lunedì 13 febbraio 2012

O Fortuna [una confessione]


Devo confessare una mia ignoranza: ho sempre creduto che i Carmina Burana fossero un'opera di Wagner.
Faccio penitenza.
Innanzitutto i Carmina Burana sono testi poetici contenuti in un importante manoscritto del XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis o Codex Buranus, proveniente dal convento di Benediktbeuern (l'antica Bura Sancti Benedicti fondata attorno al 740 da San Bonifacio nei pressi di Bad Tölz in Baviera) e attualmente custodito nella Biblioteca Nazionale di Monaco di Baviera.
Nel 1937, il compositore tedesco Carl Orff (e non Wagner) musicò alcuni brani dei Carmina Burana, realizzando un'opera omonima. Orff scelse di comporre una musica nuova, sebbene nel manoscritto originale fosse contenuta una traccia musicale per alcuni dei brani.
Non è tanto la mia ignoranza a farmi male, ma la pigrizia che mi ha impedito per tanto tempo di sapere la verità e questo nonostante i Carmina Burana mi piacciano tantissimo.
Vi posto il testo e la musica di O fortuna, entrambe strepitose.

O Fortuna
velut luna
statu variabilis,
semper crescis
aut decrescis;
vita detestabilis
nunc obdurat
et tunc curat
ludo mentis aciem,
egestatem,
potestatem
dissolvit ut glaciem.

Sors immanis
et inanis,
rota tu volubilis,
status malus,
vana salus
semper dissolubilis,
obumbrata
et velata
mihi quoque niteris;
nunc per ludum
dorsum nudum
fero tui sceleris.

Sors salutis
et virtutis
mihi nunc contraria,
est affectus
et defectus
semper in angaria.
Hac in hora
sine mora
corde pulsum tangite;
quod per sortem
sternit fortem,
mecum omnes plangite!

domenica 12 febbraio 2012

Le malattie e le fisime di Proust


Sto leggendo il bel saggio di Alan De Botton, Come Proust può cambiarvi la vita, e tra le tante cose interessanti che vi ho trovato quella che finora mi ha divertito di più è la lista delle malattie che tormentavano la vita del grande Marcel.
La condivido con voi e conto, entro quest'anno, di cominciare a leggere À la recherche du temps perdu...

