lunedì 12 novembre 2012

Metto un foglio alla parete


Ho preso degli enormi fogli di carta da pacco di un colore marroncino chiaro. Li ho tagliati in due parti e sono ancora enormi. A cosa mi servono? A tracciare dei segni a mano libera, a entrare in armonia con me stesso, a ripercorrere gli atteggiamenti che in età prescolare costituivano il mio rapporto con il disegno: un disegno che si configurava come privo di qualsiasi contenuto estetico o finalità e, allo stesso tempo, teso verso l’atto istintivo del tracciare segni come espressione emotiva.
Quello che mi interessa è attuare una pura forza comportamentale attraverso la quale esprimere – per mezzo del segno tracciato – uno sfogo, un bisogno, una conquista… intendo riappropriarmi di quell’atteggiamento libero e disinibito, far rivivere la semplice possibilità espressiva di tracciati fatti senza pensieri.
Ovviamente il foglio si può piazzare dove si vuole: sul cavalletto, per terra, su un tavolo…io l’ho attaccato alla parete con dello scotch di carta e lì traccio dei segni armonici, disarmonici, forti, violenti, leggeri e impalpabili con un unico obiettivo: divertimento e riconciliazione col disegno.
Bene, vado a tracciare liberamente e vi lascio con questo simpatuicissimo aneddoto.
Uno studioso del primo Novecento che si occupava dei disegni di bambini in età prescolare così raccontava.
Un padre, rientrato a casa, trova la figlioletta intenta a disegnare sul tavolo di cucina. Compiaciuto, si avvicina all’opera così composta: alla sinistra del foglio, ordinatamente rappresentata, la figura di un soldato ornato di cappello, mantello e spada; sulla destra una bellissima figura femminile dai capelli lunghi ricadenti su un ricco vestito che le arriva ai piedi.
Il padre chiede alla figlia chi sia mai quella donna così bella. “La mamma!” risponde sorridente la figlia.
“E il soldato?” le chiede il padre.
“L’uomo che viene quando tu non ci sei!”.

domenica 11 novembre 2012

I consigli di Travaglio a Grillo che condivido in pieno

Giacché ho pubblicato il dodecalogo di Beppe Grillo che ci aiutava a chiarire alcuni punti del Movimento 5 Stelle pensiero, stasera posto i dieci consigli (non richiesti per la verità) di Marco Travaglio a Beppe Grillo.

Beppe, sorridi di più, cazzo. Lo so che in questo momento non c’è molto da ridere sotto nessun punto di vista, ma i musi lunghi e i denti digrignanti lasciali ai politici, che del resto ne hanno ben donde.
Beppe, sei troppo aggressivo. Un’esagerata aggressività mette ansia e non è per niente rassicurante. Nei casi di Giovanni Favia e Federica Salsi, un abbraccio pubblico sarebbe stato la scelta migliore; magari con una spiegazione delle critiche ai loro comportamenti.
Capitolo insulti. Molti di quelli che lanci alla casta e ai giornalisti leccapiedi sono sacrosanti. Ma ora la casta è morente e anche i giornalai prezzolati si sentono poco bene: il dispetto più feroce, d’ora in poi, è d’ignorarli.
Per quanto riguarda i rapporti con la stampa non fare come i politicanti che attaccano i giornalisti che li criticano. Molto meglio sarebbe confutare le critiche nel merito.
La tv fa schifo, è in mano a quelle chiaviche dei partiti e i talk show fanno cacare, ma vietare sempre e comunque a candidati ed eletti in tv è un errore. La libera stampa, quando è libera e rappresenta i cittadini, ha diritto di fare domande e obiezioni, e il candidato e l’eletto hanno il dovere di rispondere.
Il web è importante e tu lo stai utilizzando la meglio, ma molti italiani, per i più svariati motivi, internet o non ce l’hanno o non lo frequentano. Leggono i giornali, ascoltano la radio, soprattutto guardano la tv. Chi fa politica non può ignorarli, anche perché sono il grosso degli ASTENUTI.
Quelli che dicono che il M5S non ha un programma dicono una cazzata, il programma c’è eccome. È certamente un programma ancora in fieri in cui mancano spesso le spiegazioni sul “come” e sul “con quali soldi”. Mancano voci come la lotta alla criminalità economica, prima causa della crescita zero in Italia; lotta alla criminalità organizzata, seconda causa; riforma della giustizia per farla funzionare di più e meglio. Tanti magistrati e giuristi potrebbero dare consigli interessanti per rimpolpare il programma.
Per quanto riguarda il “referendum sull’euro” siamo un po’ nella nebbia. Come si vive con l’euro lo sappiamo, come si vivrebbe tornando alla lira (che poi figurati se sarà mai possibile) non lo sa nessuno. I salti nel buio sono controproducenti, perché spaventano gli elettori. Urge spiegazione, possibilmente convincente.
Per quanto riguarda i candidati del M5S è bella tutta questa gioventù piena di idee e di entusiasmo, ma mentre in Parlamento tutto ciò è un vantaggio al governo è un handicap. Lì ci vuole gente esperta e competente: indicare al più presto i nomi di chi, in caso di vittoria elettorale, sarebbero il premier e i ministri.
Ultimo consiglio. Di’ a Gianroberto Casaleggio de tajarsi i capelli, così nun se po’ guardà!

