lunedì 30 aprile 2012

Patafisica

Baudrillard

Ubu, lo stato gassoso e caricaturale,
l’intestino crasso e lo splendore del vuoto.
Perché ecco che tutto è forse stucco, e toc,
anche un albero di legno – e quel bluff intenso
che fa lievitare la pasta dei fenomeni – niente impedisce
che questo catabase verso il toc e il bla
sia iniziato molto prima della forma che
hanno preso gli oggetti detti veri –
e che tutto fosse prima di essere nato,
allo stato canceroso e immaginario –
non possa nascere che allo stato canceroso e immaginario –
il che non impedisce alle cose di essere meno false di
quanto si pensi cioè…

La Patafisica è la più alta tentazione dello spirito.
L’orrore del ridicolo e della necessità conduce all’infatuazione
enorme, la flatuosità enorme di Ubu.

Lo spirito patafisico è il chiodo
nel pneumatico – il mondo una veccia
di lupo. La spirale è ben anche una
mongolfiera, una nebulosa, o anche la
sfera perfetta della conoscenza. La
sfera intestinale del sole. Non c’è niente
da ricavare dalla morte. Un pneumatico
muore? Rende la sua anima di pneumatico.
Il peto è all’origine del soffio.

Ubu


Il principio è di emetterne, è così
che la realtà è demolita. Nella tracotanza
di Ubu ci sono la volontà, l’importanza,
la fede e tutto ciò che è portato al parossismo,
in cui ci si accorge molto naturalmente
che è fatto del soffio di cui si fanno i peti,
della carne di cui si fanno il sego e la cenere,
dell’osso di cui si fanno i falsi avori e i falsi universi.
Non è il ridicolo.
È un’inflazione, il passaggio brusco in uno spazio vuoto
che non è il pensiero di nessuno – perché non c’è pensiero patafisico,
non c’è che un acido patafisico che fa inacidire
e imbalsamare la vita come del latte,
gonfiare come una annegato e deflagrare
come il tartufo verdastro delle meningi
del Palotin. Patafisica: filosofia dello stato gassoso.
Essa non può definirsi che in una nuova lingua non trovata,
perché troppo evidente: la tautologia.
Meglio: essa non può esprimersi che tramite
il suo proprio termine, dunque: non esiste.
Gira su se stessa e rimugina l’inconsistente incongruenza,
sorridendo per niente dei canterelli e dei sogni putrescibili.

Le regole del gioco patafisico
sono più terribili di quelle di qualsiasi altro.
È un narcisismo di morte, un’eccentricità mortale.
Il mondo è una protuberanza inane, una masturbazione a vuoto,
un delirio di toc e di cartapesta, ma Artaud, che pensa così,
pensa ancora che da quel sesso brandito per niente
potrebbe un giorno sgorgare uno sperma vero, che da un’esistenza caricaturale
potrebbe sorgere il teatro della crudeltà, vale a dire una virulenza reale.
Mentre la Patafisica non crede più né al sesso né al teatro.
C’è la facciata e dietro niente. La ventriloquicità delle
vesciche e delle lanterne è assoluta.
Ogni cosa è nata infatuata, immaginaria, un edema, un granchio prelibato,
una nenia. Non c’è nemmeno modo di nascere e di morire.
Questo è riservato alla pietra, alla carne, al sangue, a ciò che pesa.
Ora, per la Patafisica tutti i fenomeni sono gassosi.
Anche il riconoscimento di questo stato,
anche la coscienza della scoreggia, e
del prurito e del coito per niente non è seria… e la coscienza
di questa coscienza, ecc.
Senza scopo, senz’anima, senza frasi,
ed esso stesso immaginario ma comunque necessario,
il paradosso patafisico è da scoppiarne, molto semplicemente.

Artaud


Se Artaud, spinto al limite dal
vuoto rinnovato davanti a lui e intorno
a lui, non si è suicidato, è che in qualche modo
credeva a un’incarnazione, a una nascita, a una sessualità, a un dramma.
Il tutto sui puntelli della crudeltà,
poiché la realtà non poteva accoglierli.
C’era una posta e la speranza di Artaud era immensa.
I confini della vescica avevano l’odore di una lanterna della Cina.
Ubu, lui, ha insoffiato tutte le lanterne del suo grosso peto.
E, di più, ha convinto.
Ha convinto tutti di nulla e di costipazione.
Egli prova che noi siamo una complicazione intestinale
del Signore di questi limbi che, quando avrà scoreggiato,
eh come ben potete vedere anche voi,
tutto sarà risolto, tutto sarà in ordine.
Noi non siamo altro che allo stato di peto virtuale,
la nozione di realtà ci è data da un certo
stato di concentrazione addominale del vento
che non è ancora stato lasciato andare.
Gli dei e le mattine che cantano
sono generate da questo osceno gas,
accumulato da quando il mondo è mondo
e da che l’Ubu piramidale ci digerisce
prima di espellerci patafisicamente nel vuoto
offuscato dall’odore di peto raffreddato – ciò che sarà
la fine del mondo e di tutti i mondi possibili…

L’humour di questa storia è più
crudele della crudeltà di Artaud, il
quale non è che un idealista.
Soprattutto, è impossibile. Esso prova
l’impossibilità di pensare patafisicamente
senza suicidarsi. È, se si vuole, il
raggio di una gidouille sferica sconosciuta
che non ha altri limiti che l’imbecillità
delle sfere ma che quando esplode
diventa infinita come l’humour.
Da questa deflagrazione dei Palotin deriva
l’humour, dal loro modo ossequioso e
ingenuo di tornare alla natura sotto forma di
peti-pietosi, che si credevano
talmente coscienti, gli esseri, e non
solamente dal gas – e uno dopo l’altro
danno scintilla all’humour incommensurabile
che risplenderà alla fine del mondo – dall’esplosione dello stesso Ubu.
Così la Patafisica è impossibile.
Bisogna uccidersi per provarlo?
Addirittura, perché essa non è seria. Ma
se è proprio qui la sua serietà… Alla
alla fine, per esaltare la Patafisica, è meglio
essere patafisici senza saperlo – quel che siamo tutti.
Perché, riguardo l’humour, l’humour vuole l’humour, ecc.
La Patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie.
Artaud è il contrasto perfetto.
Artaud vuole la rivalutazione della
creazione e della messa al mondo.
Sottrae, come Soutine sottrae al suo bue
putrefatto, un’immagine, non proprio
un’idea. Crede che bucando quell’ascesso di stregone
colerà molto pus, ma alla fine
quantomeno buon dio del vero sangue, e che quando il mondo intero
starà ansimando come il bue di Soutine,
il drammaturgo potrà riprendere a partire
dalle nostra ossa per una grande e
seria festa dove non ci saranno più spettatori.

Jarry

Al contrario la Patafisica è esangue
e non si bagna, evolvendosi in un universo
parodico ed essendo il riassorbimento in sè dello spirito
senza una traccia di sangue. E parimenti:
ogni passo patafisico è un circolo vizioso
dove le forme impazzite senza crederci
si mangiano stupide dei granchi in
fondo ai giunchi, si digeriscono come
budda di stucco e non emettono in tutti
gli azimut che un suono fecale di pietra
pomice e di noia seccata. Ciò accade
perché la Patafisica raggiunge una tale
perfezione del gioco e perché concede
così poca importanza a tutto ciò che ne
ha alla fine così poca. In essa tutte le
nullità solenni, tutte le figure della nullità
arrivano a fallire e a pietrificarsi
davanti all’occhio gorgonale di Ubu.
In essa ogni cosa diventa artificiale, velenosa,
e conduce alla schizofrenia, tramite
gli angeli di stucco rosa le cui
estremità si congiungono in uno specchio curvo…
Loyola – che il mondo sia avariato purchè io vi regni.
Se un’anima non resiste all’ascendente delle volute,
delle spirali, delle vertigini stampate,
fissate al momento dell’imbroglio
parossistico, allora essa è consegnata al
sontuoso Ubu, il cui sorriso rende ogni
cosa alla sua inutilità solforosa e alla
freschezza delle latrine…

Tale è l’unica soluzione immaginaria
all’assenza di problemi.

venerdì 27 aprile 2012

Qual è quella poesia...


...che Nanni Moretti legge nel bel film La stanza del figlio? Questo mi chiesi alla fine della scena in cui il caro Nanni la legge a letto alla moglie.
Indagai e scoprii che si trattava di The toes di Raymond Carver. Ovviamente corsi in libreria e acquistai il libro Il nuovo sentiero per la cascata e da allora in poi Carver è diventato uno dei miei scrittori preferiti, anche perché predilige scrivere racconti, genere che io amo alternare con i grandi romanzi.
Non saprei dare un’etichetta a Carver. Non sono bravo con queste cose da critico letterario. So che le etichette piacciono molto alla gente che adora classificare l’arte, la musica e gli scrittori in comode caselle.
Quello che posso dire è che Carver scrive storie di vita quotidiana. I suoi personaggi sono gente comune, gente che vive soffre lavora in ogni angolo di questo fottuto mondo. Scrive di me, di te e di noi.
Ha uno stile semplice, oserei dire normale se non fosse che la gente alla parola "normale" si deprime perché vuole sempre i fuochi d’artificio, l’artista pazzo omicida scopatore.
Regalo questa poesia perché mi piacciono i “dialoghi” che i poeti intrattengono con il proprio corpo. Questo corpo che noi bistrattiamo, che non consideriamo, di cui un po’ ci vorremmo liberare. Personalmente mi capita spesso di ragionare con il mio cervello, soprattutto di sgridarlo quando non capisco le cose e con il mio cuore. A volte mi son sorpreso a dirmi: ehy, vecchio cuore mio, dove sei? che fai?
Ok, passiamo alla poesia di Carver e non so sugli altri che effetto avrà… a me ha fatto venire voglia di farmi un pediluvio rilassante e di accarezzarmi le dita dei piedi.
Poveri piedi miei, quanti kilometri abbiamo fatto… in quanti posti siamo stati, quante camminate passeggiate scarpinate partite a pallone. Quanto vi ho maltrattato con il mio peso eccessivo.
È anche per ringraziarvi di tutto, voi umili e generosi, che posto questi versi.
Buona lettura.