- Asma
Gli attacchi iniziano quando Proust ha dieci anni e continuano per tutta la vita. Sono particolarmente violenti, durano più di un’ora, e sono almeno dieci in un giorno. Poiché capitano più frequentemente di giorno, Proust vive di notte; va a dormire alle sette del mattino e si sveglia alle quattro o alle cinque del pomeriggio. Spesso gli è impossibile uscire, soprattutto d’estate, e quando deve farlo, è solo dentro un taxi sigillato. Le finestre e le tende del suo appartamento sono perennemente chiuse: non vede mai il sole, non respira mai aria fresca, non fa moto.
- La sua dieta
A poco a poco si trova costretto a fare un solo, inutile, pesante pasto al giorno, che gli deve essere servito almeno otto ore prima di quando va a letto. Descrivendo una sua cena standard a un medico, Proust racconta minuziosamente di due uova con salsa alla panna, un’ala di pollo arrosto, tre croissant, un piatto di patatine fritte, un po’ d’uva, del caffè e una bottiglia di birra.
- Problemi intestinali
“Vado spesso – e male – al gabinetto”, dice allo stesso dottore: e non c’è da stupirsene. Soffre di una stitichezza quasi permanente, che può alleviare solo ogni due settimane con un forte lassativo che di solito provoca dei crampi allo stomaco. Neanche urinare gli è facile, e quando riesce, ha forti bruciori; le analisi mostrano un eccesso di urea e di acido urico: “Chiedere pietà al nostro corpo è come parlare a una piovra, per la quale le nostre parole non possono avere più significato del suono delle maree”.
- Mutande
Bisogna che queste siano ben strette attorno allo stomaco perché Proust si possa addormentare; e devono essere fermate da una spilla particolare; una mattina lo scrittore la perse nel bagno e rimase sveglio tutto il giorno.
- Pelle ipersensibile
Non può usare saponi, creme o colonia. Deve lavarsi con asciugamani fini inumiditi, poi asciugarsi dandosi dei colpetti con del lino fresco (un bagno richiede in media venti asciugamani che, Proust precisa, devono essere portati all’unica lavanderia dove si usa il detersivo giusto: è la blanchisserie Lavigne, che fa anche il bucato a Jean Cocteau). Trova che i vestiti vecchi siano per lui meglio di quelli nuovi, e sviluppa un profondo attaccamento per le vecchie scarpe e i vecchi fazzoletti.
- I topi
Proust ne ha il terrore e, quando Parigi viene bombardata nel 1918, confessa di essere più spaventato dai topi che dai cannoni.
- Il freddo
Lo sente sempre. Anche in piena estate indossa un cappotto e quattro maglioni se è costretto a uscire di casa. Alle cene, di solito, tiene il cappotto. Tuttavia, le persone che lo salutano si sorprendono di sentire quanto siano fredde le sue mani. Temendo gli effetti del fumo, non permette che la sua stanza sia riscaldata adeguatamente, e si scalda per lo più con boule e golfini. Perciò ha spesso dei raffreddori e, in particolare, il naso che cola. Alla fine di una lettera a Reynaldo Hahn, dice di essersi pulito il naso ottantatre volte dall’inizio della lettera. La lettera è lunga tre pagine.
- Sensibilità all’altitudine
Tornando a Parigi dopo aver fatto visita a suo zio a Versailles, Proust prova un malessere e non riesce a salire le scale che portano al suo appartamento. In una lettera a suo zio, egli poi attribuisce il problema al cambiamento di altitudine. Versailles è a ottantatre metri sopra il livello di Parigi.
- Tosse
Tossisce molto forte. Parlando di un attacco di cui fu vittima nel 1917 Proust racconta: “I vicini avranno pensato che stesse tuonando o che avessi comprato un organo da chiesa o un cane, oppure che in seguito a qualche legame immorale (e puramente immaginario) con una signora, avessi generato un bambino con la pertosse, tanto spasmodico era il mio abbaiare”.
- I viaggi
Sensibile a ogni cambiamento delle sue abitudini quotidiane, Proust soffre di nostalgia e teme che ogni viaggio lo uccida. Quando, di rado, si trova lontano da casa, per i primi giorni si sente triste come certi animali quando viene la notte (non è chiaro quali animali abbia in mente). Vorrebbe vivere su uno yacht per potersi spostare senza dover uscire dal letto. Una volta, osò fare a Madame Straus, felicemente sposata, una proposta di questo genere: “Le piacerebbe se affittassimo una barca su cui non ci fosse il minimo rumore, per vedere tutte le più belle città dell’universo sfilarci davanti lungo la costa senza dover lasciare il nostro letto (i nostri letti)?”. La proposta non venne accolta.
- I letti
Proust ama il suo, ci passa la maggior parte del tempo e lo usa come scrivania e ufficio. Il letto fornisce una difesa dal crudele mondo esterno? “Quando si è tristi, è piacevole giacere al caldo nel proprio letto, e lì, alla fine di tutte le fatiche e gli sforzi, magari anche con la testa sotto le coperte, abbandonarsi ai lamenti, come rami al vento autunnale”.
- Vicini rumorosi
Proust ne era ossessionato. La vita in un condominio parigino è infernale, soprattutto quando qualcuno al piano di sopra sta facendo un po’ di esercizi musicali: “C’è qualcosa la cui capacità di esasperarci non sarà mai uguagliata da nessun essere umano: ed è un pianoforte”. L’esasperazione per poco non lo uccide quando, nell’aprile del 1907, incominciano a ristrutturare l’appartamento accanto al suo. Finisce col chiamare mucca la sua vicina, e quando gli operai modificano le dimensioni del suo gabinetto per ben tre volte, egli insinua che è per adattarlo al suo enorme didietro.
- Altre indisposizioni di vario genere
“Si pensa che le persone che sono sempre malate non abbiano mai anche le malattie più comuni”, dice Proust a Lucien Daudet, “e invece sì”. In questa categoria Proust include l’influenza, il raffreddore, la vista cattiva, difficoltà a deglutire, il mal di denti, i gomiti doloranti e le vertigini.

