venerdì 19 luglio 2013

Anestesia totale delusione


E quindi mi dicevi che hai provato l'esperienza dell'anestesia totale.
Sì sì.
Pure tuo cugino tutto che voleva sapere, eh?
Sì sì.
E allora? Com'è? Uno sballo?
Ecco, a dire il vero io mica la capisco st'eccitazione per l'anestesia totale. Sì, la curiosità, sì. Ma che c'è da essere eccitati? Non è mica uno scherzo. Anzi, è un'operazione piuttosto delicata.
Di sicuro non c'è quella specie di maschera che si vede nei film. Quella cosa collegata a un tubo che ti azzeccano sulla bocca.
Una volta steso e immobilizzato sul lettino operatorio, l'anestesista comincia a inniettarti del medicinale nel braccio. Dopo un po' ti chiede come va. Poi continua a iniettare. Torna e ti chiede se ti gira la testa. Tu dici: Un poco. Lui prosegue a iniettare e poi bum, il black out totale.
Non è quel cadere graduale tra le braccia di Morfeo del sonno naturale. E' proprio un salto senza coscienza nel nero assoluto.
Non ho ricordi, senzazioni, sogni...cioè nei film a volte fa vedere che ti sdoppi e ti vedi dall'alto lì steso mentre ti operano.
Io, niente.
Mi sono svegliato direttamente dopo circa sei ore. Con un dolore terribile all'occhio sinistro, con mia sorella e mia madre che mi passavano del ghiaccio sulla parte operata (per ridurre il gonfiore).
Ah, mi sono svegliato pure con un catetere e una specie di pompetta attaccata sul fianco contentente morfina.
Ecco, pure sulla morfina non ho niente di bello da dire.
C'era, non mi ha fatto sentire dolore e tanto mi basta.


Alla prossima
il vostro convalescente

lunedì 8 luglio 2013

I terrificanti terrifici saluti divini


Invece di darti da fare, sei lì a perdere tempo.
Sì, ma perché dovrei darmi da fare? Cioè non sarebbe più logico toglierselo il da fare che darselo? Poi che significa perdere tempo? Seguendo quale parametro giudichi il tempo perso? Io credo che in generale sia impossibile perdere il tempo perché non puoi perdere qualcosa che non conosci e che non ti appartiene, ma anche lasciano perdere queste sottilette che tu testa di cazzo non capisci, posso dire che io non perdo tempo. Quando sto lì, fermo, immobile, che non faccio niente, in realtà sto pensando.
Comunque leggi qua, che ne pensi?
Benedetto sia HaShem, poiché ha udito la voce delle mie suppliche. HaShem è la mia forza e il mio scudo. In lui ha confidato il mio cuore, E sono stato aiutato, così che il mio cuore esulta, E lo loderò col mio canto. (Salmo 28:6-7)
Chi è HaShem? Non lo so. Cioè io conosco Marta e la chiamo 'a scem', ma questa è una grafia diversa e quindi credo sia un'altra persona.
Forse è Dio? Forse.
Ma sì, dai. Chi altro ascolta le suppliche?
Le suppliche le ascoltano anche quelli di equitalia e affini; sapessi quanti supplicanti ci stanno a determinati sportelli.
Secondo me la vera differenza sarebbe quella di esaudirle le suppliche; questa sì che sarebbe da Dio!
Se fossi Dio, però, non accontenrei mai chi mi dovesse supplicare.
Se fossi Dio, sarei onnipotente e onnisciente e saprei da me chi povero cristo aiutare, saprei distinguere da solo chi è che meriterebbe il mio aiuto divino.
I rompicoglioni e le loro suppliche li accontenterei a metà. Nel senso che li farei arrivare lì lì con l'aiuto, ecco la meta, l'agognato traguardo e mollarli lì...che goduria sarebbe.
Quelli che cantano poi...ma cazzo...a Dio piace il rock, la musica classica...quelle lagne noiose petulanti ripetitive cantate da vecchi balordi...maddechè? A voi piacerebbe essere importunati così? Ecco, nemmeno a Dio.
Lasciando da parte le cose serie, passiamo a qualcosa di più leggero.
Giovedì mi opero. Bò, non so quando ci rivedremo su quesi monitor.
Vi lascio i saluti e statemi bene, voi che potete.
E, caro Dio, fatti i cazzi tuoi.
Non ti prego, non ti imploro, non mi pensare.
Aiuta qualcuno più bisognoso di me.