The toes [Le dita del piede]

Questo piede non mi dà altro
che guai. Il tallone,
l’arco, la caviglia… v’assicuro
che mi fa male quando cammino. Ma
sono soprattutto queste dita
che mi preoccupano. Queste
“articolazioni terminali” come sono
altrimenti note. Com’è vero!
Per loro non c’è più il piacere
di tuffarsi a capofitto
in un bagno caldo o
in un calzino di cashmere. Calzini di cashmere
o niente calzini, pantofole, scarpe o cerotti
Ace, ormai è tutto uguale
per queste stupide dita.
Hanno perfino un aspetto assente
e depresso, come se
qualcuno le avesse imbottite
di torazina. Se ne stanno lì rannicchiate,
mute e attonite… oggetti
scialbi e senza vita. Ma che diavolo succede?
Che razza di dita sono queste
che non gliene frega più niente di niente?
Ma sono ancora le mie
dita? Si sono forse scordate
i vecchi tempi, che cosa voleva dire
esser vive allora? Sempre in prima
fila, sempre le prime a scendere sulla pista da ballo
appena attaccava la musica.
Le prime a saltellare.
E adesso, guardatele. Anzi, no.
Non vorrete certo guardarle,
‘ste lumache. È solo a prezzo di dolore
e con difficoltà che riescono a rievocare
i tempi d’una volta, i tempi d’oro.
Forse, quel che vogliono in realtà
è tagliare tutti i collegamenti
con la vita di una volta, ricominciare,
darsi alla clandestinità, vivere da sole
in una casa di riposo principesca
da qualche parte della valle di Yakima.
Eppure c’era un tempo
che si tendevano
per il desiderio,
che veramente
bastava la minima provocazione
per farle inarcare
di piacere.
Sfiorare con la mano
una gonna di seta, per esempio.
Una bella voce, un tocco
sulla nuca, addirittura
uno sguardo di sfuggita. Qualsiasi cosa!
Il rumore di occhielli
sganciati, di corsetti
sbottonati, di vestiti lasciati cadere
sul parquet freddo.

giovedì 26 aprile 2012

Come dimagrire davvero

(compratevi una bilancia per pesare i cibi...)

Io so fare benissimo le lacrime di coccodrillo. Mangio come un porco, faccio il bis di dolci, a casa poi mi viene un attacco di fame e faccio la “colazione di mezzanotte” con latte e colomba pasquale. Poi mi lamento che ho mangiato troppo e guarda che panza e nguè nguè nguè.
Fumo come un turco e me ne fotto, poi quando finisce la sigaretta o il pacchetto, mentre vado dal tabaccaio mi lamento che sono proprio uno stronzo a fumare e nguè nguè nguè.
Potrebbero mettermi sulle magliette della Lacoste al posto di quel coccodrillo che si è fatto parecchio stantio.
Altra mia specialità è piangere sul latte versato. Non faccio nulla per impedire il fattaccio, anzi, spesso sono io a provocarlo, e poi piango. Sono il re delle lamentazioni a posteriori.
Per quanto riguarda il fumo ho comprato È facile smettere di fumare se sai come farlo di Allan Carr, ma per ora non l’ho neanche aperto.
Per il mangiare invece, no. Mi son dato parecchio da fare.
Lunedì scorso sono andato da un amico di famiglia dietologo e ho comprato una bilancia per pesare il cibo.
Non dirò quanto peso, sticazzi, però peso parecchio e fra tre mesi ho il matrimonio del mio migliore amico e l’obiettivo è presentarmi più in forma possibile. Poi, che cazzo, tra poco viene l’estate e non voglio andare in spiaggia con la panza.
Adesso sono quattro giorni che seguo una dieta da 1300 calorie e già mi sento più sgonfio. Una bella sensazione. L’otto maggio farò la prima pesata e vedrò se e di quanto sono sceso col peso.
Voglio dare un consiglio a tutti quelli che desiderano dimagrire: PESATE QUELLO CHE MANGIATE.
Lo so, è una rottura di palle, ma è necessario. Vi faccio un esempio pratico.
Oggi mi toccavano 80 grammi di pasta. Ho aperto la credenza per prendere il boccaccio con le farfalle che avrei mangiato con le zucchine. A vederla lì dentro e poi nel piatto, la pasta mi sembrava davvero poca; l’ho pesata ed erano 120 grammi. Insomma sarebbe sì venuto un bel piatto di pasta (niente di troppo esagerato, in fondo), ma avrei sgarrato di 40 grammi. La sera mangio il secondo e 70 grammi di pane che ovviamente peso. Mettiamo invece che me ne fotto di pesare il pane e mangio tutto il panino di 110 grammi. In totale, tra pranzo e cena, sgarrerei di 80 grammi.
Quanto fa al mese uno sgarro del genere? Sgarrare di 80 grammi, e che sarà mai penserà qualcuno …
Sgarrare di 80 grammi fa la bellezza di 2 chili e 400 grammi al mese, 28 chili e 800 grammi all’anno! E ho contato solo gli sgarri di pane e pasta! Immaginate un attimo a sgarrare con la carne, il pesce, i latticini … metteteci pure le bevande zuccherate, gli alcolici, il fritto, il burro, i cenoni di Pasqua e di Natale! Decine e decine di chili in più! È normale poi che ci venga il panzone!
La gente si trastulla la minchia con la dieta antiglicemica, la dieta a zona, la dieta del pollo, le tisane, le pillole, gli integratori … tutte stronzate.
Volete dimagrire e stare in forma, tenere il peso per sempre?
Tre regole:
1) Pesare il cibo
2) Mangiare tre volte al giorno
3) Quando vi viene fame, mattina pomeriggio notte che sia, addentate un finocchio.


Ci rivediamo l’otto maggio per vedere quanti chili ho perso.

mercoledì 25 aprile 2012

Cose da sapere prima di vedere il fim Diaz


Ritengo utile, prima di vedere il film Diaz, fare delle considerazioni preliminari su alcuni fatti che sono succeduti dopo la vicenda Diaz e a quell’altra vergogna di Bolzaneto. Giusto per non dimenticare.
Decine di quegli agenti e dirigenti violenti e deviati sono stati condannati in primo e secondo grado per le mattanze alla Diaz e a Bolzaneto, ma nessuno è stato rimosso dal corpo. Qualcuno anzi ha addirittura fatto carriera.
Come Vincenzo Canterini che, dopo la condanna in primo grado a 4 anni per la Diaz, divenne questore e ufficiale di collegamento dell’Interpol a Bucarest. O Michelangelo Fournier, quello che al processo parlò di “macelleria messicana”, che dopo la prima condanna a 4 anni e 2 mesi ascese al vertice della Direzione Centrale Antidroga.
O Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un ragazzo di 15 anni, condannato in tribunale a 2 anni e 4 mesi per le sevizie di Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, e subito dopo promosso capo della Questura di Genova e poi dirigente di quella di Alessandria.
Molti di loro avrebbero subìto sanzioni ancor più pesanti se l’Italia avesse recepito il reato di tortura, cosa che non avvenne per la strenua opposizione di quelle merde del Pdl e della Lega, al governo nel 2001 e dunque responsabili politici e morali di quel che accadde.
Non fu cacciato dalla polizia nemmeno il dirigente che portò alla Diaz due molotov ritrovate altrove per giustificare ex post l’ignobile pestaggio di gente inerme. E nemmeno quello che si ferì da solo per simulare un corpo a corpo con i fantomatici “black bloc” che in quella scuola, quella notte, non esistevano. Molti altri, nascosti sotto l’anonimato del casco, non sono stati identificati, dunque l’hanno fatta franca. È ovvio che viene da pensare che gli agenti che si sono macchiati di violenze gratuite negli ultimi anni, per esempio in Val di Susa contro i No-Tav, possano essere gli stessi che la passarono liscia per i fatti di Genova, o altri loro emuli, incoraggiati dall’impunità generale.
Dopo aver ricordato questa infamia nazionale (che ricorderò fino a quando non ci sarà vera giustizia), andrò a vedere Diaz di Antonello Vicari e vi consiglio pure il documentario Bella ciao di Giusti, Torelli e Freccero ovviamente censurato da quell’altra vergogna nazionale di nome Rai.

lunedì 23 aprile 2012

L'arte Informale

(Alberto Burri, Sacco SPI, 1956)