sabato 11 febbraio 2012

Il suicidio di Enrichetta Mann


Ho dovuto scrivere e riscrivere più volte la recensione de La montagna incantata perché non riuscivo a uscire da un’impasse che mi portava, inevitabilmente, a ficcarmi in una disputa che considero impropria al romanzo di Mann.
Sono convinta che un’opera come La montagna incantata non possa essere discussa scavalcando il testo, cercando “corrispondenze d’amorosi sensi” in un sottotesto immaginario estrapolando delle sequenze-brani e frasi che più si conferiscono al nostro sentire; nel bene e nel male. Usando una procedura così impropria, saremmo spinti a liquidare Mann come un letterato cinico e mistificatore; ergo bisogna percorrere ben altri sentieri ermeneutici.
Ho escluso innanzitutto le due strade più ovvie e battute e cioè ho vietato a me stessa di considerare Mann come l’artista, lo scrittore dialettico speculativo dell’animo umano, l’aedo della sua infelicità, della sua tendenza (astorica, potremmo dire) a ricercare l’assoluto e, altresì, credo fermamente che Mann non possa essere considerato un funambolo delle parole e nulla più.
Ho cercato di instaurare, col narratore esterno, un feeling che mi permettesse di dominare lo “stridio” (che è l’anima della dodecafonia); stridio che è prodotto dal doppio basso continuo narrativo, cioè dal tono con cui le vicende sono narrate e le cose narrate stesse.
Un prendere in giro il lettore, un farsi gioco delle figurine dal corpo fatiscente del lussuoso sanatorio, figurine schierate a scopo pedagogico/edificante, senza pietà e con un lirismo irridente. E non solo.
Quello stridio, di cui parlavo prima, mi ricordava quello del bisturi e del seghetto dell’anatomopatologo che seziona un cadavere per scoprirne le cause della morte. E quel cadavere non è quello dell’umanità dolente da che esiste il mondo. Quel cadavere è fresco (o caldo). È appena deceduto nel fatidico anno 1918.
Con uno sguardo alla cronologia, infatti, mi sono accorta che tra l’inizio della stesura del romanzo nel 1912 - in cui si cominciavano a scorgere di “che lacrime e sangue“ era fatta la Bella Époque - e la sua pubblicazione nel 1924, crolla un mondo e soprattutto il mondo borghese tedesco, il mondo di Mann. Lo scoppio della prima guerra mondiale comporta per la borghesia tedesca, e per Mann, la necessità di difendere quell’intimismo dell’artista che rappresentava una garanzia di precaria e problematica autonomia del potere.
Di là dalla mia semplificazione, mi sembra che la poetica dispiegata ne La montagna incantata sia tutta in questa presa di posizione. La narrazione, che prende spunto da un fatto autobiografico e che nasce come scherzo, diventa, in quel lasso di tempo, una metafora del disfacimento della grande borghesia tedesca. Il cadavere che lui seziona è quello della sua amata e perduta borghesia tedesca nel cui alveo Mann vuole con tutte le forze rimanere, pur con l’acuta consapevolezza della crisi mortale che essa sta attraversando.
Il tema della Montagna Incantata, quindi, non è la decadenza dell’uomo, la ricerca del vero, del bello o del giusto, in cui incondizionatamente potremmo riconoscerci. Il tema vero è la decadenza della borghesia tedesca, che è “unica” e “migliore” rispetto, non solo alle altre classi, ma a tutte le borghesie.
Seguendo Lukàcs potremmo dire che Mann ha cercato il “borghese” tutta la vita tentando di contrapporre la civiltà borghese tedesca, fedele ai valori universalistici (ambigui e pericolanti) che hanno accompagnato la sua ascesa, alla borghesia reale, degradata ed umiliata, della fase imperialistica tedesca, quella che lui ravvisa nel Sanatorio di Dorf. In questo senso, la figura di Joachim, quella solo appena lambita dall’ironia di Mann, rappresenta il prototipo del valore del “dovere” proprio della borghesia tedesca sana, cui l’autore si aggrappa. L’ironia, infatti, ci mette in guardia che non si tratta di un “idillio” romantico, di lotta tra il bene e il male che il finale risolverà, come nella letteratura dell’ottocento.
L’uso dell’ironia al limite della parodia (il pantalone a scacchi liso di Settembrini, magari ravvisabile nei Karamazov ma anche nei personaggi delle comiche finali, della cui visione Mann non si è privato), ci dà conto anche, e soprattutto, della contraddittorietà e ambiguità dei personaggi, che è poi quella di Mann. L’uso dell’ironia rende la difesa dei vecchi valori senza speranza, ma l’unica strada percorribile. La ricerca della democrazia del borghese tedesco Castorp, la sua maturazione, non può essere guidata né dal vecchio illuministico umanesimo (impersonato da Settembrini, un italiano con le sue “italianate”), né dal romantico reazionario Naphta.
