venerdì 30 marzo 2012

Su una canzone di Vasco Rossi

("L'amore è il senso della vita" è una risposta che va bene per Brooke Logan)

Avevo fatto un commento innocente su una città spagnola. È accorso come un pazzo a correggermi un tizio, dicendomi che non si trattava di spagnoli, ma di baschi. Poi voleva spiegarmi, delucidarmi, chiarirmi - ma io l’ho stoppato subito perché non mi andava di sentire le solite cazzate di identità culturale, rivendicazioni territoriali, folklore, canti tradizionali e altro ancora. Stamattina stavo parecchio ingestibile, figurati se avevo voglia di sorbirmi la storia dei baschi. Me ne fotte assai a me di quegli strambi cappelli.
Tornato a casa ho trovato mia sorella alle prese con l’organizzazione del battesimo. Cazzarola, a me fa strano sentire, nel 2012, di gente ancora alle prese con questi rituali medioevali. Dai, su, ma che serietà di Paese è questo che butta l’acqua sulla capoccia di un bimbo per salvarlo dall'Inferno? Se vuoi davvero salvare un bimbo dall'Inferno, intestagli un conto corrente con 500000 euro sopra e allora sì che faresti qualcosa di utile per lui. Cioè viene un tipo ridicolmente agghindato, dice un paio di cazzate ad una piccola folla ben vestita e dopo tutti ad abbuffarsi di pesce al ristorante … bò?, sarò io che sono troppo evoluto. Forse.
Più interessante è stata la discussione con mia madre. La genitrice il venerdì va al mercato e spesso torna con frutta, verdura e pezze (cioè maglioni e jeans di bassa lega). Oggi era il turno dei calzini che vedevo rimirava con la faccia dubbiosa. Che c’è ma'? Le ho domandato. Niente, ha risposto, solo che sull’etichetta di questi calzini c’è scritto 90% cotone e 5% poliestere … e l’altro 5% di che materiale è?
Mi sono fatto dare i calzini e ho letto anche io l’etichetta. Aveva perfettamente ragione, mancava un 5% di materiale.
Comunque non ho approfondito la questione, sai che me frega della composizione materica dei calzini? L’ho detto che oggi stavo ingestibile.
Sono andato in camera mia, ho acceso la radio e dopo qualche minuto hanno passato Un senso di Vasco Rossi.
Ho ascoltato dapprima distrattamente il pezzo, poi ho prestato molta attenzione e mi ha colpito un verso in particolare quando Vasco canta:
Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l’ha
Uhm. Voler trovare un senso a questa vita è una cosa che succede a molti, ma non a tutti. Spesso ci domandiamo: ma che senso ha tutto questo? Che senso ha la vita? Però è un attimo, il tempo di formulare la domanda che subito essa cade nell’oblio.
Facciamo sorgere la domanda, ma non persistiamo in essa.
Vasco dice che vuole trovare il senso della vita, ma subito ammette che un senso la vita non ce l’ha. Mi chiedo allora come possa sorgere la domanda se uno ha già la risposta pronta e mi chiedo pure se la risposta: questa vita un senso non ce l’ha, sia corretta.
È vero che la vita è senza senso? E allora perché andiamo avanti e viviamo? Per inerzia? Per stupidità?
Posto che la vita abbia un senso che noi non conosciamo, la nostra vita è solo un vivere una vita con un senso di serie B?
Ha senso cercare il senso della vita o è solo tempo perso? Perché la gente si accontenta di vivere una vita senza senso e non ne cerca uno autentico? Alzarsi, mangiare, cacare, lavarsi, lavorare, tornare, mangiare, trombare, guardare la tv, dormire e ricominciare tutto daccapo ogni giorno ha senso?
Vasco risponde così alla domanda sul senso della vita:
Sai che cosa penso
Che se non ha un senso
Domani arriverà...
Domani arriverà lo stesso
Senti che bel vento
Non basta mai il tempo
Domani un altro giorno arriverà...
Sì, molto bello, molto poetico. Ma questa è una risposta che va bene per Rossella O’Hara, non per me. Vorrei qualcosa di più significativo, qualcosa che mi appagasse davvero.
Devo tornare dai miei amici filosofi e cercare insieme a loro. Forse non troverò le risposte che cerco, ma questo cercare insieme agli amici è il senso che io do alla mia vita.
E poi ... scusa Vasco ... ma io ti sembro una fottuta Rossella O’Hara?

giovedì 29 marzo 2012

Uno che può tranquillamente pupparmelo

("i neri c'hanno il pisello grande")

Ieri, verso le dieci, il preside è entrato in classe per annunciarci che l’indomani sarebbe venuto a scuola Renato Pagliaro per tenere una conferenza-incontro con gli studenti sul mondo del lavoro.
Renato Pagliaro? e chi è? mi son detto quando ho sentito quel nome.
Tornato a casa ho fatto una ricerca su internet per saperne di più e andare così “preparato” alla conferenza.
Stamattina appena giunti a scuola, ci siamo recati nell’aula magna per attendere l’illustre ospite.
Dopo un’ora è arrivato un signore distinto, ben vestito, magro, con gli occhialini da secchione. Ha salutato l’uditorio e poi ha esordito con un “Ragazzi, scordatevi il posto fisso, perché la vostra generazione avrà molte meno risorse a disposizione della nostra”.
Azz, cominciamo bene. Scusi, dottor Pagliaro, ma Lei non lavora da 31 anni nella stessa banca che è poi la prima e l’unica che l’ha assunta? Crede che con questo “curriculum” Lei possa venirci a fare la morale sul posto fisso o può mai sapere qualcosa sulle difficoltà dei giovani che cercano lavoro?
Poi il dottor Pagliaro è andato avanti: “Cercate di fare meno vacanze e trovatevi un impiego, così entrerete presto nell’ottica organizzativa”.
Eh, cazzo! L’ottica organizzativa è importante … ma che minchia è? È forse andare a fare fotocopie durante gli stage non pagati? Ficcatela nel culo quest’ottica organizzativa perché odio le espressioni senza senso!
Il dottor Pagliaro ha cercato di spiegarsi meglio. Dopo un’analisi approfondita della realtà italiana e della crisi di molte aziende, l’illustre presidente di Mediobanca, è giunto alla conclusione che per trovarsi un impiego bisogna trovarsi un impiego, poi, una volta entrati nell’ottica giusta (quella organizzativa appunto) “non bisogna sottovalutare il lavoro manuale”.
Eh??? neanche il tempo di capire ‘sta frase che Pagliaro, invaso dal sacro fuoco oratorio, è andato avanti come un fiume in piena.
Basta con tutti questi laureati che pretendono pure di trovare un impiego allineato alla loro preparazione universitaria!
Pagliaro, però, non ha spiegato (anche perché nessuno glielo ha chiesto) perché l’Italia ha un numero di laureati molto inferiore a quello degli altri grandi paesi europei oppure perché sono troppi i laureati in certe materie piuttosto che in altre.
Il presidente di Mediobanca ci ha detto però che “da noi si è sempre preferito il lavoro dietro una scrivania”. Alla faccia del pube, ci mancavano le banalità! E perché non dire pure che “qui una volta era tutta campagna” oppure “signora mia non ci sono più le mezze stagioni?”
Pagliaro ha concluso il suo intervento con alcuni consigli per il futuro del tipo: “Non abbiate paura di fare figli per insicurezza economica”.
Ma no, figuriamoci! Al limite li potremo ospitare nella casa dei nonni, visto che le banche non concedono mutui ai lavoratori precari. E che sarà mai?
Pagliaro, da esperto banchiere, uno che ne ha viste di tutti i colori, ci informa che “nessuno ha diritto al credito”. Beh, dipende. Se per esempio vi chiamate Ligresti e possedete un’assicurazione tipo la Fondiaria, vedrete che Mediobanca vi presterà un miliardo di euro. Non vi chiamate Ligresti? Peggio per voi.
Magari poi vi capita di frequentare una scuola pubblica e di trovare un tipo come Pagliaro (2,5 milioni di stipendio l’anno scorso) che vi viene a rompere il cazzo con i suoi stronzi consigli sul vostro futuro.
L’ho mandato a cacare prima della fine del simposio e, insieme ad altri ragazzi, siamo andati a giocare a pallone nel cortile della scuola.

mercoledì 28 marzo 2012

Il problema della resa e dell'efficacia del pene col pullover a collo basso, secondo Google Translate