sabato 6 luglio 2013

Cazzate & Divani ovvero gli indiani metropolitani del III millennio (sticazzi edition)


Buonasera.
Avete presente quei tipi che fanno un casino del diavolo su facebook? quei tipi che fanno solo l'inutile corteo? quei tipi che fanno gli eroi da tastiera? quei tipi che sbraitano e si lamentano su internet? quei tipi che quando poi si tratta di "fare" di "rompersi il culo" spariscono?
Bene, parlerò proprio di tipi così.
Mettiamo una città del sud Italia. Una cittadina costiera.
Prendiamo una storica spiaggia libera di questa città.
Una spiaggia mai curata perché non c'è amore né nelle persone né in quei fottuti camorristi amministratori della cittadina.
Poniamo che crolli un costone e che la spiaggia venga chiusa.
Mettiamo i soliti ritardi, i soliti imbrogli.
Diciamo pure che si forma un gruppo su facebook di circa 300 persone. Questo gruppo è molto battagliero. Post infuocati, link da paura, proteste, urla, insulti, rivendicazioni.
Questo gruppo fa un corteo, per dire Giù le mani dalla spiaggia...fanno pure una stronzissima foto che mettono nella stronzissima copertina nella pagina facebook del gruppo.
Orbene.
Da una settimana-dieci giorni, Legambiente ha promosso un'iniziativa per pulire la spiaggia.
Si trattava di andare stamattina, come volontari, a farsi il culo con pale rastrelli setacci buste e ripulire l'arenile e la zona circostante.
Io non faccio parte del gruppo di guerriglieri virtuali, ma un amico di Legambiente mi ha segnalato l'iniziativa e sono andato. Come faccio da quando avevo 14 anni.
Io scendo in strada e fatico, ho molto a cuore soprattutto quando si tratta di pulire perché mi piace l'ambiente pulito e so che i miei compaesani sono una manica di zozzoni di merda.
Sapete in quanti sono venuti dei 296 eroi del web stamattina a farsi il culo e a pulire sotto un sole cocente? Uno. UNO. 1. Uno su 296.
Questi sono gli indiani metropolitani dei nostri tempi: soliti borghesucci del cazzo che parlano parlano e poi si stendono sui loro bei divani imbottiti a non fare una minchia.
Per questo ho scritto il post, per dire a tutti quelli del gruppo facebook: ANDATE A CACARE.

giovedì 4 luglio 2013

Stamattina a Napoli


Stamattina a Napoli sono giunti tantissimi pullman turistici provenienti principalmente, come ho avuto modo di appurare, dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Basilicata.
Veder sciamare per le strade e le piazze di Partenope quella folla variopinta, disordinata, gioiosa e schiamazzante; udire quei dialetti meridionali mischiarsi con la lingua napoletana; osservare quel tripudio di genti del mezzogiorno incontrarsi, confabulare, gridare, gesticolare…è stata un’emozione unica.
Sono stato a un passo dal gridare VIVA LA PADANIA!