L’arte Informale nasce all’incirca negli anni 40’, ma entra nel dibattito artistico nel decennio successivo.
L’Informale non è stato né una scuola né una tendenza teorizzate; piuttosto una sorta di convergenza di maniere e di stili diversi tra loro uniti, però, dall’idea dell’avventura totale. L’Informale indaga sulle possibilità espressive ed emozionali della materia; ne evidenzia la struttura, ne esalta le ambiguità morfologiche, siano esse le trame di iuta, gli strati di colore sovrapposti o le raschiature, i grumi, i frammenti.
Le opere informali sono portatrici di una tensione che potenzia la volontà conoscitiva nel tentativo di raggiungere la misura della propria finitezza.
Ho scelto tre voci autorevoli per farci raccontare cosa sia l’arte Informale.
Il primo a parlare è Jean Dubuffet, pittore e scultore francese. Io le ho trovate parole veramente magnifiche che vale la pena di leggere; spero per voi altrettanto: “Il punto di partenza è la superficie da animare – tela o foglio di carta – e la prima macchia di colore o di inchiostro che vi si getta: l’effetto che si produce, l’avventura che ne risulta. È questa macchia, a mano a mano che la si arricchisce o la si orienta, che deve guidare il lavoro. Non si fabbrica un quadro come una casa, partendo da rilievi architettonici, ma volgendo la schiena al risultato – a tastoni! a ritroso! Non è fissando l’oro, alchimista, che troverai il modo di farlo, corri invece alle tue storte, fai bollire dell’orina, guarda avidamente il piombo, quel che ti serve è là. E tu, pittore, macchie di colore, macchie e tracciati, guarda le tue tavolozze e i tuoi stracci, in essi è la chiave che vai cercando!
Il modo in cui un colore viene applicato è più importante della scelta di tale colore.
A ben vedere, non ci sono colori ma materie colorate. Persino la polvere d’oltremare assumerà un’infinità di aspetti diversi se ad essa si mescolano olio, oppure uovo, latte, gomma. O se la si applicherà su gesso, legno, cartone o tela (e, naturalmente, ci sono tele di diversa qualità e preparazione). Liscia o ruvida. Più o meno opaca. Quel che c’è sotto traspare sempre un po’ ed entra nel gioco, anche se a occhio nudo è difficile accorgersene. Gli stessi colori usati indiscriminatamente sembreranno insipidi e, bene usati, carichi di senso. Non è poi molto importante impiegare del nero, del blu o del rosso per dipingere un viso o un albero, lo è molto di più fare del colore scelto un certo impiego.
Tanto che il mio quadro potrebbe esser dipinto con il solo nero (e non nero e bianco, nero e basta) – ma diversificato e applicato in mille maniere appropriate – senza perderci molto, mentre, riprodotto in tutta la gamma dei colori ma privato di questa diversità, non significherebbe più niente. I colori hanno meno importanza di quanto comunemente si immagini. Ne ha di più il modo di applicarli. Il materiale è un linguaggio. Non si dica che queste preoccupazioni per i mezzi tecnici trascinano l’arte su un terreno sensuale o artigianale che le è estraneo. Non è vero. Certo non è difficile trovare esempi di pittura in cui soltanto tali mezzi tecnici vengono chiamati in causa senza che l’ispirazione vi abbia parte alcuna, senza che lo spirito sia in gioco: diremo allora che sono usati male e insufficientemente.
L’arte deve nascere dal materiale. Ogni materiale ha il suo linguaggio, è un linguaggio. Non è il caso di aggiungergli un altro linguaggio o di metterlo al servizio di un linguaggio. Danza con il caso. Cominciare un quadro: un’avventura che non si sa dove vi porterà. L’interesse per l’artista sarebbe scarso se lo sapesse già in partenza, se dovesse eseguire un quadro già da prima completamente fatto nel suo spirito. Non è così; l’artista fa coppia con il caso; non è un ballo che si possa fare da soli, bisogna essere in due; il caso è della partita. Tira di qua e di là, e l’artista guida come può ma con dolcezza, attento a trar partito da tutto il fortuito a mano a mano che si presenta, a farlo servire ai suoi scopi, senza impedirsi di piegare un poco questi ultimi ad ogni occasione. Ma non si deve parlare propriamente di caso. In questa e in tutte le altre circostanze. Il caso non c’è. L’uomo chiama caso tutto quel che viene dal gran buco nero delle cause sconosciute. Non è proprio con un caso qualunque che l’artista è alle prese, si tratta piuttosto di un caso particolare, inerente alla natura del materiale impiegato. Il termine “caso” è inesatto; occorre parlare invece di velleità e di aspirazioni del materiale recalcitrante”.
(Jean Fautrier, Questo è come ti senti, 1958)
Proseguiamo con il celebre Lucio Fontana che nel 1947 redasse, insieme da altri artisti, il Primo manifesto dello spazialismo: “L’arte è eterna, ma non può essere immortale. È eterna in quanto un suo gesto, come qualunque altro gesto compiuto, non può non continuare a permanere nello spirito dell’uomo come razza perpetuata. Così paganesimo, cristianesimo, e tutto quanto è stato dello spirito, sono gesti compiuti ed eterni che permangono e permarranno sempre nello spirito dell’uomo. Ma l’essere eterna non significa per nulla che sia immortale. Anzi essa non è mai immortale. Potrà vivere un anno o millenni, ma l’ora verrà sempre, della sua distruzione materiale. Rimarrà eterna come gesto, ma morrà come materia.
Ora noi siamo arrivati alla conclusione che sino ad oggi gli artisti, coscienti o incoscienti, hanno sempre confuso i termini di eternità e di immortalità, cercando di conseguenza per ogni arte la materia più adatta a farla più lungamente perdurare, sono cioè rimasti vittime coscienti o incoscienti della materia, hanno fatto decadere il gesto puro eterno in quello duraturo nella speranza impossibile della immortalità. Noi pensiamo di svincolare l’arte dalla materia, di svincolare il senso dell’eterno dalla preoccupazione dell’immortale.
E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno. Oggi lo spirito umano tende, in una realtà trascendente, a trascendere il particolare per arrivare all’Unito, all’Universale attraverso un atto dello spirito svincolato da ogni materia. Ci rifiutiamo di pensare che scienza ed arte siano due fatti distinti, che cioè i gesti compiuti da una delle due attività possano non appartenere anche all’altra. Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici. Né radio né televisione possono essere scaturite dallo spirito dell’uomo senza un’urgenza che dalla scienza va all’arte.
È impossibile che l’uomo dalla tela, dal bronzo, dal gesso, dalla plastilina non passi alla pura immagine aerea, universale, sospesa, come fu impossibile che dalla grafite non passasse alla tela, al bronzo, al gesso, alla plastilina; senza per nulla negare la validità eterna delle immagini create attraverso grafite, bronzo, tela, gesso, plastilina. Non sarà possibile adattare a queste nuove esigenze immagini già ferme nelle esigenze del passato. Siamo convinti che, dopo questo fatto, nulla verrà distrutto del passato, né mezzi né fini, siamo convinti che si continuerà a dipingere e a scolpire anche attraverso le materie del passato, ma siamo altrettanto convinti che queste materie, dopo questo fatto, saranno affrontate e guardate con altre mani e altri occhi e saranno pervase di sensibilità più affinata".
(Jackson Pollock, Sette, 1950)
Concludo con un artista di quel periodo che amo molto: Jackson Pollock. Nelle sue opere c’è qualcosa che non saprei descrivere. C’è il caos, il delirio, eppure mi ci ritrovo. Come se mi trasportasse nel centro dell’uragano che io stesso sono: “Non lavoro partendo da disegni o schizzi. Dipingo direttamente. Di solito dipingo per terra. Mi piace lavorare su una grande tela. Mi sento meglio, più a mio agio con un grande spazio.
Con la tela per terra mi sento più vicino al quadro, ne faccio maggiormente parte. In questo modo posso girargli tutt’intorno, lavorare da ogni lato, ed essere nel quadro, come gli Indiani dell’Ovest che lavoravano sulla sabbia. A volte uso un pennello, ma spesso preferisco usare una stecca. Altre volte verso il colore direttamente dal barattolo. Mi piace usare il colore fluido, che faccio sgocciolare. Utilizzo anche sabbia, schegge di vetro, sassi, cordicelle, chiodi e tanti altri elementi estranei alla pittura. La tecnica pittorica si sviluppa naturalmente, a seconda della necessità. Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli.
La tecnica è semplicemente un mezzo per arrivarci. Quando dipingo, ho un’idea d’insieme di quello che voglio fare. Posso controllare la colata della pittura, non c’è casualità, così come non c’è inizio né fine. A volte perdo il quadro. Ma no ho paura dei cambiamenti, di distruggere l’immagine, perché un quadro ha una sua vita propria. Non m’interessa l’”espressionismo astratto” … e comunque non si tratta di un’”arte senza oggetto”, né di un’”arte che non rappresenta”. Io a volte ho molta capacità di rappresentare, anche se di solito ne ho poca. Ma se tu dipingi il tuo inconscio, le figure devono per forza emergere. Tutti noi siamo influenzati da Freud, mi pare.
Io sono stato a lungo junghiano…
La pittura è uno stato dell’essere … La pittura è la scoperta di sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è".

venerdì 20 aprile 2012

Piccola guida per diventare Filosofi Accademici del III Millennio [seconda parte]

Jean-Paul Sartre (non sottovalutate MAI l'importanza della pipa per un filosofo)
Dicevamo ieri che il vostro compito filosofico principale consiste nel separare la soggettività da qualsiasi costrutto trascendentale. Dovete contribuire, insomma, alla tendenza filosofica fondamentale della nostra era; alla progressiva e irreversibile scissione tra soggetto e trascendentale. Un’ultima cosa, prima di passare all’esempio pratico, che riguarda la filosofia d’oltremare e cioè la filosofia inglese e americana, con le accuse che potrebbero muovervi di solipsismo, idealismo e altre scemenze: fottetevene. Gli anglo-americani non sono filosofi; è gente che crede che la filosofia sia una specie di logistica, è gente che traduce “spirito” con “mind”, è gente che parla di “buon senso” ma il buon senso è di quanto più lontano possibile dalla filosofia. L’unico filosofo di lingua inglese è stato Shakespeare, al massimo posso concedervi David Hume e un poco di Bertrand Russell. Il resto potete tranquillamente ignorarlo e dedicarvi solo a scrittori e poeti di quelle terre. Torniamo a noi, cioè a Sartre e ad Husserl. Per diventare Filosofi Accademici del III Millennio, dovete individuare un mostro sacro del vostro tempo e fare quello che il giovane Sartre, scrivendo La trascendenza dell’ego, fece col padre della Fenomenologia.
Edmund Husserl (sì, lo so. è antipatico anche a me, ma tant'è...)
Husserl reintrodusse una nozione di “coscienza” come orizzonte trascendentale, condizione prima e originaria di ogni verità e di ogni rapporto col mondo. Ma già nei suoi scritti e poi in tutto il cammino della fenomenologia, questa coscienza si svuota assai presto di ogni riferimento soggettivo per diventare un anonimo e impersonale “campo trascendentale”; vale a dire, qualcosa che sta più nell’ordine dell’ che dell’Io. (e quindi anche Husserl segue l’ormai inevitabile “lezione hegeliana”) Cosa fa Sartre? Sartre punta dritto al cuore della fenomenologia, e cioè proprio a quella nozione di coscienza trascendentale che costituisce l’architrave del sistema husserliano, per espungervi l’Io. Capito? Trovate il mostro sacro, afferratelo per le corna, prendete possesso dell’idea filosofica principale (ogni filosofo ha un’idea principale), stabilitevi nell’architrave concettuale del vostro interlocutore ed espungete qualsiasi riferimento soggettivistico. Sartre mira a purificare l’idea di coscienza per liberarla da ogni soggettivismo, sino a riformularla come una pura “spontaneità” del tutto impersonale. Di questa assoluta trascendenza, dovrebbe ormai essere chiaro, l’Io non è né il proprietario, né il fondamento: ne è, semmai, soltanto una maschera. Riepilogo filosofico: purificare l’idea di coscienza, darle una nuova ed impersonale nozione concettuale, dare all’Io un ruolo post hegeliano. Ma non è finita, dovete fare il secondo passo. Per essere Filosofi Accademici del III Millennio, dovete innestare la vostra filosofia teoretica su una filosofia politica. Il filosofo è sempre teoretico ed etico, cioè politico. Ovviamente l’esempio sartriano, risalendo agli anni ’30 del Novecento, è basato sulla politica marxista e nostro compito non è seguirlo pedissequamente, ma solo apprendere i rudimenti della tecnica della filosofia politica. Dovrete portare il vostro discorso sulla politica attuale, altrimenti il demone dell’accusa di essere soltanto un idealista, vi perseguiterà fin nella tomba. Quello che voglio sottolineare è che se Sartre è riuscito a convincere i duri e puri della sinistra materialista marxista, che erano già a pronti ad accusare la fenomenologia di restare chiusa in un astratto idealismo (che vi dicevo prima?), ignaro di sofferenze, fame e guerra, nessuna impresa di filosofia politica è impossibile. Il vostro punto di partenza sarà che, una volta espulso l’Io dalla coscienza, l’Io si ritrova immerso nel mondo, costituito dalla stessa trama materiale di cui sono fatte tutte le cose. Questo rendere l’Io “mondano” è basilare per far capire che la fenomenologia (o chi per essa) può essere capace di un concreto realismo e trovare pieno ascolto nei sostenitori del materialismo storico (o di altri movimenti politici). Per realizzare il matrimonio tra la vostra filosofia teoretica e il pensiero politico a voi contemporaneo, dovrete decretare il divorzio tra soggetto e trascendentale; fare insomma incontrare il pensiero filosofico del vostro mostro sacro con il pensiero politico del momento così come Sartre unì la filosofia politica di Marx con la fenomenologia di Husserl. E in questo Jean-Paul fu geniale. Nell’infuriare della battaglia filosofica seppe capovolgere la situazione come un novello Napoleone. Non era lui che viveva nella sua torre d’avorio, non era lui che sproloquiava di una filosofia morta e inutile. Erano i marxisti che dovevano ascoltarlo per evitare l’assurdità di un “materialismo metafisico" (!!!), cioè di un materialismo ingenuo, e trarre dunque fuori la corrente marxista dai presupposti infondati e dalle rigidità ideologiche in cui era impantanata. Dovrete, per concludere, non accettare semplicemente il pensiero politico presente; ma accettarlo con riserva. Cioè accettarlo, abbracciarlo, ma con le vostre idee e correzioni. Sartre accettò sì il marxismo allora dominante, ma attraverso una dialettica “aperta” che conteneva in nuce successive e costanti proposte di revisione. Chapeau Jean-Paul! E leggete La trascendenza dell’ego.