Circa un anno fa, ho avuto il mio primo incontro con un pene circonciso. Vorrei aggiungere che c'era un uomo attaccato al pene, era qualcuno che ero stato fuori con su un paio di date, e quella notte è stata la nostra prima volta. Non ho notato la differenza in un primo momento - a meno che non si sta veramente cercando, è difficile distinguere un pene intatto da uno circonciso quando il pene è eretto. Non è stato fino alla post-coitali momenti di relax e intimità che ho visto quello che stava succedendo laggiù. Subito, ho fatto un doppio introito - più per curiosità che altro, ma ho visto che mi guardava con lo sguardo fisso. Sono stato mortificata. Entrambi abbiamo fatto finta che non sia successo.
Come qualcuno che ha preso molti - forse troppi - classi di studi sulle donne in college, io sono pienamente consapevole della definizione realistica della società di ciò che è sexy, soprattutto quando si tratta di corpi delle donne. Per essere sessualmente attraente, ci viene detto, dobbiamo essere toniche, tese, abbronzate, a pizzico, bona cera. Stiamo inoltre dovrebbe essere prive di cellulite, gas, sangue mestruale, l'odore vaginale, sudore, e tutta una serie di altri cosiddetti problemi è dedicato un intero settore commerciale e sempre più high-tech per la soluzione.
Quindi immaginate la mia colpa per quell’orgasmo doppio dopo il sesso, rendendo potenzialmente il mio nuovo fidanzato come auto-consapevole circa la parte di sé che aveva appena condiviso con me, come molte donne sono circa il loro corpo. Forse qualcuno avrebbe mantenuto che il rimorso a se stessi, data la sua fonte di intima. Io? Volevo parlarne.
La prossima volta che eravamo a letto, ho cercato di parlarne con disinvoltura. La sua risposta è stata a ridere. "Sì, sono circonciso", a cui ho risposto, "ho pensato, non l'ho mai visto uno solo nella vita reale." Lui mi guardò di traverso. "Non sei una cunnilinguo del sesso?"
"Non credo che ho bisogno di aver fatto – ho detto – tutto quello che so e di scrivere," dissi, che è vero, ma nel momento in cui si sentiva come una scusa debole. E fammi sentire in modo univoco ignorante per alcuni secondi prima che mi informava che era abituato a questa linea di interrogatorio. Maggior parte delle donne ha avuto la stessa reazione che ho fatto e sono stati "educate" a questo proposito quando la "domanda inevitabile è sorta".
È interessante notare che il nostro parlare di peni portato ad una discussione ancora più intima, in cui ha rivelato che sua madre, protettiva del suo unico figlio, non poteva sopportare l'idea di ferire il suo bambino. Volevo sapere, si sentiva come la circoncisione avrebbe mai fargli del male? Ha detto di non aver mai veramente pensato.
Dal momento che si fa quando gli uomini sono i bambini, prima che io le incontro, non era mai venuto in mente.
Per molti genitori contemporanei, allora ho imparato, la circoncisione è un affare molto grosso. Secondo il CDC, i tassi americani di circoncisione è scesa al 32,5% nel 2009 dal 56% nel 2006. Molti attivisti anti-circoncisione (noti anche come "Intactivists") sostengono che la procedura viola il diritto di un individuo di decidere come esprimere la sua sessualità. L'American Academy of Pediatrics non consiglia la circoncisione di routine neonatale a causa delle potenziali complicazioni, che includono la morte. Uno studio ha trovato che 117 bambini muoiono ogni anno da questo processo erettivo.
Allora perché non dobbiamo ancora circoncidere i neonati maschi a tutti? In alcuni casi, naturalmente, la scelta è religiosa, ma molte delle ragioni per le persone scelgono di circoncidere non hanno nulla a che fare con la fede. Essi, tuttavia, hanno a che fare con le donne. Peni intatti sono oggetto di scherno in spettacoli destinati a un pubblico femminile - vedi Kim Zolciak che con disinvoltura discute la circoncisione del figlio su "Le casalinghe reali di Atlanta" e, più indietro, Charlotte prendere in giro gli uomini coi peni intatti in "Sex and the City.
Il messaggio? Lascia il pene di tuo figlio intatto se si vuole le donne a ridere di lui. Poi c'è il mito che peni intatti sono più sporchi di quelli senza prepuzio, e ciò che donna vuole andare a letto con un ragazzo che non è pulito? Poiché la maggior parte degli uomini fa il bagno regolarmente in questi giorni, questo probabilmente non è vero, ma lo stigma persiste.
E molte donne (come i personaggi dei suddetti spettacoli) sono "disgustate" dall'idea di un pene circonciso per ragioni estetiche. Come la mio buon amica Amelia che metterlo (non così delicato), "Chi vuole fare l'amore con un pene che deve uscire dalla clandestinità? Quel lembo di pelle è strano… E mi spaventa che sembra un pene importante. Ogni ragazza sta mentendo se lei dice il contrario”.
Sono solo io, o questo suono che ricorda l’iperfocus su cosa sia accettabile per le donne sotto la cintura? Questa è l'era del vaja jizzling e LesbiaParty, piste di atterraggio in stile e spruzzi femminili. Ho molta voglia di essere come critica di parti di uomo della mia amante come alcune persone sono del modo in cui le donne sono sagomati e curati, laggiù?
Da quel primo rapporto con un uomo non circonciso, ho continuato a fare di più, ehm, ricerche sul campo, e ho scoperto che avere il pene intatto fa gli amanti favolosi. Ecco perché.
Anche se è difficile quantificare un’esperienza soggettiva, come il piacere sessuale, ci sono prove che ci sono i nervi del prepuzio che si aggiungono alla sua sensibilità. Già nel XVIII secolo, il famoso anatomista inglese John Hunter ha scritto circa la sensibilità acuta trovato nel prepuzio. Nel 1991, l’anatomista John Taylor ha coniato il termine "banda rigata" per descrivere la pelle rugosa al bordo del prepuzio. Gli studi di Taylor concludono che la banda rigata è "riccamente innervata" e "intensamente vascolare”. È ovvio che, a seguito di questa maggiore sensibilità, gli uomini intatti sono meno propensi a impegnarsi nel non così piacevole stile "martello pneumatico" del sesso - ho trovato che sia il caso, almeno. E considerare il fatto che i preservativi possono essenzialmente ricreare la "banda rigata", che sono destinati ad aumentare "il suo piacere".
Nella mia esperienza, ho trovato che il prepuzio crea attrito extra, che mantiene una donna più lubrificata durante il sesso.
Il prepuzio di un uomo integro può rendere più facile a fare sesso orale e di offrire la stimolazione manuale che arriva neppure vicino ad essere soddisfacente come quando lo fa lui.
Se si ha familiarità con un pene intatto, stare con un uomo che ha il pene col collo del maglione basso può fare all'inizio del rapporto sessuale una cosa molto più eccitante.
Tutto ciò per dire che vi consiglio di provarlo almeno una volta. E letteralmente non sai cosa ti perdi.

lunedì 26 marzo 2012

Articolo 18 cabaret


Oh, là! Divertiamoci un po’! e ringraziamo i politici italiani che ci danno sempre del materiale nuovo e gustoso.
Oggi, ghigneremo con un argomento d’attualità: il famoso e famigerato Articolo 18.
Il primo ad andare in scena non può non essere sua Servilità della BCE Mario Monti, il curatore fallimentare che hanno insediato alla presidenza del consiglio della Repubblica delle Banane italica. Forza senatore, ci facci ridere!
Leggiamo la sua dichiarazione sull’articolo 18: “Vigileremo sugli abusi”.
Ahhahahahahahahahahahah eccezionale! Ma dire “vigileremo sugli abusi” mentre si fa una legge non significa già sapere che ci saranno abusi? È come un calciatore che chiede scusa per aver sbagliato il rigore prima di tirarlo, è come se un chirurgo che opera un paziente dicesse alla sua equipe: “mi raccomando, delicatezza poi quando dite ai parenti che è morto”.
Vediamo ora il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, vero fuoriclasse in situazioni del genere. Dopo aver espresso profondo cordoglio ai lavoratori e una commossa vicinanza ai loro parenti, il Giorgione nazionale difende a spada tratta la riforma, e nel contempo dice che il problema non è l’articolo 18, ma il “crollo di determinate attività produttive”.
Mi scompiscio, davvero. Faccio fatica a scrivere. Non è, carissimo presidente, che codeste attività produttive crollano perché le amministrazioni non pagano le imprese, perché i mafiosi le taglieggiano, perché i politici estorcono mazzette, perché le sentenze si aspettano per anni? Eh? Di leggi su queste cose non se ne vedono, e sull’articolo 18 invece sì. La politica di Colorado Cafè.
Ancora più comici dei politici sono i culi mosci di gran parte del giornalismo italiano e pure molta gente addomesticata ad essere più stupida del necessario.
Secondo costoro ribellarsi all’articolo 18 è antistorico, ribellarsi ad esso significa non volere l’Italia al passo dei Paesi europei più avanzati, andare contro la produttività, la competitività e altre stronzate del genere.
Io sono un povero fesso, lo ammetto, non sono così intelligente come la gente “integrata” però nel mio piccolo penso che con una legge che rende facili i licenziamenti, gli imprenditori licenzieranno più facilmente. E penso pure che la sentenza sugli operai Fiom della Fiat di Melfi, reintegrati dalla magistratura, con la nuova legge sul lavoro sarebbero disoccupati legali.
Concludo il post con la breve ed esilarante lettera che il ministro Fornero ha mandato a tutti gli imprenditori italiani.
Cari imprenditori,
vi facciamo una legge per licenziare, ma voi, mi raccomando, non usatela troppo. Ci appelliamo al vostro buon cuore.

Sipario.

domenica 25 marzo 2012

Contributo alla psicosociologia del pollice verde

Se Charles Schulz, il creatore dei Peanuts, disegnasse oggi Linus, forse gli metterebbe in mano anziché una coperta un vasetto di timo fiorito.
(cit. una coccinella colta)