(madonna santissima...)

venerdì 9 novembre 2012

...e come facciamo? come fecero gli antichi...e come fecero gli antichi? ma che ne so io...


Dopo Cotto e mangiato della Parodi sogno una trasmissione condotta da Christian De Sica Sazio e cacato.
A volte mi sembra d’avere il mal d’Africa anche se non sono mai stato in Africa.
A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l’Umanità nel vuoto?
La distinzione maschile-femminile negli scacchi non ha senso. Non è mica la boxe.
Vorrei fare una domanda alla Lega Nord: ma non vi vergognate di avere tra voi uno come Borghezio? Poi una domanda più importante agli elettori che lo votano: ma non vi vergognate manco un po’ a dare il voto a gente simile?
Nel Pd non sono d’accordo manco sulla passera.
Mentre stavo in auto Virgin Radio ha passato proprio una bella canzone: Someone else's bed delle Hole. Andate e ascoltate.
Ho cominciato l’ennesima collana di filosofia con Repubblica. Due euro e 50 si può fare. Il primo numero è dedicato all’araba fenice per eccellenza e cioè alla FELICITÀ.
Questa l’ho pensata nel traffico di Napoli: ...e mentre l'Occidente inseguiva onori e gloria, l'Oriente abbandonava l'Ego e ogni genere di boria...
Mia madre ha comprato l’ultimo numero di Micromega. Magari se trovo qualche articolo interessante ne parlerò qui.
Un desiderio? Sto
supino nel trifoglio
e vedo un quadrifoglio
che non raccoglierò.

giovedì 8 novembre 2012

Il dodecalogo di Beppe Grillo


Devo fare una piccola premessa.
Ho pubblicato finora le prime tre parti del programma politico del Movimento 5 Stelle e lo completerò prossimamente, ma devo correggere il tag.
I post dedicati al Movimento di Grillo avranno il tag Movimento 5 Stelle, mentre le vicende che riguardano Monti, PDL, PD e altra merda resteranno con il tag "politica".
Voglio distinguere questo sistema di cialtroni, indegni e ladri dalle questioni politiche che pone il M5S.
M'interesso al Movimento 5 Stelle perché è la mia scelta per le prossime elezioni politiche. Non me ne frega un cazzo del PD, di Bersani e di tutte le minchiate del centro sinistra. Andate a cacare.
Ho avuto un piccolo dialogo con una donna che si dichiarava "di sinistra" e che voterà PD nonostante (parole sue) gli ultimi vent'anni catastrofici e l'indecenza del PD.
Buon per lei. Io ritengo che la politica sia un bisogno da miserabili e un'illusione e io voglio semplicemente illudermi meglio che dare il mio voto a Martin Luther Pompa delle Bettole.
Oggi posto il dodecalogo di Grillo e pubblicherò tutto quello che ritengo vero e utile del Movimento perché a me il circo che han messo su per denigrarlo mi fa letteralmente girare le palle. Ovviamente, il mio non è un appoggio incondizionato, cieco o supino. Sarò sempre vigile e contesterò quello che non mi trova d’accordo.
Una postilla. Votare PD è aderire alla teoria dello "stesso cesso". Cioè i politici possono fare schifo quanto vogliono tanto gli stronzi che votano non hanno scelta. Bè, io la scelta me la prendo.

