scritto di Travaglio sulla trattativa tra Stato e mafia, altri articoli sui rapporti Stato-mafia e sulle notizie che stanno uscendo ultimamente sulle presunte interferenze di Napolitano sui giudici di Palermo (che stanno indagando sull’infame trattativa) in favore di Mancino. Il volume si chiude con un’appendice dedicata ai protagonisti della trattativa a cura di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza.
Il dvd, che dura due ore e mezzo, narra la storia degli attentanti di via Capaci e di via D’Amelio, con immagini di repertorio, interventi sia dei protagonisti dell’epoca sia attuali. Interviste a Falcone e Borsellino, a politici, ecc. Non è facile da vedere, sinceramente, perché ti sale una rabbia enorme e un grande senso d’impotenza e di schifo.
Avete il dovere di conoscere la storia di Falcone e Borsellino, per capire dove vivete, lo schifo che vi circonda e per essere più responsabili nella vostra vita e quando andate a votare.
Se non conoscete la vostra storia recente siete semplicemente degli ZERI.
Chiudo con l’articolo di Marco Travaglio, compreso nel libro, del 13 marzo 2012 intitolato significativamente Fate schifo.
Ma interessa ancora a qualcuno sapere perché vent’anni fa è morto Paolo Borsellino con gli uomini di scorta? Sapere perché l’anno seguente sono morte 5 persone e 29 sono rimaste ferite nell’attentato di via dei Georgofili a Firenze, altre 5 sono morte e altre 10 sono rimaste ferite in via Palestro a Milano, altre 17 sono rimaste ferite a Roma davanti alle basiliche? Interessa a qualcuno tutto ciò, a parte un pugno di pm, giornalisti e cittadini irriducibili? Oppure la verità su quell’orrendo biennio è una questione privata fra la mafia e i parenti dei morti ammazzati?
È questa, al di là delle dotte e tartufesche disquisizioni sul concorso esterno in associazione mafiosa, la domanda che non trova risposta nel dibattito (si fa per dire) seguìto alla sentenza di Cassazione su Marcello Dell’Utri e alle parole a vanvera di un sostituto pg.
O meglio, una risposta la trova: non interessa a nessuno.
A parte i soliti Di Pietro e Vendola, famigerati protagonisti della “foto di Vasto” che va cancellata o ritoccata come ai tempi di Stalin, magari col photoshop, non c’è leader politico che dica: “Voglio sapere”. Anzi, dalle dichiarazioni dei politici che danno aria alla bocca senza sapere neppure di cosa parlano, traspare un corale “non vogliamo sapere”.
Forse perché sanno bene quel che emergerebbe, a lasciar fare i magistrati che vogliono sapere: il segreto che accomuna pezzi di Prima e Seconda Repubblica, ministri e alti ufficiali bugiardi e smemorati, politici, istituzioni, apparati, forze dell’ordine, servizi di sicurezza. Quel segreto che viene violato solo quando proprio non se ne può fare a meno perché mafiosi e figli di mafiosi han cominciato a svelarlo. Quel segreto che ha garantito carriere ai depositari e ai loro complici. Già quel poco che si sa – che poi poco non è – è insopportabile per un sistema che si ostina a raccontarci la favoletta dello Stato da una parte e dell’Antistato dall’altra, l’un contro l’altro armati. La leggenda del “mai abbassare la guardia”, delle “centinaia di arresti e sequestri”, “della linea della fermezza”, del “tutti uniti contro la mafia”, mentre dietro le quinte si tresca con quella per venire a patti, avere voti, usarla come braccio armato e regolare i conti sporchi della politica, rimuovendo un ostacolo dopo l’altro: da Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, giù giù fino a Falcone e Borsellino.
Ora, nel ventennale di Capaci e via D’Amelio, prepariamoci a un surplus di retorica, nastri tagliati, cippi, busti e monumenti equestri, moniti quirinalizi, lacrime tecniche e sobrie, corone di fiori delle alte cariche dello Stato (anche del presidente del Senato indagato per concorso esterno che spiega all’Annunziata la sua teoria di giurista super partes sul concorso esterno senza neppure arrossire). Sfileranno in corteo trasversale quelli che -come da papello – han chiuso Pianosa e Asinara, svuotato il 41-bis facendo finta di stabilizzarlo come da papello, abolito i pentiti per legge, tentato di abolire pure l’ergastolo, regalato ai riciclatori mafiosi tre scudi fiscali.