Il sabato compro il Corriere della Sera perché sto facendo la raccolta dei Classici del pensiero libero Greci e Latini.
Purtroppo oltre il quotidiano e il libro, devo accollarmi pure il fottutissimo supplemento Io Donna che di solito butto nella spazzatura senza manco sfogliarlo.
Ieri, però, mi è caduto l’occhio su un articolo che aveva un titolo allusivamente cartesiano: Zappetto (e concimo). Dunque sono.
Mi sono detto ma che cazz significa? E ho deciso di leggerlo.
In pratica si affrontava un argomento di estrema importanza e cioè ricercare le cause del boom dei balconi fioriti.
Il sottotiolo dice: Una volta era l’hobby di signore âgé oppure di pensionati che si riprendevano un po’ delle proprie radici contadine. Oggi i forzati del pollice verde sono una tribù. Perché, dicono gli esperti, curare bulbi e peperoncini sul balcone fa bene due volte: sul piano psicologico soddisfa il bisogno di accadimento, come un Tamagotchi vegetale. E su quello sociale supera l’ecologismo militante.
Tamagotchi vegetale? Ecologismo militante? Tribù dei forzati del pollice verde? Azz; mi sono ingolosito e ho voluto leggere per benino l’opinione di questi esperti.
Secondo la psicologa Silvia Vegetti Finzi: “Gli adulti hanno bisogno di qualcuno che abbia bisogno di loro. Li aiuta a mantenere un equilibrio. E curare il balconcino è un atto di accudimento salutare. Una pianta necessita di gesti regolari e accurati, senza strappi né concitazione come accade invece nella vita lavorativa. Curare il verde richiede concentrazione e creatività: qualcosa che non c’era viene alla luce, e magari è anche qualcosa di utile. E poi, abbellire l’esterno del proprio appartamento mettendo fioriere sui davanzali è come far rinascere il senso della città, e il confronto con altri che fanno lo stesso con le proprie finestre e i propri balconi è anche una forma di condivisione e un modo per uscire dal proprio isolamento narcisistico”.
Mah, non so. Non mi convince né “l’atto di accudimento” né ‘sta storia dell’uscita dal proprio “isolamento narcisistico”.
Andiamo al sociologo Francesco Morace, che analizza questa versione urbana della passione agricola come tentativo di tornare a una vita più naturale dedicandosi al mondo vegetale: “È un fenomeno che rientra nella nuova dimensione di sostenibilità e qualità della vita legata a comportamenti quotidiani soprattutto femminili, volti alla creazione di un microambiente sano e bello. È un nuovo modo di avvicinarsi alla natura, privo di ideologie e diverso dall’ecologismo militante del passato. Non è più una concezione privativa, come nell’ecologismo classico, ma un trend legato al piacere personale. Se l’ecologismo era pauperista, la nuova passione per orti e giardini ritagliati nei cortili, negli spazi condominiali, sui davanzali e sui balconcini, non è un’ondata anticonsumista ma qualcosa di diverso, che mira a un equilibrio estetico e sociale. È come se tutti noi avessimo bisogno di rassicurazione e solo nel nostro micromondo potessimo trovarne”.
Ovviamente, un sociologo deve piazzare la parola “trend” ad ogni costo, è obbligatorio. Comunque dovrò informarmi perché non conosco questo fantomatico “ecologismo pauperista”.
Io credo che il giardinaggio sia un hobby ed ogni hobby sia attività. L’uomo è attività, o come direbbe Aristotele l’essenza dell’uomo è l’energheia. Ora, questa energheia è in parte automatica e in parte coatta. Cioè l’attività umana è innanzitutto senza perché e poi è per la maggior parte del tempo un’attività costretta, e l'esempio più facile è il lavoro che bisogna svolgere ogni giorno.
Quindi è naturale che questa attività abbia anche una terza parte: quella dell’azione consapevole e piacevole. Il giardinaggio, come molte altre cose, è una di queste.

sabato 24 marzo 2012

Le quattro ere pittoriche di Paul Cézanne

(un autoritratto di Cézanne)

Un artista è sempre alla ricerca di nuovi stimoli, nuove fonti d’ispirazione, vuole sperimentare, provare diverse tecniche, lasciarsi influenzare da altre culture, ecc.
Per questo in Storia dell’Arte spesso si parla di “periodi”, perché si cerca di schematizzare l’estroso percorso di quei vagabondi dello spirito che sono gli artisti (e, anche in questo caso, c’è una sorta di fratellanza con i filosofi).
(La pendola)

Paul Cézanne (1839-1906) non fa eccezione e per lui si parla di quattro periodi.
Il primo periodo, detto “romantico” (1859-71 ca.), è la fase giovanile, contraddistinta da una pittura dall’impasto scuro, pieno di contrasti, di un veemente Romanticismo, durante la quale Cézanne è influenzato dai maestri caravaggeschi del museo di Aix, copia i maestri del Louvre – ama Zurbaràn, Velàzquez, Tintoretto, Veronese – e dimostra di tenere in gran conto tanto la foga “barocca” di Delacroix, quanto la lezione costruttiva di Courbet, sia nei ritratti realizzati con la spatola, sia nelle “nature morte”, ma guarda anche alle forzature del segno nella pittura di Daumier e ai suoi conterranei appartenenti al cosiddetto “Barocco provenzale”, Charles Loubon e Adolphe Monticelli. Appartengono a questa fase dipinti religiosi, di soggetti letterari o misteriose nature morte, come La pendola, o ancora soggetti erotici, comunque densi di riferimenti, come Una moderna Olympia realizzata in due versioni in risposta al dipinto di Manet.
(Una moderna Olympia)

Il secondo periodo, detto “impressionista” (1872-77), è quello in cui segue Pissarro ad Auvers, espone con il gruppo nella prima (1874) e nella terza mostra (1877) e si divide fra Pontoise e Auvers. Fra le opere significative di tale fase le Bagnanti del 1874-75, oltre a nature morte ed autoritratti e soprattutto a quella che è considerata l’opera-chiave di questo momento, La casa dell’impiccato; quest’ultimo dipinto, in particolare, rivela l’influenza di Pissarro soprattutto nella tavolozza schiarita, nell’impasto più sottile, nell’uso esclusivo del colore anche per “disegnare” le varie parti del quadro.
(Bagnanti)

Tuttavia, emerge subito la differenza della sua ricerca rispetto a quella degli altri Impressionisti: non sono i valori atmosferici ad interessarlo, ma quelli volumetrici, resi in ogni caso con il solo colore.
(La casa dell'impiccato)

Il terzo periodo, detto “costruttivo” (1878-1887). Proprio il dato “costruttivo” contraddistingue in modo peculiare la produzione di questo periodo. In questi anni, dividendosi fra Gardanne, Estaque e Parigi, mette a punto la tecnica delle sue brevi pennellate direzionate, ossia disposte in senso obliquo e parallele fra di loro. Sfruttando contemporaneamente le proprietà dei colori caldi di espandersi e dei colori freddi di ritirarsi, Cézanne “modula” i volumi nello spazio attraverso i loro reciproci rapporti cromatici come, ad esempio, ne La montagna Sainte-Victoire con il grande pino.
(La montagna di Sainte-Victoire con il grande pino)

Stimoli per le sue riflessioni pittoriche gli derivano, oltre che dai suoi amici Impressionisti, ancora da Delacroix, da Courbet e da scultori rinascimentali come Benedetto da Maiano, che in questi anni Cézanne continua a copiare con significativa insistenza, cercando di cogliere il fondamento plastico della forma presente nelle sue solide sculture.
(Giocatori di carte)

L’ultimo periodo detto “sintetico” (1888-1906).
(Rocce presso le grotte sotto a Chateau noir)

Il passaggio all’ultimo periodo avviene all’insegna dell’approfondimento delle premesse del periodo precedente, con il raggiungimento di risultati apparentemente diversi nei vari settori iconografici in cui ha operato.
(L'Amore in gesso)
(Mele e arance)

In questi anni appare certamente “sintetico” nei potenti, monumentali e strutturati ritratti che ci ha lasciato, come quello dei Giocatori di carte (che è il mio preferito) o quello del mercante Vollard, mentre sembra “costruttivo”, fino ai limiti dell’astrazione, in taluni paesaggi che anticipano l’analisi volumetrica cubista, come in Rocce presso le grotte sotto a Chateau noir, “frammentario”, e certamente spiazzante, in alcune arditissime nature morte in cui combina due diversi punti di vista, dall’alto e dal basso (L’amore in gesso), o ancora Mele e arance; ma in ogni caso, pur avendo fatto decantare nelle sue opere il dato emozionale, si rivela fortemente soggettivo nel suo modo di vedere e nello stesso tempo decisamente teso a recuperare alla pittura – proprio attraverso la forte proiezione nella sua coscienza – una dimensione “cosmica”, come emerge nelle sue Grandi bagnanti e nelle ultime redazioni della Montagna Sainte-Victoire.
(Vollard)

Cézanne ha costituito un punto di riferimento fondamentale per tutti quegli artisti e movimenti del XX secolo che hanno avvertito una forte esigenza di costruzione strutturata della forma. Tradizionalmente, lo si considera il “padre” del Cubismo, poi messo a punto da Braque e Picasso.
(La montagna Saint-Victoire vista dai Lauves)

A questo proposito risulta particolarmente interessante una osservazione di Cézanne contenuta in una lettera all’amico pittore Èmile Bernard (Aix-en-Provence, 15 aprile 1904):
“Permettetemi di ripetervi quello che vi dicevo qui: trattate la natura attraverso il cilindro, la sfera, il cono, il tutto messo in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto di un piano si diriga verso un punto centrale. Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione di una porzione della natura o, se preferite, dello spettacolo che il Pater omnipotens Aeterne Deus spiega davanti ai nostri occhi. Le linee perpendicolari a questo orizzonte danno la profondità. Ora, la natura per noi uomini è più in profondità che in superficie, da cui la necessità di introdurre nelle nostra vibrazioni di luce, rappresentate dai rossi e dai gialli, una quantità sufficiente di azzurro, per far sentire l’aria”.
(Le grandi bagnanti)

giovedì 22 marzo 2012

Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena


E così è arrivata la primavera...il bel tempo, l'aria dolce e soave che ci avvolge, la vita che si risveglia...
Sarà, ma io non mi sento coinvolto da tutto questo.
Mi trovo nello stesso contrasto in cui si trovava Petrarca quando scrisse il sonetto che posto oggi.
I prati fioriscono, il cielo si rasserena, Venere fa capolino in cielo e nei cuori degli uomini e degli animali che escono dal letargo invernale.
Tornano le rondini, gli usignoli riprendono il loro malinconico e poetico canto, tutta la terra è piena d'amore, ma...ma io sono triste.
Quella che ha le chiavi del mio cuore è lontana; è persa.
Rimane solo un arido deserto solcato qua è là da animali brutti e feroci.

Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena
e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,
e garrir Progne e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia;

ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena,
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.