mercoledì 3 luglio 2013

Wittgenstein e Mahler


Se è vero, come credo, che la musica di Mahler non vale niente, allora la domanda che a mio avviso si pone è che cosa avrebbe dovuto fare Mahler con il suo talento. Infatti è del tutto ovvio che per comporre questa cattiva musica occorrevano certamente una serie di talenti assai rari. Avrebbe dovuto, ad esempio, scrivere le sue sinfonie e bruciarle? Oppure avrebbe dovuto usarsi violenza, e non scriverle? Avrebbe dovuto comporle e riconoscerle prive di valore? Ma come avrebbe potuto riconoscerlo? Io lo faccio perché posso confrontare la sua musica con quella dei grandi compositori. Mahler però non poteva; l’autore, infatti, può certo diffidare del valore dei suoi prodotti, proprio perché si accorge di non avere, per così dire, la natura degli altri grandi compositori, - ma non per questo ammetterà che essi sono privi di qualsiasi valore; infatti potrà sempre dire a se stesso di essere, sì, diverso dagli altri (che però ammira), ma perché il suo valore è di un altro genere. Forse si potrebbe dire: se nessuno fra coloro che ammiri è come te, allora credi al tuo valore soltanto perché si tratta di te. – Persino colui che lotta contro la vanità, ma senza ottenere pieno successo, si ingannerà sempre sul valore del suo prodotto.
Sembra però che la cosa più pericolosa di tutte sia mettere in qualche modo il proprio lavoro nella condizione per cui esso viene confrontato con le grandi opere del passato, prima da noi stessi, poi dagli altri. A un confronto simile non si dovrebbe nemmeno pensare. Perché se le circostanze odierne sono davvero così diverse da quelle del passato che un confronto secondo il genere fra la propria opera e quelle del passato non è possibile, allora non è possibile neanche il raffronto fra i rispettivi valori. Io stesso commetto continuamente l’errore di cui sto parlando.

lunedì 1 luglio 2013

3.800 € per salvare i Quaderni della Fondazione Guevara

Ieri mattina ho comprato il manifesto e in prima pagina c'era questo appello di Roberto Massari a cui rispondo prontamente stamattina con una piccola donazione e con la pubblicazione dell'appello sul mio blog.
Massari è un editore che fa davvero cultura e che pubblica libri veramente interessanti.
Consiglio a tutti di farsi un giro sul suo sito.
Io, per ora, ho acquistato i due voll. di Ernest Mandel Trattato marxista di economia. Sarei contento se almeno uno che passa di qui, aderisse all'appello.
Grazie in anticipo.

Dopo 8 voll. in 15 anni, rischia di chiudere un prezioso strumento per gli studiosi del Che nel mondo, perché lo scorso ottobre (14° Convegno annuale tenutosi in Sardegna) nessuno ha mantenuto l’impegno a rimborsare le spese: Lanusei (300 €), Nuoro (Associazione Enrico Berlinguer: 1.000 €), il Comune di Pabillonis (sindaco A. Garau, vicesindaco R. Frau: 2.500 €). NIENTE.
Per i tre ospiti dall’estero (Cuba, Polonia, Usa) e il resto ho anticipato le spese, fidando nelle promesse delle tre città sarde (come avevo fatto altrove, per 13 anni, senza mai pentirmene).
Il colpo è duro (anche in senso etico) e ormai distruttivo perché negli anni avevo già “anticipato” varie migliaia di euro alla Fondazione.
Per continuare con i Quaderni ci vuole ora un moto di solidarietà… grande e bello.

Roberto Massari che.guevara@enjoy.it
Per scrivere a Roberto Massari: C. P. 89 – 01023 Bolsena
Versamenti per Massari ed. : Iban IT84 E 08730 72910 000.000.0 70064
Ccp 25627043
per Roberto Massari: Postepay 4023 6005 7560 2554
PayPal: massarieditore@gmail.com

domenica 30 giugno 2013

Appunti su Hemingway (6)

(riassunti da uno scritto di Fernanda Pivano)

XI.