Quelli che han detto “con la mafia bisogna convivere” e ci sono riusciti benissimo. Casomai interessasse a qualcuno, i disturbatori della quiete pubblica riuniti nell’Associazione vittime di via dei Georgofili, guidata da una donna eccezionale, Giovanna Maggiani Chelli, hanno appena reso noto la sentenza con cui la Corte d’assise di Firenze ha mandato all’ergastolo l’ultimo boss stragista, Francesco Tagliavia. “Una trattativa – scrivono i giudici – indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Dopo il concorso esterno, se ci fosse un po’ di giustizia, la Cassazione dovrebbe abolire anche la strage. Oppure unificare i due reati in uno solo, chiamato “schifo”.
mercoledì 18 luglio 2012
Macchine desideranti [appunti meravigliosi 2]
Tutte le civiltà, tutte le età hanno conosciuto una fine della storia – ciò non prova nulla, né è necessariamente liberatorio. Quanto agli eccessi, o ai momenti di festa, nemmeno loro sono rassicuranti. Ci sono militanti rivoluzionari che avvertono un senso di responsabilità e dicono sì agli eccessi «nel primo stadio della rivoluzione», ma c’è un secondo stadio, l’organizzazione, il funzionamento, le cose serie... Non c’è desiderio liberato in semplici momenti di festa.
Prendiamo la discussione tra Victor e Foucault, apparsa in Les Temps modernes, sui maoisti. Victor approva gli eccessi, ma per il «primo stadio». Quanto al resto, quanto alle cose concrete, Victor reclama un nuovo apparato statale, nuove norme, una giustizia popolare con tribunali, un’istanza esterna alle masse, un soggetto terzo capace di risolvere le contraddizioni tra le masse. Si ritrova sempre il vecchio schema: il distacco di una pseudo avanguardia capace di fare sintesi, di formare un partito come un embrione di apparato statale, di far emergere una classe operaia ben allevata, ben educata; e il resto è residuale, un lumpen proletariat di cui si dovrebbe sempre diffidare (la solita vecchia condanna del desiderio). Ma queste stesse distinzioni sono un modo di piegare il desiderio a vantaggio di una casta burocratica.
Foucault reagisce denunciando il soggetto terzo, affermando che se c’è giustizia popolare, essa non passa attraverso un tribunale. Egli dimostra molto bene che la distinzione «avanguardia-proletariato-plebe non proletarizzata» è innanzitutto una distinzione proposta dalla borghesia alle masse, e di cui essa si serve per soffocare i fenomeni del desiderio, per marginalizzare il desiderio. Tutta la questione sta nell’apparato statale.
Sarebbe bizzarro contare su un partito o un apparato di Stato per la liberazione dei desideri. Richiedere una giustizia migliore è come richiedere migliori giudici, migliori poliziotti, migliori padroni, una Francia più pulita ecc. E allora ci dicono: come volete unificare delle lotte settoriali senza un partito? Come far funzionare la macchina senza un apparato statale? Che la rivoluzione abbia bisogno di una macchina da guerra, è evidente, ma questa non è un apparato statale. Che essa abbia bisogno di un’istanza analitica, un’analisi dei desideri delle masse, è altrettanto certo, ma non è un apparato esterno di sintesi. Dire "liberato" non significa che il desiderio sfugge dall’impasse della fantasia individuale privata: non si tratta di adattarlo, socializzarlo, disciplinarlo, ma di innestarlo in modo tale che il suo processo non sia interrotto in un corpo sociale e che produca degli enunciati collettivi. Ciò che conta non è l’unificazione autoritaria, ma piuttosto una sorta d’infinita propagazione: i desideri nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri, negli asili nido, nelle prigioni ecc. Non si tratta di controllare, di totalizzare, ma di entrare nello stesso piano di oscillazione. Finché si oscilla tra lo spontaneismo impotente dell’anarchia e il codice burocratico e gerarchico di un’organizzazione di partito, non c’è liberazione del desiderio.