giovedì 19 aprile 2012

Piccola guida per diventare Filosofi Accademici del III Millennio [prima parte]

(senza ego cogito, non sei nessuno)

Oggi e domani dedico due post ai giovani filosofi. Il primo, che è questo, è di ordine puramente teorico; domani, invece, il post sarà essenzialmente pratico perché ricordate: la filosofia si pensa e si fa. Teoria e pragma. Sempre.
Per diventare dei Filosofi Accademici del III Millennio, dovete innanzitutto fare a brandelli il soggetto trascendentale. È un qualcosa di obbligatorio se volete porvi in scia con la tendenza filosofica fondamentale del nostro tempo.
Secoli fa avreste dovuto dimostrare l’esistenza di Dio; oggi dovete espungere il soggetto trascendentale dall’orizzonte filosofico.
Per far questo dovete, ovviamente, conoscere meglio possibile le tappe più importanti della storia della filosofia. Senza storia della filosofia, non andrete mai da nessuna parte. Faccio un breve sunto.
L’età moderna filosofica si apriva con l’ego cogito, posto da Cartesio a fondamento della conoscenza certa e si chiudeva con l’Io penso di Kant.
Quindi, anche se considerate Cartesio un leccaculo e Kant un professore rompi coglioni dovete studiarne il pensiero e possederne i concetti fondamentali.
Dopo aver letto e riletto le opere principali di questi due pensatori (condizione fondamentale per diventare Filosofi Accademici del III Millennio), dovrete affrontare il pensiero contemporaneo che ha invece consumato e poi definitivamente sancito il divorzio tra il trascendentale (gli a priori che rendono possibile l’esperienza) e la soggettività.
Per fare ciò, il vostro punto di riferimento, il vostro nume tutelare sarà Hegel.
Con Hegel gli a priori si trovano sbalzati fuori dal soggetto e gettati nel tumultuoso divenire: non più assimilabili a delle categorie pure, fissate nella nostra mente, le condizioni dell’esperienza sono invece determinate dalla storia nel suo mutevole cammino. Dopo Hegel l’a priori è dislocato sistematicamente altrove dalla coscienza soggettiva.
Per dimostrare la costanza e la realtà di questo “dislocamento” prenderò ad esempio tre dei più famosi pensatori post hegeliani.
Marx dislocò l’a priori nei rapporti socio-economici, Nietzsche in un gioco di cieche forze, Freud nei meccanismi dell’inconscio.
Trovare la vostra dimensione dell’a priori sarà un lavoro che toccherà a voi fare e che dipenderà dalla sensibilità filosofica propria ad ognuno di voi.
Quello che io posso darvi è un esempio, un modello col quale potrete confrontarvi e cioè il giovane Sartre alle prese col mostro sacro Husserl.
Ed è questa la parte pratica che affronteremo domani.

mercoledì 18 aprile 2012

Cos'è un Happening in Arte


Quando studiai per l’esame di Storia dell’Arte Contemporanea all’università, ebbi la fortuna di imbattermi nel testo di Lea Vergine, L’arte in trincea. Lessico delle tendenze artistiche 1960-1990, dove sono trattati molti movimenti e correnti artistiche del secondo Novecento; dall’Informale al Fluxus, dall’Arte Concettuale all’Anacronismo. Oggi ho deciso di parlare dell’Happening.
All’americano di origine russa Allan Kaprow si deve la scelta del termine happening per indicare alcune sue esperienze del 1958-59, caratterizzate dall’impiego di quella che oggi si chiamerebbe multimedialità.
Happening è qualcosa che accade; spesso in modo inaspettato.
La parola “happening” compare per la prima volta nel titolo di un’opera di Kaprow 18 Happenings in 6 Parts, presentata nel ’59 a New York alla Reuben Gallery. In seguito, l’uso generico del termine creerà equivoci a causa di associazioni con esperienze molto diverse tra di loro, spesso di tipo comportamentale. L’happening ha certo relazione con le tecniche teatrali e, in un certo senso, può sembrarne una sorta di eresia.
L’happening è un evento nel quale viene utilizzata una “struttura a compartimenti”. In ogni compartimento accade qualcosa: un’azione elementare eseguita da uno o più attori; un suono; un rumore; declamazioni di parole.
Ogni accaduto può essere completamente autonomo rispetto a quello successivo; può far parte di una sequenza o svolgersi contemporaneamente ad altre situazioni, può non rispettare rapporti di causa-effetto e assumere componenti di aleatorietà.
Talvolta nell’happening possono verificarsi circostanze imprevedibili, ad esempio mutamenti meteorologici o reazioni del pubblico. Una qualche accidentalità è determinata anche dagli attori: essi possono decidere di iniziare un’azione in un punto anziché in un altro; possono scegliere la modalità di spostamento di un oggetto, e così via. Nonostante sia prevista una certa casualità, nei primi happening non vi è improvvisazione; l’autore stabilisce la sequenza degli accadimenti, la loro esecuzione e, spesso, sceglie di partecipare per controllare meglio l’insieme.
La presenza dell’attore ha la stessa importanza di quella degli altri elementi scenici; egli si fa oggetto, non deve interpretare, solo concretizzare ciò che è stato deciso.
Negli happening vi è una prevalenza di rumori e suoni rispetto al linguaggio verbale. Le parole, quando compaiono, sono usate in modo non tradizionale, nel senso di comunicazione o informazione, e, a volte, sono le leggi della probabilità a determinare la selezione e la distribuzione in dialoghi e monologhi.

(Allan Kaprow, 18 Happenings in 6 Parts, 1959)

E ora, diamo la parola proprio ad Allan Kaprow: “Il termine “happening” non è felice. Originariamente non si riferiva a nessuna forma d’arte ed era semplicemente una parola neutra inclusa nel titolo di una delle mie opere progettate nel 1958-59. Secondo la mia intenzione era la parola che doveva sottrarmi all’obbligo di definire il lavoro “piéce teatrale”, “rappresentazione”, “gioco”, “arte totale”, o di usare qualunque altro termine destinato a suscitare associazioni con usuali forme di svago, come il teatro, ecc. ma in seguito fu adottato da altri artisti e dalla stampa e ora compare costantemente nelle conversazioni di persone che non mi conoscono e che non sanno cosa sia uno happening. Usata con grande disinvoltura per tutte le occasioni, la parola suggerisce l’idea di qualche cosa di abbastanza spontaneo che “si sa il caso che capiti”. Per esempio, la gente della strada, vedendo un cagnolino che fa la pipì contro una fontana, dice per scherzo: “Oh, ecco un happening!”
La parola “happening” è poco felice per il senso di contrarietà che provoca.
Essa comunica non soltanto un significato neutro di “evento” o di “accadimento”, ma implica qualcosa di imprevisto, di casuale, e magari di involontario e indiretto. Quando cerco di convincere i miei interlocutori che io controllo e dirigo gli happening in tutto il loro svolgimento come del resto fa la maggior parte degli artisti, non vengo creduto.
Io volevo soprattutto che il pubblico, più che assistere, “partecipasse” al mio lavoro, e dovetti trovare un modo pratico per realizzare il mio intento. Elaborai quindi un sistema di situazioni e immagini molto semplici, con meccanismi e implicazioni elementari. Tutte queste azioni, descritte in una lettera che precedeva il mio arrivo, potevano essere imparate da chiunque. Chi desiderava partecipare allo happening poteva decidere da solo.
In tal modo, arrivando poco prima dello spettacolo, potevo già disporre di un gruppo preparato e discutere i significati più sottili dello happening insieme ai particolari dell’esecuzione.
Io elaboro generalmente le mie opere tenendo presente quattro punti. Primo: la quiddità immediata di ogni azione, semplice o complessa, priva cioè di qualsiasi altro significato al di là della semplice immediatezza di quanto si verifica. Questo “essere dell’azione”, fisico, sensibile, tangibile, è per me molto importante. Secondo: le azioni sono fantasie eseguite non esattamente sul modello della vita, anche se derivate da essa. Terzo: le azioni costituiscono una struttura organizzata di eventi. E, quarto: il loro “significato” è leggibile in senso simbolico o allusivo”.

martedì 17 aprile 2012

Manifesto del partito comunista [scritti introduttivi-terza parte]


Riprendo la lettura de il Manifesto del partito comunista sia per sottolineare come alcuni pensieri borghesi siano ancora vivi e vegeti nella testa delle persone d’oggi, sia perché furono Marx ed Engels a fare qualcosa che oggi ci sembra ovvio: portare al centro del dibattito politico le condizioni sociali e politiche dei lavoratori.
Da una parte abbiamo l’ideologia d’ispirazione maltusiana che imputa la miseria alla dabbenaggine o imprevidenza dell’individuo il quale, lasciandosi trascinare dai sensi, non tiene conto del “principio di popolazione”.
Poi c’è la convinzione che la miseria di massa sia da riferire comunque a una sfera che è da considerasi privata. Dopo tutto – questo è il pensiero – il livello dei salari e le condizioni di lavoro rinviano a un contratto liberamente pattuito dalle parti. È dunque un rapporto tra privati.
La società borghese così replica all’operaio che si lamenta e recrimina:
Voi eravate libero di decidere, nessuno vi costringeva a stipulare quel contratto se non ne avevate voglia; ma ora che vi siete spontaneamente impegnato con quel contratto, dovete rispettarlo.
In conclusione, le cause della miseria vengono cercate parte nella natura, che è indipendente dagli uomini, parte nella vita privata, che è indipendente dall’amministrazione, parte in casi accidentali, che non dipendono da nessuno. Abbiamo a che fare o con la responsabilità del singolo membro della società civile, ovvero con la natura o la Provvidenza; ci troviamo di fronte o una libertà che non può e non deve essere conculcata, ovvero un destino che sarebbe ridicolo e persino sacrilego voler modificare mediante l’intervento dell’uomo. E dunque, secondo il pensiero liberale nel suo complesso, se anche vediamo la maggioranza della popolazione esposta a molta abbietta fatica, a grande miseria, a tutte le apparenze della servitù, dobbiamo tener conto che si tratta per l’appunto di una parvenza, che non intacca sostanzialmente la realtà della libertà come “benedizione comune”, dalla quale non è escluso neppure il più miserabile. Questo pensiero evoca la moderna schiavitù operaia per farla immediatamente dileguare in una sfera considerata priva di qualsiasi rilevanza politica.
Nella sua forma più sviluppata lo Stato borghese si limita a chiudere gli occhi e a dichiarare che certe opposizioni reali non hanno carattere politico, che esse non gli danno noia; la società e la teoria politica borghese partono dal presupposto secondo cui i rapporti sociali, le “differenze sociali” hanno “soltanto un significato privato, nessun significato politico”.
Ma ecco che il Manifesto del partito comunista mette invece in causa le esistenti “condizioni sociali e politiche”.
Di questa rivoluzione epistemologica mi occuperò nel prossimo post.
Bisogna studiare Marx, soprattutto in questo momento storico. Pochi cazzi.

lunedì 16 aprile 2012

K-19 [bojata amerikana]