Ma per me, lasso, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;

e cantar augelletti e fiori piagge.
e ‘n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.

mercoledì 21 marzo 2012

Antonio Canova, vita e opere

(Dedalo e Icaro)

Antonio Canova aveva imparato i primi rudimenti del mestiere dal nonno, capomastro e scalpellino, ma ben presto, per interessamento del senatore Falier, fu mandato a studiare a Venezia con gli scultori Giuseppe Bernardi Torretti e Giuseppe Ferrari, presso le cui botteghe il giovane artista ebbe modo di appropriarsi delle raffinate tecniche di lavorazione della cera, della creta e del marmo, improntando il suo stile ad un iniziale pittoricismo proprio della scultura veneta del primo Settecento. Con questo bagaglio di cultura figurativa, arricchito dallo studio dei calchi delle più rinomate sculture antiche presenti nella collezione del colto abate e mecenate Filippo Farsetti, scolpì le statue di Orfeo ed Euridice tra il 1775 e il 1776, di Apollo nel 1779, di Dedalo e Icaro realizzata nello stesso anno.
Nel 1779 Canova si recò a Roma, dove visitò tutte le raccolte d’arte, pubbliche e private, della città.
Nel 1780 andò a Napoli, osservò chiese e gallerie, ma soprattutto Paestum, Pompei, Pozzuoli e il Museo di Portici, che raccoglieva tutti i reperti provenienti dagli scavi di Ercolano.
Rientrato a Roma, decise di stabilirvisi, allo scopo di approfondire la conoscenza dell’arte classica. Numerosi schizzi e disegni dall’antico documentano questi studi, che furono accompagnati da intense discussioni con l’architetto Giovanni Antonio Selva, con l’incisore Giovanni Volpato, con l’erudito Quatremère de Quincy, tutti impegnati nella battaglia per l’affermazione dell’arte neoclassica.
Nel 1781, su commissione del suo potente protettore, il principe Abbondio Rezzonico, realizzò l’Apollo che si incorona, ispirato all’Apollo del Parnaso di Mengs e ad alcune statue antiche.
(Apollo che si incorona)

Diversamente dalle opere del periodo veneziano, scolpite sempre in atteggiamenti dinamici, Canova rappresentò il dio nell’atto di cingersi il capo con la corona d’alloro, dimostrando di volersi esplicitamente rifare all’ideale winckelmanniano, che aveva identificato la perfezione della bellezza nel motto “nobile semplicità e quieta grandezza”.
Tra il 1783 e il 1787 scolpì il Monumento a Clemente XIV, in cui si avverte più chiaramente la svolta neoclassica, ulteriormente confermata in una serie di sculture di soggetto mitologico, tra cui i gruppi di Amore e Psiche, improntati al’ideale della “grazia” formulato da Winckelmann, e l’Ebe.
Nell’aprile del 1792 viene scoperta nella Basilica di San Pietro la Tomba di Clemente XIII. Nel 1798 in seguito all’esilio di papa Pio VI e alla proclamazione della Repubblica Romana tornò nella città natale di Possagno, dove dipinse la pala con il Compianto di Cristo.
(Amore e Psiche stanti)

Nel 1800 era di nuovo a Roma, dove fu nominato membro dell’Accademia di San Luca. Nel 1802 fu nominato da papa Pio VII Cavaliere dello Speron d’oro e Ispettore generale delle Belle Arti dello Stato Pontificio. Il 19 settembre dello stesso anno partì per Parigi, dove modellò il busto di Napoleone. Nel 1804 ricevette dalla contessa d’Albany la commissione del Monumento a Vittorio Alfieri, scolpì Paolina Borghese come Venere vincitrice e il Busto dell’imperatore Francesco I.
Nel 1805 si recò a Vienna per installare il Monumento funebre di Maria Cristina d’Austria nella Chiesa degli Agostiniani. Canova aveva raggiunto ormai una fama internazionale e diventò lo scultore più richiesto da personalità come Napoleone, Gioacchino Murat, Pio VII che gli richiesero ritratti e busti.
(Amore e Psiche giacenti)

Nel 1815 Canova fu incaricato dal governo inglese di dare un parere sull’autenticità dei marmi provenienti dal Partenone, che Lord Elgin, diplomatico inglese e ambasciatore a Costantinopoli, aveva proposto di vendere. La visione di queste statue fidiane destò grande impressione nello scultore italiano. In una lettera all’amico Quatremère egli così scriveva: “Ho veduto i marmi venuti di Grecia; dei bassirilievi di già voi e e anche io ne avevamo un’idea dalle stampe, da qualche gesso, e da qualche pezzo di marmo ancora; ma delle figure in grande, nelle quali l’artista può far mostra del suo vero sapere, non ne sapevamo nulla. Se è vero che queste sieno opere di Fidia, o dirette da lui, o che egli vi abbia posto la mano per ultimarle, queste insomma mostrano chiaramente che i grandi maestri erano veri imitatori della bella natura. Niente avevano di affettato, niente di esagerato, niente di duro, cioè di quelle parti che si chiamerebbero di convenzione o geometriche. Le opere di Fidia sono vera carne, cioè bella natura”.
(Paolina Borghese come Venere vincitrice)

Ancora nel 1815, Canova, nominato da papa Pio VII capo della delegazione della Santa Sede al congresso di Parigi, riuscì ad ottenere la restituzione delle opere d’arte italiane sottratte dai Francesi.
(Monumento funebre di Maria Cristina d'Austria)

Negli ultimi anni della sua vita, egli continuò ad accumulare incarichi di grande prestigio, come il Monumento degli ultimi Stuart in San Pietro, quello a George Washington, il Monumento equestre di Ferdinando I re delle due Sicilie, del quale riuscì a modellare solo il cavallo e, ancora per questo sovrano, la Statua di Ferdinando I come Minerva, oggi esposta al Museo Nazionale di Napoli.
(Napoleone come Marte pacificatore)

Il Monumento funerario di Clemente XIV


Realizzato tra il 1783 e il 1787, raffigura il papa Giovanni Vincenzo Ganganelli, protagonista di un pontificato moderatamente illuminato, durante il quale fu soppressa la Compagnia di Gesù e fu fondato il Museo Pio Clementino. Pur tenendo ancora presente come modello di riferimento la Tomba di Urbano VIII innalzata da Bernini in San Pietro, Canova opera un notevole cambiamento di stile. Permane lo schema triangolare formato dalla figura del Pontefice seduto su di un trono e della due figure femminili, allegorie della Temperanza e dell’Umiltà, ma cadono tutti i particolari decorativi alludenti al tema della morte.
La morte non aleggia in questo monumento che, in perfetta sintonia con la concezione illuministica dei sepolcri come memoria edificante per i vivi, vuole ricordare, mediante un’iconografia semplice e l’armonia di forme in equilibrio, la figura di papa Ganganelli.

(Gianlorenzo Bernini, Tomba di Urbano VIII)

La Tomba di Clemente XIII


Per comprendere gli ulteriori passi in direzione neoclassica fatti da Canova in questo monumento funebre dedicato al papa Carlo Rezzonico, occorre metterlo a confronto con la Tomba di Clemente XIV. L’artista inizia nel 1783 le due tombe, ma termina il Clemente XIV nel 1787, quello di Clemente XIII nel 1792; cinque anni di distanza, durante i quali egli abbandona definitivamente ogni retaggio di gusto ancora sei-settecentesco e impianta un modello compositivo del tutto nuovo.
Il pontefice non è più rappresentato con gli attributi della sua regalità: è scomparso il trono di origine ancora berniniana, la tiara, simbolo dell’autorità papale, è deposta sul semplice basamento su cui il papa è inginocchiato in preghiera.
Il sarcofago sottostante, fortemente geometrizzato, ha perso anche la vasca curvilinea e i piedi scanalati su cui posava il basamento della Tomba di Clemente XIV. In quella di Clemente XIII tutto è rigorosamente rettilineo, e anche l’allegoria della religione e il genio funebre hanno perso quella connotazione naturalistica che ancora conservavano le figure allegoriche della Tomba Ganganelli.
Qui veramente Canova abbandona l’ideale winckelmanniano del primo Neoclassicismo per uno stile più astratto, in cui ritornano gli elementi simbolici, come i leoni accovacciati custodi delle spoglie del defunto, ed ha il sopravvento un ideale classico in cui si esaspera la ricerca formale del bello. Fa eccezione la statua del Papa, vero ritratto del nobile veneziano, che documenta la sua formazione improntata ad una scultura pregna di intensi effetti pittorici.

venerdì 16 marzo 2012

Andare, camminare, lavorare


Chi è un poeta? È uno che ci sa fare con le parole, uno che scrive dei versi fantastici che sanno farti pensare, sognare, ridere, commuovere, ecc.
Chi è un cantautore? È uno che ci sa fare con le parole, uno che scrive dei versi fantastici che sanno farti pensare, sognare, ridere, commuovere, ecc.
In più il cantautore quei versi li mette in musica e quindi ci regala splendide canzoni.
Stasera omaggio il grande Piero Ciampi, poeta e cantautore.
Ne parlo perché le sue canzoni sono “vere”, cioè non sono la robetta prefabbricata dello stupido pop commerciale, né assordante techno tunz tunz per tamarri, né musica classica per sale d’aspetto dei dentisti suonata da improbabili parrucconi o altri tipi di schifezze sonore che, purtroppo, inquinano sempre di più le nostre povere orecchie.
Piero Ciampi fa vera musica, perché la vera musica contiene sempre un messaggio.
L’arte è raccontare meravigliosamente l’essenza dell’uomo e la società che ci circonda.
Andate su YouTube e cercate le canzoni di Piero Campi, datemi retta. Io ci vado spesso e mi vergogno per gli italiani per le poche visualizzazioni. Che cazzo! Quella stronza di Lady Gaga 17 milioni di ascolti e Piero Ciampi 40 mila!?!? Orsù, meritate di meglio… Mettetevi comodi e ascoltate la canzone dedicata al vino, imparate a memoria Adius e cantatela quando vi va, sarà estremamente liberatorio e sapete già che sfogarsi un po' ogni tanto fa bene...
Io nel frattempo vi posto Andare, camminare, lavorare così da gustarvi il testo prima o insieme all'ascolto della canzone.


Andare, camminare, lavorare

Andare camminare lavorare, andare a spada tratta, banda di timidi, di incoscienti, di indebitati, di disperati.
Niente scoramenti, andiamo, andiamo a lavorare, andare camminare lavorare, il vino contro il petrolio, grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria.
Andare camminare lavorare, il meridione rugge, il nord non ha salite, niente paura, di qua c’è la discesa, andare camminare lavorare, rapide fughe rapide fughe rapide fughe.

Andare camminare lavorare
i prepotenti tutti chiusi a chiave
i cani con i cani nei canili
le rose sui balconi
i gatti nei cortili
andare camminare lavorare
andare camminare lavorare
dai, lavorare!

E che cos’è questo fuoco? pompieri, pompieri, voi che siete seri, puntuali, spegnete questi incendi nei conventi, nelle anime, nelle banche. Andare camminare lavorare, queste cassaforti che infernale invenzione, viva la ricchezza mobile, andare camminare lavorare, andare camminare lavorare. Lavorare, lavorare!

