mercoledì 28 settembre 2011

Chupati la sirena, minchione (incubo d'autunno)


È che a me quando suona la sirena che annuncia la fine del turno, mi sale l’angoscia.
Prima non era così, ma ora il dover tornare a casa mi pesa.
Torno e non c’è nessuno ad attendermi. Mi accoglie una casa vuota, buia e fredda. Ho fatto morire pure quei cazzo di pesci nell’acquario e cani e gatti non li posso tenere perché i gatti li odio e per i cani non ho tempo.
Fino a poco tempo fa tornare a casa era un piacere perché potevo dedicarmi a me stesso. Leggere un libro in poltrona, dipingere, ascoltare musica – mi arricchivo, insomma. Combattevo feroce contro l’abbrutimento del lavoro e il rincoglionimento della banalità quotidiana. A me, la routine che amminchiona i comuni mortali, mi faceva un baffo.
Ma ora, ora non faccio più niente. Non ho voglia di fare un cazzo e spreco il mio tempo davanti alla tv; ceno e mi vado a coricare con il rimpianto di aver sprecato un’altra giornata.
Più passano i giorni e più aumenta lo scazzo.
Stasera, però, ho deciso di uscire. Mi illudo di averlo fatto per darmi una scossa, ma la verità è che non m’è rimasto in casa manco un goccio d’alcol.
Scendo per strada senza badare a come sono vestito. Non mi lavo, non mi pettino e vaffanculo.
Mi perdo tra la folla e vedo che tutti sono in coppia o in gruppo e io sono l’unico ad essere solo. Gli altri ridono e sono a colori, io uno sfigato in bianco e nero.
Potrei andare da Gianna, la salumiera con le tette grandi. Una biondona ex prostituta che ha sposato un ricco vecchio e stronzo che le ha messo su la botteguccia.
Decido di rinunciare alla visione delle tette di Gianna perché poi, una volta comprate le bottiglie, dovrei ritornare a casa e non mi va.
Fanculo, mi rifugio in un bar. Dicono che il bar l’abbia inventato Caino per stordire il suo rimorso.
Chi lo sa? Potrebbe anche essere vero; ho sentito cazzate ben più inverosimili.
Entro nel primo bar che trovo. Non ho un bar preferito perché i baristi, alla lunga, rompono il cazzo e diventano indiscreti con la scusa che ti conoscono. Niente confidenze, stasera. Versami da bere e chiudi il becco!
Mi siedo a un tavolino, non saluto né mi guardo in giro. Sparissero tutti sarebbe meglio, penso.
Si avvicina una cameriera con i capelli rossi ricci, un fisico asciutto e un gran culo (mi sporgo apposta per vederlo). Ordino un whisky doppio, lei prende nota e se ne va. Era così difficile ricordarsi di un whisky doppio?
Comunque me lo porta subito e le do un’altra occhiata al culo.
Trangugio il whisky tutto d’un fiato ed è un errore. Sono il solito animale, avrei dovuto sorseggiarlo e distendere un po’ i nervi.
Ne ordino un altro gridando forte ed anche stavolta il servizio è celere e decido che lascerò una mancia alla rossa.
Comincio a sorseggiare e penso che la mia vita è stata tutto un errore. Penso che avrei dovuto mandare affanculo qualcuno, che avrei dovuto abbracciare Luisa, magari baciarla prima di farla andare via. Penso a che giornata di merda sarà al lavoro domani e che dovrò fare due ore in più. Penso ai posti dove non sono mai stato. Poi mi fermo e faccio una lunga sorsata ad occhi chiusi.
Quando li riapro, la testa mi gira alquanto e sento che m’è venuto il sorriso idiota. Sono pazzo? Sì, mi dico. Ma no, mi rispondo. Forse, dico con poca convinzione dopo un altro sorso.
Ho quasi finito il whisky e voglio ordinarne un altro. Cerco la cameriera con gli occhi e noto che lei già mi stava guardano con un’espressione ben poco amichevole. Guardo verso il bancone e mi accorgo che il barman è una donna. Vicino a lei c’è un'altra ragazza che pulisce con uno straccio e sugli sgabelli ci sono due donne. Stanno tutte guardando verso di me. Mi guardano come se fossi una preda da uccidere.
Giro la faccia e vedo che tre tavolini sono occupati da sei, sette donne e pure queste mi stanno guardando.
Alla fine debbo constatare che nel locale, a parte me, ci son solo donne. È donna pure una che sta giocando al video poker che s’interrompe, si gira e mi guarda in maniera minacciosa mentre mastica il chewing-gum.
Non mi sento per niente a mio agio. Prendo i soldi dalla tasca, li lascio sul tavolino e mi avvio verso l’uscita.
Mentre sto per raggiungere la porta, una donna che indossa un giubbotto di pelle e che ha una cresta viola e una decina di orecchini sparsi tra naso, lobi e sopracciglia, mi si piazza davanti e incrocia le braccia. Ha uno sguardo molto truce e sembra intenzionata a non farmi passare.
Per fortuna, non ha neanche un grammo di muscoli.

2 commenti:

  1. A volte, sarebbe il caso di perdere un braccio...:)


    (vediamo se adesso riesco a postare commenti)

    RispondiElimina
  2. basta che mi lasci almeno una mano...

    RispondiElimina