Ieri sera non avevo un cazzo da fare. Colpa mia, ma vabbè. È un periodo di fiacca e sono pigro. È un periodo decennale, ma vabbè.
Ieri sera non avevo un cazzo da fare, mi sono stravaccato sul divano e ho acceso la tv. Siccome erano le 21 circa, facendo zapping non ho trovato film porno soft né tantomeno Totò o don Camillo.
Ho trovato il film di Kathryn Bigelow K-19, però.
Vedendo marinai e un sottomarino mi sono fermato a vederlo perché la mia mente è corsa subito al bellissimo Caccia a Ottobre Rosso e poi c’erano due attori che mi piacciono: Harrison Ford e, soprattutto, Liam Neeson che fece un Oskar Schindler indimenticabile.
Il film narra la storia vera di un incidente avvenuto su un sottomarino russo nel 1961 che è stato tenuto nascosto dalle autorità sovietiche fino al 1989 quando crollò il muro di Berlino.
Il film ha una parola che compare, detta da tutti (anche da un pinguino del polo nord con il colbacco fucsia): dovere.
È un susseguirsi che dura 138 minuti di senso del dovere, avete fatto il vostro dovere, siete degli eroi perché avete compiuto il vostro dovere, la santa madre Russia vi ringrazia per aver compiuto eroicamente il vostro dovere, dovete essere fieri di aver fatto il vostro dovere, è un dovere ringraziarvi per aver eroicamente portato a termine una difficile missione che richiedeva forte senso del dovere, lei compagno comandante ha il dovere di comandare, lei marinaio ha il dovere di obbedire, abbiamo il dovere di provarci compagno, vado io per primo a riparare il reattore – è mio dovere, dottore lei ha il dovere di tranquillizzare questi uomini, non possiamo cedere agli americani è un nostro dovere resistere.
E che palle, madonna santa! Ma come fanno gli americani ad essere così patetici e retorici pure quando interpretano dei russi,anzi dei sovietici? È un popolo malato che produce queste boiate ridicole e risibili?
Non parliamo poi delle musiche. Grazie a questo film ho capito come si possa diventare dei serial killer per colpa di una colonna sonora. Tronfia, stupida, ampollosa … l’ho odiata dalla prima all’ultima nota.
Sinceramente e ardentemente vorrei chiedere alla Bigalow, ma come cazzo ti viene in mente nel 2002 di fare un film su un sottomarino russo degli anni ’60? A chi potrebbe mai fregare di una storia del genere? Sei in ritardo di vent’anni, cocca mia.
L’unica consolazione, e finalmente ho ghignato, è che il film è costato 100 milioni di dollari e ne ha incassati la metà. Ahahhahahahahahahaha grazie mondo!
Il film si conclude con un salto temporale di ventotto anni, quando i due capitani (Ford e Neeson) si ritrovano al cimitero insieme all’equipaggio per commemorare i compagni defunti.
Poteva mai mancare il discorsone anema e core del capitano Harrison Ford? Certamente no.
A quelle parole così commoventi et struggenti, con la musica epica troika che imperversa in sottofondo, lo spettatore vorrebbe essere seppellito con una lapide anonima in quel cazzo di cimitero innevato e, invece che gli occhi rossi di pianto per le toccanti parole del capitano, si ritrova con una uallera gonfia all’inverosimile.

domenica 15 aprile 2012

Valentina Nappi, pornofemmina napoletana


È palese che i napoletani abbiano una marcia in più.
Non è, questa, una frase campata in aria perché ci sono fatti empirici che durano da più di duemila anni. Non ha neanche niente di trionfalistico perché spesso la marcia in più vuol dire che siamo i migliori pure a fare schifo.
I napoletani non hanno misura nel bene come nel male. Sono al di là del bene e del male, ma in un senso diverso da come lo intendeva Nietzsche.
Oggi parlo di una conterranea giovanissima (appena ventunenne), che ha fatto una scelta molto particolare: diventare una pornostar.
Si chiama Valentina Nappi e lascio che sia lei stessa a presentarsi
Adoro quel tripudio di sensazioni che è la vita e amo il sesso. Mi piace mettere costantemente in relazione il sesso con tutti gli altri aspetti della vita. Ho uno stile di vita un po’… “fauve”: i colori accesi della mia sessualità sono i colori di Matisse, del Sacre du printemps, di Positano…
Sogno un porno che occupi un posto di primissimo piano nel mondo della cultura. Il grande porno non deve avere meno dignità della grande architettura o del grande design. È colpa della sessuofobia – vi siete mai chiesti perché sono stati pochissimi, finora, i grandi architetti/designer che “ci hanno messo la faccia” nel disegnare sexy toys? eppure un sexy toy NON è certamente un oggetto più “scemo” di tanti altri oggetti d’uso quotidiano con cui i più grandi si sono ampiamente cimentati – dicevo, è solo colpa della sessuofobia se si considera il porno un ambito “a parte”, di serie b, da confinarsi entro un ben preciso recinto.
Il porno non è “mercificazione” più di quanto sia mercificazione la vendita di libri, di musica, di disegni, di software. Pensare che soltanto il sesso debba essere “non vendibile” significa paradossalmente collocarlo in una sfera più alta e “intoccabile” rispetto a tutto il resto, mentre io credo sia un ambito come tutti gli altri, che non vada separato dagli altri e che possa e debba dialogare con gli altri.
Parlo di lei perché oltre ad essere bella e ad avere un gran corpo, ha pure cervello. Ed è questo, più che le tette o i film, che mi interessa. Fosse stata la solita pornostar che non vale niente se non per i film che fa, mai me ne sarei occupato. Valentina si interessa di cinema, di filosofia, ha ucciso Duchamp, ha deciso di cancellarsi da Facebook perché non condivide la politica di Zuckerberg (e l’ha annunciato al grido “L’etica prima di tutto!”), si occupa di politica e chissà quali altre sorprese ci riserverà in futuro.
Leggete, per esempio, questa sua stimolante divagazione.
Nei confronti dei conservatori e dei nuovi nazisti ossessionati dalla logica identitaria e nemici del progresso, dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con la coscienza pulita, dobbiamo esserlo in maniera tecnico-scientifica.
Per chi non lo sapesse, la storia di Heidi è ambientata fra la Svizzera (la parte bucolica) e la Germania (la parte con Klara e la signorina Rottenmeier) alla fine dell’Ottocento. Lo stile pedagogico della signorina Rottenmeier è quello tipico della Germania pre-nazista. La signorina Rottenmeier è il prototipo dell’educatrice di quella che sarà la gioventù nazista. Invito tutti a rivedere (o a vedere, a seconda dei casi) il film “Il nastro bianco” di Michael Haneke e a riflettere sui rapporti di causa-effetto fra l’educazione sessuale rappresentata nel film e il fenomeno nazista.
Ecco, accolgo con immenso piacere questo suggerimento e lunedì comincerò a cercare questo film per poi riparlarne nel blog.
Conoscerò Valentina il 14 luglio perché ho intenzione di partecipare al Festival di Popsophia che si terrà a Civitanova Marche e lei sarà l’ospite d’onore.
Per concludere, posto questo suo articolo molto interessante e condivisibile che dimostra quanto sia intelligente e interessante questa ragazza così lontana dal cliché della porno attrice bona, troia e stupida.
Dove va la morale del Paese? Da pornoattrice, (non) rispondo!

Recenti vicende di cronaca hanno ri-attizzato - ma forse è meglio dire: corroborato - l'indignazione e la sfiducia nella classe politica da parte di milioni di italiani. Si è quasi tentati di fare di tutt'erba un fascio, giacché anche chi si spaccia per diverso... poi si scopre che "chiagne e fotte".
Qual è il "sentiment" degli italiani? Il problema di moltissimi giornalisti, di parecchi politici e di alcuni filosofi è pensare che si possa rispondere intuitivamente a tale domanda. Salvo poi rimanere sorpresi, stupiti dai fatti, dagli eventi. Perché la realtà di un paese costituito da sessanta milioni di individui concreti è troppo complessa per essere catturata da un'intuizione.
La nostra intuizione "politica" si è evoluta biologicamente in contesti del tutto differenti da quello di uno stato nazionale contemporaneo (e, a maggior ragione, di una macroregione continentale contemporanea).
Non esiste il fiuto in politica. Non esiste una sensibilità, una capacità intuitiva che permetta di cogliere, in una brillante sintesi, cosa senta la gente, cosa dica la gente, cosa voglia la gente. Paradossalmente è più facile (per chi ne ha i mezzi) agire sul "sentiment" che capirlo.
Da quando ho deciso di fare pornografia, ho oscillato più volte fra due punti di vista: quello secondo cui l'accettazione sociale della pornografia è una cosa oramai ovvia e consolidata, e quello secondo cui è ancora in corso un'evoluzione morale ed estetica concernente la comune percezione del mondo e dei prodotti hard. Quando ho considerato più vera la prima ipotesi, ho concepito la mia attività in un'ottica puramente artigianale, assolutamente disimpegnata (ma non per questo meno interessante). Quando ho considerato più vera la seconda ipotesi, sono stata indotta a porre la mia attività in relazione con l'evoluzione morale ed estetica in corso.
Devo dire che molto è dipeso, di volta in volta, da quali fossero i miei interlocutori: con quelli che "cara Valentina sei in ritardo di parecchi anni" ho assunto un atteggiamento in linea con la prima ipotesi; con altri - mi è parso quasi d'obbligo partire dalla seconda ipotesi.
Come stanno effettivamente le cose? Me lo sono chiesta diverse volte e ho cambiato spesso le mie posizioni. Ma la verità è che le cose stanno in tutti e due i modi. Anzi in tre modi, quattro modi, cinque modi, cento modi. E sarei stata condannata a cambiare idea ogni dieci minuti se non mi fossi resa conto che il punto vero è cogliere la molteplicità della realtà che mi circonda e dei processi evolutivi in corso. Il Paese cambia, la cultura cambia, la morale cambia, l'estetica cambia. Oggi come nel '68. Ma non c'è una sola linea evolutiva. Pertanto ciascuno di noi deve agire facendo i conti con una molteplicità di realtà e di processi di cambiamento. Deve, con la propria attività, rispondere a una molteplicità di domande. E deve essere in grado di pensare la propria attività in una molteplicità di sensi e in funzione di una molteplicità di livelli di ricezione (e - perché no - di polemica). E questo vale in particolare se la propria attività si chiama pornografia, perché la pornografia è esposta ad attacchi (e inviti all'indifferenza) provenienti dalle posizioni più disparate (e spesso in netto contrasto fra loro) e giocati sui piani (e sui livelli) più differenti.
Forse è proprio prendendo le difese della pornografia - che nel mio caso significa difendere la propria attività e le proprie scelte - che ci si imbatte nella maniera più evidente nell'articolatissima (e dotata di vari livelli di profondità) ramificazione dei molteplici "sentiment" morali, politici ed estetici del Paese. E ci si rende conto che qualsiasi risposta alla domanda "Dove va la morale del Paese?" non può avere il carattere di una sintesi.
È lo "scritto politico” più lucido che mi sia capitato di leggere da molti mesi a questa parte. Chapeau, Valentina!