Il capitalismo è stato e rimane una formidabile macchina desiderante.
I flussi di denaro, i mezzi di produzione, la manodopera, i nuovi mercati, tutto questo costituisce un prodotto del desiderio. Basta considerare l’insieme dei casi che sono all’origine del capitalismo per vedere a che punto esso sia stato un crocevia di desideri, e come la sua infrastruttura e persino la sua economia fossero inseparabili dal fenomeno dei desideri. E anche il fascismo bisogna dire che «si è fatto carico dei desideri sociali», inclusi i desideri di repressione e di morte.
Le persone si infiammarono per Hitler, per la stupenda macchina fascista. Ma se ci domandiamo se il capitalismo ai suoi inizi è stato rivoluzionario, se la rivoluzione industriale abbia mai coinciso con una rivoluzione sociale, dobbiamo dire che non ci sembra. Il capitalismo è stato legato fin dalla nascita a una repressione selvaggia, ha avuto subito la sua organizzazione di potere e il suo apparato di Stato. Che il capitalismo abbia implicato una dissoluzione dei codici e dei poteri precedenti, questo sì. Ma aveva già costruito nelle crepe dei precedenti regimi gli ingranaggi del suo potere, compreso il suo potere di Stato. È sempre così: le cose non sono così progredite; ancora prima che una formazione sociale sia insediata, i suoi strumenti di sfruttamento e di repressione sono già lì, che girano ancora a vuoto, ma pronti a funzionare a pieno ritmo. I primi capitalisti erano come uccelli rapaci in agguato. Attendono il loro incontro con il lavoratore che scivola giù per crepe del sistema precedente. È, in ogni senso, ciò che si chiama accumulazione primaria.
In un momento della storia, la borghesia sarebbe rivoluzionaria, e lo sarebbe stata anche necessariamente, era necessario passare attraverso uno stadio del capitalismo, attraverso uno stadio della rivoluzione borghese. È un discorso stalinista, ma non serio.
Quando una formazione sociale si esaurisce e frana da tutte le parti, ogni cosa si decodifica, ogni flusso non controllato si mette a scorrere – come ad esempio la fuga dei contadini nell’Europa feudale, i fenomeni di «deterritorializzazione».
La borghesia impone un nuovo codice, economico e politico, e dunque si può credere che sia stata rivoluzionaria. Ma non è affatto così. Sulla Rivoluzione del 1789 Daniel Guérin ha detto delle cose profonde. La borghesia non ha mai avuto dubbi su quale fosse il suo vero nemico. Il suo vero nemico non era il sistema precedente, ma ciò che sfuggiva al suo controllo e che essa si dava il compito di controllare a sua volta. Essa stessa doveva la propria potenza alla caduta dell’antico sistema; ma questa potenza poteva esercitarla solo nella misura in cui considerava come nemici tutti i rivoluzionari del vecchio sistema. La borghesia non è mai stata rivoluzionaria. La rivoluzione, essa, l’ha fatta fare ad altri. Ha manipolato, arginato e represso un’enorme pulsione di desiderio popolare. Le persone sono andate a farsi uccidere a Valmy.
Da dove vengono queste pressioni, queste sollevazioni, questi entusiasmi che non si spiegano con una razionalità sociale e che sono deviate, catturate dal potere nel momento stesso in cui nascono? Non si può dar conto di una situazione rivoluzionaria con la semplice analisi degli interessi a confronto.
Nel 1903, il partito socialdemocratico russo discute di alleanze, di organizzazione del proletariato, del ruolo dell’avanguardia. All’improvviso, mentre pretende di preparare la rivoluzione, è messo in crisi dagli eventi del 1905 e deve gettarsi su un treno in corsa. Ciò che è accaduto è una cristallizzazione del desiderio a livello sociale sulla base di situazioni ancora incomprensibili. La stessa cosa è accaduta nel 1917. Anche in questo caso i politici hanno ripreso il treno in corsa, riuscendo a raggiungerlo.