Infatti, con l’arma dell’ironia demolisce l’assunto pedagogico di cui è destinatario Castorp, il borghese tedesco: l’educazione alla democrazia, alla rinuncia alla tentazione ad abbandonarsi ai richiami dell’inconscio e a non sprofondare nella lugubre magia della notte feudale. Già dalle prime righe il sentimento nichilistico dell’esistenza si manifesta chiaramente: il tedesco, com’è lui stesso, non è disposto ad abbandonare la sua anima borghese e gli insegnamenti (del resto nemmeno convinti di Settembrini) saranno del tutto dimenticati nel momento in cui ritornerà laggiù, dove si spegnerà la fiammella di una speranza sempre più ironica verso se stessa, in nome del senso del dovere ritrovato.
Come traduce nella forma, la sostanza della sua ideologia del suo stare e vivere nel mondo? L’aspetto formale delle opere di Mann è basato in un gioco stilistico smaliziatissimo. Mann usa l’ironia perché non condanna nessuno e non assolve nessuno dei suoi personaggi; il suo stile che sembra così lontano da Joyce o da Musil, in effetti, ne muta l’ambiguità, per cui non si sa mai bene fino a che punto s’identifichi con Castorp o con Settembrini o con Naphta, fino a che punto ami il suo personaggio e dove cominci ad odiarlo; dove lo ammiri o dove lo respinga da sé. In questo è assolutamente decadente e distaccato, e fa parte, a ragione, di quella corrente di grandi narratori del Novecento che devono la loro grandezza alla consapevolezza della fine del romanzo moderno e dei suoi principi di contrapposizione di bene e male. In effetti, Mann è assolutamente legato all’arte a lui contemporanea ma oscilla tra tradizione ed avanguardia, rifuggendo da forme irrigidite e sclerotizzate ma senza abbandonarsi alla rottura delle forme e dall’immersione sperimentale nell’informe. E allora usa l’ironia che confina con la parodia. L’ironia, da atteggiamento spirituale, si trasforma in carattere stilistico, e riesce a fare dimenticare le forme del romanzo tradizionale, paradossalmente tradizionale, manipolandone le stesse forme, aderendo ad esse ma con riserve mentali, pieno di reticenze, ammiccando verso il lettore, per fargli capire che è tutto un gioco, un iridescente, sfavillante, scanzonato gioco stilistico. Il suo insistere sul tempo, sulle differenze del tempo del romanzo, quello di Castorp, quello rarefatto del sanatorio, è anche un mettere alla berlina l’uso verosimile che ne fa lo scrittore dell’ottocento, nel dispiegare le sue storie.
La sua vuole essere una summa ironica di tutta la cultura artistica europea, in cui riverenza e canzonatura si mescolano. L’ironia, come capacità di vivere diverse e contrastanti esperienze, senza mai esaurirsi in nessuna di esse, diventa principio conduttore dell’opera, forma e stile. In ciò consiste l’equilibrismo, il funambolismo di Mann. L’arte diventa una paradossale scommessa, un arduo esercizio di stile. Per tutto questo, Mann non ci presenta figure con cui identificarci. Mann ci rappresenta un mondo, il suo mondo, in via d’estinzione, usando tutto il bagaglio culturale di cui è in possesso, rovesciandone a volte anche i valori.
Tutto questo che mi ha indotto a negare la natura “sentimentale” della costruzione del romanzo. Non c’è un sistema di personaggi, né una morale. C’è un dispiegamento d’idee in una speciale forma romanzo, una via di mezzo tra i dialoghi di Platone e il Faust (seconda parte) di Goethe.
La sua storia non si pone come idea universale di riscatto, è limitata nel tempo – inizio Novecento- e riguarda una sola parte della società presa come corpo, la classe borghese teutonica; ciò rende il romanzo datato e per certi versi sgradevole. La miopia di Mann nel non volere vedere i segni che avrebbero condotto al baratro l’umanità – ma a Mann l’umanità non interessava – e l’ostinato attaccamento ai “valori della borghesia tedesca”, rendono molto stucchevole l’argomento e le finalità del romanzo. Un rifugiarsi, decadente e nichilistico, nel comodo mondo a torto idealizzato. Del resto anche dopo la fine della guerra, e la scoperta degli orrori, parlò ripetutamente di una colpa collettiva dei tedeschi, da ravvisare in fatti culturali, piuttosto che di colpe della sua tanto amata borghesia.

