martedì 31 dicembre 2013

Il corso delle cose ovvero un 2013 irripetibile ovvero godo come un pazzo perché ho lavorato ZERO ore


Salve a tutti!
Un mio amico, letterato al punto giusto, ha scritto:
La persona-azienda che tira le somme e stila il bilancio di fine anno. Poi continuerà la stessa stagnante vita in linea col principio di continuità, ma non diteglielo.
L'ho trovato veramente magnifico e pertanto non starò qui a scrivere un post fatto di bilanci, ricordi e sensazioni del 2013 né scriverò propositi per il nuovo anno che comincia domani.
Chissenefrega.
Quest'anno la salute è andata così così, con i denti, l'operazione ad agosto ecc. E ancora devo uscirne.
L'amore è andato benissimo, appunto perché non ce l'ho. In questo fantastico 2013 non mi sono innamorato di nessuna e non ho scopato mai. Sarà difficile da ripetere, purtroppo.
Il denaro è scarso come sempre, ma è scarso dal 1979 non è una novità.
Il lavoro pure è andato alla grande, ma anche in questo caso non credo che riuscirò a ripetermi. Lavorare zero ore quest'anno mi è riuscito, ma l'anno prossimo dovrei essere un semidio per resistere ancora e far di nuovo l'impresa.
Giustamente, mi si potrebbe chiedere: ma non lavori, non fai soldi, non t'innamori, non scopi, si può sapre che cazzo fai?
Leggo. Leggo, amici cari.
La mia vita è una follia gestita da un anormale che comprende solo le letture come atto che mi avvicina a voi comuni mortali. Certo, quello che leggo e come lo leggo, mi allontana di nuovo da voi, ma non sottilizziamo.
Sono qui solo per farvi gli auguri per un grande 2014.
Anzi, son qui per gli auguri e per regalarvi questo pezzetto tratto da L'altalena del respiro di Herta Muller.
Ciao ciao.
Il corso delle cose

La nuda verità è che l’avvocato Paul Gast rubava la zuppa dal piatto alla moglie Heidrun Gast fin quando lei non si alzò più in piedi e morì perché non poteva far altro, così come lui le rubava la zuppa perché la sua fame non poteva far altro, così come portò il cappotto di lei con il colletto alla paggio e i risvolti consunti in pelo di coniglio e non poteva farci nulla se lei era morta, così come lei non poteva farci nulla se non si era alzata più in piedi, così come poi la nostra cantante Loni Mich portò il cappotto e non poteva farci nulla se con la morte della moglie dell’avvocato si era liberato un cappotto, così come l’avvocato non poteva farci nulla se con la morte della moglie anche lui si era liberato, così come non poteva farci nulla se la volle sostituire con la Loni Mich, e così anche la Loni Mich non poteva farci nulla se voleva un uomo dietro la coperta oppure un cappotto, o se l’uno non si poteva separare dall’altro, così come anche l’inverno non poteva farci nulla se era glaciale e il cappotto non poteva farci nulla se scaldava bene, così anche i giorni non potevano farci nulla se erano una catena di cause ed effetti, come anche le cause e gli effetti non potevano farci nulla se erano la nuda verità, anche se tutto ruotava attorno a un cappotto.
Questo era il corso delle cose: poiché ciascuno non poteva farci nulla, nessuno poté far nulla.

mercoledì 25 dicembre 2013

LEGGE CONTRO IL CRISTIANESIMO


Mi piace, la mattina di Natale, alzarmi quando mi va, andare in bagno, sciacquarmi la faccia, fare colazione, fumarmi una bella sigaretta e poi mettermi comodamente disteso o seduto a leggere L'Anticristo. Maledizione del cristianesimo di Nietzsche.
Vorrei dire che apro una pagina a caso e comincio a godere, ma non è così.
L'Anticristo lo leggo sempre dall'inizio perché per nulla al mondo mi perderei l'estremo godimento che mi regala la prefazione.
Questo libro si conviene ai pochissimi.
Non posso perdermi il pezzo che fa
Si deve essere addestrati a vivere sui monti - a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-dei-popoli, proprio del nostro tempo.
Poi continua...
il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un'esperienza di sette solitudini.
E così finisce...
Suvvia! Questi soltanto sono i miei lettori, i miei giusti lettori, i miei predestinati lettori: che mi importa del resto? - Il resto è semplicemente l'umanità. - Si deve essere superiori all'umanità per forza, per altezza d'animo - per disprezzo...
Qunate volte avrò letto e riletto questa prefazione? E chi lo sa. Tante.
Poi mi tuffo negli Iperborei...
"Né per terra, né per acqua troverai la via che conduce agli Iperborei".
Ok, L'Anticristo meriterebbe tanti post a parte, per poter parlare con calma almeno delle questioni più interessanti che esso sottomette alla nostra attenzione.
Oggi, invece, voglio solo postare la Legge contro il cristianesimo.
Niente auguri e fate i bravi, leggete tanti bei libri.
LEGGE CONTRO IL CRISTIANESIMO
Data nel giorno della salvezza, nel primo giorno dell’anno uno (- il 30 settembre 1888 della falsa cronologia)

Guerra mortale contro il vizio: il vizio è il cristianesimo

Prima proposizione. – Viziosa è ogni specie di contronatura. La varietà di uomo più viziosa è il prete: lui insegna la contronatura. Contro il prete non si hanno ragioni, si ha il carcere.

Seconda proposizione. – Ogni partecipazione a un servizio divino è un attentato al buon costume. Si deve essere più duri contro i protestanti che contro i cattolici, più duri contro i protestanti liberali che contro i protestanti di stretta osservanza. L’elemento criminale nell’essere cristiani aumenta nella misura in cui ci si avvicina alla scienza. Il criminale dei criminali è perciò il filosofo.

Terza proposizione. – Il luogo maledetto dove il cristianesimo ha covato le sue uova di basilisco sia raso al suolo e atterrisca tutta la posterità, in quanto luogo nefando della terra. Vi si allevino serpenti velenosi.

Quarta proposizione. – La predica della castità è un pubblico incitamento alla contronatura. Ogni disprezzo della vita sessuale, ogni insozzamento della medesima mediante il concetto di “impuro” è il vero e proprio peccato contro lo spirito santo della vita.

Quinta proposizione. – Chi mangia allo stesso tavolo con un prete sia messo al bando: con ciò costui si scomunica dalla retta società. Il prete è il nostro Ciandala – sia proscritto, affamato, cacciato in ogni specie di deserto.

Sesta proposizione. – La storia “sacra” sia chiamata con il nome che merita: storia maledetta; le parole “Dio”, “salvatore”, “redentore”, “santo” siano usate come insulti, come marchi d’infamia.

Settima proposizione. – Il resto segue da ciò.

L’Anticristo

martedì 24 dicembre 2013

Il Natale è il 24


E anche quest'anno ci siamo. I tre fatidici giorni, i più deprimenti fastidiosi e inutili giorni dell'anno.
In realtà tutti i giorni sono potenzialmente deprimenti fastidiosi inutili, ma almeno c'è la speranza che non sia così. Invece 24 25 26 sono senza speranza. La sicurezza di dover vedere gente di cui non te ne fotte un cazzo è certa. L'obbligo di mangiare con gente di cui non te ne frega un cazzo è tremendo.
Senza parlare poi del mercato dei regali, della prestazione a tutti i costi fatta di capelli e barba tagliati, vestiti nuovi, sorrisi forzati...e alla fine ti ritrovi pure con una panza tanta.
Oddio, il mio è sempre il punto di vista di un anormale e forse dovrei impegnarmi affinché questi tre giorni scorrino lieti e sereni. Ma non ce la faccio, che ce posso fa'?
Comunque approfitto di queste ore di tranquillità per ascoltare Piero Ciampi, di cui propongo questo testo e poi, se vorrete, una bella carrellata di sue canzoni su YouTube.
Il mio Natale, il mio buonumore, cominciano il 27 dicembre quando tutti si levano dal cazzo e posso riprendere la mia vita barbara e culturale.

È Natale il 24.
Non riesco più a contare,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Mio fratello è all'ospedale,
sono giorni che sta male,
la madre non l'ha più.
Anche Pino è separato,
Elio al gioco si è sparato,
mi stupisco sempre più.
Io vado,
quando sono abbandonato
vado in cerca di una donna,
senza danni.
Sento,
quelle volte che non pago,
che rimane pure amore
per un'ora.
Ma il mattino mi consegna
FrancescAngelo drogato,
non mi conosce più.
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro a un'osteria.
Il Natale è il 24,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di rifermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Il Natale è il 24.

venerdì 20 dicembre 2013

Il 2014 sarà un anno manzoniano


Manzoni, Manzoni…
Manzoni non l’ho bocciato, l’ho solo rimandato.
Io credo di avere uno sviluppato e particolare senso letterario. Cioè credo di possedere l’arte di allontanare ed avvicinare gli autori al momento giusto. Una specie di sesto senso.
Manzoni l’ho tenuto lontano perché pensavo che dovessi leggerlo al tempo giusto, quando avessi raggiunto una certa maturità letteraria, una certa “pazienza” e volontà.
Per esempio di Foscolo ho letto subito Le lettere di Jacopo Ortis, una lettura classica per la gioventù, mentre I sepolcri li ho rimandati. Anche la lettura di Alla ricerca del tempo perduto di Proust l’ho rimandata. Come se aspettassi le condizioni adatte.
Pian piano sta prendendo corpo dentro di me la voglia di leggere Manzoni. Una voglia che cresce sempre di più e che diventa sempre più forte.
Il 2014 sarà di sicuro un “anno manzoniano”.
Per ora segnalo questo aforisma di Ceronetti tratto da Pensieri del tè.
“Puoi odiare, e perderti” (Manzoni). Questo non è né biblico né cristiano, è più profondo, è profondo manzonismo, e nella pausa segnata dalla virgola dopo odiare Manzoni è più che mai il Manzoni delle profondità. Ma l’odio come assoluta via di perdizione è forse altrettanto poco vero che dire assoluta via di salvezza l’amore. Più vero è che l’uomo, qualunque cosa faccia, è sempre perduto, se non perdente.