Ma nessuna tendenza rivoluzionaria ha saputo o voluto assumere il bisogno di un’organizzazione di consigli, che avrebbe potuto permettere alle masse di farsi realmente carico dei loro interessi e dei loro desideri. Si sono messe in circolazione delle macchine, dette organizzazioni politiche, che funzionavano sul modello elaborato da Dimitrov al VII congresso dell’Internazionale – alternanza di fronti popolari e di concentrazioni settarie – e che giunsero ancora allo stesso risultato repressivo. Lo si è visto nel 1936, nel 1945, nel 1968.
Volutamente anche assiomatiche, queste macchine di massa si rifiutano di liberare l’energia rivoluzionaria. È, subdolamente, una politica paragonabile a quella del presidente della Repubblica o dei preti, ma con la bandiera rossa in mano. E noi pensiamo che ciò corrisponda a una certa posizione nei confronti del desiderio, a un modo profondo di considerare l’io, la persona, la famiglia. Da qui un dilemma molto semplice: o si perviene a un nuovo tipo di strutture che alla fine portano alla fusione dei desideri collettivi e dell’organizzazione rivoluzionaria, o si continua sull’onda presente e, di repressione in repressione, si arriverà a un fascismo rispetto al quale Hitler e Mussolini sembreranno uno scherzo da ragazzi.
L’organizzazione rivoluzionaria deve essere quella di una macchina da guerra e non di un apparato statale, un analizzatore del desiderio e non una sintesi esterna. In ogni sistema sociale vi sono sempre delle linee di fuga; e poi anche degli irrigidimenti per impedire queste fughe, o (il che non è la stessa cosa) degli apparati ancora embrionali che le integrano, le deviano, le arrestano, in un nuovo sistema in preparazione. Occorrerebbe analizzare le crociate da questo punto di vista. Ma rispetto a tutto questo, il capitalismo ha un carattere molto particolare: le sue linee di fuga non sono solo difficoltà che sopraggiungono, ma condizioni del suo esercizio. È costituito su una decodificazione generalizzata di tutti i flussi, flussi di ricchezza, di lavoro, di linguaggio, di arte ecc. Non ha ricostruito un codice, ha costituito uno spazio di compatibilità, un’assiomatica dei flussi decodificati, alla base della sua economia. Lega i punti di fuga e riparte in avanti.
Allarga sempre i propri limiti, e si trova sempre nella situazione di dover arginare le nuove fughe, sulla base di nuovi limiti. Non ha risolto nessuno dei suoi problemi fondamentali, non riesce nemmeno a prevedere quale sarà, nell’arco di un anno, l’aumento della massa monetaria di un paese. Non cessa di superare i suoi limiti, che riappaiono più lontano. Si mette in situazioni incredibili in rapporto alla sua produzione, alla sua vita sociale, alla sua demografia, alla sua periferia del terzo mondo, alle sue regioni interne ecc. Fughe ve ne sono ovunque, che rinascono sempre dai limiti spostati dal capitalismo. E forse la fuga rivoluzionaria (la fuga attiva, quella di cui parla Jackson quando dice: «non smetto di fuggire, ma fuggendo, cerco un’arma...») non è affatto la stessa cosa di altri tipi di fughe, la fuga schizo, la fuga tossico. Ma questo è proprio il problema dei marginali: fare in modo che le linee di fuga si innestino su un piano rivoluzionario. Nel capitalismo c’è dunque un carattere nuovo assunto dalle linee di fuga, e anche potenzialità rivoluzionarie di un nuovo tipo. Come vedete, non ci resta che sperarlo.
La schizofrenia è indissociabile dal sistema capitalistico, esso stesso concepito come una prima fuga: una malattia esclusiva. In altre società, la fuga e la marginalità assumono altri aspetti. L’individuo sociale delle società cosiddette primitive non si fa rinchiudere. La prigione e l’asilo sono nozioni recenti. Lo si caccia, lo si esilia al margine del villaggio e ne muore, a meno che non si integri nel villaggio vicino. Ogni sistema ha del resto la sua malattia particolare: l’isteria delle società cosiddette primitive, le manie depressivo-paranoiche nel grande Impero...
L’economia capitalista procede attraverso decodificazioni e deterritorializzazioni: ha i suoi malati estremi, cioè gli schizofrenici che si decodificano e deterritorializzano al limite, ma anche le sue estreme conseguenze, le rivoluzioni.
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