Questi e altri critici molto severi non hanno considerato la situazione in cui era stato messo Hemingway dall’assedio degli intellettuali impegnati che in quegli anni esigevano da tutti una presa di posizione politica. Hemingway si interessava molto più alla sofferenza umana che alle teorie sociali e aderiva ai problemi pubblici solo quando qualcosa lo commuoveva: la politica in sé lo annoiava profondamente. Credeva nella libertà e nella giustizia, riteneva che la burocrazia governativa non potesse fornire né l’una né l’altra e se To Have and Have Not era apparentemente basato sull’ingiustizia economica e sul bisogno di solidarietà, in realtà il vero interesse di Hemingway era concentrato nel ritratto del protagonista Harry Morgan, eroe senza macchia e senza paura, temerario fino all’eroismo, superman nella sua barca e nel suo letto nuziale e insieme melanconico per il suo declino, in una tipica associazione cara a Hemingway. Questo personaggio che, con o senza impegno politico e sociale, resta una delle più disperate immagini del declino umano esplode più nei gesti che nelle parole, spesso vagamente demagogiche; e l’intento sociale del libro, se c’è, è soprattutto espresso nel titolo Avere e non avere, che segna lo scarto tra i ricchi che “hanno” e i poveri che “non hanno”.
I ricchi che “hanno” sono come sempre nell’immaginazione di Hemingway inetti e viziozi, tormentati da problemi sessuali: qui la coppia Tommy e Helène Bradley, ricalcata così da vicino su quella di Grant e Jane Mason da preoccupare l’ufficio legale dell’editore mostra un marito impotente e una moglie ninfomane, col marito che sta a guardare da uno spiraglio della porta mentre la moglie ha un rapporto con altri. Il rapporto descritto nel libro è quello con lo scrittore Richard Gordon (una malevole caricatura di John Dos Passos), di cui viene messa in dubbio la capacità sessuale e che viene abbandonato dalla moglie Helen (è curioso che le due protagoniste “ricche” del libro si chiamino Helen e Helène, che è anche il nome dato da Hemingway all’alter ego di Pauline in The Snows of Kilimanjaro). Le mogli “ricche” del libro sono tutte moralmente discutibili e la loro bramosia sessuale culmina nel personaggio di Dorothy Hollis, moglie di un regista di Hollywood, che una notte mentre il marito russa nel letto esce sul ponte come un personaggio di Sherwood Anderson e quando rientra in cabina si masturba a lungo davanti allo specchio. L’unica donna virtuosa del libro è Marie, la moglie di Harry Morgan, vecchia e grassa, coi capelli tinti per far piacere al marito, innamorata di lui anche sessualmente, disperata alla sua morte, “atterrita dalla luce” quando esce dall’ospedale e abbandonata in un lungo monologo quando siede al tavolo della sala da pranzo; un monologo confrontato da molti con quello di Molly Bloom dalle pagine famose di Joyce e considerato l’epitaffio di Harry Morgan.

XII.

Sono le emozioni a guidare come un filo conduttore tutte le pagine hemingwayane; magari, come lui diceva, non tanto descritte quanto frugate per cercare la causa, ma sempre palpitanti di passione e di dolore, sempre represse nello under statement che fu la sua grande invenzione e che cambiò modo di scrivere in gran parte della letteratura occidentale.
Superato il momento di crisi contenutistica durato qualche anno sotto l’impatto della “narrativa proletaria” questo modo di scrivere tornò ad affascinare migliaia di giovani che cercarono inutilmente di imitarlo, facendo risaltare anche meglio lo splendore dei suoi dialoghi stellanti, la purezza di pagine incontaminate da facili aggettivi, la disperazione per la tragedia di un mondo dilaniato dal conflitto tra la bellezza della realtà naturale e la inesorabile caducità della condizione umana.
È stato uno scrittore tragico, un inimitabile cantore del rapporto tra uomo e donna e della sua disintegrazione in un destino senza via d’uscita. Che gli amanti si chiamassero Brett e Jake o Catherine e Frederik o Harry e Marie non cambiava il loro destino che restava senza speranza davanti allo spettro della morte, eterna protagonista di tutti i suoi libri.
L’unica speranza, l’unico spiraglio che permetta di vivere almeno con dignità il breve periodo concesso dal destino prima della fine è l’integrità, che per Hemingway vuol dire coraggio, vuol dire dignità, vuol dire onestà: vuol dire quella “grace under pressure” che lo ha guidato tutta la vita fino all’alba segreta in cui silenziosamente, discretamente, umilmente si dichiarò sconfitto e si tolse la vita.

sabato 29 giugno 2013

Appunti su Hemingway (5)

(riassunti da uno scritto di Fernanda Pivano)

IX.