1. Nessuna alleanza.
Antonio di Pietro ha la mia stima, ma il M5S non si alleerà né con l’Idv, né con nessun altro. Il M5S vuole sostituire il Sistema dei partiti con la democrazia diretta. In sostanza vuole la fine dei partiti basati sulla delega in bianco.
2. La poltrona sarà una sola.
Chi sta svolgendo un qualunque incarico elettivo non può dimettersi per concorrere ad altre cariche elettive (es. chi è consigliere non può candidarsi a deputato, chi è senatore non può candidarsi a sindaco).
3. Tetto di 5 mila euro.
Gli eletti del M5S tratterranno per sé una parte degli emolumenti, oggi fissata in un massimo di 5.000 euro lordi, e restituiranno la rimanenza allo Stato.
4. Moneta unica e referendum.
La decisione di rimanere nell’euro spetta ai cittadini italiani attraverso un referendum, questa è la mia posizione. Io ritengo che l’Italia non possa permettersi l’euro, ma devono essere gli italiani a deciderlo e non un gruppo di oligarchi o Beppe Grillo.
5. Due mandati.
Il M5S non candida chi ha svolto due mandati anche se interrotti.
6. Appoggio sulle istanze.
Il M5S supporta e appoggia le istanze dei movimenti con obiettivi comuni, come è avvenuto per il no al nucleare, l’acqua pubblica, il No Tav e il No Gronda, eccetera.
7. No ai leaderini.
Nel M5S non ci saranno primarie (non si votano leader o leaderini) per le elezioni politiche, ma la scelta di portavoce per la Camera e per il Senato. Il loro compito sarà l’attuazione del Programma elettorale in stretta collaborazione attraverso la Rete con gli iscritti.
8. Programma in fieri.
Il Programma del M5S esiste (chi dice il contrario mente) ed è visibile sul blog. Prima delle elezioni politiche sarà integrato e migliorato dagli iscritti con una piattaforma on line.
9. Rimettere il mandato.
Il consigliere, il sindaco o il parlamentare non ha l’obbligo di rimettere il mandato periodicamente (ad esempio ogni 6 mesi). Nel caso questo avvenisse deve essere preceduto da un’informazione pubblica e dettagliata del suo operato sul portale con votazione estesa a tutti gli iscritti del Comune e della Regione di riferimento, o dell’intero corpo elettorale del Parlamento.
10. No ai rimborsi elettorali.
Il M5S non ha incassato alcun rimborso elettorale per le regionali e non lo incasserà per le prossime politiche.
11. Interviste sì, talk show no.
Non sono “vietate” interviste di eletti del M5S trasmesse in tv per spiegare le attività di cui sono direttamente responsabili. È fortemente sconsigliata (in futuro sarà vietata) la partecipazione ai talk show condotti abitualmente da giornalisti graditi o nominati dai partiti, come nelle reti Rai, Mediaset e La7.
12. Al voto.
Il M5S vota le proposte che aderiscono al Programma anche se dei partiti.