venerdì 13 aprile 2012

Il capitalismo


Il capitalismo è il sistema economico della nostra epoca.
Il capitalismo pervade e regola la mia vita, la tua, la vostra e quella di miliardi di altri individui.
Il capitalismo ha sostenitori quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale e oppositori che gravitano nei movimenti antiglobalizzazione; il capitalismo genera passione e scatena opposizione.
È giunto il momento di domandarci: ma, esattamente, come funziona il capitalismo?
Nonostante la totale pervasività del capitalismo nelle nostre vite, rispondere a questa domanda non è facile. Una delle ragioni di questa difficoltà è che il capitalismo si manifesta sotto differenti forme nei vari paesi. Per esempio, è stato definito come “capitalismo affaristico-criminale” nella Russia odierna, come “capitalismo del welfare” nei paesi nordici, come “capitalismo del laissez faire” a Hong Kong, come “capitalismo nepotistico” in certe parti dell’Asia e dell’America Latina, come “capitalismo petrol-diamantifero” in Angola, ecc.
Il capitalismo non soltanto cambia a seconda dei luoghi, ma cambia anche nel corso del tempo. Parte della difficoltà di comprendere il capitalismo consiste nel fatto che esso si presenta in forme diverse nel corso del tempo e nei luoghi più diversi, pur mantenendo alcuni elementi comuni che consentono a tutte le sue varietà, nello spazio e nel tempo, di condividere degli elementi di fondo. Come forma di organizzazione economica il capitalismo è simultaneamente adattabile, flessibile e capace di evolvere, ma contiene anche determinate caratteristiche costanti e immutabili.
Il problema principale è che il capitalismo è un sistema in grado di occultare il proprio funzionamento. Siamo sempre invitati a considerare le merci offerte dall’economia capitalistica come meri oggetti e non come prodotti frutto del lavoro e dell’impiego di risorse. Le nostre esistenze come consumatori e come produttori sono in qualche modo separate. L’accettazione di questa divisione fu descritta da Marx come “feticismo delle merci”, cioè come modo di vedere nelle merci particolari qualità – fascino, attrazione sessuale o quant’altro – anziché vederle come il risultato di un processo produttivo che coinvolge persone in carne ed ossa.
Se pensassimo alle merci come a prodotti di processi che coinvolgono persone, potremmo arrivare a chiederci chi siano queste persone, in quali condizioni esse lavorino e quali siano le conseguenze ambientali della produzione di tali merci. (in pratica dovremmo essere svegli e non dormienti come già diceva Eraclito)
Le società capitalistiche, ovviamente, non incoraggiano questo tipo di domande. Per il capitalismo è semplicemente necessario – e più semplice – bombardarci con immagini patinate di consumatori soddisfatti, piuttosto che invogliarci a curiosare fra le condizioni e le conseguenze della produzione. (la pubblicità è il vero braccio armato del capitalismo; solo negli USA si spendono 500 miliardi di dollari di pubblicità all’anno)
La vincitrice del “Premio Nobel alternativo” nel 1993, Vandana Shiva, arriva a sostenere che
(Vandana Shiva)
noi entriamo nel terzo millennio con una deliberata produzione di ignoranza su rischi ecologici quali la deregolamentazione della protezione dell’ambiente e la distruzione di stili di vita ecologicamente sostenibili per le comunità contadine, tribali, di pastori e di artigiani in tutto il Terzo mondo.
Per cominciare a capire il sistema capitalistico dobbiamo provare a rispondere a tre domande essenziali.
1) Cos’è e come funziona, nel senso più astratto, il capitalismo? Ciò significa identificare le costanti, definire le caratteristiche del capitalismo, e ciò che esse comportano relativamente alle sue modalità operative.
2) Perché mai il capitalismo riesce a generare una tale passione critica o apologetica, al punto che spesso si evita di chiamarlo per nome? Ciò porta ad esaminare il capitalismo come forma di organizzazione economica e sociale e ad analizzare perché secondo alcuni si tratta di una forma che deve essere sostituita.
3) Quali sono le varianti del capitalismo nel tempo e nello spazio?

Concludendo, bisogna pensare il capitalismo articolando il pensiero su più livelli. Pensare in astratto, per identificare le caratteristiche fondamentali del capitalismo; pensare in termini storici per individuarne le varianti nel tempo e nello spazio; pensare in senso normativo, cioè analizzare il funzionamento dell’attuale sistema capitalistico e valutare quanto sia attraente come sistema di organizzazione della vita, proprio per comprendere le argomentazioni critiche e quella a suo sostegno.

giovedì 12 aprile 2012

CAZZI VOSTRI

[Ascanio Celestini è un vero artista che fa vera cultura. Cos’è vera cultura? È parlare arricchendo la mente di chi ascolta. Ed è per questo che nacque la tragedia Greca, per parlare della vita arricchendo gli ascoltatori. O credete che l’arte sia nata per far vedere tette e culi in televisione?
In questo monologo, Celestini fa un compendio di storia contemporanea, spiega cos'è la classe dirigente, parla della TAV, del lavoro, della strategia della tensione. Apre gli occhi a chi ancora dorme e rende un degno servigio alle Muse.
Come pensiero personale, voglio dire che non sono tanto i padroni il problema, cioè non solo loro. Il vero problema è che in seno al popolo ci son tantissimi nemici del “bene comune”, primi fra tutti ci metto gli “integrati”. Gli "integrati" sono quelle persone che si bevono tutte le cazzate dei padroni, quelli che magari plaudono alla TAV, quelli che approvano con gli occhi languidi le tasse di quel cazzo di Monti ...Ma ci sono molti altri nemici in seno al popolo: i farabutti, i menefreghisti, i mafiosi … ecco perché non ci sono speranze per noi “cittadini”.
Comunque basta, lascio la parola ad Ascanio che ringrazio di tutto cuore.]

Cittadini – lasciate che vi chiami così anche se tutti sappiamo che siete servi, schiavi, sudditi – però voglio chiamarvi cittadini per non umiliarvi inutilmente. Dunque: cittadini, noi siamo la classe padronale al governo e abbiamo una grave responsabilità: dobbiamo dirvi che c’è una grossissima crisi – irreversibile, irreversibile … non possiamo darvi speranze.
Bè, intanto noi vi mandavamo in miniera, vi riempivamo i polmoni di biossido di silicio; voi crepavate, però vostra moglie otteneva la reversibilità della pensione: però, oggi, questo non ve lo potete più permettere. Cittadini, un tempo vi mandavamo in fabbrica; noi vi facevamo lavorare quattro, cinque, sei, sette, otto, anche nove ore; sapevamo, sapevamo che dopo quattro ore avevate prodotto tanto quanto bastava per far vivere onestamente, dignitosamente tanto noi quanto voi; ma noi vi sfruttavamo in fabbrica e utilizzavamo il vostro plus-lavoro per ottenere un plus-valore che ci intascavamo alla faccia vostra.
Eh, però, vi davamo la tredicesima, è vero o no? Vi ci compravate il televisore, con il quale poi noi vi indottrinavamo e vi imbrogliavamo anche a distanza. Però la televisione è una bella cosa, e anche la tredicesima. Ecco, oggi voi ve la potete anche sognare, la tredicesima. Cittadini, un tempo noi vi mandavamo in guerra per il nostro tornaconto, e voi ci andavate e morivate, però noi vi facevamo il funerale di Stato. Ma quant’è bello il funerale di Stato?! Io, quando vado ai funerali ai Stato, vedo tutte quelle bandiere, l’inno – mi pare di stare alla partita: passa il feretro, il morto, e io sto lì a fare “alè-ohò alè-ohò alè-ohò””. Ebbene: oggi, se andate a crepare in guerra per noi, manco il funerale otterrete.
Cittadini, un tempo noi vi soffocavamo, ma di tanto in tanto vi facevamo riprendere aria. Adesso vi strozzeremo e basta, punto.
Eppure, cari cittadini, noi che stiamo al governo abbiamo la responsabilità, il dovere di ascoltarvi. Noi ascoltiamo gli operai: gli operai ci dicono che le loro aziende chiudono, delocalizzano in Cina e loro perdono il lavoro, oppure restano in Italia però si cinesizzano e loro perdono i diritti. E noi a questi operai dobbiamo dire una cosa semplice, chiara, onesta, e gliela diremo. Diremo: operai, cazzi vostri. Davvero, operai: cazzi vostri. Sinceramente, onestamente. Però io voglio parlare anche con i precari, quelli che vent’anni fa c’avevano ventotto, trent’anni, ed erano sicuri che nel giro di qualche mese c’avrebbero avuto un lavoro vero, e invece no, sono rimasti invischiati in quella palude che è la precarietà; mò quelli adesso c’hanno cinquant’anni, sono ancora lavoratori precari, e c’hanno i figli che crescono e al massimo troveranno un lavoretto a nero. Noi dobbiamo dire qualcosa di certo, anche a questi lavoratori precari, e glielo diremo. Diremo: precari? Cazzi vostri, pure a voi. Davvero, sinceramente, precari: cazzi vostri.
Però voglio parlare anche con gli immigrati, che sono la colonna portante di questo paese; lavorano il triplo, guadagnano niente e sono schiavizzati. Eppure, tra cinquant’anni – ci dice l’Istat – un cittadino su quattro proverrà proprio da una storia di immigrazione. Dunque, voglio parlare a voi, emigranti, e dire la stessa cosa che dico a tutti gli altri cittadini, perché voi non siete cittadini di serie B. Dirò: emigrati, migranti? Cazzi vostri pure a voi, anzi: soprattutto per voi, veramente. Cazzi vostri.
Qualcuno potrebbe dirmi: perché non facciamo come la Germania, la Gran Bretagna, che si sono messe d’accordo con la Svizzera per tassare il denaro tedesco e inglese che sta nelle banche elvetiche? Certo, e infatti di denaro italiano in quelle banche ce ne sta tantissimo. Sapete perché non lo tassiamo? Perché quel denaro è nostro: di noi, padroni. Che ci diamo la zappa sui piedi? Ma che, scherziamo? Poi tra di noi ci stanno anche un sacco di banchieri: che gli raccontiamo?
Oppure qualcuno ci potrebbe dire: perché insistere ancora sulle grandi opere? Un treno super-veloce che devasterà una valle, in Piemonte, quando la popolazione è contraria – anche perché un treno lì già ci passa ed è sottoutilizzato? Perché? Perché tra di noi, oltre ai banchieri, ci sono pure i palazzinari, i padroni del cemento, e lì c’è da guadagnare assai, cari cittadini.
La manovra è “cazzi vostri”, mica “cazzi nostri” – che, scherziamo?
Oppure, qualcuno ci chiederà semplicemente: F-35? Questo super-cacciabombardiere che ci costerà 13, 14, forse 15 miliardi: perché? E tutte l’altre spese belliche, che si vanno ad aggiungere a questa, in un paese nel quale, nella Costituzione, c’è scritto che l’Italia ripudia la guerra? Sapete perché spenderemo questi soldi? Perché tra di noi ci stanno pure i generali, mica solamente i palazzinari, capito? Uno l’abbiamo fatto pure ministro, eddài…
Noi siamo i poteri forti, cari cittadini. E per favore, non alzate la cresta perché … che volete, che ricominciamo a mettere le bombe nelle piazze, sui treni, alle stazioni, nelle banche?
Eh, cittadini: cazzi vostri, no cazzi nostri! Vedete, cittadini, io sono così certo dell’onestà delle mie parole che ho proposto al governo di chiamare questa nuova manovra proprio “cazzi vostri”, perché mi sembrava una cosa esplicita, chiara, che avrebbero capito tutti, no? Però la comunità internazionale ci chiede di essere molto più bastardi ma anche un tantino più eleganti, perciò la chiameremo qualcosa tipo come “manovra salva il Paese” o con un titolo un po’ filmico, cinematografico, “come il cetriolo per l’ortolano”.
Vedete, cittadini: il capitalismo è certamente quel grosso ombrello che vi infiliamo nel sedere ogni giorno. Però non è un ombrellaccio, una cosa da quattro euro che vende il marocchino quando comincia a piovere. È un ombrello costoso, di marca, magari di seta, col manico d’avorio e il puntale d’argento. E se non l’avete capito, cari cittadini, se veramente pensate ancora di vivere in un paese democratico, dove contare qualcosa, bè, allora, cari cittadini: cazzi vostri.