Sul seme gettato da Hicks e stimolato dalla Guerra Civile spagnola Hemingway riesaminò la situazione letteraria degli Anni Trenta, un decennio che da un lato produsse la letteratura rosa dell’ottimismo rooseveltiano e la narrativa sentimentaleggiante per esempio di William Saroyan (affermatosi nel 1934 con The Daring Young Man on the Flying Trapeze) e dall’altro produsse libri di denuncia che vennero poi definiti “romanzi della Depressione” o “narrativa proletaria” (alla quale avevano aperto la via i ritratti o stereotipi di Sinclair Lewis e H.L. Mencken) e un movimento di analisi economica e sociologica dal quale nacquero per esempio i romanzi ambientati fra gli Irlandesi di Chicago di James T. Farrell, affacciatosi alla scena letteraria con The Young Lonegan (1932), il primo volume della famosa trilogia Studs Lonegan. Tra i primi ad affermarsi nella narrativa di denuncia, o proletaria, o della Depressione, fu Erskine Caldwell con The Tobacco Road (1932), presto seguito da John Steinbeck con The Battle (1936) in una presa di posizione che culminò con The Grapes of Wrath (1939). In questa ondata di protesta si affacciarono Nelson Agren (che Hemingway ammirava enormemente) con Somebody in Boots (1935) e John Dos Passos con The Big Money (1936).
In questo periodo l’immagine pubblica di Hemingway subì gli attacchi anche violenti della Sinistra letteraria che lo accusò di individualismo e di indifferenza per “il destino degli uomini oppressi”. Il suo senso di colpa causato dalla fortuna economica della moglie Pauline e del suo famoso Uncle Gus (che nel dicembre 1935 propose di costruire un’arena per le corride a Cuba finanziandola con 800.000 dollari) cominciò a rivelarsi nel racconto The Snows of Kilimanjaro (1936) dove il protagonista Harry, probabilmente autobiografico, rimprovera o aggredisce con sarcasmi crudeli la moglie Helen accusandola di esercitare un’influenza corrotta col suo denaro; ma già nel 1933 Hemingway aveva cominciato a lavorare a un racconto che rivelava interesse per la lotta di classe. Il racconto, ambientato a Key West e presentato come una storia di contrabbando, uscì nell’aprile 1934 su “Cosmopolitan” e fu pagato 5.500 dollari, una cifra allora enorme. Era One Trip Across, al quale seguì la seconda parte col titolo The Tradesman’s Return che usci su “Esquire” nel febbraio 1936. Nel luglio 1936 quando iniziò la Guerra Civile spagnola Hemingway tentò di fonderli con una terza parte più lunga che in realtà aveva pochi elementi in comune con le altre due.
Hemingway volle sempre che la raccolta di questi tre racconti venisse considerata un romanzo, l’unico che pubblicò negli Anni Trenta e l’unico ambientato in America; eppure la Key West e la Cuba che Hemingway conosceva così bene per averci vissuto a lungo sembrano, nelle pagine di questo libro, meno sincere degli ambienti spagnoli e italiani dei libri che gli diedero la fama. Anche il tema sociopolitico del libro non sembra congeniale a Hemingway, che pure stava impegnandosi nella Guerra Civile spagnola dalla quale sarebbe nato For Whom the Bell Tolls, libero da populismi e demagogie ma ricco delle passioni e delle visioni tragiche che hanno costituito la base dell’ispirazione hemingwayana.

X.