mercoledì 18 dicembre 2013

Semplicemente stasera ci sta bene un po' di Marx


Stamattina ho incontrato un gruppo di ragazzi. Erano davvero molto giovani (tra i diciotto e i ventisei anni), i più avevano la barba di parecchi giorni. Parlavano di politica, si dichiaravano di sinistra.
Ho chiesto loro se studiavano Marx. No, hanno risposto, siamo di sinistra mica comunisti!
Il comunismo è morto!
Mah. Ho sospirato. Poi ho detto: ragazzi, la vera discriminante per essere davvero di sinistra è quella di studiare. Per essere di destra basta essere coglioni, ma voi avete il dovere di studiare e di studiare soprattutto Marx. Che Marx sia la vostra base, ho concluso.
Credo di non averli convinti e per questo ho rinunciato sia ad approfondire il discorso su studio e Marx, sia a confutare la frase sulla presunta morte del comunismo.
Mi piace leggere Zizek non solo per le sue teorie, il suo stile e i suoi grandissimi collegamenti, ma soprattutto perché parla spesso di Marx.
Marx inizia il suo Diciotto Brumaio con una correzione di Hegel secondo cui la storia si ripete necessariamente due volte: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Herbert Marcuse, a una nuova edizione del Diciotto Brumaio negli anni Sessanta, aggiunse un ulteriore giro di vite: a volte, la ripetizione in guisa di farsa può essere più terrificante della tragedia originale.
Concludo questo post con un brano tratto da Miseria della filosofia. L’ideologia borghese ama storicizzare: ogni forma sociale, religiosa e culturale è storica, contingente e relativa – ogni forma tranne la propria. Una volta c’era la storia, ma ora non c’è più nessuna storia:
Gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Per loro non ci sono che due tipi di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali.
In questo rassomigliano ai teologi, che stabiliscono, essi pure, due tipi di religioni. Qualsiasi religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro religione è un’emanazione di Dio. Dicendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno capire che sono rapporti con cui si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi di natura. Dunque, questi rapporti sono a loro volta leggi naturali indipendenti dall’influenza del tempo.
Sono leggi eterne che devono reggere sempre la società. Così c’è stata storia, ma ora non c’è più. C’è stata storia perché ci sono state istituzioni del feudalesimo e in queste istituzioni del feudalesimo si incontrano rapporti di produzione del tutto diversi da quelli della società borghese che gli economisti vogliono far passare per naturali e quindi eterni.

lunedì 16 dicembre 2013

Aveva ragione Nietzsche, l'Europa ha avuto 80 anni per andare a puttane...


Il mio rapporto con Nietzsche è come l'amore libero.
Non dobbiamo frequentarci per forza tutti i giorni, possiamo vedere anche altri filosofi, non siamo gelosi, ci va di stare insieme quando veramente ci va di stare insieme, non ci facciamo nessun problema e sopportiamo tranquillamente anche pause lunghissime. Zero paranoie.
Forse tutte queste caratteristiche sono il segno di un amore sovrumano, chi lo può dire? Non certo io.
Dopo un periodo di letture nicciane intense, mi sono distaccato dal caro Nietzsche e ora ci ritornerò nel 2014. Lui sarà lo stesso, ma sono io che nel frattempo sarò cambiato. Forse grazie ad altre letture, arricchito. Chissà. Stamattina Carmelo Bene ha detto che una persona intelligente non può esimersi dal confronto con Nietzsche. Credo sia proprio così.
Altro da segnalare non c'è.
La mia vita scorre inutile come quelle di tutti voi, ma almeno io lo so. uhaz uhaz uhaz.
A parte le battute, mi sento sempre come quel giocatore di scacchi che si ritrova in un circolo di giocatori di dama. Cioè fuori posto, senza possibilità di comunicare, senza possibilità di potersi adattare e senza nessuna altra scelta che quella di escogitare il modo di fuggire da quei fottuti giocatori di dama. A voi piace la dama e non ve lo contesto, ma a me piacciono gli scacchi. Non c'è dialogo!
Ho trovato una frase che mi è piaciuta molto: "Non è che io sia antisociale, sono solo anti-lavoro"; l'ho trovata in un libro e non ricordo da quale spettacolo è tratta.
Il fatto è che sono circondato da persone che hanno la fissa per la professione, la carriera, l'automobile, la moglie, la casa e i figli.
Ora a me non me ne fotte niente della professione, della carriera, dell'automobile che non ho, della moglie, della casa e di avere figli. Anche in questo caso il dialogo è molto difficile.
Capirai che è una situazione abbastanza strana. Il fatto è che sia la professione, sia la carriera, sia l'automobile, sia la moglie, sia la casa, sia i figli sono basati sul lavoro. Se tu non sei così cretino dal voler lavorare e dall'avere i soldi, come puoi avere tutto questo?
Forse dovrei mettermi in cerca di un eremo? Non lo so, manco ci ho pensato ancora.

domenica 15 dicembre 2013

C come Capitalismo e C come creatività


L’icona dell’odierno capitalismo creativo è Apple, ma cosa sarebbe Apple senza Foxconn, la compagnia taiwanese proprietaria di grandi fabbriche in Cina, in cui centinaia di migliaia di persone assemblano iPad e iPod in condizioni di lavoro abominevoli? Non dobbiamo dimenticare il rovescio della medaglia del postmoderno centro “creativo” della Silicon Valley, dove un paio di migliaia di ricercatori sono impegnati a sperimentare nuove idee: gli acquartieramenti militarizzati in Cina afflitti da una serie di suicidi di operai provocati da condizioni di lavoro stressanti (ore interminabili, bassi salari, pressione costante). Dopo che l’undicesimo operaio si è suicidato gettandosi nel vuoto, Foxcon ha introdotto una serie di misure cautelative: costringere i lavoratori a firmare contratti in cui promettono di non suicidarsi, a fare rapporto sui loro colleghi che appaiono depressi, a farsi ricoverare in istituti psichiatrici non appena la loro salute mentale mostra segni di deterioramento, ecc. Per aggiungere al danno la beffa, Foxconn ha cominciato a installare reti di protezione attorno agli edifici della sua vasta fabbrica. Non sorprende che Terry Gou, il direttore generale di Hon Hai (la società madre di Foxconn), durante una festa di fine anno abbia definito i propri impiegati “animali”, lamentandosi che “gestire un milione di animali mi dà il mal di testa”. Gou ha aggiunto di voler apprendere da Chin Shih-chien, il direttore dello zoo di Taipei, il metodo di “gestione” degli animali, invitando il direttore dello zoo a intervenire alla riunione annuale di bilancio della Hon Hai, in modo che i suoi general manager potessero ascoltarlo attentamente.

giovedì 12 dicembre 2013

"Umanizzare" il capitalismo: un errore da NON fare


Stavo per scrivere che amo i libri che partendo dai luoghi comuni, li distruggono con la forza del ragionamento schiudendo al lettore più ampi e illuminati orizzonti. In realtà, però, tutti i grandi libri assolvono questa funzione. È proprio la funzione della cultura quella di schiodarci dalla visione delle ombre della caverna e donarci la luce.
Stasera voglio parlare di Zizek, del suo libro Un anno sognato pericolosamente.
Ho tratto un breve passo che dimostra come anche un ragionamento che sembra giusto, animato da buonafede e generosità possa essere completamente errato. Mi ha colpito perché il discorso di “umanizzare” il capitalismo l’ho fatto anch’io e chissà quanti altri di voi. Ed è un errore.
Credo che il passo sia utile non solo per quello che dice, ma anche come piccolo promemoria da tener presente quando si leggono libri di economia politica (che sono fioriti a centinaia in questo periodo di “crisi”).
Riconoscere e buttare a mare i luoghi comuni che abitano dentro di noi; questa è la parola d’ordine.
Oggi siamo bombardati da una moltitudine di tentativi di “umanizzare” il capitalismo, dall’ecocapitalismo al capitalismo del reddito di base.
Il ragionamento che soggiace a questi tentativi è il seguente: l’esperienza storica ha dimostrato che il capitalismo è di gran lunga il modo migliore di generare ricchezza: allo stesso tempo, bisogna ammettere che, lasciato in balia di sé stesso il processo di riproduzione del capitale comporta sfruttamento, distruzione delle risorse naturali, sofferenza di massa, ingiustizia, guerre, ecc.
Il nostro obiettivo deve allora essere quello di conservare la matrice capitalista fondamentale della riproduzione orientata al profitto, guidandola e regolandola in modo tale da metterla al servizio degli scopi più ampi di benessere e giustizia globali. Di conseguenza, dobbiamo lasciare che la bestia capitalista continui a funzionare nel modo che le è proprio e accettare che i mercati abbiano le loro esigenze le quali devono essere rispettate, che ogni intromissione diretta nei meccanismi del mercato condurrebbe alla catastrofe; tutto ciò che possiamo sperare è di addomesticare la bestia…
Eppure, tutti questi tentativi, per quanto ben intenzionati, come spesso sono, nel loro sforzo di unire realismo pratico e virtuoso impegno a favore della giustizia, prima o poi incontrano il Reale dell’antagonismo tra queste due dimensioni: la bestia capitalista sfugge sempre alla regolamentazione sociale benevola. In un determinato momento, saremo dunque costretti a porre la domanda fatale: giocare con la bestia capitalista è veramente l’unico gioco che riusciamo a immaginare? E se, per quanto produttivo sia il capitalismo, il prezzo da pagare perché continui a funzionare diventasse semplicemente troppo alto? Se evitiamo questa domanda e continuiamo a “umanizzare” il capitalismo non faremo che alimentare il processo che stiamo tentando di invertire.

mercoledì 11 dicembre 2013

Un esempio del perché io spero nella completa estinzione della razza umana


Leggere le opere filosofiche di Giordano Bruno con uno sguardo disinteressato e scevro dei pregiudizi tramandati dalla becera tradizione anticlericale italiana è fondamentale per comprendere le ragioni che hanno indotto la Chiesa a condannarlo al rogo.
Dalle analisi delle opere del nolano emerge un pensiero che si nutre di suggestioni esoteriche che agli inizi del seicento rischiavano di minare le fondamenta della civiltà europea.
Un pensiero privo di originalità, di cui la storia della filosofia può benissimo fare a meno e celebrato oggigiorno solo nei salotti della piccola borghesia e dal culturame di ascendenza marxista.
Alla fine della lettura del libro rimane solo lo sconcerto per il fatto che un pensatore di basso livello, abbacinato finanche dai miti della religione egizia, possa essere considerato da molti un martire della libertà.