martedì 10 aprile 2012

Eva e la nascita del pensiero critico


Questa storia comincia nel Paradiso terrestre, ma senza cazzate teologiche.
Adamo nutriva un interesse particolare per un melo, l’albero con i frutti più buoni di tutto il giardino. Il buffo è che le mele di quell’albero, nel loro momento di massima bontà, cadevano sempre in un ruscello, dove rischiavano di finire fuori della portata di Adamo.
Adamo passava piacevolmente il suo tempo cercando di attirare a sé le mele con l’aiuto di un bastone. Non ci riusciva mai, perché ogni volta che metteva il bastone nell’acqua, quello si spezzava. Non era un problema. Adamo si cercava un altro bastone: più lungo, più grosso, di legno migliore, più flessibile … Eva stava a guardare un po’ discosta, con irritazione crescente.
Eva si chiedeva come si potesse essere tanto scemi. Alla fine, non ce la fece più e disse ad Adamo: “Ma non vedi che se metti un bastone nell’acqua, quello sembra rotto, ma non lo è veramente?”.
Il buon Adamo si trovava nella condizione che i filosofi definiscono “realismo ingenuo”. Condizione nella quale la realtà, così come appare, viene accettata come un dato di fatto: non si pongono domande, né si formulano riflessioni. Il realismo ingenuo non è una scelta filosofica, è l’assenza di qualsiasi filosofia.
Possiamo mettere a confronto le posizioni di Adamo ed Eva nel modo seguente:
- Per Adamo, le cose sono così come appaiono: una balena è un pesce, il Sole gira intorno alla Terra e chiunque sembri essere la nonna è la nonna (e non il lupo cattivo, perché anche lui è quello che appare). Al contrario, Eva distingue tra i fenomeni – cioè il modo in cui le cose ci si presentano – da una parte e, dall’altra, le cose stesse. Sa che l’apparenza può ingannare e si è armata di una sana diffidenza.
- Adamo sa pensare solo che il mondo sia per lui direttamente accessibile. Io ho un contatto intimo e immediato con la sedia su cui siedo. Così conosco quella sedia: essa mi si manifesta senza alcuna riserva. Eva, invece, si rende conto che una sedia non può far parte della mia conoscenza letteralmente, in tutto il suo essere. Quello che della sedia mi raggiunge sono stimoli sensoriali, né più né meno. Tra il mondo e ciò che sappiamo del mondo si frappongono sempre e inevitabilmente i nostri sensi. Ogni conoscenza è indiretta, pensa Eva.
- Se la realtà ci si presenta così com’è, allora, con un po’ di buona volontà, tutti hanno naturalmente la stessa immagine della realtà. Nella visione di damo, neppure la comunicazione – nel senso di comprensione reciproca – è un problema; per Eva, le cose sono un po’ più complicate. Eva vede che spesso le persone si formano immagini della realtà molto diverse, secondo il punto di vista di ciascuno. Questo spiega perché la comunicazione può essere tanto problematica. È una vera impresa.
Eva ha introdotto nella nostra cultura il pensiero critico. Pensiero critico significa: pensare verificando e, i solito, questo avviene spontaneamente. Ci passa continuamente per la testa ogni sorta di pensieri. A volte quei pensieri scaturiscono in maniera perfettamente logica da pensieri precedenti, a volte si tratta di associazioni più o meno creative con contenuti di coscienza precedenti; altre volte non abbiamo la minima idea di come un certo pensiero ci sia venuto in mente. Quale che sia l’origine dei pensieri, è difficile non abbinarli immediatamente a una valutazione, a una risposta a domande come:
- È un pensiero bello, piacevole?
- È un pensiero comprensibile per me, a una più attenta riflessione?
- Che relazione ha questo pensiero con quanto ho già pensato prima sull’argomento?
- È un pensiero importante? Per esempio, ha un valore monetario?
- Il papa sarebbe d’accordo?
- Come potrei difendere questo pensiero, se fosse necessario?
Pensiero critico è quel pensare, sognare, fantasticare, preoccuparsi, che, coscientemente o incoscientemente, è accompagnato – se non addirittura oppresso – da verifiche di questo tipo. Provate, nella vostra coscienza, a tenere vivo per un po’ un pensiero senza accompagnarlo con alcuna valutazione di quel pensiero stesso. Vi accorgerete che non è facile. Nella misura in cui ci riusciamo, ci domandiamo se abbiamo davvero riflettuto. Non è tutto il pensiero un pensiero critico? Se esistesse qualcosa come un pensiero non critico, potremmo ancora distinguere quell’attività dal sognare a occhi aperti?
Caratteristica del pensiero (critico) è che subito ci poniamo a una certa distanza da quel pensiero che ci è appena venuto in mente: facciamo un passo indietro e lo guardiamo (che sarebbe la traduzione della parola greca teoria …). Quello che vediamo, è un’istantanea della condizione della nostra coscienza. Guardiamo in uno specchio interiore, riflettiamo.
Se volessimo specificare in che senso il pensiero filosofico sia un pensiero critico, potremmo dire che il pensiero filosofico è un pensiero critico che procede per concetti.

lunedì 9 aprile 2012

Breve storia della censura in TV

(la splendida e compianta Moana Pozzi)

Il 3 gennaio del 1954, va in onda la prima trasmissione RAI; nasce così la televisione pubblica.
I governi democristiani la controllano strettamente e non si fanno scrupoli ad utilizzare la censura sia politica che sul costume sociale. Ad esempio, sono proibite parole come membro, cazzotto, magnifica.
Nel 1955 il varietà “La piazzetta” viene immediatamente sospeso perché i collant color carne della soubrette Alba Arnova sembrano gambe nude.
(la scandalosa Alba Arnova)

Nel 1959 Vianello e Tognazzi fecero la parodia dell'incidente occorso la sera precedente al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che alla Scala di Milano era caduto a terra mentre si stava sedendo sul palco d'onore accanto a Charles de Gaulle; il programma “Un due tre” chiude, i conduttori e il direttore di rete licenziati in tronco.
Nel 1962 Enzo Tortora viene allontanato dalla Rai per non avere impedito un’imitazione, fatta da Alighiero Noschese, di Amintore Fanfani, allora segretario della Dc, il partito di maggioranza relativa che aveva in mano la Rai.
Dario Fo e a Franca Rame cominciano a lavorare con “Canzonissima” su Rai 1. Gli sketch di Fo diventano un caso nazionale, scatenando violente polemiche. Si trattano problemi legati alla vita reale come le malattie professionali dell’intera famiglia di una casellante, i muratori che muoiono precipitando dalle impalcature e così via. Per la prima volta in televisione si odono pronunciare parole come morti bianche, serrata, sciopero, mafia. La novità lessicale provoca delle vere e proprie levate di scudi di politici indignati. Escono articoli stigmatizzanti che chiedono la testa degli scellerati responsabili del programma: volano accuse di oscenità politica. In particolare riguardo uno sketch sulla mafia nel quale una donna siciliana racconta in modo apparentemente paradossale ad un giornalista il susseguirsi di ammazzamenti di sindacalisti, contadini, cronisti troppo curiosi, che a cadenza ad orologeria vengono eliminati, con esplosioni che vanno all’unisono col battere delle ore.
Il gioco satirico determina il finimondo: si arriva a interrogazioni parlamentari. Malagodi, senatore liberale, interviene alla Commissione di Vigilanza sulla Televisione del Parlamento Italiano, protestando perché: "Si insulta l'onore del popolo siciliano sostenendo l'esistenza di un'organizzazione criminale chiamata mafia!". Indignato prende la parola anche il cardinale di Palermo, che assicura: “In Sicilia la mafia non esiste”.
(lo sanno tutti che la mafia non esiste)

Giunge quindi il turno dei cantanti: Giorgio Gaber non può cantare Addio Lugano bella, a causa di non precisati problemi con la Svizzera; mentre ai Nomadi la censura impedisce di cantare Dio è morto.
In questi anni un funzionario del Vaticano è spesso presente per allungare gonne e tagliare parti sgradite.
Nel 1984 Leopoldo Mastelloni, per aver bestemmiato in diretta in una puntata di “Blitz”, viene allontanato dalla tv per anni. Due anni dopo Beppe Grillo a “Fantastico” attacca i socialisti definendoli ladri e sparisce dalla tv.
Dagli anni ’80, però, il costume nazionale comincia a cambiare. Le donne svestite diventano la normalità. E con l’avvento al governo di Berlusconi, che le donne le ama molto, la censura prende una piega decisamente più politica.
Così nel 2002 da Sofia, Silvio Berlusconi lancia l’Editto Bulgaro: via Biagi, Santoro e Luttazzi dalla televisione pubblica. L’anno dopo, Sabina Guzzanti parla delle legge Gasparri sulle frequenze tv, nella prima puntata di “Raiot” (con la frase storica: «Rete 4 è abusiva») e la trasmissione viene chiusa tra polemiche infuocate.
Anche la tv commerciale fa conoscenza con la censura: nel 1988 la puntata zero di “Matrioska” viene chiusa a causa del nudo integrale di Moana Pozzi e per la inquietante presenza del pupazzo Scrondo.
(il pupazzo Scrondo)

Nel 2006 un servizio delle Iene sull’uso di cocaina da parte dei parlamentari non va in onda.
La censura è adesso così diffusa e temuta che si arriva all’autocensura. Mentre il mago Silvan dice ironicamente che presterà la bacchetta magica anche a Berlusconi, la conduttrice di “Domenica in” Lorena Bianchetti resta agghiacciata e si dissocia.
E non mancano neppure i lapsus in buona fede.
(la Santa Patrona dei leccaculo)

Nel febbraio del 2010 cade in prescrizione il reato dell’avvocato Mills implicato in un processo con il premier Berlusconi, ma al tg1 di Minzolini quella sera è miracolosamente assolto. Bruno Vespa, nel giorno in cui tutti parlano del referendum che ha abrogato nucleare legittimo impedimento e passaggio all’acqua privata, va in onda su “Porta a Porta” con uno dei suoi fottuti plastici dedicando una puntata a “Delitti e misteri”.
(Vespa alle prese con il plastico della villa dove fu stuprata Barbie eroinomane)