martedì 7 febbraio 2012

Aò, 'mparate sta cosa!


Visto che vado a Roma per un colloquio, voglio omaggiare la Capitale con una delle sue voci più profonde e divertenti.
Roma per me è una seconda patria, a Roma divento bohèmienne e scapestrato.
A Roma mi scateno e perdo il senno. A Roma mi diverto e son me stesso. Il me stesso di quanto tempo fa? Ma è semplice, il me stesso romano antico, nobile e decadente.
A Roma c'ho fatto il più folle capodanno della mia vita, di cui dovrò parlare.
Ora godetevi la poesia e nun rompete li cojoni.

Sonetto 426. Un indovinarello

Sori dottori, chi ssa ddimme prima
come se chiama chi ggoverna er monno?
Cuello che mmanna tanta ggente in cima,
cuello che mmanna tanta ggente in fonno?

Er Papa? er Re? - De cazzi, io ve risponno:
sete cojjoni, e vve lo dico in rima.
Er pelo e er priffe è cquer che ppiú se stima
pe cquanto è llargo e llongo er mappamonno.

Er priffe e ’r pelo sò ddu’ cose uguale,
der pelo e ’r priffe sò ttutti l’inchini,
p’er priffe e ’r pelo se fa er bene e ’r male.

E una cosa dell’antra è tanta amica
cuanto la fica tira li cudrini,
e li cudrini tireno la fica.

TRADUZIONE

Sonetto 426. Un indovinello


Signori dottori, chi sa dirmi prima
come si chiama chi governa il mondo?
Quello che manda tanta gente in cima,
Quello che manda tanta gente in fondo?

Il Papa? Il Re? - Sto cazzo!, io vi rispondo:
siete dei coglioni, e ve lo dico in rima.
Il pelo e la fica è quel che più si stima
per quanto è largo e lungo il mappamondo.

La fica e il pelo sono due cose uguali,
per il pelo e per la fica sono tutti gli inchini,
per la fica e per il pelo si fa il bene e il male.

E una cosa dell’altra è tanto amica
quanto la fica attira i quattrini,
e i quattrini attirano la fica.

lunedì 6 febbraio 2012

La donna telecomandata


Me ne stavo seduto sul muretto della litoranea fumando una Camel e a guardare il mare, quando s’avvicina un vecchio che mi chiede se posso offrirgliene una. Io tiro fuori il pacchetto dalla tasca del giubbino, lo apro e glielo porgo. Lui prende una meravigliosa e mi fa capire che vuole pure accendere.
Non gli domando “per caso vuole anche un polmone?” perché questa stronzata si dice agli amici e non agli sconosciuti, per giunta vecchi.
Dopo aver fatto accendere il matusa torno a guardare il mare e faccio una profonda tirata di sigaretta. Mentre caccio via il fumo con voluttà, guardo di sottecchi alla mia sinistra e vedo che lo scroccone è ancora lì.
Spero che se ne vada e che soprattutto non cominci a parlare magari narrando qualcosa di cui a me non frega un cazzo, tipo un commento sul freddo che fa a fine gennaio.
Il vecchietto mi guarda e mi sorride, con la sigaretta in bocca che gli pende da un lato in precario equilibrio. Io non rispondo al sorriso e comincio a pensare che sia meglio cambiare posto.
A un certo punto il vecchietto dice: “Uagliò, voglio farti un regalo”.
“Un regalo? A me?”
“Sì, proprio a te”.
Ecco qua, lo sapevo. Non posso stare cinque minuti per strada che mi s’attacca un vecchio pazzo.
“Lasciate stare”, gli dico.
“No, tu sei stato gentile e tieni una faccia simpatica. Ho un oggetto che non mi serve più e ho deciso di darlo a te”.
Detto questo, tira fuori dal cappotto un telecomando e me lo porge.
Io lo prendo più per curiosità che altro. Guardo i tasti e noto che ci sono stranissime scritte.
C’è un equalizzatore per decidere se aumentare o diminuire le Tette, il tasto Muta, il tasto OFF, poi c’è un'area DAMMI che comprende i tasti: Birra, Sesso, Cibo. C’è il tasto Basta Frignare, il tasto Dormi, due piccoli tasti Dire sì-Dire no, e altri ancora.
Rido guardando e riguardano questo insolito telecomando e per scherzo domando al tipo se funziona davvero.
“Certo!”, risponde lui. “E te ne faccio dono, a me ormai non serve più”.
Sarebbe davvero grandioso possedere ‘sto telecomando, penso tra me. Mai più problemi con le donne, zero discussioni e rotture di palle. Dovrei solo limitarmi ad ordinare, sarei il padrone assoluto, un despota felice e perennemente soddisfatto.
Mi fermo un po’ a riflettere.
Certo, questo telecomando risolverebbe molti problemi, farei sesso quando mi va, eviterei di sentire lamentele e piagnistei, mangerei agli orari più comodi, farei avere una sesta anche alle tavole da surf, però… però in questo modo la donna diventerebbe un manichino, un automa senza personalità.
Che fine farebbe l’amore? Che fine farebbe la personalità della donna, i suoi capricci, la sua fantasia, la sua imprevedibilità i gesti d’affetto spontanei? Perderei tutto ciò che c’è di bello in un rapporto d’amore. Perderei tutte le qualità che ci fanno innamorare delle donne.
No, questo telecomando è un orrore, è una trappola mortale. Questo vecchio è il diavolo!
“Grazie, signore”, gli dico al fine “ma questo telecomando non mi interessa. Lo dia a un altro”.
Ridò il telecomando a quel demonio, lui se lo rimette in tasca, abbozza un inchino e se ne va.
Quando è lontano circa 50 metri da me, lo richiamo a gran voce. Gli corro incontro e gli dico se può lasciarmi almeno i tasti Dammi BIRRA SESSO CIBO.