Non so chi sia 'sta stronza (si firma CRISTIANA), ma spero stia leggendo Moccia sul cesso mentre ha una diarrea eterna.

domenica 8 dicembre 2013

Zizek e la barzelletta triste


Quest’anno, rispetto ai due precedenti, ho scritto davvero poco nel blog.
Comunque, prima che questo 2013 finisca, voglio che il nome di Zizek (una scoperta filosofica eccezionale) esordisca nel mio blogghino con la speranza/certezza di parlarne ancora nei giorni e nei mesi a venire. Di sicuro scriverò di due opere: Dalla tragedia alla farsa e di Un anno sognato pericolosamente e poi chissà…
Per questo esordio di Zizek ho scelto di cominciare con qualcosa di leggero che leggero non è: una barzelletta triste.
Nei bei vecchi tempi del Socialismo realmente esistente, tra i dissidenti veniva usata una barzelletta popolare per illustrare la futilità delle loro proteste. Nel quindicesimo secolo, quando la Russia era occupata dai mongoli, un contadino e sua moglie stavano camminando per una polverosa strada di campagna; un guerriero mongolo su un cavallo si fermò accanto a loro e disse al contadino di avere intenzione di violentare sua moglie, aggiungendo poi: “Ma dal momento che c’è un sacco di polvere sul terreno, devi reggere i miei testicoli mentre violento tua moglie, in modo che non si sporchino!” Dopo che il mongolo ebbe compiuto il misfatto e cavalcato via, il contadino iniziò a ridere e a saltare dalla gioia. Sua moglie, sorpresa, chiese: “Come puoi saltare dalla gioia quando sono stata appena violentata brutalmente davanti ai tuoi occhi?” Il contadino rispose: “Ma l’ho fregato! Le sue palle sono coperte di polvere!” Questa triste barzelletta rivela la situazione dei dissidenti: pensavano di stare sferrando dei seri colpi alla nomenklatura del partito, ma tutto quello che stavano facendo era sporcare leggermente i testicoli della nomenklatura, mentre l’élite dirigente continuava a violentare il popolo…
La sinistra critica odierna non si trova forse in una situazione simile? (Tra i nomi contemporanei per questa pratica consistente nell’insozzare appena leggermente coloro che detengono il potere, possiamo annoverare la “decostruzione”, o la “protezione delle libertà individuali”). In un famoso scontro all’università di Salamanca nel 1936, Miguel de Unamuno lanciò una frecciata ai franchisti: “Venceréis, pero no convenceréis” (“Vincerete, ma non convincerete”). È tutto qui quello che oggi la sinistra può dire al capitalismo globale trionfante? La sinistra è predestinata a continuare a giocare il ruolo di coloro che, al contrario, convincono ma nondimeno continuano a perdere (e sono particolarmente convincenti nello spiegare retroattivamente le ragioni del proprio fallimento)?
Il nostro compito è scoprire come fare un passo in avanti. La nostra undicesima tesi, da aggiungere alle dieci Tesi di Marx, dovrebbe essere: nelle nostre società, la sinistra critica finora è riuscita solo a sporcare coloro che stanno al potere, mentre il punto reale è castrarli…

domenica 1 dicembre 2013

CLOWN


Un giorno.
Un giorno, forse fra poco.
Un giorno, strapperò via l’àncora che tiene la mia nave lontana dai mari.
Con quel tipo di coraggio che ci vuole per essere niente e niente di niente,
Abbandonerò ciò che pareva essermi indissolubilmente vicino.
Lo stroncherò, lo ribalterò, lo spezzerò, lo farò precipitare.
Spurgando di colpo il mio miserabile pudore, le mie miserabili combinazioni e i miei concatenamenti “logici”.
Svuotato dall’ascesso d’essere qualcuno, tornerò a bere il nutrimento dello spazio.
A colpi di ridicolo, di degradamenti (che cos’è il degradamento?), per esplosione, per vacuità, per totale disperazione-derisione-purgazione, io stesso espellerò da me la forma che appariva così ben attaccata e composta, assortita al mio ambiente e ai miei simili, tanto degni i miei simili.
Ridotto a un’umiltà da catastrofe, a un livellamento perfetto come dopo un’intensa fifa.
Ricondotto al di sopra di ogni misura al mio rango autentico, all’infimo rango che non so quale idea-ambizione mi aveva fatto disertare.
Annientato nell’altezza, nella stima.
Perduto in un luogo lontano (o magari no), senza nome, senza identità.

CLOWN, per abbattere nello scherno, nello sghignazzo, nel grottesco, il senso che contro ogni luce mi ero fatto della mia importanza.
Mi tufferò.
Senza borsa, nell’infinito-spirito-sottostante a tutti
aperto io stesso a una nuova e incredibile rugiada
a furia d’essere nullo
e raso…
e risibile…

sabato 23 novembre 2013

San Giorgio e il drago ovvero l'essenza del teatro


Quei due, nemici da sempre, si fronteggiano ostili, posti eternamente di profilo. San Giorgio e il drago si fissano negli occhi, pronti all’attacco. Sarebbe meglio dire il drago e san Giorgio, perché il drago si trova sulla sinistra del quadro come fosse entrato in scena dalla quinta della cornice e non dalla grotta stilizzata che s’intravvede sul fondo. San Giorgio campeggia nella parte destra e non dà l’impressione, pur essendo a cavallo, di essere arrivato in quell’istante con l’intenzione di sconfiggere il drago. Ha l’aria di essere sempre stato lì. È il drago che entra in scena, il cavaliere lo aspetta da tempo ed è pronto a ucciderlo ficcandogli la lancia nella gola fiammeggiante. I due personaggi, anzi tre con il cavallo, sono dipinti con la precisione maniacale dei miniaturisti, mentre il paesaggio è accennato con tratti approssimativi in modo da somigliare al fondale di una scenografia teatrali. Tutti i quadri che ho visto con san Giorgio e il drago, così mi sembra di ricordare, hanno lo stesso schema compositivo. Cambiano i colori, gli sfondi e i particolari. Il drago può avere forme fantasiose, può anche essere fornito di ali palesemente inadeguate al volo, ma si trova inevitabilmente in basso rispetto al cavaliere. Deve dare l’idea di un mostro partorito dalla terra, per quanto grande e alato è costretto a strisciare. Invece l’uccisore del drago è con bella evidenza figlio dell’aria. Anche se incarnato e umanizzato nonché bisognoso di cavalcatura per i suoi spostamenti, è imparentato con gli angeli. Forse è stato calato sulla scena per mezzo di corde e carrucole. Il cavallo ha la fissità rampante dei suoi simili messi alla gogna nelle giostre. Anche la lancia, anche l’armatura, anche il pennacchio sul cimiero evocano la giostra, quella che si fa per gioco nelle piazze dei paesi reinventando un ingenuo medioevo da figurine Liebig. Il dragone verde ormai non fa paura neppure ai bambini. Dunque san Giorgio e il drago non sono che personaggi araldici, senza carne, visti solamente di profilo. Ritagliati in un lamierino di ferro e appesi a un angolo di strada, potrebbero diventare l’insegna di una trattoria o di un vecchio albergo in una cittadina di provincia. Ora ci vuole una musica d’organetto o di violino dal ritmo un po’ ossessivo sostenuto da un tamburino scordato. Ecco, ci siamo inventati il nostro teatrino. Per trasformare san Giorgio e il drago da emblema colorato in personaggi a tutto tondo basta un colpo di luce radente. Adesso drago cavallo e cavaliere fremono di vita, la lancia sta per scendere nelle fauci spalancate della bestia, tra un attimo si concluderà l’antico dramma e calerà il sipario.
Ma prima, cosa è successo prima? Intendo prima dell’arrivo miracoloso dell’argenteo cavaliere. Per centinaia di anni il drago è rimasto solo sulla scena. Immaginiamolo dunque nell’aspro paesaggio, il nostro drago, perplesso e solitario. Si porta addosso il fetore del proprio sterco e della propria orina che soffoca la grotta abitata per secoli. Egli non può accoppiarsi e riprodursi perché su tutta la terra non esiste una femmina della sua specie. Forse per questa sua condizione di unico sopravvissuto di una razza antichissima, è costretto all’immortalità. E questa è la sua maledizione, la sua condanna. Ogni anno, nel giorno stabilito, gli tocca divorare la vergine che gli abitanti del paese portano in dono vestita dell’abito più bello. Per loro è una festa, per il drago un terribile sacrificio. Un sacrificio inutile, tra l’altro, perché gli uomini non sanno, o fanno finta di non sapere, che ormai da molto tempo la stirpe dei draghi è sconfitta, e che i mostri non costituiscono più un pericolo per l’umanità. Fuori della grotta ci sono scarpine, cinture, brandelli di vestiti, collane spezzate, specchietti che lentamente la polvere cancella. Quando arriverà il cavaliere dalla lunga lancia acuminata? Lo vedrò avvicinarsi, ci fisseremo per alcuni secondi: leggerà nei miei occhi la disperazione, il desiderio di farla finita? Capirà che spalancherò le fauci non per terrorizzarlo con le fiamme ma per facilitare l’introduzione della lancia in gola – ultima comunione – giù fino al cuore? Sarà spaventato, tremerà, la sua giovine fronte sarà gelata di sudore, ma a un certo punto prevarrà la sete di gloria. La vanità, non il coraggio, gli darà la forza di spronare la cavalcatura e buttarsi in avanti. Per qualche istante saremo uniti da quel ferro sottile, io il cavallo e il cavaliere, a formare il più singolare degli organismi viventi, poi per me verrà finalmente quella morte dolcissima, tante volte sognata.
San Giorgio e il drago: due personaggi che si incontrano su un palcoscenico, l’uccisore e la vittima, l’uomo e la bestia, l’anima e il corpo, Jekyll & Hide, il giorno e la notte, il maschio e la femmina che in coppia danzano spruzzando dalla bocca gocce di saliva e parole.
San Giorgio e il drago sono il teatro. Tutto il teatro.