mercoledì 7 novembre 2012

Cosa in sé


L’espressione “cosa in sé” la incontriamo quando studiamo Kant. Vediamo un po’ cosa significa e tracciamo la storia di questo concetto.
La cosa in sé è l’oggetto della conoscenza considerato nella sua realtà indipendente dai contenuti percettivi e dalla forma giudicativa del soggetto.
La distinzione tra la realtà autonoma delle cose e il loro manifestarsi all’uomo è già presente nello scetticismo greco. Essa viene ripresa dal pensiero moderno a partire da Cartesio (Principia philosophia, II, 3: “Le percezioni dei sensi non insegnano che cosa ci sia veramente nelle cose, ma che cosa giovi o nuoccia al corpo umano”) e poi ereditata dall’Illuminismo, dove la cosa in sé designa il piano della realtà distinto da quello dell’apparenza (M. de Maupertius).
La massima estensione dell’uso del concetto si ha in Kant. Nel suo pensiero la cosa in sé designa il limite della conoscenza umana che, fondata sull’intuizione sensibile, non potrà mai cogliere la realtà indipendente di ciò che viene esperito. Di qui la fondamentale distinzione tra fenomeno (l’oggetto in quanto cade sotto le forme conoscitive del soggetto) e cosa in sé o noumeno (l’oggetto in quanto viene pensato nella sua autonoma esistenza).
La cosa in sé assolve pertanto il ruolo di “concetto limite” (Grenzbegriff) per circoscrivere e tenere a freno le pretese conoscitive della scienza e della metafisica (Analitica dei principi, III).
La portata negativa e critica del concetto viene però contestata e ridotta nella riflessione postkantiana a partire da Reinhold e in seguito con gli sviluppi del pensiero idealistico. Accentuando il primato della ragione pratica (che già secondo Kant colloca l’uomo nel dominio del soprasensibile), Fichte riduce la cosa in sé a un momento dell’attività dell’Io che negandosi e poi superando la sua stessa negazione rende possibile un processo di autoliberazione e di autopotenziamento infiniti.
La più radicale critica del concetto di cosa in sé è opera di Hegel, che definisce il noumeno il caput mortuum della filosofia kantiana. La cosa in sé non è infatti niente di reale o di soprasensibile, ma è il mero risultato di un processo astrattivo intellettualistico: la “vuota cosa” come residuo della negazione compiuta dall’intelletto di tutte le determinazioni reali (Enciclopedia, par. 45-46).
Anche Nietzsche, con il suo solito stile, criticò più volte il concetto di cosa in sé bollandolo come “degno di una risata omerica”.

martedì 6 novembre 2012

I miti di Platone. 8 punti cardinali

In primo luogo dunque, a quanto sembra, noi dovremo sovrintendere ai produttori di miti, e accettare quello che facessero di buono, rifiutare invece quello che non lo è. Convinceremo sia le balie sia le madri a raccontare ai bambini i miti ammessi, mettendo più impegno nel formare le loro anime con i miti che i corpi con le mani.
(Platone, Repubblica, II 377 C)
Sto leggendo l’interessantissimo libro di Franco Ferrari sui miti di Platone e ho deciso di condividere con gli amici otto punti sui miti platonici che ritengo utili per affrontare i dialoghi di Platone e da tenere come base per ulteriori approfondimenti.