Andare camminare lavorare
il passato nel cassetto chiuso a chiave
il futuro al Totocalcio per sperare
il presente per amare
non è il caso di scappare
andare camminare lavorare
andare camminare lavorare
dai, lavorare!

Nutriamo il lavoro, alé!
Gli agnelli a pascolare con le capre fra i nitriti dei cavalli, questi rumorosi... vigilati da truppe di pastori, andare camminare lavorare.
Niente paura, azzurri, azzurri, attaccare attaccare, attaccatevi a calci nel sedere, la domenica tutti sul Pordoi a pedalare.
Lavorare pedalare lavorare, con i cantanti nell’osteria, con i contanti, con tanti tanti tanti tanti auguri agli sposi!
Andare camminare lavorare, la Penisola in automobile, tutti in automobile al matrimonio, alé! la Penisola al volante, questa bella penisola è diventata un volante.
Andare camminare lavorare...

giovedì 15 marzo 2012

Un'amara considerazione...


Entrammo nell’unico bar della città e ci sedemmo e il nonno ordinò del vino e io una birra. Il vecchio riattaccò la solita solfa della moglie morta e io mi spostai all’estremità opposta del bar. Una ragazza messicana scese le scale e mi si sedette accanto. Chissà perché diavolo scendevano sempre le scale in quel modo, come se fossero in un film. Comunque, persino io avevo la sensazione di essere in un film. Le offrii una birra.
“Mi chiamo Sherry” mi disse, e io: “Non è un nome messicano” e lei: “E perché dovrei avere un nome messicano?” e io: “Hai ragione”.
Andare al piano di sopra costava cinque dollari e lei mi lavò prima e dopo. Mi lavò servendosi di un piccolo catino bianco con dei pulcini dipinti che si rincorrevano tutt’attorno. In dieci minuti intascò gli stessi soldi che io avevo guadagnato in una dura giornata di lavoro, straordinari inclusi.
Finanziariamente parlando era un dato di fatto che te la passavi meglio se avevi la passera invece dell’uccello.

mercoledì 14 marzo 2012

Androgino


Dal punto di vista medico l’ermafroditismo (o androginia) è una patologia caratterizzata dalla compresenza nello stesso individuo delle gonadi dei due sessi, a causa di un’incompleta differenziazione fisiologica. Per il mito e per l’immaginario simbolico sia occidentale sia orientale l’androginia è un’ipotetica e felice condizione sessuale di tipo bipolare, simbolo della pienezza dell’essere, della perfezione data dalla compresenza di due elementi contrari e dell’armonia che nasce dal loro reciproco equilibrarsi.


L’androginia entrò nella storia del pensiero occidentale con il mito degli uomini sferici sviluppato da Platone nel Simposio per spiegare la natura dell’attrazione sessuale. Con una notevole dose di umorismo il filosofo affermò che non da sempre gli uomini possiedono l’attuale forma corporea; i nostri più antichi antenati furono infatti plasmati dal Demiurgo in forma sferica, senza una differenziazione di tipo sessuale fra loro: ogni individuo possedeva organi doppi secondo le tre possibilità logiche, vale a dire maschio-maschio, maschio-femmina e femmina-femmina. Mobilissimi e velocissimi (con quattro gambe e altrettante braccia si muovevano rotolando), orgogliosi fino alla superbia della loro sferica perfezione e dello stato di completezza sessuale, gli androgini originari riuscirono invisi alla divinità, che li punì dividendoli nei due attuali tronconi: il maschio e la femmina (esiste anche il pericolo, aggiunse Platone nel suo racconto, che la superbia degli uomini contemporanei spinga Zeus a un’ulteriore divisione punitiva, che ridurrebbe la specie umana a essere con una sola gamba e un solo braccio).

(Come simbolo della unificaione dei contrari e della coincidenza degli opposti, l'androginia è presente in molti miti e religioni. L'androgino in una rappresentazione induista, come unione del dio Shiva e della dea Parvati)

Il mito spiega la natura dell’attrazione erotica, interpretabile come un’inconsapevole nostalgia dell’antica completezza. Spiega anche la diversità delle preferenze sessuali: chi è attratto dal proprio sesso, infatti, deriverebbe da una scissione maschio-maschio o femmina-femmina, mentre chi pratica l’amore eterosessuale discenderebbe da un antenato bisessuato. Spiega infine come il dualismo sessuale sia il frutto della decadenza. Solo l’uomo originario, l’androgino, era vero e completo: non mancava di nulla ed era perciò indisponibile all’attrazione e alla seduzione. Ora invece solamente nell’amplesso si riacquista, in un certo modo, l’originaria sfericità. In questo senso quello attuale, sessualmente connotato, conclude Platone, è solo il simbolo di un uomo, letteralmente, nel significato greco della parola, un uomo a metà.
Il mito dell’androgino servì a Platone per spiegare il senso oscuro e doloroso di una mancanza che contraddistingue ogni sentimento d’amore. Come suggerisce un altro mito del Simposio, il dio Eros è figlio della dea Penìa (Povertà) e del dio Poros (Espediente): l’amore infatti “è povero, non bello e delicato come pensano in molti; ma duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo per terra, all’addiaccio, di notte, sulle soglie delle case; ma è sagace e capace delle più raffinate astuzie nelle sue strategie di conquista”.

(Nell'alchimia la trasformazione dei metalli vili in oro era simboleggiata dalla nascita dell'ermafrodita nel bagno mercuriale. Secondo Jung, che ha analizzato l'alchimia dal punto di vista della psicoanalisi, l'androginia è il simbolo della compresenza in ogni individuo di una componente maschile e una femminile)

martedì 13 marzo 2012

COME IL "MONDO VERO" FINÌ PER DIVENTARE FAVOLA


Come il “mondo vero” finì per diventare favola è una delle pagine più belle di Nietzsche e di tutta la storia della filosofia. Contenuta nell’opera Crepuscolo degli idoli, questa pagina è una summa del pensiero nietzscheano. La storia dell’errore è da intendersi nel vizio dei filosofi di aver sempre sdoppiato il mondo. Un mondo “terreno”, falso, infido, senza importanza e un mondo “celeste”, il mondo delle essenze, l’unico da tenere in considerazione.
Basta prestare orecchio e vedremo la distinzione platonica tra il mondo delle idee e mondo dei simulacri risuonare, dopo duemila anni, nella distinzione kantiana tra mondo fenomenico e mondo del noumeno.
In mezzo a questa lunga storia c’è il Cristianesimo con il suo apporto “sconvolgente” (in senso dispregiativo) al pensiero umano e filosofico e, quasi alla fine, la funzione risvegliatrice del Positivismo.
Positivismo, però, che è solo una tappa verso quello che per Nietzsche è il vero traguardo di un’umanità ormai consapevole di essersi ingannata sul mondo e su se stessa: l’età di Zarathustra.
Di Zarathustra parlerò in seguito, per ora mi domando se queste età che Nietzsche tratteggia in questa favola non siano sempre presenti nella storia umana. Questi atteggiamenti di pensiero in realtà non sono mai superate da epoche successive, ma continuano a convivere tutte insieme a volte prevalendo l’una e a volte l’altra. Di sicuro queste sei tappe sono ancora tra noi … e mi chiedo se ci sia e quale sia la settima tappa che rappresenti in pieno questo terzo millennio che stiamo vivendo … forse è l’età del disinteresse? l’età dell’abbandono di qualsiasi speranza? un’età mortalmente cinica? l'età del trionfo del Dio Denaro?
Zarathustra annuncia la morte di Dio come se fosse una liberazione, la nostra età porta con sè l’annuncio funebre della morte dell’uomo?

COME IL "MONDO VERO" FINÌ PER DIVENTARE FAVOLA

Storia di un errore

1. Il mondo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo.
(La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono la verità).

2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”).
(Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristianizza …).

3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo.
(In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata, pallida, nordica, konigsbergica).

4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto? …
(Grigio mattino. Primo sbadiglio della ragione. Canto del gallo del positivismo).

5. Il “mondo vero” – un’idea, che non serve più a niente, nemmeno più vincolante – un’idea diventata inutile e superflua, quindi un’idea confutata: eliminiamola!
(Giorno chiaro; prima colazione; ritorno del bon sens e della serenità; Platone rosso di vergogna; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi).

6. Abbiamo tolto di mezzo il mondo vero: quale mondo ci è rimasto? forse quello apparente? … Ma no! col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!
(Mezzogiorno; momento dell’ombra più corta; fine del lunghissimo errore; apogeo dell’umanità; INCIPIT ZARATHUSTRA).