(Tonino Conte, L'amato bene)

giovedì 21 novembre 2013

Un illegale imperituro


Oggi mi è venuta voglia di sparare a delle anatre. Così, di punto in bianco.
Ho cominciato a pensare a cosa avrei dovuto fare: la richiesta per il porto d’armi, l’acquisto di un fucile e pure trovare un posto pieno di anatre perché in realtà nella mia zona non c’è manco una cazzo di anatra. Quanta fatica, quanta burocrazia e chissà quanti soldi dovrei spendere, ho pensato.
Allora, sul divano, ho chiuso gli occhi e ho sparato alle anatre con la fantasia. Però o non le centravo oppure, quando le colpivo, non provavo nessuna soddisfazione perché erano uccelli troppo gracili.
Ho virato le mie fantasie su degli enormi avvoltoi come li ricordavo in alcuni cartoni animati e sì che godevo quando li colpivo. PUA’! un grosso proiettile esplosivo centrava il pennuto ed esso esplodeva con grande spargimento di sangue membra e piume che schizzavano da tutte le parti. Mi piacciono i proiettili esplosivi. I proiettili esplosivi sono quei proiettili che entrano nel corpo dell’obiettivo, non lo trapassano, e una volta dentro PUA’! esplodono come bombe creando un macello meraviglioso perché sanguinolento.
Poi sono uscito, sono andato alla posta. Mentre mi recavo lì ho pensato, ma non riesco a ricordare cosa. È una sensazione scocciante: so benissimo di aver pensato, ma non ricordo cosa.
Alla posta la solita storia, quelle facce di cazzo degli impiegati che forniscono un servizio pessimo e quei vecchi di merda più gli ignoranti abissali che per fare un’operazione impiegano quaranta minuti di orologio. Li odio, li odio veramente tutti.
L’unica novità è che nell’ufficio ho visto Maonicao. Il nome è Monica, ma da noi si pronuncia Maonicao. Non abbiamo mai avuto rapporti (per fortuna), non abbiamo avuto mai niente da dirci (per fortuna) e anche oggi è stato così (per fortuna). Son diciassette anni che è così (per fortuna).
Dopo la posta son tornato a casa, ho perso tempo, ho mangiato e per evitare di collassare sul divano che poi sto male, sono uscito a fare due passi.
Il cielo era grigio, sul tempestoso. Ma non mi ha fatto nessun effetto particolare. Il mare sì, invece. Quando è così grigio e agitato, mi mette sempre una strana sensazione addosso. C’era pure un vento fottuto. Ho camminato un bel po’, poi mi son seduto su una panchina e ho letto il brevissimo e bello Elogio di Carmelo Bene scritto da Giancarlo Dotto. Finita la lettura son tornato a casa e non ricordo né cosa ho fatto né cosa ho pensato.
Domani parlerò dell’Elogio e dopodomani parlerò del concetto di “sentenza suicida”. Poi verrà la domenica e chissà, magari parto per l’Uruguay.

mercoledì 20 novembre 2013

Perché votare PD? Lista (non esaustiva) di motivi che spero vi convinceranno


1. Perché sono un giovane che ha degli amici che vanno alla Festa dell'Unità per ballare, mangiare il panino con la salsiccia e bere birra e io per non rimanere solo e isolato mi adeguo.
2. Perché sono un vecchio che frequenta il circolo PD del mio paese per incontrare altri vecchi come me per giocare a carte. Se non votiamo PD, i soldi finiscono e ci tolgono anche la sede. E poi che facciamo, dove andiamo?
3. Perché sono uno che ha la pensione d'oro grazie al clientelismo creato da partiti come il PD. Li voto per riconoscenza e per mantenere la pensione.
4. Perché lavoro in RAI grazie agli amici del PD e so che finché voterò partiti come il PD la RAI sarà sempre la cara e munifica "Mamma RAI" con tanti posti e stipendi per gli amici elettori.
5. Perché lavoro con le coop rosse e votare PD mi assicura appalti affari ecc. Viva il PD!
6. Perché sono un corrotto e votando il PD son sicuro che sulla corruzione faranno sempre e solo leggi farsa. Lascio un saluto per Penati, ciao!
7. Perché sono un corruttore e ha già detto tutto il mio collega corrotto.
8. Perché sono una persona che lavora alla *mettete il nome di una società qualunque* di Roma dove papà mi ha fatto entrare grazie agli amici del PD.
9. Perché Civati è un rivoluzionario! (ahahhahahahahahahhahahahahahahahahhahahahahahahahahhahahahahahahahahahhahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahhahahahahahahhahahahahahahahah)
10. Perché hanno difeso la Cancellieri che è una brava persona che non fa favoritismi e telefonate per i Ligresti.
11. Perché hanno cacciato la Idem dimostrando grande durezza e dignità e non è vero che l'hanno cacciata perché non contava un cazzo e non aveva amicizie importanti.
12. Perché sono di destra e voto Renzi.
13. Perché non governeranno mai con Berlusconi.
14. Perché Alessandra Moretti è bona.
15. Perché Letta è carismatico.
16. Perché il PD non si fa comandare da Napolitano.
17. Perché Cuperlo mi pare tanto il nuovo Gramsci.
18. Perché la TAV è un'opera necessaria importante e vitale per l'economia del nostro Paese.
19. Perché con la tessera del PD rinnovata io e la mia famiglia possiamo fare un giro gratis sugli F40.
20. Perché il PD è un partito con orizzonti aperti e di mentalità flessibile. Riesce a passare da un appoggio convinto a Monti per 16 mesi a Monti cretino il giorno dopo.
21. Perché sono dadaisti in quanto riescono a fare la campagna elettorale contro le leggi e i provvedimenti che loro stessi han votato alla Camera e al Senato poco tempo prima.
22. Perché il PD sforna leader a ripetizione. Ogni anno un nome, ogni anno un leader. Franceschini Fassino Veltroni Bersani. Come fai a non votare un partito, una fucina di tal meraviglia?
23. Perché sono di sinistra. (ahahahahahhahahahahahahahahahahahahahahahahahahahhahahaahahhahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahhaahahahahhahaahahahahhaahahahhaahahahhahahaahahhahahahaha)
24. Perché sono un mafioso massone piduista e voglio stare tranquillo.
25. Perché sono azionista del Monte dei Paschi di Siena.
26. Perché il PD vuole bene a noi amici delle slot machine.
27. Perché poi parte Canzone popolare di Ivano Fossati e ci abbracciamo stretti stretti cantando sotto la pioggia.
28. Perché mio padre mio nonno la bandiera rossa e tàttà tottò gnàgnà gnògnò.

martedì 19 novembre 2013

Ho paura di Beckett


Ho cercato sul vocabolario “fobia” e “paura” per vedere un po’ le differenze che potevano sussistere tra questi due termini. In realtà cercavo un pretesto per usare il termine d’origine greca “fobia” per darmi un tono, visto che usare “paura” mi ripugna in maniera direi ancestrale.
Alla fine ho deciso di arrendermi, di non farla tanto lunga e confessare schiettamente: ho paura di Beckett.
Il fatto è che oggi ho ripreso in mano Aspettando Godot. Sono arrivato quasi alla fine del primo atto e poi ho chiuso il libro.
Non so che pensare. Prima mi si affollano nella mente tante, troppe considerazioni e suggestioni e il momento dopo buio completo.
Ho una paura fottuta di toppare la comprensione dell’opera.
Beckett riesce ad essere profondo e lieve contemporaneamente. È questo che mi frega.
Se ti muovi con la pesantezza del grande ermeneuta rischi di fare la figura del coglione che non ha colto l’assurdità del testo.
Se ti muovi con la levità dell’uomo di mondo letterario rischi di fare la figura dell’imbecille che non ha capito la complessità del testo. E allora ti capita di fare la fine dell’asino di Buridano.
Il fatto è che Beckett ha troppi strati, strati su strati con un insondabile substrato e un incomprensibile sostrato.
Che ne so io da dove partite, quale strada prendere...l'assurdo (che sarebbe comunque un termine da approfondire soprattutto per la sua applicazione al contesto teatrale)? l'esistenzialismo? una critica della società? il nichilismo? la depressione? Basta sbagliare la partenza e tutto il percorso diventa una sequela di scemenze.
Chiaramente l’unica via d’uscita sarebbe quella di leggere qualcosa su di lui scritta da un commentatore di comprovata qualità ed esperienza, ma a parte il fatto che ora non mi viene in mente nessuno e non ho alcun materiale sottomano, il dubbio rimane sempre: e se in realtà manco il commentatore ci ha capito un cazzo solo che è più furbo e sfrontato da scrivere e basta? Allora non resta che seguire il suo esempio: scrivere quello che mi pare come meglio posso camuffando paure e incertezze.
Ok, farò così. Ma almeno, prima, ho onestamente detto che non ci capisco un cazzo di Beckett.
Comunque non so se scriverò mai qualcosa su Aspettando Godot. Forse cercherò di scappare parlando di Malevic, del Suprematismo, di Hegel...che ne so...e di post in post lascerò perdere l'idea di affrontare Beckett.
Forse ne scriverò domani.

sabato 16 novembre 2013

Sull'Arlesiana di van Gogh


(pagina tratta da Storie che danno da pensare, Adelphi, del grande scrittore Robert Walser)
Di fronte a questo quadro viene in mente ogni sorta di pensieri, e svariate domande si impongono spontanee a chi si perda a contemplarlo, domande di tipo così semplice e nello stesso tempo, tuttavia, di tipo così strano e sconcertante che sembra non possa esservi nessuna risposta. Molte domande trovano il loro significato più bello e la risposta più squisita e più fine proprio nel fatto che non abbiano risposta. Quando per esempio un innamorato chiede alla sua dama: “Posso avere qualche speranza?” e lei non replica nulla, la mancata risposta equivale in certi casi a uno stupendo sì! E altrettanto avviene in tutte le cose misteriose, in tutte le cose grandi; e qui siamo di fronte a un quadro pieno di misteri, pieno di grandezza, pieno di profonde e belle domande e pieno di risposte altrettanto profonde, sublimi e belle. È un quadro meraviglioso e c’è da rimanere stupefatti che lo abbia potuto dipingere un uomo del diciannovesimo secolo, giacché è dipinto come se fosse opera di un uomo e di un maestro dei primi tempi del cristianesimo.
Tanto grandioso quanto semplice, tanto commovente quanto sereno, tanto discreto quanto di estasiante bellezza è il ritratto della donna di Arles che, senza troppi complimenti, uno vorrebbe avvicinarsi a lei con la semplice domanda: “Dimmi, hai sofferto molto?”. Ora è il mero ritratto di una donna, ora torna a essere l’immagine del crudele enigma della vita nelle fattezze di colei che ha posato per il pittore e gli è servita da modello.
Tutto in questo quadro è dipinto con uno stesso amore di cattolica solennità, di inesorabile devozione, serio e severo, la manica come la cuffia, la sedia come gli occhi cerchiati di rosso, la mano come il viso; e il tratto e lo slancio del pennello, misterioso ed energico, pare assolutamente leonino, sicché non ci si può sottrarre all’impressione di qualcosa di titanico. Eppure e sempre, non è nient’altro che l’immagine di una donna presa dalla vita d’ogni giorno, e proprio questa circostanza così misteriosa ne costituisce l’aspetto grandioso, toccante sconvolgente. Lo sfondo del quadro è come l’ineluttabilità stessa di un duro destino. Qui una persona è dipinta tale quale come essa è, e con l’aspetto di chi da lungo tempo ha dovuto abituarsi a tenere in silenzio per sé tutto ciò che ha provato, in quanto forse si è già dimenticata per metà di tutto, di tutto quanto ha dovuto sopportare, lasciar perdere e superare. Verrebbe voglia di accarezzarle, le guance smagrite di questa…donna sofferente. Il cuore dice che non si dovrebbe stare a capo coperto davanti al dipinto, ma che bisognerebbe togliersi il cappello, come entrando sotto le volte consacrate di una chiesa. E non è curioso forse, e al tempo stesso nient’affatto curioso, che qui a un pittore provato dal destino (perché tale egli fu!) capiti di rappresentare una donna provata dal destino? Deve essergli subito piaciuta in sommo grado, e l’ha dipinta. Costei, trattata crudelmente dal mondo e dalla sorte, e ora forse divenuta essa stessa crudele, fu per lui un’improvvisa, grande esperienza, un’avventura dell’anima. Sembra anche, come ho sentito dire, che l’abbia dipinta più volte.
(infatti io ne ho trovate sei versioni)