1. I miti platonici sono tendenzialmente monologici. A differenza delle sezioni “normali”, che si articolano in forma dialogica, le parti mitiche sono esposte da un unico personaggio, senza che il suo racconto venga spezzato dagli interventi degli interlocutori (un’eccezione è costituita dal grande mito dei cicli cosmici del Politico, dove il racconto dello Straniero è qua e là interrotto da osservazioni di Socrate).
2. Solitamente i miti vengono raccontati da un personaggio anziano a un pubblico di giovani. Si tratta di uno stratagemma certamente funzionale ad accrescere l’autorevolezza del contenuto del racconto. Il mito di Atlantide e dell’Atene preistorica, collocato all’inizio del Timeo, viene raccontato ai presenti da Crizia (che potrebbe non essere il più anziano dei suoi interlocutori), ma rinvia, attraverso una lunga e complessa tradizione, al racconto fatto a Solone da un vecchio sacerdote egiziano. Il mito viene raccontato da un egiziano a un greco e, secondo il sacerdote, i Greci rimangono dei fanciulli rispetto agli Egiziani: dunque la direzione del racconto è quella che va da un popolo anziano a uno giovane, e rappresenta in modo emblematico il movimento del mito.
3. I miti si richiamano a (e dunque si fondano su) una fonte orale, tanto nel caso in cui tale fonte risulti reale, quanto in quello in cui essa sia fittizia. A questo proposito si può ricordare il richiamo a ciò che uomini e donne esperti dicono a proposito dell’immortalità dell’anima nel Menone, oppure la tradizione orale dei cicli cosmici nel Politico, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
Il mito sembra collocarsi all’interno della dimensione del dire e dell’ascoltare, che per Platone possiedono uno statuto particolare, superiore a quello della scrittura, come si evince dalla sezione conclusiva del Fedro.
4. I miti trattano di oggetti o eventi sottratti alla verifica, sia perché situati in un tempo remotissimo, sia perché collocati in una dimensione spaziale (o addirittura extra-spaziale) inaccessibile alla nostra esperienza. I racconti relativi alle origini di una civiltà o di una tecnica (la politica o la scrittura) si situano in un passato lontanissimo e narrano di entità divine, inaccessibili all’esperienza quotidiana. In generale, sembra di poter dire che per Platone l’ambito divino nel suo complesso è uno di quelli in cui il discorso mitico possiede una sorta di diritto di prelazione (sebbene non di esclusività).
Anche la visione del mondo delle idee viene presentata ricorrendo a un mito – quello del viaggio metacosmico dell’auriga alato del Fedro – sebbene delle idee si possa parlare anche per mezzo dell’argomentazione razionale.
5. I miti platonici ricavano la loro autorità non dall’esperienza diretta di colui che li espone, bensì da una tradizione remota e consolidata, oppure dall’affidabilità di un personaggio sottratto alle dinamiche confutatorie del dialogo (come Diotima nel Simposio). Il mito relativo all’origine della tecnica politica raccontato da Protagora nel dialogo omonimo non presenta questa caratteristica e infatti contiene tesi filosofiche che Platone non condivide; analogo discorso si potrebbe fare per il mito degli uomini dimezzati narrato da Aristofane nel Simposio. In generale si tratta di racconti che non ricavano la loro autorità dalla tradizione o da figure straordinarie, ma pretendono di farla dipendere dal personaggio dialogico che li espone.
6. La funzione del mito è essenzialmente quella di persuadere l’anima e di orientarla verso scelte eticamente o politicamente “buone”: in questo senso la sua è una funzione psicagogica. In particolare il mito si rivolge alle istanze irrazionali dell’anima allo scopo di indurle ad accettare, attraverso forme di coinvolgimento emozionale, il comando della ragione. Dal momento che queste parti non sono in grado di riconoscere direttamente la legittimità di questo comando, il mito si serve di tecniche emozionali, come ad esempio l’incantamento (epode), che possano operare quel processo di coinvolgimento e ri-orientamento al bene fondamentale alla vita del singolo e della comunità.
7. I miti non sono strutturati in modo argomentativo e dialettico (cioè nella forma domanda-risposta), ma espongono descrizioni o racconti di fatti o oggetti. Naturalmente questo motivo esprime direttamente la differenza tra le procedure dialettiche della filosofia e quelle fonologiche del racconto mitico (ma anche qui qualche eccezione non manca). In tale contesto si situa anche l’uso all’interno del mito di immagini o similitudini, le quali riescono a raffigurare in forma sinottica e comprensiva nessi teorici o argomentazioni difficili da cogliere nella loro totalità.
8. I miti sono solitamente collocati all’inizio o alla fine di un’argomentazione condotta con metodi dialettici. I casi più noti sono certamente costituiti dai tre grandi miti dell’aldilà che chiudono il Gorgia, il Fedone e la Repubblica. In un dialogo come il Menone, invece, il mito relativo alla reminiscenza si trova al centro del dialogo, ma la sua posizione è di passaggio, in quanto esso conclude la prima parte (quella in cui emerge l’incapacità di Menone di fornire una definizione della virtù) e inaugura la seconda (in cui Socrate presenta il procedimento anamnestico come soluzione al problema della conoscenza). Nel Politico il mito dei cicli cosmici ha lo scopo di risolvere le difficoltà emerse nella discussione che lo ha preceduto e in particolare di dimostrare l’errore che stava alla base della definizione del politico come “pastore di uomini”.