domenica 5 febbraio 2012

Breve storia del pensiero sul pensiero [she get 2]


Una breve storia del pensiero sul pensiero ha come tappa obbligata Immanuel Kant.
Kant, come Aristotele, era un professore, e come molti professori era un po’ pedante: inoltre, filosoficamente parlando, era anche una persona ordinata, e quindi potrebbe risultare noiosa. Kant non era né simpatico come Hume, né scrittore “divertente” come Nietzsche. Non biasimo i ragazzi che vorrebbero saltare a piè pari il filosofo di Konigsberg. Sappiate però che, non conoscendo la sua filosofia, nella vita vi mancherà qualcosa: se non altro la pazienza di ascoltare.
Visto che Kant va decantato con cura, questa puntata è dedicata solo a lui. Ho scritto il post più schematicamente possibile in modo da rendere le sue idee più comprensibili.
Nei suoi vasti paragrafi Kant sviluppa un vero e proprio sistema del pensiero e delle sue facoltà, che non tarda ad affermarsi e che rimane a lungo in auge come riferimento imprescindibile. In generale, spiega Kant, “si chiama pensiero il rappresentarsi qualcosa mediante concetti, cioè in termini universali”. Il pensiero, attuandosi mediante “concetti, giudizi e sillogismi”, è la facoltà conoscitiva superiore che rappresenta la spontaneità e l’attività del soggetto, a differenza della sensibilità che ne costituisce invece il lato passivo. Distinto dalle funzioni conoscitive inferiori – che sono: il repraesentare (vorstellen), il percipere (wahrnehmen) e il noscere (kennen) – il pensiero include le seguenti operazioni conoscitive superiori:
1) il cognoscere, cioè “l’avere nozione (kennen) in modo consapevole, vale a dire il conoscere (erkennen)”;
2) l’intelligere, cioè “il capire (verstehen), ossia il conoscere o concepire mediante l’intelletto (Verstand) in forza dei concetti”;
3) il perspicere, ovvero “il conoscere o intuire (einsehen) mediante la ragione (Vernunft)”;
4) il comprehendere, cioè “il comprendere (begreifen) nella misura che è sufficiente alle nostre intuizioni”.
In quanto capacità di quel “soggetto” per eccellenza che è l’uomo, il pensiero si esplica in virtù di tre facoltà fondamentali:
1) l’”intelletto” (Verstand), che è la capacità di “pensare da sé” (selbst denken);
2) il “giudizio” (Urteilskraft), cioè la capacità di “pensarsi (nelle relazioni con gli uomini) al posto di ogni altro” (sich-in der Mitteilung mit Menschen – in die Stelle jedes Anderen denken);
3) la “ragione” (Vernunft), ossia la capacità di “pensare sempre in accordo con se stessi” (jederzeit einstimming mit sich selbst denken).
Quale importanza Kant assegni alla funzione del pensare è indicato dal fatto che per dare un nome alla suprema funzione unificante del nostro conoscere egli scelga il termine, poi diventato celebre, “io penso” (Ich denke): l’”io penso” è il principio “che deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni”. Ma è significativo soprattutto che l’esercizio autonomo del pensiero costituisca per lui, in prospettiva etico-politica, il fondamento sul quale egli basa il progetto illuministico di emancipazione dell’uomo dallo stato di minorità in cui versa.