venerdì 15 novembre 2013

Ma fatevi un biocidio nell'ano


Sinceramente non credo al fatto che gli americani e i loro servi, cioè alleati, esportino la democrazia. Non credo neanche alla guerra al terrorismo. Sono due cazzate degne dei mentecatti che ancora credono a queste emerite stronzate.
Però non sono neanche il tipo che scrive sul muro 1 100 1000 Nassyria. A me fanno solo pena quei poveretti (soprattutto meridionali) che vanno in Iraq Afghanistan o in chissà quale buco del culo del mondo perché è l’unico modo che hanno trovato per fare qualcosa di soldi.
Com’è stupida retorica e imbecille la pubblicità della Barilla. Il solito coglione che torna da chissà dove che trova la solita vecchia bavosa che…HA FATTO LE TAGLIATELLE. E sticazzi? Non comprerò mai la Barilla, almeno finché farà queste pubblicità vomitevoli.
Stamattina ho avuto un impedimento in italiano. Nella lingua italiana. Ho scritto ad una tizia su anobii perché volevo sapere se il sito è in disarmo. Però “disarmo” mi pareva un termine troppo forte; ne ho pure cercato un altro ma non andava bene. Il fatto è che in italiano ero sincero, ma brutale. E allora ho sostituito “disarmo” con stand by. È più soft stand by, credo. Il fatto è che anobii mi pare in smerdamento completo. È più di un mese che cerco di aggiungere un nuovo libro, ma niente. Poi han problemi con le copertine. E che cazzo.
Uno dei problemi del mondo del lavoro è quel tipo lì, quello stachanov con sette-otto figli a carico che deve lavorare lavorare lavorare. Nun t’avess’ prurut’ ‘o cazz’, stess’m appost.
Sono molto contento di aver ricevuto i cinque opuscoli anarchici che avevo ordinato. Non vedo l’ora di leggerli e di parlarne qui. Leggere gli scritti anarchici è come leggere Artaud: un’operazione di igiene mentale. Dopo tante coglionerie, ci vuole lo sfavillio abbagliante e quasi insopportabile della verità nuda e cruda.
Ho fatto un bel discorsetto all’Adelphi. In pratica secondo me le grandi opere letterarie non possono stare fuori commercio per troppo tempo. È una bestemmia contro la cultura. Prendiamo Cime abissali di Zinov’ev. Un’opera in due volumi uscita tra il 1977-1978, ovvero 35 anni fa. Secondo me si dovrebbe mettere un tetto temporale alle grandi opere fuori commercio. Massimo massimo 30 anni. Ma pure 25 anni, che sarebbe pure meglio. Invece di stampare tante cacate, vedete di ristampare più spesso i capolavori, please. Ovviamente non mi prenderanno in considerazione, ma almeno lo dico.
Segnalo due fatti sulla Campania: una è quella sulle dichiarazioni del pentito Schiavone sui rifiuti tossici seppelliti illegalmente e un’altra sull’acqua avvelenata. Bella scoperta del cazzo, mi fa piacere che siano diventate due notizie della strafottuta attualità di cui scordarsi dopo 10 minuti. Ma porco dio. È già tutto scritto in Gomorra anno 2006 e son cose che si sanno anche da prima. Tutti a scoprire l’acqua calda e a inventare parole da stronzi come “biocidio” che fa il pari con quell’altra cacata di parola “femminicidio”. Comanda la camorra e nessuno ci può fare un cazzo, avete capito?
Ultimamente su facebook ho intravisto un video (non visto perché vederlo tutto non reggevo). C’era un tizio anziano, una brava persona, che diceva: Renzi? Non lo voterò mai! A ‘sto punto voto Civati.
AH BE’! allora siamo in quindici botti di ferro. La solita miseria, niente da aggiungere.
Per il resto, niente da segnalare.
Solo il fatto che è difficile vivere con fotocopie di fotocopie di fotocopie di essere umani sempre uguali.

mercoledì 13 novembre 2013

Le 10 notizie che NON ho cliccato

Sono tranquillo perché sono talmente sociopatico, solitario e antipatico che pure i fantasmi mi stanno alla larga.

Coglione, si può sapere perché almeno questa non l'hai cliccata e approfondita?? Non lo so, giuro. Mi starò rammollendo.

Neanche questa? Allora non è che ti stai rammollendo, sei proprio definitivamente rincoglionito. 100 euro è un grandissimo affare!

Ecco, io vorrei che tornassero i nazisti solo per potergli consegnare Berlusconi e famiglia.

Questa non l'ho cliccata perché le storie di zombie già mi stanno sulle palle. Figurati la storia di uno zombie talmente imbecille che non riesce manco a uscire dalla tomba da solo.

Andate a cacare, illudere così la gente! Un asteroide che distrugga questo schifo di pianeta e i suoi luridi abitanti è il sogno segreto di tutte le persone perbene.

L'hanno arrestato perché aveva prezzi da ladro. Non vi dico quanto pretendeva per un rene. Roba da matti.

Volevo segnarmi la marca di questi sughi perché trovarci del vetro è una fortuna rispetto alle sostanze chimiche che si trovano di solito.

Con quello che costa la benzina, questo papà è un irresponsabile.

Sta a vedere che dopo averne parlato tanto male devo rivalutare la mafia.



domenica 10 novembre 2013

Notizie su Euridice


In questi giorni fa notizia il fatto che Caselli avrebbe lasciato Magistratura Democratica per questo scritto di Erri De Luca che apparirà sull'agenda 2014 di MD. Sinceramente non ci trovo niente di così offensivo e violento da spingere Caselli a dare le dimissioni dalla corrente Magistratura Democratica che egli stesso contribuì a fondare negli anni '60.
Credo sia una reazione isterica.
Certo, De Luca ha fatto degli interventi a favore degli attivisti No Tav, gli stessi attivisti che Caselli persegue come magistrato. Forse questo fatto più lo scritto Notizie su Euridice hanno portato a questa decisione.
Però io nello scritto di De Luca non ci vedo niente di aberrante, così come ho letto in giro fra commenti vari. Solo che in Italia sembra sempre che non si possa parlare liberamente perché ci sono le vittime, i parenti delle vittime, i magistrati, i poliziotti, ecc. ecc.
Non è un atteggiamento giusto. Bisogna sempre essere disposti a parlare e a confrontarsi. Su tutto.
Certo, i toni e la qualità degli interventi vanno selezionati, ma le reazioni isteriche sono sempre dannose. In Italia c'è stato un movimento di massa durato anni e anni e che ha coinvolto migliaia di persone. Perché? Cosa era successo? Cosa volevano? Non si può semplicemente tacitare il tutto, condannare e strapparsi le vesti. Bisogna studiare e dibattere.
Nel breve testo, De Luca pone l'accento su due questioni in particolare: la prima è che la sua generazione visse un sogno rivoluzionario; la seconda punta l'indice su alcune storture giudiziarie che a rileggerle oggi fanno ribrezzo.
Sul primo punto io credo di capire cosa voglia dire De Luca. Sicuramente la scelta della lotta armata fu sbagliata, non portò a niente di buono se non a omicidi e caduti (da una parte e dall'altra). Però è anche vero che una generazione che ha questo sogno è una generazione bella. Io sono cresciuto, invece, in una generazione che la rivoluzione non ha fatto altro che leggerla un po' sui libri o che della rivoluzione se ne sbatteva semplicemente il cazzo e non vedeva l'ora di vendersi e salvarsi semplicemente il culo. Anzi, a noi meridionali è andata anche peggio. Noi abbiamo visto che la rivoluzione l'ha fatta la mafia e l'ha pure vinta.
Per quanto riguarda il secondo punto, basta leggere un po' di storia per capire. Ci sono stati casi atroci come quelli di Fabrizio Pelli o Alberto Buonoconto. Senza contare i carceri lager, il teorema Calogero e molto altro.
Concludo con i No Tav. Vero è che Caselli rappresenta la legge e fa il suo dovere. Ma i No Tav hanno diritto di manifestare. La maggioranza degli attivisti sono pacifici e anche le manifestazioni lo sono. Chiaro che qualche testa di cazzo che commette violenze o atti gravi può sempre capitare.
Però attenzione, non è una situazione facile. Caselli rappresenta la legge, ma può anche difendere INCONSAPEVOLMENTE (lo scrivo maiuscolo) una legge voluta da farabutti che stanno in parlamento. Così come i No Tav fanno la parte dei fuorilegge, ma potrebbero benissimo stare dalla parte del giusto.
Non c'è bianco o nero, c'è solo la storia che giudicherà. Stare con i No Tav non vuol dire essere terroristi o delinquenti, come qualche testa di cazzo parlamentare ha già dichiarato più volte alla stampa, significa solamente avere un'altra idea e lottare per essa.
Comunque, ecco il testo di De Luca a cui ho apportato alcune correzioni grammaticali perché sui siti dove l'ho reperito era sbagliato in qualche punto.
Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nelle aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