domenica 4 novembre 2012

Oggi non ho imparato niente


Che strana giornata. Mancano 5 ore alla fine di questa domenica e non ho imparato niente di nuovo, fatto niente di niente, non è successo niente...cioè è stata una domenica in cui ho nutrito il corpo e me ne sono sbattuto il cazzo dal punto di vista mentale e spirituale.
Il nulla oggi mi ha posseduto e io l'ho seguito docilmente, senza opporre resistenza...ho detto semplicemente Nulla nullificami, Niente annientami.
Mi rendo conto che io sono un fedele servitore di mr. Nothing e mr. Anything.
In fondo pure dal punto di vista del corpo non sono granchè. Non faccio sport, non curo per niente il look. E per quanto riguarda il cibo ho fatto la solita e semplicissima colazione e per pranzo pasta con la salsa. Semplice. Per secondo cotoletta, contorno due melenzane sottolio e due carciofi grigliati. Cioè nessuna nouvelle cousine. Per dolce mio cognato ha portato i cannoli siciliani che facevano letteralmente cacare. Cioè erano dei non-cannoli. Pure il vino era senza infamia e senza lode.
Credo che sia l'accumularsi di queste giornate senza senso e senza gioie intelletuali ad avermi convinto che mi ci vuole una regola di vita spirituale.
Devo diventare un chierico della conoscenza. Adesso vado a stilare il programma con orari e compiti da portare a termine.
Assolutamente.
Poi magari non concludo un cazzo lo stesso, sfanculando il suddetto programma dopo due giorni, ma vabbè...sfanculare un programma fatto da me stesso è comunque una soddisfazione.