Il libro diventò un best-seller e introdusse, nel descrivere i temi della disgrazia, una certa brutalità che ispirò Raymond Chandler, considerato da alcuni un suo “allievo”, in The Big Sleep (1939); e sull’onda della nuova popolarità raggiunta ora come scrittore “sociale” vagamente intonato alla moda del tempo, la rivista “Time” nell’autunno 1937 gli dedicò una copertina accompagnata da un articolo che però denunciava il suo stile come “datato”.
Ancora una volta le recensioni non furono concordi. Louis Kronenberger definì il libro “confuso” o “transizionale” pur ammettendo la magistrale realizzazione del personaggio di Morgan, il contrabbandiere protagonista; Donald Adams disse che il libro era nettamente inferiore a A Farewell to Arms; Bernard De Voto disse che “le affermazioni sociali sono così ingenue, frammentarie e casuali che non possono venir presentate come una critica dell’ordine stabilito”; Delmore Schwartz lo liquidò come “un libro stupido, una disgrazia per un bravo scrittore, un’opera che non avrebbe mai dovuto essere pubblicata”; Edmund Wilson, due anni dopo, fece notare con disapprovazione che “la Sinistra accolse questa narrazione pochissimo credibile come l’espressione di una nuova rivelazione”.
A sostenere il vecchio amico fu ancora una volta Malcolm Cowley. Cowley ammise che il romanzo mancava di “unità”, era difettoso nell’intreccio e nella descrizione dei personaggi fino a definirlo “il libro più debole di Hemingway eccetto forse Green Hills of Africa”, ma affermò anche che conteneva “alcune delle migliori pagine” mai scritte da Hemingway: “ci sono scene che sono realizzazioni tecniche superbe e altre scene che lo conducono in nuovi registri di emozioni”. Cowley insisté dicendo che le parole di Harry Morgan si potevano considerare “una traduzione libera di Marx e Engels” e dell’invocazione: “Lavoratori di tutto il mondo unitevi, non avete niente da perdere”. Risentito per l’animosità ancora una volta rivelata dai critici, Cowley concluse: “Le iene letterarie hanno detto che Hemingway era finito, ma il loro naso le ha tradite facendo sentire loro della fine dove l’odore non esisteva. A giudicare questo libro, direi che Hemingway sta solo cominciando una nuova carriera”.
Anche Alfred Kazin lodò il libro definendo Hemingway un vero artista che si era “aperto la via per uscire dal culto di un noioso disfattismo”. Cyril Connolly trovò il romanzo “moralmente odioso” ma non abiurò alla sua ammirazione per Hemingway e predisse che era “la persona capace di scrivere un grande libro sulla Guerra di Spagna”. Uno dei commenti che rivelò maggior comprensione delle intenzioni di Hemingway è forse quello di Philip Rahv quando affermò che “il tema favorito della sopportazione umana e del valore di fronte all’annientamento fisico” era ora “realizzato sulla scena degli avvenimenti mondiali”. Il colpo di grazia al libro lo diede William Faulkner quando ne ricavò una sceneggiatura poi interpretata da Humphrey Bogart e Lauren Bacall: nel film non restò niente né di Faulkner né di Hemingway ma la pubblicità si servì con profitto dell’unione dei due eroi e competitori letterari del tempo.

venerdì 28 giugno 2013

Appunti su Hemingway (4)

(riassunti da uno scritto di Fernanda Pivano)

VII.