lunedì 12 marzo 2012

Talete Anassimandro Anassimene


Com’è noto, Aristotele nelle prime pagine della Metafisica abbozzò quella che noi oggi chiamiamo “storia della filosofia”.
Per lo Stagirita, Talete Anassimandro e Anassimene furono i primi filosofi. Perché questo giudizio?
Perché per la prima volta (almeno per Aristotele, eh) l’uomo indagò l’origine del tutto senza cercare scorciatoie irrazionali, senza rifugiarsi in spiegazioni mitiche. Affrontarono con la sola ragione il problema dell'arché.
Il racconto di Aristotele è soprattutto una precisa definizione della filosofia, perché individua l’essenza del nuovo stile di pensiero non nell’originalità dei problemi ma nel metodo, nelle procedure utilizzate per arrivare a una risposta. La filosofia inizia quando il pensiero diventa razionale, sia nel senso che cerca di seguire procedimenti logici sia nel senso di trovare nella realtà prove a sostegno delle affermazioni prodotte.
Le risposte di Talete Anassimandro e Anassimene sono importanti per il sistematico rifiuto del probabile, del possibile, del fantastico; perché sono risposte già del tutto razionali.
Di Talete, nato circa nel 624 a.C. e morto nel 545 a.C., non abbiamo alcuna notizia certa, ma una gran massa di aneddoti. La sua figura è condizionata dall’essere il primo della serie, la migliore immagine dello stereotipo del filosofo: Talete è l’osservatore della natura (furono i fenomeni dell’umidità a suggerirgli la sua prima dottrina), il geniale inventore, il politico impegnato nelle lotte contro i Persiani, e poi ancora geometra, astronomo e scrutatore del cielo, tanto da cadere in una buca della strada suscitando il riso di una servetta tracia (è l’immagine del filosofo che, tutto preso dalle sue profonde speculazioni, non è più in grado di affrontare la vita quotidiana).
Talete, pare, non ha scritto nulla o perlomeno di lui nulla di autografo ci è pervenuto. Di Anassimandro (circa 610-547 a.C.) e di Anassimene (circa 596-525 a.C.), il cui contributo si limita a offrire una risposta diversa allo stesso problema di Talete, rimane un solo frammento per ciascuno.
Il PROBLEMA dei tre filosofi Milesi (cioè della città di Mileto) può essere riassunto così: Qual è l’origine del mondo? Esiste un principio primordiale (arché, in greco) da cui tutto deriva?
Vediamo brevemente le tre TESI.
Secondo Talete, il principio primordiale va individuato nell’acqua. La risposta può sembrare deludente, ma la sua importanza risiede nel fatto che per la prima volta nella storia del pensiero si cerca una soluzione di tipo razionale, non più mitico-fantastica. Lo confermano le motivazioni addotte da Talete: i semi, come ogni nutrimento, sono umidi.
Con un notevole scatto intellettuale rispetto a Talete, Anassimandro individua l’arché non più in un elemento naturale ma nell’apeiron, termine che in greco indica l’illimitato, l’infinito, una realtà primigenia e indifferenziata senza limiti e senza confini. Probabilmente il ragionamento che lo condusse a questa conclusione è il seguente. Ogni parte dell’universo è il risultato di un’opposizione tra forze antagoniste: la terra, l’acqua, l’aria, il fuoco, ossia tutti gli elementi naturali, sono il risultato (una situazione di momentaneo equilibrio) fra coppie di opposti: il caldo si oppone al freddo, il secco si oppone all’umido. Ma anche il cosmo nel suo complesso deve essere il prodotto di un antagonismo fondamentale, e poiché l’universo appare definito, limitato, determinato in ogni sua componente, bisogna pensare che abbia avuto origine e sia sostenuto da un principio diametralmente contrario: l’apeiron.
Forse segnando un certo regresso rispetto alla soluzione di Anassimandro, Anassimene tornò a individuare l’arché in un elemento naturale: l’aria. In realtà è probabile che con questo termine egli alludesse a ciò che in seguito i Greci chiamarono pneuma, ossia quel vento caldo e rarefatto, di natura più spirituale che materiale, che è presente in ogni essere vivente ed esala dal corpo con l’ultimo respiro. Più che una sostanza naturale, l’aria di Anassimene è il principio della vita.
Voglio concludere scrivendo qualcosa su tre termini che ritengo i più importanti dal punto di vista filosofico. È solo un accenno, ne parlerò ancora e comunque ognuno può fare una propria ricerca personale.
APEIRON
La traduzione letterale di questo termine è senza limite. Anassimandro lo usa per indicare quella mescolanza originaria di tutte le cose, indefinita, indistinta e caotica, da cui, attraverso successive separazioni causate dall’alternanza di caldo e freddo, si è generato il mondo così come lo conosciamo. Il mondo greco non elaborò un’idea di infinito simile a quella moderna, associando sempre quest’idea alle nozioni di indeterminatezza, mancanza, negatività. In breve mi sento di dire che l’apeiron è il caos strappato alle teogonie poetiche-religiose e immesso nel piano concettuale della filosofia.
ARCHE’
Pare sia stato Anassimandro a usare per primo il termine, che in greco indica il principio, il fondamento, ciò da cui tutto ha avuto origine e che mantiene vivo il mondo. I Milesi, come ho scritto prima, indicarono l’arché in un elemento naturale (l’acqua, l’aria, l’apeiron), ma già i filosofi della generazione seguente elaborarono risposte più raffinate al problema: Eraclito individuò l’arché nel divenire e Pitagora nel numero. Il termine è poi rimasto nella tradizione e utilizzato da Platone e Aristotele per intendere in senso generico sia la materia di cui le cose sono fatte, sia la forza che dà vita alla natura, sia infine la legge che la governa.
MONISMO
Le dottrine dei Milesi costituiscono il primo rudimentale esempio di monismo, termine attribuito a tutte le filosofia che ipotizzano la derivazione della multiforme realtà da un principio unico. In metafisica il monismo si contrappone al dualismo, sostenuto in modo diverso sia da Platone sia da Cartesio, e al pluralismo, sostenuto da Aristotele ed altri filosofi ancora.

domenica 11 marzo 2012

Il mondo degli orologi

(belli cazzi, Fernandello)

La domenica è il giorno del "non ho un cazzo da fare" e allora faccio una passeggiata per il corso che si conclude, immancabilmente, su una panchina dei giardinetti dove fumo una sigaretta prima di ritornare a casa per il panzo.
Purtroppo stamattina passava per i giardinetti pure un tipo che conosco di vista, tale Fernando Zoppicone, che mi ha onorato del saluto e poi si è seduto accanto a me sulla panchina sentendosi in dovere, chissà perché, di intrattenermi con le sue chiacchiere. Mi ha parlato degli orologi.

A me gli orologi piacciono un sacco quelli classici, non da tamarro, eh. Ne ho molti anche costosi, ma non li metto sempre.... ho paura di rovinarli.
Proprio in questi giorni devo comprarmi un orologio, perché praticamente non ne ho.
Solo che non c'ho una lira e devo spendere poco, ma non conta il prezzo di un orologio, quanto la classe e lo stile nella scelta. Sono indeciso tra cinturino in pelle nera e cinturino in metallo. Certo è che è più elegante il cinturino in pelle.
Come ti dicevo, mi piacciono quelli classici, infatti non vedo l'ora di potermene permettere uno, Patek Philippe o Vacheron Constantin sono le marche che preferisco...per ora devo accontentarmi dei Tissot.
Però un giorno di questi sai che faccio? Vado a prendermi uno Swatch di quelli colorati semplici, sai uno di quegli orologi “da combattimento” che puoi mettere quando vai al lavoro, magari in metropolitana senza aver paura di urti o graffi.
Di Tissot ne ho preso proprio uno ieri, ho tirato scemo il negoziante per mezzora, mi piaceva la cassa di uno ma il cinturino dell'altro, alla fine per la disperazione me l'ha invertito.
Gli Swatch sono belli esteticamente, ma non mi piacciono molto perché se si guastano li devi buttare, ne ho buttati tre.
Ho pure la passione per gli orologi sportivi, quello di cui vado più fiero è un Locman Stealth.
Sottilissimo, leggerissimo. L'unica pecca è il cinturino in gomma che attrae polvere in una maniera allucinante
Se vuoi, mi permetto di suggerirti di buttare un occhio sui Sector, che sono tra i miei preferiti. Ne trovi di molto carini ed eleganti anche a prezzi contenuti. Ovviamente con il cinturino in metallo.
Poi, certo, dipende come ti piace averlo al polso... ora va molto il metallo, ma a me non piace molto perché "balla" sempre un po’. Se hai il braccino stretto, ti consiglio di optare per il cinturino in pelle.
I Sector mi piacciono molto esteticamente, dovrei girare in qualche negozio in cerca di “ispirazione”. L’unica pecca è che sono un filo troppo sportivi. Io sto cercando una specie di ibrido tra il classico e lo sportivo, adatto ad ogni occasione.
Ovviamente l’orologio va abbinato con il vestito. Io vesto spesso in blu, e allora ho avuto una visione: orologio in metallo e colori del quadrante con accenti di azzurro. Che ne dici? Non è un accostamento perfetto?
Mio padre ha una collezione di Swatch e funzionano ancora tutti. Con uno dei suoi ci ho pure fatto il servizio militare. In ogni caso, io aspetto prima di comprarmene uno serio, anche perché dopo aver visto quelli delle marche di cui ti ho parlato prima (o di marche simili) il resto sembra tutta paccottiglia.
Davanti a casa di mio nonno c'è un gioielliere, per quasi 1 anno aveva in vetrina questo.
Costava quasi 2.500€ ogni volta che lo vedevo sbavavo come un maiale davanti al pappone.
La stessa cosa mi succedeva per un modello limitato (forse del centenario) della Vacheron, prezzo sui 4500€, non pochi, vero?
Uno dei requisiti per me fondamentale è che abbia i 3 cerchi e che lo sfondo sia nero, o blu. Poi non mi interessano orologi troppo chic.
Tipo un orologio così.
Comunque gli orologi non li compro solo per me. Ne ho regalato uno della Casio a mio padre per il compleanno. Con il quadrante nero, scimmiotta un po’ il Rolex però è molto fine, pagato sui 50/60€. La sua figura la fa, la cifra non è elevata, poi se ti trovi bene con l'acciaio puoi comprare qualcosa di più bello tipo questo.
Una volta una zia materna, sapendo della mia passione per gli orologi, mi regalò un orologio tamarrissimo. L’ho conservato perché ogni volta che lo guardo mi faccio delle matte risate che non immagini. Secondo me si gioca il primato con il Rolex tarocco.
Guarda io sono pronto a risparmiare su tutto, ma quando avrò definitivamente con il lavoro voglio un orologio serio. Il mio preferito è il calatrava della Patek Philippe e qui si possono superare tranquillamente i 10000€ e ovviamente, per ora, è solo un sogno.
Mio padre ha un Augustus che ha una classe innata; è definito l’orologio dei Re. Nelle occasioni speciali glielo chiedo sempre in prestito. Mio nonno invece ha un Omega acciaio/oro. Prima gli orologi di classe costavano molto meno, ma negli ultimi anni i prezzi sono lievitati e…

…e a questo punto l’ho interrotto perché io l’orologio non lo indosso da quindici anni e a me, degli orologi, non frega proprio un cazzo.