venerdì 3 febbraio 2012

Questi partiti di merda si fottono i nostri soldi


Dicevo sempre ai miei ragazzi, soprattutto a quelli di V, di interessarsi a quello che più piaceva loro e di fare qualsiasi cosa mettendoci sempre tutta l’anima. Coltivare i propri interessi, le proprie passioni, i propri hobby… giardinaggio, pittura, Harry Potter, la filatelia, qualsiasi cosa, non dimenticando mai però, di riservare un posto alla politica e soprattutto un posto ai SOLDI, alle questioni ECONOMICHE della politica.
Le battaglia ideologiche, le stronzate di D’Alema, i teatrini inscenati nei programmi tv, i comizi, sono tutte bagattelle che non meritano molta attenzione. Il vero interesse, la cosa fondamentale, sono i SOLDI, come vengono gestiti, a chi vanno, chi li ruba, come vengono sprecati, ecc.
Delle ideologie non fotte più un cazzo a nessuno, l’uomo nuovo che si interessa di politica è all’economia politica che deve puntare.
Il caso Lusi di questi giorni ha fatto sorgere per l’ennesima volta lo scandalo dei finanziamenti ai partiti. Una questione che io seguo costantemente perché è una questione economica.
Una situazione scandalosa tipicamente italiana che Marco Travaglio declina nei seguenti modi.
Lo scandalo dei partiti morti che restano in vita solo per incassare i rimborsi elettorali, che seguitano ad affluire anche se i partiti non esistono più e dunque non corrono alle elezioni.
Lo scandalo dei rimborsi assegnati per cinque anni anche se la legislatura ne dura due.
Lo scandalo dei “rimborsi” stessi: finanziamenti pubblici mascherati, in barba al referendum del ’93, che non coprono le spese sostenute dai partiti per le campagne elettorali, ma vengono assegnati “a prescindere”, senza l’ombra di una pezza d’appoggio.
Infatti i partiti spendono 1, incassano 4 e il resto di 3 lo mettono in banca, o lo investono in speculazioni immobiliari o finanziarie in Tanzania (vedi Lega), oppure se lo fregano (vedi Lusi).
Insomma, anarchia assoluta dove ciascuno fa quel che gli pare senza che nessuno controlli nulla. A giudicare su eventuali irregolarità è il foro domestico, cioè il Parlamento (ahahahaha): una mano lava l’altra. Nel 2008 i revisori dei conti di Camera e Senato, esaminando i rendiconti dei partiti sui “rimborsi elettorali” 2006, stabilirono che erano quasi tutti irregolari. Ma non accadde nulla e non pagò nessuno. I partiti, anche se ricevono soldi pubblici (e parecchi: 1 miliardo a legislatura), restano soggetti privati. È dal 1948 che si attende una legge sulla loro responsabilità giuridica, che li obblighi a rispondere della gestione patrimonial-finanziaria e del rispetto delle regole di democrazia interna (tesseramenti, congressi, candidature, gruppi dirigenti, organi di garanzia), con sanzioni efficaci.
Interessiamoci di queste questioni economiche politiche. Questi ladri di merda si fottono soldi pubblici, cioè soldi nostri, cioè soldi che dovrebbero servire per il benessere della comunità e non per arricchirsi con loschi affari.
Chi fosse interessato segnalo il sito de il Fatto Quotidiano, dove troverete anche una petizione da firmare.
Vi posto i punti essenziali della proposta di legge contro le magagne economiche di questi figli di puttana.
1) I rimborsi elettorali non possono superare un tetto massimo e devono essere erogati solo ai partiti che totalizzino almeno l’1% dei voti validi e solo a fronte di fatture che documentino le spese effettivamente sostenute in ogni campagna elettorale.
2) I partiti possono ricevere finanziamenti da imprese o soggetti privati (non da società pubbliche o miste), purché li registrino a bilancio e li dichiarino sui siti delle Camere quando superano la soglia dei 5 mila euro l’anno (quella vigente prima del colpo di spugna del 2006, che la elevò addirittura a 50 mila).
3) Chi riceve contributi da aziende pubbliche o miste di qualsiasi importo, oppure da aziende o soggetti privati superiori ai 5 mila euro senza denunciarli, commette reato di finanziamento illecito (punito con pene severe e carcere vero). Ma incorre anche in sanzioni amministrative (affidate non più all’autodichiarazione delle Camere, ma alla Corte dei conti o alla Consulta): per il singolo parlamentare, la decadenza dal mandato e l’ineleggibilità perpetua; per il partito, che risponde per responsabilità oggettiva per gli amministratori infedeli, una multa fino al doppio dell’ultimo rimborso e la perdita di quello per la campagna successiva. In queste ultime sanzioni incorrono i partiti che violano le regole di democrazia e trasparenza interna.

giovedì 2 febbraio 2012

Breve storia del pensiero sul pensiero [she get 1]