Quando uscì Death in the Afternoon (tre anni dopo, nel 1932), il libro più legato alla saggistica e alle memorie che alla narrativa, Hemingway si ricordò della critica di Huxley e lo attaccò a sua volta a proposito del Cristo di Mantegna. È parso ad alcuni che il libro sia appesantito da affermazioni teoriche e frecciate contro gli altri scrittori: John Dos Passos gli suggerì di operare dei tagli ma purtroppo Hemingway non eliminò i riferimenti sarcastici per esempio a Faulkner, a Virginia Woolf e ad Aldous Huxley che lo avevano attaccato e neanche quelli a Maupassant, Cocteau, Gide, Wilde, perfino Withman colpevoli di una omosessualità che Hemingway ha sempre aborrito.
A parte queste stonature il libro è quasi un testamento letterario e contiene, per esempio nel capitolo sedicesimo, gran parte delle idee che fecero da base ai biografi e ai critici più famosi: l’idea delle omissioni, l’idea dell’iceberg che sporge dall’acqua soltanto per un ottavo della sua mole, l’idea che si deve scrivere di cose semplici, l’idea che lo scrittore deve creare gente viva e non personaggi, l’idea che la prosa è architettura e non arredamento, l’idea della differenza tra la descrizione giornalistica di una emozione e la scoperta dei fatti che hanno prodotto l’emozione (idea, questa, presentata nelle prime pagine del libro come una specie di introduzione).
Accanto a queste rivelazioni delle sue esperienze letterarie Hemingway svolge in un “crescendo” i temi del libro, (specialmente quello fondamentale che “la corrida non è uno sport ma un rito tragico”) fino a renderlo in parte didascalico ma subito immergendolo nella poesia con la descrizione della vera azione che si svolge nell’arena e che riduce il personaggio della “Vecchia Signora” (introdotto nel capitolo settimo e conservato fino al sedicesimo) quasi a un trucco per rendere accattivante questa specie di trattato. Per mesi studiò il capitolo conclusivo, opera di poesia con una decina di pagine completamente estranee alla tauromachia, intrise di flash-backs che preannunciano quelli del racconto famoso The Snows of Kilimanjaro. Di quelle splendide pagine però non fu mai soddisfatto; diceva: “Se fossi riuscito a fare un vero libro ci sarebbe stato dentro tutto”.
Ma il libro in generale fu accolto male dai critici, che attaccarono Hemingway per il suo atteggiamento fanfarone, che misurava gli uomini dal loro machismo e che pontificava sugli altri scrittori. H.L. Mencken scrisse che “spesso il libro scade in una meschinità rozza e irritante”; Robert Coates definì Hemingway un romantico “nella sua incapacità di accettare l’idea della morte come fine e completamento della vita”.
La stroncatura più famosa fu quella di Max Eastman del giugno 1933 intitolata Bull in the Afternoon, dove l’amico di giovinezza che aveva frequentato Hemingway durante il convegno di Genova del 1922 attaccò violentemente l’autore accusandolo di “posare” e di aver descritto gli aspetti brutali e ignobili della corrida, in cui “gli uomini tormentano e uccidono un toro”. A indignare Hemingway fu la ritorsione che Eastman fece di una frase in Death in the Afternoon a proposito di Sànchez Mejìas: “Era come se mettesse continuamente in mostra la quantità di peli che aveva sul petto”: Eastman la usò contro Hemingway dicendo che aveva raggiunto “uno stile letterario, per così dire, che portava falsi peli sul petto”.
Questa storia dei “peli sul petto” diventò un caso letterario: Hemingway si infuriò, Archibald MacLeish lo aizzò insinuando che Eastman aveva attaccato la sua capacità sessuale mostrandolo come impotente o omosessuale; e quattro anni dopo, nell’agosto 1937, avvenne la storica zuffa tra i due antichi amici narrata da Maxwell Perkins in una lettera a Fitzgerald. Tutti i giornali d’America ne parlarono ma nessuno accennò alle vere intenzioni di Eastman e alla sua affermazione che Hemingway “è uno dei giovani poeti più sensibili e acuti ma anche uno dei più appassionatamente intolleranti”.
La vera accusa di Eastman, e probabilmente quella che suscitò il risentimento di Hemingway, sembra l’affermazione che “Death in the Afternoon appartiene alle confessioni di orrore che sono la vera poesia di questa generazione”. Un orrore sottolineato dal fatto che chiamare la corrida una tragedia “è soltanto una sciocchezza romantica”, perché “non è tragico morire in una trappola”, “non è tragico fare trucchi crudeli a una bella creatura stupida e pugnalarla quando ha perso le forze”. Tutto questo, dice Eastman, “è un’uccisione resa più crudele, una morte resa più ignobile, uno spargimento di sangue semplicemente più disgustoso del necessario”.
È facile capire le ragioni del furore di Hemingway, certo alimentato dal finale dell’articolo che dice: “Lo abbiamo cacciato nel nostro posso di massacro e gli abbiamo detto di essere coraggioso di fronte all’uccisione. E ci aspettavamo che ne sarebbe uscito piangendo e tremando. Be’, invece ne uscì urlando per il sangue, gridando ai cieli la gioia di uccidere, l’estasi religiosa dell’uccidere: e più di tutto patetico, più di tutto pietoso, l’uccidere come protesta contro la morte”.
Quest’ultima denuncia di Eastman, di gusto quasi psicoanalitico, era molto sottile. Hemingway è sempre stato ossessionato dalla morte dal lontano giorno che venne drammaticamente ferito a Fossalta.