venerdì 9 marzo 2012

Guernica

Ho voluto essere pittore, sono diventato Picasso

Le coincidenze. In questi giorni stavo pensando di scrivere un post sulla Grecia, sulla crisi economica greca e sul tipo di guerra che ha invaso quello splendido Paese. Mi chiedevo che quadro avrebbe potuto dipengere Picasso vedendo lo sfacelo greco creato dalle armate della BCE e oggi sul giornale scopro che stanno "curando" Guernica scattando 24.000 foto per un prossimo restauro che cadrà proprio nel suo 75° anniversario.
Nell’aprile del 1937, giunse la notizia del bombardamento tedesco che aveva raso al suolo Guernica. L’attacco, avvenuto in ore in cui le strade della cittadina basca erano piene di gente, suscitò in Picasso ira e disperazione: si mise a dipingere freneticamente e nel giro di cinque settimane terminò l’opera, che sarebbe diventata il simbolo della protesta universale contro la guerra.
Dora Maar ci ha lasciato un’interessantissima documentazione fotografica delle varie evoluzioni della tela. L’opera fu per Picasso l’occasione per affrontare un tema politico. Il feroce bombardamento diventa un inno universalmente pronunciato contro gli orrori della guerra. In Guernica c’è tutto. L’urlo della madre con in braccio il simbolo dell’innocenza: i bambini, gli animali, anzi le bestie portatrici di morte, corpi senza vita sparsi al suolo, pezzi di corpi smembrati dalle bombe, gente che scappa, che grida, perse, sbandate come anime dannate in un inferno spaventoso...
La tecnica adottata e la monocromia scelta si adattano perfettamente a un’opera che vuole denunciare le conseguenze luttuose e distruttive di un evento bellico.
Come scrisse Herbert Read, Picasso creò un "monumento alla disillusione, alla disperazione, alla distruzione”.

giovedì 8 marzo 2012

La festa della donna è peggio di Halloween

(l'unica donna a cui mi piacerebbe fare gli auguri per l'otto marzo)

Eh, ma hai fatto gli auguri a tua madre e tua sorella?
No, perché? Che auguri?
Ma come, oggi è l’otto marzo! È la festa delle donne!
Sì, vabbè, ciao. Ma figurati se faccio gli auguri a mia madre e mia sorella per la festa delle donne.
Almeno alle amiche, li hai fatti questi benedetti auguri?
No; primo perché non me ne strafrega una ceppa di questa festa, secondo perché quando fai gli auguri per la festa della donna ti becchi 4 tipi di risposta: a) un “grazie” stupido, accondiscendente, che non mi va di ricevere; b) un pistolotto femminista sull’inutilità della festa che non ho NESSUNA voglia di ascoltare; c) il commentino ironico “grazie, ma non è il mio compleanno”, con tanto di occhiolino e d) l’immancabile “a noi donne, dovreste festeggiarci tutti i giorni”.
E poi io non seguo le feste idiote di questo calendario squallido fatto per il popolino e i proprietari di pasticcerie, discopub e fiorai.
L’otto marzo escono fuori da chissà dove un sacco di “mostri ideologici” che hanno da dire la loro su questa festa. Sono divertenti, lo spettacolo è assicurato. Ho deciso di regalarvene una carrellata.
La prima perla viene da un tizio che ha così commentato l’otto marzo: “È una festa bolscevica a cui con piacere non partecipo”. Gli ho fatto notare che la Festa della donna è nata negli Usa all’inizio del Novecento e non è che gli Usa siano propriamente un Paese bolscevico. Al che lui ha replicato: “Il germe, la metastasi, la necrosi del bolscevismo purtroppo si diffonde dappertutto...anche negli USA, che appunto hanno pensato di darci un taglio, mentre da noi prolifera...” Insomma s’è fissato che questo Otto marzo sia una festa bolscevica e a nulla è servito fargli notare che in Italia fu adottata nel 1922 da un certo Mussolini, non proprio un comunista insomma.
C’è la donna che ha la frase evergreen per questa ricorrenza: “Niente mimose, niente auguri, un po' di rispetto per tutte le donne anche negli altri giorni dell'anno sarebbe il regalo più gradito”.
C’è il commento, altrettanto classico, che io definisco “terzomondista”: “Invece di festeggiare questa scemenza, ricordiamo piuttosto le donne che oggi, nei paesi mediorientali, sono umiliate, vessate, non considerate esseri umani e non sono riconosciuti loro i diritti elementari...”
C’è l’uomo “romantico” che l’otto marzo dedica una poesia a tutte le donne, tipo questa che posto casomai qualcuno volesse rivendersela:
Soavi creature che ogni giorno sognano,
principi azzurri o ranocchi che le amino,
su pensieri leggeri come il vento camminano
e senza che le sfiori neanche un tormento sembra che volino.

Già, i tormenti che in passato spesso
le han fatte nascondere dietro un sorriso oppresso
o anche soltanto dentro al cuscino di un letto
che raccoglieva dolci lacrime
e oscurava quel disegno così perfetto.

Chissà quante gocce di tenero pianto sono state versate
per permettere oggi a noi tutti di vederle fragorosamente fiorite,
in ogni angolo di questo pianeta
dove la femminilità rimane bellezza suprema.

Quello che scrivo non ha una rima perfetta
e spero che nessuno leggendola ci rifletta,
ma infondo credo che senza donne ogni giorno,
l'uomo non saprebbe di cosa esser contorno,
se non di una vita spenta e pianeggiante
che non avrebbe senso senza una figlia d'Eva come regnante.
C’è l’uomo spiritoso che fa battutine tipo: ”Ah, oggi è la Festa delle donne? Vuol dire che la daranno gratis e senza ricatti?”
Stamattina ho letto un commento che non ho capito: “Auguri a tutte le donne over 40”. Mi sono incuriosito e ho chiesto “Perché fai gli auguri solo alle donne sopra i quarant’anni?” Risposta: “Perché per me questa è una festa che riguarda solo quelle nate negli anni ‘60 o prima, vedere giovincelle offendersi perché non le porti i fiori per l'otto marzo mi dà il voltastomaco, massimo rispetto per le altre invece, che non hanno avuto vita facile”. Boh???
Ci sono poi quelle che stigmatizzano il comportamento delle loro “colleghe” durante la festa delle mimose: “La festa in sé non è inutile se serve a ricordare che durante l'anno la donna va rispettata... il problema è che la donna stessa l'ha resa inutile usandola come pretesto per trasformarsi, lecitamente se vogliamo dire così, in una sanguisuga assetata di maschio. Le donne di una certa età vestite che manco le figlie vanno in giro così a fare le maiale attaccate al perizoma dello spogliarellista... il giorno dopo ricominciano a tirare la pasta con rosario al collo. Non è moralismo ma realtà”.
Concludo con un commento non so quanto pertinente con l’otto marzo, ma che mi ha fatto troppo ghignare: “Voi donne vi fate i piercing ai capezzoli, vi tatuate, vi togliete le ciglia con le pinzette, vi fate la ceretta alle parti intime, vi fate la plastica, vi fate le iniezioni di botuline e vi fate mettere il silicone nelle tette. Ma quando si tratta di prendere un pisello nel culo all'improvviso fa troppo male!"

mercoledì 7 marzo 2012

Sprazzi di vita vissuta

(la mia futura ragazza)


Sapete, senza guglare e senza consultare un vocabolario, cos’è il mitto? No? Neanche io lo sapevo e stamattina una donna s’è peritata di spiegarmelo.
Il mitto è lo schizzo di pipì dell’uomo che rimbalza sulle pareti interne del cesso e finisce a terra; una cosa che, giustamente, infastidisce molto questa donna.
Non voglio tediarvi ulteriormente con questo mitto e vi dirò solamente che ora il marito piscia seduto.

Ieri sera ho rivisto con piacere L’avvocato del diavolo con Keanu Reeves, Charlize Theron e un grandissimo Al Pacino. Il film è stupendo e la storia pure, adoro quando Al Pacino dice “La vanità è il mio peccato preferito” e fa la risata satanica. Ovviamente il finale è plausibile solo perché Reeves rinuncia a tutto quel che il diavolo può offrirgli per amore della sua donna. Qualsiasi altra motivazione sarebbe una cazzata ipocrita.

Mi sono innamorato di Misa Campo.

Quand’è che in Italia faranno leggi moderne per i gay? Intendo dire leggi che diano dignità agli omosessuali e alle lesbiche? Siamo nel terzo millennio, cazzo! Addirittura nella recente vicenda di Lucio Dalla, la Chiesa si è mostrata più “aperta” della politica italiana. E ho detto tutto.

“Ciao Andrè, ti vedo proprio bene. Sereno, la fronte spanata, poche rughe, quasi la personificazione della felicità. Mi dici qual è il tuo segreto?”
“Frequento poco le donne”.

A volte si rimane senza parole di fronte alla fantasia dell’uomo. Riuscite ad immaginare quante categorie, tra generi minori e maggiori, di porno esistono? 798. Cazzarola, 798 generi di film pornografici, incredibile! Prima ho parlato di fantasia, forse sarebbe più corretto dire perversione? O è una specificazione inutile?

Ho trovato questo post nel blog di Franco Battiato. Non so ancora se conservarlo per commentarlo in futuro o lasciar perdere. Propendo per la prima ipotesi e per ora mi limito a condividerlo

"Condizionato, incondizionato
Tutto è raggruppato in relativo e ultimo, in condizionato e incondizionato. Il condizionato è relativo, l’incondizionato è l’ultimo. Il condizionato è concepibile. Ne puoi parlare, spiegarlo. L’incondizionato è inconcepibile. Noi possiamo parzialmente accennare alla natura dell’inconcepibile a parole. Possiamo accennarlo con termini come purezza primordiale e presenza spontanea; ma è attraverso la pratica che noi effettivamente sperimentiamo qual è l’inconcepibile. La padronanza sul condizionato può beneficiare una situazione attuale. Quando arriviamo nel bardo (l’intervallo di tempo che, secondo la cultura buddhista, sta tra la morte e la rinascita), gli aggregati e gli elementi collassano, allora, solo l’incondizionato ci può aiutare. Fintantoché i modelli abituali oscurano l’incondizionato, noi non possiamo sperimentare la nostra inconcepibile natura del risveglio originale. Così, ora dobbiamo prendere confidenza con l’incondizionato, non c’è altra via."
Il post è ispirato a Tulku Urgyen, buddhista vajrayana, nato nel Tibet orientale (1920-1996), è stato, senza dubbio uno dei più grandi maestri spirituali del nostro tempo. Iniziò a meditare, seguendo gli insegnamenti del padre, all’età di quattro anni. Ha scritto libri meravigliosamente utili per chi è sulla ‘via’. Un consiglio, per chi fosse interessato: “Dipinti di Arcobaleno”- Ubaldini Editore. Forse seguirò questo consiglio libresco. È roba che mi attrae irresistibilmente.