Da quando Parmenide ha formulato la celebre tesi “pensiero ed essere sono la stessa cosa” (fr. 3 … tò gar autò noein estin te kai einai), la filosofia non ha mai smesso di interrogarsi circa quell’indefinibile privilegio della specie umana che è il “pensiero”.
Il pensiero costituisce da sempre una delle questioni fondamentali che impegnano la filosofia e uno dei temi-pilastro sui quali essa ha lavorato e costruito nel corso della sua lunga storia.
Platone e Aristotele fanno del pensiero l’attività che contraddistingue l’uomo dagli altri animali e che, esercitato nella sua purezza come “pensiero di pensiero” (nòesis noéseos), lo rende simile agli dèi. A loro risale il primo studio rigoroso e sistematico delle diverse facoltà della mente – quelle discorsive e mediate dalla ragione (diànoia, ratio), che produce scienza, e quelle “intuitive” e immediate dell’intelletto o intelligenza (nous, intellectus), che coglie i princìpi da cui la scienza muove. In un significativo passo del De partibus animalium, Aristotele arriva a dire che delle parti dell’uomo “solo il pensiero (nous) viene da fuori (thyrathen) ed è divino: perché l’attività del corpo non ha nulla in comune con la sua attività”. Intorno all’enigmatica natura del nous si accenderà una disputa plurisecolare tra i commentatori antichi, arabi e medioevali – Alessandro di Afrodisia, Averroè e Tommaso d’Aquino per citare i più importanti – la quale, coinvolgendo il problema dell’immortalità dell’anima e il rapporto tra ragione e fede, si protrarrà fino in pieno Rinascimento, cioè fino al simbolico termine finale rappresentato dall’anno in cui Pietro Pomponazzi vide bruciato pubblicamente a Venezia il suo De immortalitate animae (1516).
Inaugurando una filosofica età nuova, Cartesio faceva del pensiero il principio incontrovertibile sul quale poggia ogni certezza conoscitiva e poneva così le basi di tutto il razionalismo moderno. Nell’indubitabilità del cogito ergo sum, il principio che dal pensare inferisce l’essere, Cartesio vedeva una “verità così salda e certa che non avrebbero potuto scuoterla neanche le più stravaganti supposizioni degli scettici” e giudicava di poterla assumere senza esitazione quale fondamento primo della sua filosofia (Discorso sul metodo, IV).
Pascal condivide con Cartesio l’idea che il pensiero sia ciò che contraddistingue l’uomo nella sua essenza più profonda: “Posso benissimo concepire l’uomo senza mani, senza piedi e magari senza testa, ma non senza il pensiero” (Pensieri, n. 339). Ma Pascal cala il primato del pensiero in uno sfondo metafisico meno ottimistico, più malinconico e mesto: “L’uomo non è che una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un soffio d’aria, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo… Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. Sforziamoci quindi di ben pensare: ecco il principio della morale”. E a margine si domanda: “Ma che cos’è questo pensiero?” (Pensieri, nn. 346 e 347). È la domanda che alimenterà un importante filone dello spiritualismo francese, raggiungendo un suo punto alto nella memoria di Maine de Biran su L’influenza dell’abitudine sulla facoltà di pensare (1802), ma che occuperà anche pensatori sensisti come Destutt de Tracy, che nella Memoria sulla facoltà di pensare (1798) scrive: “Il pensiero, o la facoltà di pensare, è il fenomeno massimo e più importante del nostro essere… È la nostra esistenza tutta intera… Sarebbe la stessa cosa che la vita, se non fosse che può essere sospeso dal sonno o da altri accidenti”.
È soprattutto nella filosofia tedesca, con la “rivoluzione copernicana” di Kant e con l’idealismo, che il pensiero diventa il baricentro verso il quale gravita ogni nostra esperienza, il punto archimedeo sul quale poggia tutta l’architettonica del nostro conoscere.
E proprio da Kant ripartirà, nel prossimo post, questa breve storia del pensiero sul pensiero.

mercoledì 1 febbraio 2012

Dovrei, ma invece no

Oggi avrei dovuto parlare della storia del pensiero del pensiero.
Oppure scrivere tutto il bello che mi ha lasciato Demoni di Dostoevskij.
Postare gli appunti dell'Interpretazione dei sogni di Freud.
Commentare il vangelo di Matteo letto senza seghe mentali, cioè senza teologia.
Narrarvi la leggendaria leggenda di Buddha secondo la leggenda.
Consigliarvi su cosa dire o non dire mai a una ragazza.
Farvi godere con l'Urlo di Allen Ginsberg.
Parlarvi de La scheggia di Zazubrin.
Indottrinarvi sul divieto della masturbazione che riprese vigore nel Settecento.
Recensire un film che ho visto in lingua originale.
Creare la fenomenologia del recensore di Anobii.
Ricordare la triste figura della suicida Enrichetta Mann.
Raccontarvi di uno strano telecomando.
Divertirvi con il Borghese gentiluomo di Molière.
Delineare la figura del Censore.
Continuare a leggere insieme il Protagora o il Manifesto del partito comunista.
Magari parlarvi dell'apocalisse degli scioperi.
Di sicuro non vi avrei parlato del freddo, perché porca puttana come si fa a parlare del fredo a febbraio? Ma che cacchio di notizia è il freddo in inverno? Del freddo si parla ad agosto, allora sì che ne vale la pena.

Insomma, avrei tante cose da scrivere solo che...solo che oggi penso a lei e non me ne fotte un cazzo niente.