sabato 9 novembre 2013

Guido Morselli e il comunismo


Guido Morselli è un grandissimo scrittore.
Se non lo conoscete, ve lo consiglio caldamente. Scegliete uno dei suoi romanzi a caso, leggetelo e vedrete che mi darete ragione. Purtroppo in vita non ebbe fortuna, tanto è vero che Morselli si suicidò nel 1973 e le sue opere cominciarono ad essere pubblicate postume da Adelphi a partire dal 1974.
Stasera voglio segnalare una pagina del suo Diario dedicata al comunismo. Il comunismo fu un interesse costante della vita intellettuale e artistica di Morselli che scrisse due romanzi intitolati: Il comunista e Incontro col comunista ai quali dedicherò dei post prossimamente.
La pagina che voglio segnalare risale al 7 maggio 1961 e tratta del comusmo sovietico.
Dopo aver letto una lunga relazione (che riassume il lavoro dei comunisti italiani nel campo politico e in quello sindacale) di Giovanni Amendola su L’Unità del 6 maggio 1961, Morselli annota:
…Colpiscono le cifre che dimostrano la sproporzione tra i profitti degli imprenditori e i salari. Il plusvalore è aumentato sia in senso assoluto sia in senso relativo (“tasso del plusvalore”).
Il progresso tecnico, oggi come 100 anni fa quando Marx scriveva, sebbene forse in grado minore, non si ripercuote in un alleggerimento della fatica degli operai. L’uso delle ore “straordinarie” neutralizza in parte la riduzione della giornata alle otto ore. Gli infortuni sul lavoro non diminuiscono. I disagi a cui sono sottoposti gli operai per raggiungere il luogo del lavoro, sono sempre gravi.
…Le mie obiezioni contro il comunismo qual è praticato dall’Amendola (ossia, s’intende, il comunismo in atto nell’Urss), rimangono. – Cerco di esporle qui in compendio.
Alcune sono obiezioni di principio.
1. La storia del comunismo sovietico è, e séguita ad essere, costellata di violenze arrecate alla libertà e alla vita stessa degli individui, e qualche volta delle masse (dalla repressione dei kulaki 35 o 40 anni fa, alle vicende ungheresi del ’56, e oltre). Se non erro, si cerca di contestarlo dicendo che per la costruzione del socialismo era pur necessario ricorrere a rimedi estremi, e affrontare certe crisi con drastica energia: le grandi riforme, le rivoluzioni, sono conquiste che non si raggiungono senza sacrifici: ecc. – Ora a me pare che la tesi del fine che dovrebbe giustificare i mezzi, sia una tesi tipicamente “borghese”, e una delle più inique. Come sostegno di ogni forma di Realpolitik, da Machiavelli a Bismarck e a Hitler, questa tesi si è rivelata come un vero flagello dell’umanità.
2. La cosiddetta dittatura del proletariato anziché essere uno stadio transitorio accenna a diventare lineamento permanente del regime di tipo comunistico. Il brutto si è che codesta formula significa in pratica, brutalmente, dittatura dei pochi individui, o dell’unico individuo, che il caso o la violenza o l’astuzia ha portato a essere alla testa del proletariato.
E non basta ancora. La dittatura del proletariato viene intesa e attuata da parte sovietica come implicante il primato, non pure ideologico ma politico e di fatto, di un popolo sopra gli altri popoli. Come è stato ripetuto tante volte, la politica del comunismo russo ha molte somiglianze con l’espansionismo e l’imperialismo del vecchio regime degli czar, e di altri regimi capitalistici.
3. Venendo al bagaglio dogmatico del comunismo, la teoria del determinismo storico materialistico integralmente inteso, la famosa teoria per cui i fatti della cultura, le idee, le ideologie, i prodotti dell’attività fantastica e sentimentale dell’uomo, sono semplici soprastrutture di una fondamentale realtà economica – riesce sempre meno accettabile agli stessi comunisti più evoluti. Lukàcs ha affermato che i fautori di tale teoria la desumono, non dall’autentico marxismo, ma da una caricatura di esso. D’altra parte, codesto dogma o assioma ha nel marxismo la funzione che quello del peccato d’origine ha nel cristianesimo: è qualcosa che si può sottacere, forse, ma che rimane sempre nello sfondo, a spiegare, o a colorire, l’insieme della dottrina. Senza di esso il vino dell’insegnamento marxistico risulta pericolosamente annacquato, e il comunismo minaccia di ridursi a semplice prassi priva di un proporzionato e caratteristico rilievo ideologico.
L’obiezione di fatto che oppongo al comunismo è la seguente.
Se è vero che avete rinnovato dalle radici la società, dovreste aver rinnovato nello stesso modo l’individuo, che è ciò di cui in concreto la società si sostanzia. Nella sua effettiva condotta di vita, nella sua moralità, nel costume, l’uomo sovietico dovrebbe essere ben superiore (e in ogni caso ben diverso) dall’uomo della società capitalistica. Pare – viceversa – che non sia così. Non mi occorre una lunga indagine per rendermene conto. Prendo in considerazione un aspetto solo, ma caratterizzante, ma essenziale, della vita dell’individuo, ossia il suo comportamento e la sua mentalità nei confronti del problema dell’amore e del sesso. Da questo, giudico lo stadio intellettuale, morale, psichico cui è giunto; non dalla circostanza che possieda o no un frigorifero, o che frequenti più o meno assiduamente le biblioteche e i musei. – Ora io sento dire che il più piatto, il più borghese conformismo impera in questa materia in terra sovietica. L’uomo o la donna che abbiano la sventura di un’esistenza, sessuale, irregolare, sono bollati a fuoco a Mosca come e peggio che nelle nostre “benpensanti” cittadine di provincia. Non è nemmeno da stupirsene, se si pensa che Lenin su tale argomento professava principi che potremmo definire da morale parrocchiale; ma, secondo me, questo è sufficiente a svelare che, se andiamo un poco oltre la superficie, l’uomo sovietico, prodotto vivente della rivoluzione comunista, non è gran che diverso dall’esemplare umano che alligna in regime capitalistico.

lunedì 4 novembre 2013

Ballata di cose da niente


Sto dando realizzazione a un progetto semi folle a cui pensavo da un po': rileggere il racconto La lettera rubata di Edgar Allan Poe e a seguire il seminario di Lacan sul racconto di Poe e il libro di Derrida sul seminario di Lacan sul racconto di Poe. In pratica prima Poe, poi il seminario di Lacan su Poe e infine Derrida su Lacan che psicoanalizza Poe.
Siccome mi aggiro tra tematiche complesse espresse in maniera ancora più complessa e siccome i due filopsicoanalisti (Lacan soprattutto) sembrano aver raggiunto chissà quale sapienza diventando un po' pomposi...credo ci stia bene questa poesia di Villon che mi è capitata casualmente sottomano stasera.
Confesso che più mi avventuro in letture teoretiche di difficile accesso più sento la necessità di prendermi una pausa con i poeti.
In effetti abbiamo raggiunto tante conoscenze, dalle più banali alle più tecniche filosofiche e chi ne ha più ne metta, ma in realtà la cosa più importante (chi siamo noi), non l'abbiamo mica capito...

So vedere una mosca nel latte,
So riconoscere l'uomo dal vestito,
So distinguere il bel tempo dal brutto,
So giudicare dal melo la mela,
So conoscere dalla gomma l'albero,
So quando tutto è poi la stessa cosa,
So chi lavora e chi non fa un bel niente,
So tutto ma non so chi sono io.

So valutare dal collo il giubbetto,
So riconoscere il monaco dall'abito,
So distinguere il servo dal padrone,
So giudicare dal velo la suora,
So quando chi parla sottintende,
So conoscere i folli ben pasciuti,
So riconoscere il vino dalla botte,
So tutto ma non so chi sono io.

So distinguere un cavallo da un mulo,
So giudicare il carico e la soma,
So chi sono Beatrice e Belet,
So fare il tiro per vincere ai punti,
So separare il sonno dalla veglia,
So riconoscere l'errore dei Boemi,
So che cos'è la potestà di Roma,
So tutto ma non so chi sono io.

Principe, so tutto in fin dei conti,
So vedere chi sta bene e chi sta male,
So che la Morte porta tutto a compimento,
So tutto ma non so chi sono io.

sabato 2 novembre 2013

Profezia. L'Africa di Pasolini


Per me il 2 novembre non è il giorno dei morti, ma di un morto solo. Anzi di un morto che non morirà mai.
Il 2 novembre io commemoro Pasolini. Lo leggo e lo rileggo un po' tutto l'anno, ma il 2 la tristezza per il suo omicidio e la perdita di un tale uomo e artista mi invade completamente.
Sono contento che Napoli abbia aderito all'iniziativa di proiettare, oggi, il documentario Profezia. L'Africa di Pasolini.
L'hanno trasmesso al cinema Modernissimo e, trattandosi di Pasolini, ho fatto con piacere uno strappo al mio essere pigro e anti cinematografico.
La proiezione è avvenuta nella sala 4. Una saletta minuscola che poteva contenere appena venti persone. Non ne serviva una più grande visto che in tutto eravamo sei persone.
Vabbè, si sa che un evento del genere, non può attirare la folla. La folla è per Zalone o per quell'altro che ha fatto un film su un prete spretato, zoccole e scamarci vari.
Il documentario mi è piaciuto, anche se alcuni filmati li conosco a memoria. (il discorso di Moravia, i comizi d'amore, ecc.)
Certo è che la parole e i versi di Pasolini dedicati all'Africa, alla povertà, all'Occidente del consumismo e dell'imperialismo mi hanno molto colpito. C'è sicuramente qualcosa di profetico quando Pasolini parla dei barconi di migranti che invaderanno (e conquisteranno) l'Europa e i paesi occidentali.
In realtà gli appunti che pasolini stava raccogliendo riguardavano non solo l'Africa, ma i sottoproletari-contadini-sfruttati dell'India, del Sudamerica, dei ghetti dell'America del Nord.
Credo volesse fare un film sulla povertà universale, sulla povertà mondiale e indagare somiglianze e differenze delle varie povertà del mondo.
In realtà noi o lo diamo per scontato (e chissenefotte) o ci dispiaciamo quei cinque minuti (alcuni manco quello, i poveri i migranti e tutta 'sta gente gli sparerebbe volentieri dei calci nel culo)...ma le domande, a pensarci, sono terribili e senza riposta: perché i poveri? perché la povertà?
Ecco perché Pasolini lo amo. Perché non è accademico né professorale. Innanzitutto è: una persona sensibile.