Sto leggendo un pamphlet di Rosa Luxemburg che dibatte la questione se sia meglio fare la rivoluzione o seguire la strada delle riforme sociali. Ho letto qualcosa sui sindacati che mi piacerebbe condividere con voi perché sarei curioso di sapere se da qui a cent’anni fa i sindacati son sempre gli stessi o son mutati. Mi riferisco soprattutto al loro “potere” nei confronti degli imprenditori e dei capitalisti.

Alla prossima.

martedì 6 marzo 2012

Cinque proposizioni sulla psicoanalisi


Nel maggio del 1973, Deleuze presenziò ad un convegno a Milano dove espresse brevemente i suoi cinque pensieri sulla psicoanalisi. Ne propongo un riassunto perché li trovo pensieri molto stimolanti e perché ritengo questo contributo storico culturale importante sia per conoscere sempre meglio il grande Gilles Deleuze sia per avere una ricchezza mentale in più quando leggeremo i testi di Freud (e non solo).
1. La psicoanalisi ci parla molto dell’inconscio, ma in un certo modo si tratta sempre per essa di ridurre l’inconscio, di distruggerlo, di scongiurarlo, di concepirlo come una sorta di parassitaggio della coscienza. Per la psicoanalisi ci sono sempre troppi desideri. La concezione freudiana del bambino come perverso polimorfo ne è testimone.
Deleuze ha un punto di vista contrario: non ci sono mai abbastanza desideri. Non si tratta, con un metodo o con l’altro, di ridurre l’inconscio; si tratta di produrre dell’inconscio: non c’è mai dell’inconscio che sia già lì, l’inconscio è da produrre ed è da produrre politicamente, socialmente, storicamente. La questione è in quale luogo, in quali circostanze, con il favore di quali eventi può esserci produzione d’inconscio. Le rivoluzioni sono enormi produzioni d’inconscio.
2. La psicoanalisi è una macchina bell’e fatta, già costituita per impedire alla gente di parlare, dunque di produrre degli enunciati che le corrispondono e che corrispondono ai gruppi in affinità con i quali essa si trova. Appena ci si fa analizzare, si ha l’impressione di parlare. Ma si ha un bel parlare, tutta la macchina analitica è fatta per sopprimere le condizioni di una enunciazione vera. Qualunque cosa tu dica, è presa in una specie di mulinello, di macchina interpretativa, il paziente non potrà mai accedere a quello che ha veramente da dire. Il desiderio o il delirio (che sono profondamente la stessa cosa), il desiderio-delirio, è per natura investimento libidico di tutto un campo storico, di tutto un campo sociale. Quello che si delira sono le classi, i popoli, le razze, le masse, le mute.
Ora si produce una specie di schiacciamento da parte della psicoanalisi che dispone di un codice preliminare. Questo codice è costituito da Edipo, dalla castrazione, dal romanzo familiare; il contenuto più segreto del delirio, cioè questa deriva del campo storico sociale sta per essere schiacciata in tale modo che nessun enunciato delirante corrispondente al popolamento dell’inconscio potrà passare attraverso la macchina analitica.
Deleuze fa due esempi tratti da due famosi casi clinici di Freud.
Il primo riguarda quello del presidente Schreber il cui delirio porta interamente sulle razze, la storia, le guerre. Freud non prende rigorosamente niente in considerazione e riduce il delirio del presidente ai soli rapporti con il padre. L’altro esempio riguarda l’uomo dei lupi: quando l’uomo dei lupi sogna di sei o sette lupi, quello che per definizione è una muta cioè un certo tipo di gruppo, Freud non pensa che a ridurre questa molteplicità, a riportare tutto a un solo lupo che sarebbe per forza il padre. Tutta la posizione collettiva libidica che era presa nel delirio dell’uomo dei lupi è schiacciata: l’uomo dei lupi non potrà tenere e neanche formulare alcuno degli enunciati che per lui sono i più profondi.
3. Se la psicoanalisi procede così, è perché essa dispone di una macchina automatica d’interpretazione. La macchina automatica d’interpretazione può riassumersi così: qualunque cosa tu dica, quello che dici vuol dire un’altra cosa. Non si potrebbero denunciare abbastanza i danni costituiti da tali macchine. Quando mi si spiega che quello che dico voglio dire una cosa altra da quello che dico, per ciò stesso si produce un clivaggio dell’io come soggetto. Questo clivaggio è ben noto: quello che dico rinvia a me come soggetto di enunciato, quello che vuol dire rinvia a me (nei miei rapporti con l’analista) come soggetto di enunciazione. Questo clivaggio è presentato dalla psicoanalisi stessa come base della castrazione, e impedisce ogni produzione di enunciati.
4. La psicoanalisi implica un rapporto di forze molto particolari. Questo rapporto di forze passa per il contratto, forma borghese liberale particolarmente temibile. Culmina con il “transfert”, e si esprime al limite nel silenzio dell’analista. Perché il silenzio dell’analista è la massima e le peggiore delle interpretazioni. La psicoanalisi passa per un piccolo numero di enunciati collettivi che sono quelli del capitalismo stesso concernenti la castrazione, concernenti la mancanza, concernenti la famiglia, e questo piccolo numero di enunciati collettivi propri del capitalismo, essa tenta di farli passare per gli enunciati individuali dei pazienti stessi.
Per Deleuze bisogna fare esattamente l’inverso, cioè partire dai veri enunciati individuali, dare alla gente condizioni, ivi comprese quelle materiali della produzione dei loro enunciati individuali per scoprire i veri concatenamenti collettivi che li producono.
5. Deleuze non desidera partecipare a nessun tentativo che s’inscriva in una prospettiva freudo-marxista. Per due ragioni.
La prima è che, in definitiva, un tentativo freudo-marxista procede generalmente da un ritorno alle origini, cioè ai testi sacri, testi sacri di Freud, testi sacri di Marx. Il punto di partenza deleuziano è del tutto diverso: non rivolgersi a testi sacri più o meno da interpretare, ma rivolgersi alla situazione qual è, situazione dell’apparato burocratico nel marxismo, e dell’apparato burocratico nella psicoanalisi, tentativo di sovvertire tali apparati. Il marxismo e la psicoanalisi, in due modi diversi, parlano in nome di una specie di memoria, di una cultura della memoria, e parlano anche, in due modi diversi, in nome delle esigenze di uno sviluppo. Deleuze crede invece che bisogna parlare in nome di una forza positiva di dimenticanza (oubli), in nome di quello che è per ciascuno il proprio sottosviluppo, quello che David Cooper chiama il terzo mondo intimo di ciascuno.
La seconda ragione che distingue Gilles da ogni tentativo freudo-marxista è che simili tentativi si propongono soprattutto di riconciliare due economie: economia politica ed economica libidica o desiderante. Anche in Wilhelm Reich c’è mantenimento di questa dualità e tentativo di riconciliazione.
Per Deleuze invece non c’è che una sola economia, e che il problema di una vera analisi anti-psicoanalitica è di mostrare come il desiderio inconscio investe le forme di questa economia. È la stessa economia che è economia politica ed economia desiderante.

domenica 4 marzo 2012

Cosa non è la filosofia


La filosofia non è contemplazione, né riflessione, né comunicazione, anche se ha potuto credere di essere ora l’una ora l’altra, grazie alla capacità di ogni disciplina di generare le proprie illusioni e di nascondersi dietro una nebbia che produce appositamente.
Non è contemplazione perché le contemplazioni sono le cose stesse in quanto viste nella creazione dei propri concetti.
Non è riflessione perché nessuno ha bisogno della filosofia per riflettere su una cosa qualsiasi: si crede di concedere molto alla filosofia facendone l’arte della riflessione, ma al contrario le si sottrae tutto, perché né i matematici in quanto tali hanno mai atteso i filosofi per riflettere sulla matematica, né gli artisti sulla pittura o sula musica; dire che quando ciò accade essi diventano filosofi è uno scherzo di cattivo gusto, tanto la loro riflessione appartiene alle rispettive creazioni.
Né la filosofia trova estremo rifugio nella comunicazione, che lavora in potenza soltanto delle opinioni per creare un “consenso” e non un concetto. L’idea di una conversazione democratica occidentale tra amici non ha mai prodotto il minimo concetto; forse proviene dai Greci, ma questi ne diffidavano talmente e la sottoponevano a un trattamento così duro che il concetto diventava piuttosto come l’uccello soliloquio e ironico che sorvolava il campo di battaglia delle opinioni rivali annientate (gli ospiti ubriachi del banchetto).
La filosofia non contempla, non riflette, non comunica, benché essa debba creare dei concetti per queste azioni o passioni. La contemplazione, la riflessione, la comunicazione non sono discipline ma macchine per formare degli Universali in tutte le discipline. Gli Universali di contemplazione, o anche di riflessione, sono come le due illusioni che la filosofia ha già coltivato nel suo sogno di dominare le altre discipline (idealismo oggettivo e idealismo soggettivo); e la filosofia non si procura più onore presentandosi come una nuova Atene ripiegandosi su Universali della comunicazione che fornirebbero le regole di un controllo immaginario dei mercati e dei media (idealismo intersoggettivo). Ogni creazione è singolare e il concetto come creazione propriamente filosofica è sempre una singolarità. Il primo principio della filosofia è che gli Universali non spiegano niente, ma devono invece essere spiegati.
Conoscersi, imparare a pensare – fare come se nulla fosse ovvio – stupirsi, “stupirsi che l’essente sia”…, queste e molte altre determinazioni della filosofia formano attitudini interessanti, benché faticose alla lunga, ma non costituiscono un’occupazione ben definita, un’attività precisa, anche da un punto di vista pedagogico.
Può essere considerata come decisiva, al contrario, questa definizione della filosofia: conoscenza attraverso puri concetti.