Negli stessi anni Berlusconi e il direttore generale RAI Masi, cercano in ogni modo di allontanare Santoro da poco reintegrato dal giudice; la seconda volta è però più difficile e ci vorranno due anni per mandarlo via.
(due esemplari della specie "servitores schifosissimus televisionem")

Ora c’è super Mario Monti che è bravissimo, sobrissimo, competentissimo, tecnicissimo, salvatore della Patria che ci rende tutti più buoni compresi i giornalisti e la censura, quindi, non serve più.

venerdì 6 aprile 2012

La confessione di Stavrogin

(il quadro citato nella Confessione: Claude Lorrain, Aci e Galatea)
"La sozzura che proviene da te stesso, non puzza"
(proverbio ebraico)

Non ho ancora dedicato nessun post a uno dei miei scrittori preferiti, non ho ancora parlato di Fedor Dostoevskij e ho deciso di cominciare dalla confessione di Stavrogin perché, così facendo, spero di esorcizzare un po' l'enorme impressione che questa ha prodotto nella mia mente.
La confessione di Stavrogin fa parte di un capitolo dei Demoni rifiutato in origine dalla rivista Il messaggero russo che tra il 1871 e il 1872 pubblicò a puntate il romanzo. La confessione fu pubblicata integralmente per la prima volta solo nel 1922 ed inserita nella seconda parte del romanzo, capitolo IX Da Tichon.
Per principio sono sempre contrario alla censura, ma in questo caso non mi è difficile capire il perché dall’atto censorio.
La confessione di Stravogin è sconvolgente.
Stravrogin si dedica gli stravizi pur non provando nessun piacere; egli dice di non conoscere e di non sentire né il male e né il bene e che non solo ne ha perduto il senso, ma sa che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno (e ciò lo inebria), e per lui non sono altro che pregiudizi.
Stavrogin proviene da un’ottima famiglia, ha ricevuto una buona educazione e non ha problemi economici. E’ un uomo che non ha “alibi” per essere cattivo. Non ha subito violenze dai genitori, non è un ignorante e non è un povero diavolo costretto a rubare o a commettere qualsiasi infamia pur di sopravvivere. E questo è uno dei due corni che rende il caso Stravogin inquietante.
Egli si comporta così perché la vita lo annoia, sente di rincretinire facendo una vita che per lui non ha nessun senso.
Comunque il vero motivo per cui questa pagine sono un pugno nello stomaco e che rimangono indelebili della memoria è dovuto al fatto che Stavrogin compie un’azione infame verso una bambina di undici anni.
Prima la circuisce, sconvolgendola mentalmente, e poi non fa nulla per aiutarla. E’ presente al momento del gesto estremo della piccola, ma non muove un dito. Resta a guardare e la sua unica preoccupazione è di sgattaiolare dall’appartamento senza farsi vedere da nessuno.
Non contento, qualche giorno dopo, va a trovare la madre e quasi la prende in giro per il grave lutto che l’ha colpita.
Stavrogin è un infame, un vero pezzo di merda. Pensare che al mondo ci siano tantissimi Stravogin ti fa venire la nausea, ti toglie ogni speranza sull’umana specie e soprattutto ti fa venir voglia che questo sporco mondo perisca una volta e per sempre.

giovedì 5 aprile 2012

Il pensiero all'asciutto

(i pesci, senza acqua, muoiono)

Nella Lettera sull’”umanismo”, pubblicata nel 1946, Martin Heidegger pone una questione filosofica che mi ha sempre interessato. Si interroga sulla vera funzione che dovrebbe possedere il pensiero filosofico e analizza quella specie di “senso di colpa” di cui soffrono i filosofi ai nostri tempi.
Partendo dalla voglia di esperire nella sua purezza l’essenza del pensiero, Heidegger ci dice che bisogna liberarsi dall’interpretazione tecnica del pensiero i cui inizi risalgono fino a Platone e ad Aristotele.
In tale interpretazione, secondo il filosofico tedesco, il pensiero è inteso come una tékne, come il procedimento del riflettere al servizio del fare e del produrre. Ma già qui il riflettere è visto in riferimento alla praxis e alla poiesis. Per questo il pensiero, se lo si prende per se stesso, non è “pratico”. La caratterizzazione del pensiero come teoria e la determinazione del conoscere come comportamento “teoretico” avvengono già all’interno dell’interpretazione “tecnica” del pensiero.
Essa è un tentativo di reazione per salvare ancora un’autonomia del pensiero nei confronti dell’agire e del fare. Da allora la “filosofia” si trova nella costante necessità di giustificare la propria esistenza di fronte alle “scienze”. Essa pensa che ciò possa avvenire nel modo più sicuro elevandosi a sua volta al rango di una scienza. Ma questo sforzo è l’abbandono dell’essenza del pensiero.
La filosofia è perseguitata dal timore di perdere in considerazione e in valore se non è una scienza. Questo fatto è considerato una deficienza ed è assimilato alla non scientificità. Nell’interpretazione tecnica del pensiero l’essere, come elemento del pensiero, è abbandonato. La “logica” è la sanzione di questa interpretazione che prende avvio dalla sofistica e da Platone. Si giudica il pensiero con una misura che gli è inadeguata.
Questo modo di giudicare equivale al processo che tenta di valutare l’essenza e le facoltà del pesce in base alle sue capacità di vivere all’asciutto.
E’ proprio così? Il pensiero filosofico è costretto a vivere all’asciutto? Cosa si dovrebbe fare per riportare di nuovo il pensiero nel suo elemento autentico?

mercoledì 4 aprile 2012

Céline e la verità sui professori di filosofia


- Che cosa ne direbbe allora d’un piccolo dibattito filosofico? … si sente in grado? … un dibattito, facciamo, per esempio, sulle mutazioni del progresso in conseguenza delle trasformazioni del “sé”? …
- Ah signor professor Y, io voglio portarle rispetto e tutto quanto … ma glielo dico subito: sono contrario! … io non ho idee! neanche mezza! per me non c’è niente di più volgare, di più ordinario, di più disgustoso delle idee! nelle biblioteche ne trova a iosa! e nei caffè! … tutti gli impotenti traboccano di idee! … e i filosofi! … le idee sono la loro industria! … si ruffianano i giovani con quelle! se li smagnacciano! … i giovani son pronti a buttar giù qualsiasi cosa … per loro tutto quanto è: formidaaaabile! così gli riesce facile a quei pappa! l’appassionata stagione della giovinezza passa ad arraparsi e a farsi gargarismi di “ideaae”! … di filosofie, per meglio dire … sì, proprio di filosofie, caro signore! … ai giovani piace l’impostura come ai cagnolini piacciono quei legnetti, quegli ossi fasulli, che gli lanciano, e loro ci corrono dietro! si precipitano, abbaiano, perdono tempo, è quel che conta! … allora lei li vede tutti quei fanfaroni, che non la smettono mai di fare cavallin do do con la gioventù … di lanciarle un sacco di legnetti buchi, filosofici … come si spolmona la gioventù! … e come ci sta … e quanto è riconoscente! … loro sanno quello che ci vuole per lei, i papponi! delle ideae! … più che ideae! sintesi! e mutazioni cerebrali! … e giù un porto! e giù un altro! la logistica! formidaaaabile! … più è vuoto, più la gioventù ingolla tutto! smorfisce tutto! tutto quello che ci trova nei legnetti buchi … ideaaae! … cavallin do do … lei, lei professor Y, sia detto senza offesa, ha una faccia intelligente! persino da dialettico! … lei frequenta i giovani, è chiaro! chissà come gli riempie la zucca! lei ci campa sui giovani! lei li adora i giovani, no? … impazienti, presuntuosi, fiacconi … lei deve essere persino casuistico! ci scommetto! … più casuistico di Abelardo! … quindi alla moda!

(da Colloqui con il professor Y)

lunedì 2 aprile 2012

Manzoni, Socrate e la ragazza


In questi giorni c’è stata, sui giornali, una polemica letteraria. La riassumo.
Alcuni intellettuali accusavano il Ministero della Pubblica Istruzione di tenere in vita un programma di Letteratura Italiana obsoleto (pare risalente al 1870) e troppo orientato verso gli autori del nord.
Fin qui avevo condiviso perché è vero ed è inammissibile che, per esempio, uno studente siciliano non studi per bene Verga, che è trattato in maniera molto superficiale, o che ignori uno scrittore fondamentale per capire l’Italia contemporanea come Sciascia.
Poi però la polemica è degenerata, allorquando dei “professoroni” se la sono presa con Manzoni accusando lo scrittore milanese di uccidere la già poca voglia di leggere negli studenti e bollando i Promessi sposi come palla mortale che parla di un’Italia del Seicento di cui non frega niente a nessuno. No.
Già non posso accettare che si dica che Manzoni uccida la voglia di leggere, ma definire in quel modo i Promessi sposi mi ha molto offeso e come lettore e come amante dell’arte.
I Promessi sposi è un romanzo capolavoro perché eterna situazioni e vicende umane, perché dà una visione globale della condizione umana. Cioè ha le caratteristiche del vero e proprio classico. E non c’entra un cazzo l’Italia del Seicento perché il Seicento è solo l’ambientazione.
Magari si potrebbe fare una bella riforma del programma di Letteratura Italiana rendendolo più uniforme come protagonisti dal punto di vita geografico e regionale, si potrebbero cercare testi più “simpatici” per cercare di immettere nei ragazzi quanto più amore per la lettura possibile, ma per carità. I Promessi sposi non si toccano.

Mi piace Socrate perché non è il classico professore che ti gonfia le palle con le sue teorie, né fa il pavone facendo la ruota con le sue pretese grandi conoscenze. È più un amico.
Lui aveva capito che la mente dell’uomo è piena di stronzate e che quindi la prima cosa da fare è di distruggerle perché liberarsi delle false conoscenze è già un passo avanti fondamentale per essere veri filosofi. Ed è per questo che usava quei tre splendidi strumenti del pensiero che sono l’ironia, la dialettica (in senso Greco) e la maieutica.
Prossimamente parlerò dell’Apologia di Socrate e del Critone.

Concludo questo post ricordando una ragazza dei tempi del liceo. M’è venuta in mente ieri e ogni volta che ci penso mi ammazzo sempre dalla risate. Ecco a voi la ragazza “quattro quarti”.
Al liceo c'era una tipa soprannominata "quattro quarti", perché uscì con un tizio che poi raccontò a tutti il discorso che lei gli fece dal nulla, e che divenne leggenda.
"Io sono fatta di quattro quarti, un quarto sono le mie amiche, senza le quali proprio non saprei vivere, un quarto è il mio cellulare, da cui non mi separo mai, un altro quarto è il mio gatto Perla, nei cui occhioni rivedo riflessa me stessa…e l'ultimo quarto è il mio fidanzato…che non ho, ma che, chissà, potresti essere tu.."
A quanto ne so ancora oggi la chiamano “quattro quarti”.