venerdì 1 novembre 2013

Il ricco di spirito


Avevamo cominciato a ragionare dell’amore. Sui nomi ridicoli con i quali si chiamano gli innamorati: quei nomi da cani o da pappagalli sono i frutti naturali delle intimità della carne. Le parole dettate dal cuore sono infantili. La voce della carne è elementare. Si potrebbe pensare che l’amore consista nel potere fare gli stupidi assieme, in completa libertà di stupidaggine e di bestialità.
Poi mi son detto no. Passiamo ad altro. Questo:
Quest’uomo aveva in sé tali possessi e tali prospettive, era fatto di tanti anni di letture, di confutazioni, di meditazioni, di combinazioni interne, di osservazioni, di tali ramificazioni che le sue risposte erano difficili a prevedersi; che ignorava lui stesso dove sarebbe arrivato, quale aspetto infine lo avrebbe colpito, quale sentimento sarebbe prevalso in lui, quali deviazioni e quale imprevista semplificazione si sarebbero verificate, quale desiderio sarebbe nato, quale rimando, quali illuminazioni!...
Forse egli si trovava ormai nella strana condizione di non poter considerare la propria decisione o risposta interiore che sotto l’aspetto d’un espediente, sapendo bene che lo sviluppo della sua attenzione sarebbe infinito e che l’idea di porvi fine non ha più alcun senso in un’intelligenza che si conosce bene. Egli era a quel grado di civiltà interiore in cui la coscienza non sopporta più opinioni che non siano accompagnate dal loro corteo di modalità, ed in cui essa s’affida (se quello è affidarsi) solo alla coscienza dei propri prodigi, dei propri esercizi, delle proprie sostituzioni, delle proprie innumerevoli precisioni.
… Nella sua testa o dietro gli occhi chiusi si svolgevano curiose rotazioni, - cambiamenti molto variati, molto liberi, e tuttavia molto limitati, - luci simili a quelle fatte da una lampada portata da qualcuno in una casa di cui si vedono le finestre nella notte, come feste lontane, come fiere di notte; ma che se ci si potesse avvicinare potrebbero rivelarsi stazioni o gabbie di un circo – o terribili disgrazie, - oppure verità e rivelazioni…
Era come il santuario e il lupanare delle possibilità.
L’abitudine alla meditazione faceva vivere quello spirito in mezzo a – attraverso – stati rari; in una perpetua progettazione d’esperienze puramente ideali; nel continuo uso di condizioni-limite e di fasi critiche del pensiero…
Come se le rarefazioni estreme, i vuoti sconosciuti, le temperature ipotetiche, le pressioni e i pesi mostruosi fossero state le sue naturali risorse – e nulla potesse esser pensato in lui che egli sottomettesse per ciò solo al più energico trattamento e che non chiamasse in causa tutto il campo della sua esistenza.

giovedì 31 ottobre 2013

L'Angelus


Sono sicuro che se chiedessi a 100 persone che cosa li ha rapiti di un’estasi sublime guardando L’Angelus di Jean-Francois Millet, 99 di essi mi risponderebbero: la luce.
Però credo di dover precisare e riformulare meglio l’incipit perché su 100 persone magari 80 manco sanno chi cazzo è Jean-Francois Millet e cosa sia L’Angelus.
Riformulo.
Delle 20 persone su 100 che risponderebbero affermativamente alla domanda su chi sia Jean-Francoise Millet e quale sia la sua opera L’Angelus, 19 mi risponderebbero che la cosa che li ha colpiti di più del quadro è la luce.
È quello che capitò a me anni fa quando feci l’esame di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università.
La mia è una famiglia normale, piena di brave persone, di valori, gente onesta. Tranne mio padre che è un egoista pezzo di merda. C’è sempre un’eccezione e una pecora nera, è inutile ribadirlo.
Comunque la mia famiglia è splendida, ma non è che giri tanta arte, quindi molte cose le ho scoperte tardi (e spesso da autodidatta seguendo un tortuoso percorso tutto mio), ma poi non le ho più lasciate.


Ricordo che dopo aver studiato il Neoclassicismo, la pittura, la scultura l’architettura neoclassica soprattutto in Italia, Francia e Inghilterra, il Romanticismo, lo stile Biedermeir e tante altre cose, arrivai alla cosiddetta Età del Realismo, il Verismo, Gustave Courbet e finalmente…Millet!
La prima opera su cui mi soffermai fu la Donna nuda distesa. Poi fu la volta del Seminatore, dell’Uomo con la zappa e Le spigolatrici. Furono soprattutto queste opere dedicate ai lavoratori, agli umili e agli sfruttati a farmi interessare a Millet.


Infine venne L’Angelus, con quella luce meravigliosa a cui ho accennato prima.
Ecco il breve appunto sull’Angelus che ritrovo scritto nel quaderno:
<< La scena rappresenta una serena campagna al tramonto nel momento in cui, all’ora dell’Angelus, al suono della campana lontana, due contadini, marito e moglie, sospendono il loro lavoro e si fermano in raccoglimento a pregare. Così si espresse Millet a proposito dell’opera: “L’Angelus è un quadro che ho fatto pensando come, lavorando in altri tempi nei campi, mia nonna non mancava mai, sentendo suonare la campana, di farci fermare nelle nostre faccende per dire l’Angelus per quei poveri morti, molto piamente e con il cappello in mano” (Lettera del 1865 all’amico Siméone Luce).
L’allusione ai “poveri morti” spiega quel tanto di funebre e di malinconico che è stato talvolta notato nel dipinto, ma il passo della lettera di Millet è chiarificatore anche del significato più generale che si deve attribuire all’opera. La rappresentazione è stata intesa spesso come una dimostrazione del senso di religiosità del pittore e della sua visione serena e positiva dei campi. Nella realtà, sia da quanto sappiamo degli orientamenti del pittore che dalla sua testimonianza, si evince una situazione ben diversa: Millet non era praticante, al punto che si decise a celebrare il matrimonio religioso solo poco prima di morire; in secondo luogo, lui stesso ci dice che voleva rendere il senso profondo della religione che aveva sua nonna, che era stata contadina. Il dipinto dunque vuole documentare con un intento quasi antropologico il legame profondo che si registrava in Francia nel secolo XIX fra la classe contadina e la religione. >>


Come vedete sulla luce non c’è quasi niente. Le emozioni che provai la prima volta che vidi il quadro il quaderno non le registra, ma io le ricordo molto bene. Se ho deciso di scrivere questo post è perché leggendo un pensiero di Ceronetti (autore scoperto da poco e che consiglio) in Insetti senza frontiere ho provato tanta gioia da volerla condividere. Eccolo:
Anche da una riproduzione qualsiasi, L’Angelus di Millet emana luce. Immagine miracolosa di vita sacralizzata: il raccogliersi religioso della coppia umana dopo la giornata di fatica sulla terra che dà patate. Sentiamo, guardandola, che questo ci manca, e che viviamo falsamente e ignobilmente, calpestando sempre più l’Angelus dentro di noi.
Proprio così. A volte sembra di vivere da straccioni furiosi e ignoranti che umiliano se stessi e il proprio Angelus.

venerdì 25 ottobre 2013

Il saluto surgelato dell'uomo dei surgelati


Oh là! Tenevo il blog nel freezer in attesa di scongelarlo e di tornare a scrivere.
Se non scrivo è perché ho troppo da dire. Siccome, ora, non ho nulla da dire scrivo qualcosa.

Per andare dal tabaccaio c'è una sola strada. Una strada piccola, senza importanza che sbuca su un'altra strada un po' più lunga ma ugualmente senza importanza.
Comunque per andare a prendere (comprare) le sigarette passo SEMPRE davanti ad un negozio di surgelati.
Il proprietario, anche lui trippone e tabagista, è quasi sempre sull'uscio perché il suo negozio è quasi sempre vuoto. Ho notato una cosa non strana e nemmeno singolare.
Siccome la zona è piccola ci conosciamo un po' tutti. Lui sa chi è mia madre che va a fare acquisti da lui ogni tanto.
Se mia madre ci va il lunedì mattina e io ci passo davanti il lunedì pomeriggio, mi fa un saluto entusiastico con tanto di occhiolino.
Il martedì mi saluta cordiale.
Il mercoledì mi saluta, ma senza sorridere.
Il giovedì mi saluta a stento.
Il venerdì fa finta di non vedermi.
Il sabato rientra nel negozio per non salutarmi.
La domenica è chiuso e il lunedì ricomincia la stessa musica sopra descritta.
In pratica lui mi saluta quando rappresento il figlio di una che compra da lui. Per lui esisto solo come figlio di una cliente. Se la cliente non si fa vedere, io non sono nessuno.
Lunedì prossimo ci passo davanti con una spesa di surgelati fatta in un altro negozio.
Voglio una reazione. Spero che mi spari.

giovedì 19 settembre 2013

Sogni e panno verde


I sogni...
I sogni sono sempre stati presenti nella mia vita. Nelle forme più varie.
I sogni che faccio mentre dormo che magari poi non ricordo bene. I sogni che leggevo nella Bibbia (sempre con angeli come protagonisti). I sogni che gli imperatori romani si facevano interpretare. I sogni che poi ci tiri fuori i numeri del lotto. I sogni di mia madre da cui ella rimane tanto, tanto colpita. I sogni brutti che racconti a tua sorella. I Greci, Artemidoro di Daldi e Onirocritica. I sogni divertenti che racconti a un amico. I sogni di Freud e di tutta la psicoanalisi successiva.
E potrei continuare, se non fosse che questo elenco serve solo a notare come la presenza dei sogni sia costante. Anche se l’importanza o il significato variano, la presenza è pacifica. Il sogno è proprio un fenomeno che sembra appartenere alla nostra cultura.
Ecco il perché del mio grande stupore quando lessi un passo di Krishnamurti.
Non conoscevo la posizione degli indiani, della cultura indiana, riguardo ai sogni, ma di sicuro me ne aspettavo una. E invece no.
Un giorno un uomo andò da Krishnamurti per raccontargli alcuni suoi sogni che lui non capiva e che tanto lo angosciavano. Krishnamurti per tutta risposta gli dice di pensare, prima di addormentarsi, a un panno verde. Pensando intensamente a questo panno verde, ci si addormenta e poi non si sogna. Secondo Krishnamurt, i sogni sono per i perditempo. Sono cose inutili, che distraggono, ecc.
Mi è rimasta davvero impressa questa cosa. È stato uno shock culturale. Abituato a ragionare, a leggere e a teorizzare sui sogni, questo completo metterli da parte mi ha lasciato molto da pensare.
Che avesse ragione lui?
Non lo so. Per ora ho messo da parte i sogni sulla vita, i cosiddetti sogni nel cassetto. Che cazzo tengo da sognare? Sto bene così.

lunedì 16 settembre 2013

Rivoluzionario e terrorista, una prima riflessione


Oggi pensavo: qual è la differenza tra un rivoluzionario e un terrorista? Ovviamente la prima cosa che ho fatto è stata quella di consultare il vocabolario che però non è che mi abbia dato chissà quali chiarimenti. Ecco le definizioni:

Rivoluzionario 1 di, relativo a una rivoluzione capo rivoluzionario tribunale rivoluzionario, operante durante una rivoluzione 2 (fig.) che rinnova profondamente, o mira a rinnovare radicalmente, un ordine prestabilito: atteggiamento rivoluzionario; idee rivoluzionarie – fautore di una rivoluzione.
Terrorista 1 chi appartiene a un gruppo o movimento politico che pratica il terrorismo; chi lo organizza: terrorismo di destra, di sinistra. 2 membro del governo del Terrore nella Francia rivoluzionaria. Usato anche come agg., in luogo di terroristico: un gruppo terrorista.