venerdì 2 novembre 2012

Come diventare NON creativi


La creatività è il mito dei nostri tempi.
Essere creativi è diventato un ambito traguardo e finanche una figura professionale.
A questo proposito segnalo una piccola curiosità: alla domanda che mestiere fai?, la risposta “faccio il creativo” non fa ridere nessuno mentre se rispondi “faccio il filosofo” o “faccio il pensatore” scatta la risatina e lo sghignazzo.
Al giorno d’oggi tutti vogliono essere creativi, esistono scuole, corsi e si stampano tanti libri che pretendono di insegnare la creatività.
Come sempre in questi casi, a me viene l’orticaria. Siccome sono di costituzione inattuale e Ingestibile, visto che tutti vogliono diventare creativi, io, al contrario, voglio diventare un non-creativo.
Grazie al filosofo Maurizio Ferraris ho potuto stendere questi appunti che vanno a costituire questo decalogo anti creatività che condivido con chi vorrà.
1. Non pensate a un elefante rosa.
Ovviamente, ci avete pensato. Chiedere di diventare creativi non è diverso, e proporre un metodo per diventare creativi non sembra diverso dall’ordine di disobbedire o dall’ingiunzione di essere naturali.
E proprio come quando ti dicono di essere naturale incominciano le palpitazioni e i sorrisi tirati (ti verrebbe voglia di dire che no, che tu sei artificiale), così alla ingiunzione del creare vien voglia di opporre una resistenza passiva: io no, non creo, neanche sotto tortura.
2. Andate a scuole repressive.
Spesso sentiamo di gente che se la prende con la scuola, dicendo che frustra la creatività. Un discorso vecchio che non spiega come mai tanti creatori siano sorti in passato, cioè in epoche di scuole terribilmente repressive. Sembrerà strano, ma la repressione aguzza l’ingegno, mentre l’esortazione a essere creativi è paralizzante.
3. Non esagerate con le idee.
Passiamo ora a una frase di Hegel e a un aneddoto su Einstein.
Il filosofo tedesco, con il suo inconfondibile stile, scrisse una cosa molto vera: Le idee sono a buon mercato come le mele.
Una volta un tale incontrò Einstein e gli disse: “Io mi sveglio alla mattina alle cinque e annoto le idee”. E Einstein: “Io no. Sa, io di idee ne ho avute al massimo una o due in tutta la mia vita”.
4. Copiate, non create.
Il segreto della creatività è un segreto di Pulcinella. Per diventare creativi bisogna fare il contrario di quello che consigliava quel tale della scuola della creatività; bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non saremo dei ripetitori. Questo non vale solo nell’arte, ma nella vita, dove il più delle volte i principianti ripetono schemi già visti, proprio come gli autori inesperti adoperano frasi fatte. Il punto è molto semplice, e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.
5. Inventariate, non inventate.
Per copiare, l’inventario e il catalogo sono una grande risorsa, lo sapevano già i latini. “Inventio”, in latino, vuol dire due cose: l’idea che sembra sorgere dal nulla, l’invenzione dell’inventore, e quella che viene trovata in un repertorio (“inventio” era anche inventariare, trovare i luoghi comuni buoni per fabbricare discorsi retoricamente persuasivi). Ora, non c’è niente che aiuti a inventare tanto quanto lo è l’inventariare. E se proprio non si riesce a inventare, si ha almeno la consapevolezza che certe pretese invenzioni sono vecchie come il cucco.
6. Classificate, non costruite.
Questo principio discende direttamente dal precedente. Che fastidio, dopotutto, i creatori, e che piacere, invece, i classificatori, che mettono ordine nella massa di quello che c’è prendendo a modello il motto del Monsieur Teste di Paul Valéry: Transit classificando.
7. Esemplificate, non semplificate.
Diceva Leibniz: chi abbia visto attentamente più figure di piante e di animali, di fortezze o di case, letti più romanzi e racconti ingegnosi, ha più conoscenze di un altro, anche se, in tutto quello che gli è stato dipinto o raccontato, non ci fosse una sola cosa vera. Gli esempi sono una grande e lussureggiante risorsa, e sono il bello della cultura, che dunque non paralizza la creatività, ma la rende possibile.
8. Cercate oggetti e non soggetti.
Diceva Amleto: “Ci sono più cose fra la terra e il cielo che in tutte le nostre filosofie”. E Rilke: “Loda all’Angelo il mondo, mostragli quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in figlio, vive, cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri. Digli le cose. Resterà più stupito”. Gli oggetti che popolano la nostra vita sono un universo di esempi concreti, e in più non praticano (in genere) le mistificazioni e auto mistificazioni dei soggetti. A guardarli bene, c’è da trarne una quantità di idee e di soluzioni, o, mal che vada, si possono riempire pagine e pagine come fa Balzac quando non sa come andare avanti con i suoi romanzi.
9. Mandate al creatore i creativi.
Non in senso maligno, ma così, alla buona, che se li goda Lui, noi ci teniamo i banali e i ripetitivi.
10. Fate un monumento a Bouvard e Pécuchet.
Con l’inflazione di creativi, il non-creativo è una bestia rara, da cercare con il lanternino, e magari da ammirare e da riverire. Facciamo, dunque, un monumento a Bouvard e Pécuchet, i due più grandi eroi di Flaubert, i due copisti per eccellenza, e leggiamo questo romanzo davvero creativamente anti-creativo.

giovedì 1 novembre 2012

E poi arriva quella voglia di...


E poi arriva quella voglia di defecare…arriva da dentro, dallo stomaco, dal culo, da quel posto che non vedi quasi mai, ma sai bene che c’è…una necessità inesorabile, qualcosa che vuole uscire. A quel punto lo sai: o cachi o muori. Una seduta sul cesso. Una serie di piccoli sforzi.
Una liberazione. Giusto per sgravarsi di quel fastidioso peso. Perché per ricominciare a vivere bisogna cacare, e per cacare bisogna stare tranquilli. E così, proprio quando credevi di rimanere intoppato per sempre, quando disperavi di avere funzioni corporali normali, ti liberi dello stronzo…e capisci che quella non è una semplice cacata, ma un primo passo…l’inizio di una nuova vita, la nascita di un nuovo te stesso, al contempo uguale e diverso da quello di prima…forse più forte, forse più sereno, sicuramente più leggero.