VIII.

La morte violenta, il sangue, sembrano protagonisti di The Green Hills of Africa, uscito tre anni dopo Death in the Afternoon. Anche se la quantità di riflessioni autobiografiche, l’inflazione della sua “persona” e la quantità di giudizi letterari quasi bloccano il libro, è chiaro che questa specie di macello che è la caccia grossa intricava Hemingway da molto tempo. Nell’autunno del 1930 scrisse a Maxwell Perkins dallo Wyoming che nonostante avesse ucciso molta selvaggina in qualche giorno di caccia continuava a sognare un safari in Africa; e Carlos Baker da minuzioso biografo ha affermato che l’interesse per l’Africa probabilmente nacque in Hemingway recensendo il libro del Premio Goncourt René Maràn che denunciava, da nero, la politica coloniale francese in Africa.
Hemingway parlò spesso della caccia, cercò di spiegare che molte volte puntava il fucile e quando era sicuro che avrebbe raggiunto la preda non sparava; come si legge più volte in Green Hills of Africa e come si legge in The Bear di Faulkner, dove il ragazzo di fronte all’orso non spara per non far finire il piacere della caccia.
Il sogno di Hemingway era di descrivere “con precisione e verità” il mondo dell’Africa e il mondo della caccia. Nella prefazione a Green Hills of Africa il curatore della prima edizione ha detto: “Ha tentato di scrivere un libro assolutamente sincero per vedere se l’aspetto di un paese e i gesti di un mese di azione possono competere con un’opera dell’immaginazione”. Questa idea di scrivere “dicendo la verità” ispirava Hemingway fin dalla prima giovinezza, quando imparò a intrecciare “la verità” con l’invenzione; e in questo libro la realizzò fino in fondo evitando qualsiasi invenzione.
Ma il romanzo è meno nitido di quelli precedenti, perché la vita domestica nel safari era un po’ fuori dalla sua vena: la sua vera abilità consisteva nel ritrarre amori romantici e tragici. In questo libro di tragico c’è solo l’eccidio di animali indifesi e alcuni recensori pensarono che l’apparente ossessione di Hemingway degli sports sanguinosi e soprattutto della guerra non costituiva tema altrettanto valido delle sue inventate storie d’amore.
Bernard De Voto rilevò gli attacchi di Hemingway ai critici letterari e, forse ispirato da risentimento in quanto critico letterario, disse che il libro era noioso e gli dispiaceva questa nuova esperienza di essere annoiato da Hemingway. Carl Van Doren gli perdonò l’esibizionismo machista grazie alla bella prosa e disse: “È un artista maturo che mostra la sua arte in una prosa capace di cantare come poesia senza mai cessare di essere prosa, facile, intricata e magica”. Edmund Wilson denunciò gli effetti della pubblicità sulla prosa del vecchio amico, chiedendosi se Hemingway non fosse rimasto imprigionato dal suo mito. “Forse” disse “sta cominciando a essere ingannato dalla leggenda cheè stata creata intorno a lui dalla pubblicità americana e che, come ha rilevato Kashkeen, ha poco a che fare con ciò che effettivamente si trova nelle sue storie”. È in questo articolo che Wilson, alludendo a Hemingway come protagonista del libro, ha fatto il famoso commento: “Fra tutte le sue creazioni è certamente il personaggio disegnato peggio”.
Il severissimo giudizio di Wilson gettò Hemingway in una grave depressione, anche perché Wilson aveva detto nella recensione che “l’unica cosa che impariamo sugli animali è che Hemingway vuole ucciderli”. A ridare una spinta alla sua ispirazione fu Granville Hicks, che dopo aver affermato sulla rivista comunista “New Masses”: “Ho sempre pensato che Hemingway fosse indubbiamente lo scrittore più chiaro e più forte non rivoluzionario della sua generazione” disse di essere deluso perché Hemingway si occupava di argomenti noiosi e poco importanti e si rifiutava di “guardare in faccia la scena americana contemporanea”.