La riflessione è nata leggendo la pagina wikipedia di Renato Curcio laddove dice: Renato Curcio (Monterotondo, 23 settembre 1941) è un ex terrorista, editore e saggista italiano, tra i fondatori delle Brigate Rosse.
Ora: perché Curcio è un terrorista e non un rivoluzionario? Non aveva un programma e delle idee politiche Curcio? Non mirava a cambiare radicalmente un ordine prestabilito? Non era alla guida di uomini per fare una rivoluzione? Credo siano domande legittime. Si potrebbe dire che se vinci, sei un rivoluzionario. Se, invece, la tua sommossa perde sei un terrorista. Anche questo è un caso in cui le definizioni le fanno i vincitori?
Per quanto riguarda quel che è successo in Italia dal '68 e per tutti gli anni Settanta, io credo che stragi come piazza Fontana siano terrorismo e che le Brigate rosse siano rivoluzione. Magari non ne condividiamo le idee, magari abbiamo orrore di quel che è stato con i morti e i ferimenti, magari ci sembrano solo dei pazzi e dei criminali... però non so. Una riflessione più lunga ci vuole.
A presto.

lunedì 9 settembre 2013

8 settembre 1943, consigli letterari


Prendo spunto da un articolo di Dino Messina apparso ieri sul Corriere della sera. Ecco l’incipit:
“C’è uno scarto tra letteratura e storiografia sull’8 settembre 1943 e le sue conseguenze. Non importa di quale orientamento politico fossero, scrittori come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Leo Longanesi, Curzio Malaparte, Mario Tobino, Alberto Moravia seppero raccontare, alcuni quasi in presa diretta, lo sbandamento di una nazione, sottolinearono subito il fattore spesso casuale nelle scelte di chi aveva deciso di stare dalla parte giusta, si accorsero che la lotta partigiana era opera di una minoranza, che la maggior parte degli italiani, come avrebbe raccontato Renzo De Felice sessant’anni dopo, si era messa in una posizione di attesa, in una zona grigia”.
Riassumendo, l’articolo mette in luce la differenza tra la lucidità dei romanzieri contro una storiografia che per decenni si è impegnata a costruire una vulgata non necessariamente basata su dati falsi, ma sicuramente distorti. Continuiamo a leggere.
“Per i romanzieri italiani la data dell’armistizio non fu così radiosa come per la storiografia nei primi decenni del dopoguerra. Nessuna autorappresentazione consolatoria, nessun omissis o rimozione dei fatti, che poi è il vero motivo della “storia che ritorna” ossessivamente sempre sugli stessi temi e che è stata uno dei problemi dell’immaturità collettiva italiana.”
“Gli scrittori italiani, come acutamente osservò Calvino, dopo la lunga parentesi retorica del fascismo avevano solo voglia di raccontare il vero, animati da una “carica esplosiva di libertà”. Gli storici invece a lungo lessero il passato prossimo con le lenti del presente, per dare una giustificazione agli assetti politici della nuova Italia. Raccontarono una storia che metteva in luce i protagonisti minoritari e trascurava comportamenti di massa, omettendo i lati sgradevoli e facendo coesistere anche aspetti tra loro contradditori.”
In questa sede non mi interessa tanto sviscerare il lato polemico della questione ma solo segnalare dei libri utili per approfondire l’8 settembre 1943 e tutto quello che ne seguì (resistenza, lotta partigiana, nazisti, repubblichini, ecc.) perché data fondamentale della nostra storia.

Cominciamo dai romanzi; tra parentesi la data della prima edizione.

Carlo Cassola, La ragazza di Bube (1960)
Curzio Malaparte, La pelle (1949)
Alberto Moravia, La ciociara (1957)
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947)
Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza (1959)
Mario Tobino, Il clandestino (1962)
Leo Longanesi, In piedi e seduti (1948)

Questi, invece, i testi di storia:

Roberto Battaglia, Storia della resistenza (1953)
Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana (1964)
Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia (1976)
Claudio Pavone, Una guerra civile (1991)
Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando (1993)
Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria (1996)
Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti (2003)
Gigi Di Fiore, Controstoria della liberazione (2012)
Gianni Oliva, L’Italia del silenzio. 8 settembre 1943 (2013) [il libro che ha dato spunto all’articolo]

domenica 8 settembre 2013

8 settembre 1943

(da Paolo Viola, Il Novecento, Storia moderna e contemporanea volume quarto)


Il 25 luglio 1943, pochi giorni dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Dino Grandi presentò al Gran consiglio del fascismo – l’organo deputato a proporre al re la composizione del governo – un ordine del giorno per la deposizione di Mussolini. L’iniziativa fu appoggiata da Galeazzo Ciano e venne approvata con 19 voti contro 7 e un astenuto. La casa reale aveva già predisposto la sostituzione del duce e nella notte lo fece arrestare. Al potere non fu chiamato un politico: né il fascista “moderato” Grandi, né un antifascista, ma invece il maresciallo Pietro Badoglio, in rappresentanza dei quadri anziani delle forze armate, esautorati dai generali più giovani asserviti al fascismo e responsabili della sconfitta.
La gente esultava nelle strade e nelle piazze. Sembrava finita la guerra e rovesciata definitivamente la dittatura. Non era così, e il peggio doveva ancora arrivare; ma per il momento, malgrado le sofferenze, una grande ventata di speranza percorse il paese. I fascisti sparirono dalla circolazione, si tolsero le camicie nere e le divise della milizia. I quadri militari non seppero più che ordini dare alle truppe. I dirigenti fascisti moderati che avevano provocato la caduta del duce si trovarono anch’essi estromessi dal potere, e i partiti antifascisti, che avevano cercato di sopravvivere nella clandestinità, cominciarono ad uscire allo scoperto, chiedendo un impegno dell’Italia a fianco degli alleati. I busti di Mussolini e i simboli del regime vennero sgombrati dagli uffici, rimossi dalle pubbliche piazze e distrutti.
Tuttavia il fascismo non era ancora finito. Il re diede ordine di reprimere le manifestazioni antifasciste, sperando di contenere la valanga che inesorabilmente avrebbe travolto anche la monarchia, in caso di radicalizzazione dello scontro politico. A Bari l’esercito sparò su una manifestazione antifascista e fece un massacro: 23 morti e 70 feriti. I soldati avevano eseguito un ordine terribile, dato per reprimere i cortei popolari: “non si tiri mai in aria, ma a colpire, come in combattimento”.
D’altra parte il governo non voleva allarmare l’alleato tedesco, benché facesse avviare in segreto le trattative con gli angloamericani per l’armistizio, e si affrettò a proclamare: “La guerra continua”. Seguirono settimane confuse. I tedeschi ebbero il tempo di concentrare un esercito d’occupazione in Italia, mentre il governo italiano trattava più o meno discretamente con gli alleati. Gli inglesi esigevano la resa incondizionata. Insieme ai sovietici rimasero sempre molto intransigenti con gli italiani. Ecco come la pensavano, i primi: “Gli italiani hanno accolto con gioia l’attacco all’Abissinia, l’assalto all’Albania e soprattutto il colpo alla schiena inferto ai francesi. Solo quando la guerra è andata male, hanno cominciato ad avere scrupoli morali”. E i secondi: “Per malvagi che fossero i dirigenti italiani, il popolo italiano non può essere assolto dalle sue colpe. È il popolo italiano che ha prodotto Mussolini”. Gli americani invece erano disposti a concedere un trattamento meno duro, in cambio di un impegno italiano contro la Germania: “Il destino del vostro paese dipenderà da ciò che saprete fare per aiutare la vittoria dei popoli liberi”. Erano influenzati dai loro concittadini di origine italiana e dalle pressioni del Vaticano. Si deve agli USA se l’Italia è stata trattata meglio della Germania e del Giappone, e se una distinzione è stata fatta fra il fascismo e il governo Badoglio.
Finalmente si arrivò, l’8 settembre, all’armistizio col quale l’Italia cambiava schieramento. Non diventava però alleata degli angloamericani, ma “cobelligerante”: cioè faceva la guerra insieme con loro contro i tedeschi, pur senza essere ancora loro alleata, ma anzi, soprattutto dagli inglesi, considerata un nemico da punire; come dire in attesa di essere riabilitata o meno. Lo stesso 8 settembre, il re e Badoglio, scapparono da Roma verso la Puglia, e si misero sotto la protezione degli alleati che negli stessi giorni sbarcavano a Salerno e occupavano l’Italia meridionale. Ancora negli stessi giorni di settembre, un commando tedesco riusciva a liberare Mussolini, detenuto in una località segreta del Gran Sasso, in Abruzzo. Lo portò in Germania, per utilizzarlo alla testa di un governo fantoccio da organizzare nell’Italia del Nord. L’Italia si spaccava in due per un anno e mezzo.
Per l’unità del paese, ancora fragile e recente, per un minimo di orgoglio nazionale era, almeno per il momento, la fine. La stessa identità degli italiani doveva essere ricostruita, rifondata. Da che parte stava l’Italia? Per che cosa si stava facendo la guerra? Il regime era in sfacelo. Il re e il governo erano scappati. L’esercito era allo sbando. I comandi o avevano tradito o venivano passati per le armi dai tedeschi. I soldati cercavano di tornare a casa in qualunque modo, oppure venivano fatti prigionieri e mandati a lavorare in Germania. Al Sud c’era l’esercito anglo-americano, al Nord quello tedesco. Nessuno sapeva più dire perché si era tanto creduto in un governo che aveva portato il paese ad un tale disastro. Nessuno voleva ammettere di essere stato fascista. I poteri pubblici in Italia avevano dato ancora una volta la prova della loro totale assenza: di un’incapacità profonda e radicata, morale e politica, di proteggere e rappresentare la società civile. Era un’altra Caporetto; ma nel ’17 il governo aveva cercato, in qualche modo, di correre ai ripari. Ora si era semplicemente dato alla fuga.