sabato 31 dicembre 2011

Ciao 2011, anno di merda [pensieri sparsi]


Continuano ad alzare le tasse. Bollette, pedaggi autostradali, trasporti, benzina, tabacco e non è ancora finita. Chissà cosa altro ci aspetta. Io dico solo una cosa: Questo stato mafioso e medievale da me non avrà un cazzo. Vivrò nascosto, nell’ombra nera, finché sarò pronto alla fuga.

Odio i giovani socialdemocratici col culo moscio. Non si può essere così accondiscendenti, politically correct a vent’anni. A vent’anni devi essere rivoluzionario, devi bestemmiare contro il potere dio fottuto! Magari sbagli, ma sei sano. Vederli ragionare come agenti della BCE mi dà il voltastomaco.

Sono andato su Left a curiosare e ho visto una lunga intervista a D’Alema. Il consueto teatrino odioso tra il giornalista (stipendio) e il politico (stipendio), ma a me che me ne fotte? Non sono né un giornalista, né un politico. Ho espresso il mio parere in maniera molto pacata. Purtroppo il commento non è stato pubblicato. Perché? Capisco la censura solo in caso di violenza verbale, bestemmie (mmm…) e insulti, ma censurare il semplice ed educato dissenso mi pare proprio brutto. Io D’Alema mi scoccio proprio di sentirlo e di leggerlo, non mi interessa proprio, godetevelo voi sto berlusconiano coi baffi. Tenetevi a D’Alema, il comunista ex comunista conte del Vaticano che sta lì da trent’anni. Non se ne vanno mai fuori dalle palle, questi. Peggio dei vescovi. E lascia spazio a i giovani, ricambio ci vuole e che cazzo!

È cosa buona e giusta (nonché naturale) perseguire l’utilità dell’utile. Anche se è meno facile di quanto sembri. È saggio e filosoficamente stimolante ricercare l’utilità nell’inutile. In generale ci vuole grande perspicacia ed esperienza per sapere come distinguere l’utile dall’inutile. Io per ora ho fatto un passo da Ingestibile: ho conosciuto l’inutilità dell’inutile ed è stato quando ho incontrato Marta.

Una soddisfazione in questo 2011? Aver mandato a cacare un paio di datori di lavoro arroganti, magagnoni e camorristi.

Come sarà il 2012? Ma che ne so io…l’unica cosa che so è che ho conosciuto un tipo molto simpatico che vive in Canada…

Il momento più bello del 2011? Il video di Belen e la nascita della mia nipotina.

Il libro più interessante letto nel 2011? Uhm...dico Il cimitero di Praga di Umberto Eco e il libro di Irving Stone su van Gogh.

Viaggi più belli del 2011? A Firenze e in Puglia.

Progetti per il 2012? Leggere evitando le rotture di coglioni, bere e ricercare nuove strade che conducano ai paradisi artificiali. Come sempre.

Come passerò l’ultimo dell’anno? Col Simposio di Platone, che domande…


Ciauz e grazie a tutti quelli che hanno voluto leggermi, a chi ha commentato, a chi è semplicemente passato e pure agli stronzi che son venuti qua perché credevano di trovarvi bizzarri video porno.
Vi auguro un grande 2012.

venerdì 30 dicembre 2011

Le orecchie malate di Beethoven


Fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo viveva a Vienna un musicista di nome Beethoven. Il popolo lo canzonava perché era un tipo stravagante, basso di statura e con una buffa testa. I borghesi si scandalizzavano per le sue composizioni. “Però,” dicevano “peccato, quest’uomo ha le orecchie malate. La sua mente concepisce dissonanze spaventose. Tuttavia, poiché egli afferma trattarsi di sublime armonie e tenuto conto del fatto facilmente dimostrabile che le nostre orecchie sono sane, vuol dire che le sue orecchie sono malate. Peccato davvero!”.
I nobili invece, i quali grazie ai diritti che il mondo aveva loro conferito riconoscevano anche gli obblighi che dovevano rispettare nei confronti di esso, gli diedero il denaro necessario perché potesse comporre le sue opere. I nobili avevano anche la facoltà di far eseguire un’opera di Beethoven all’Opera imperiale.
Ma i borghesi che gremivano il teatro decretarono un tale insuccesso al lavoro che non si ebbe più il coraggio di organizzare una replica.
Da allora sono trascorsi ormai quasi duecento anni e i borghesi ascoltano con commozione le opere del musicista ammalato, pazzo. Sono forse divenuti nobili, come quei nobili del 1819, e hanno forse maturato un sentimento di rispetto per la volontà del genio? No, si sono ammalati tutti. Tutti adesso hanno le orecchie malate di Beethoven. Per un intero secolo le dissonanze del divino Beethoven hanno tormentato le loro orecchie. E le orecchie non hanno resistito. Tutti i particolari anatomici, tutti gli ossicini, i labirinti, i timpani e le trombe hanno assunto le forme malate caratteristiche dell’orecchio di Beethoven. E quel volto buffo, che i monelli rincorrevano canzonandolo, è divenuto per il popolo il volto spirituale del mondo.
È lo spirito che si costruisce il proprio corpo.

giovedì 29 dicembre 2011

Sara Tommasi e la filosofia dell'avvenire


Su Sara Tommasi, salita alla ribalta mediatica ultimamente per aver mostrato la patata al Chiambretti Show, ho letto solo commenti negativi.
“Ma quand’è che fa un porno sta troia?”
“Questa si è laureata alla Bocchini, altroché Bocconi…”
“Zoccola.”
“Avere una laurea, ma essere privi di dignità serve a poco, secondo me.”
“Quanto mi sta sul cazzo... questa andrebbe proprio... vabbè va…”
“Senza vergogna né dignità!”
“Ma come si fa a non avere un minimo di rispetto per se stesse?”
“È un topo di fogna che per essere considerata dall'uomo italiano medio (cioè con un QI di un neurone e mezzo) ha bisogno di mostrarla al vento. Non mi vergogno per lei perché non mi rappresenta, ma donnicciole come lei sono la vergogna del mio genere.”
“Vabbè ma che palle questa...possibile che nella sua vita non voglia fare altro che spogliarsi davanti a tutti??”
“Rappresenta benissimo la donna italiana media, che invece di provare a rimboccarsi le maniche e lavorare preferisce imboccare qualcos'altro...”
“A me comunque fa pena. Non credo sia più di tanto un problema di zoccola, secondo me è proprio che ha problemi seri, è palesemente disturbata, emotivamente instabile. Temo sia avviata a una brutta fine, le auguro ovviamente di no. Ma mi fa pena.”
Ora, a parte il fatto che la notizia del Chiambretti Show è vecchia ed è stata tirata fuori ad arte, a parte i soliti moralisti del “sistema marcio” e delle “donne oggetto”, a parte le donne che si offendono perché vorrebbero che le donne fossero tutte brave, laureate e lavoratrici, a parte i commenti e le reazioni del popolino – io vorrei riflettere un attimo.
Siamo così sicuri che Sara Tommasi sia degna solamente di biasimo ed insulti triviali? Io proprio no.
Cosa fa, in fondo, Sara Tommasi? Mostra le sue nudità, gioca con il suo corpo, si spoglia dove e quando le pare, fa il bagno in una vasca piena di schiuma e fa giochi saffici con un'altra donna. Che c’è di male in tutto ciò?
Se tutte le donne facessero così, il mondo sarebbe peggiore o migliore? Immaginatevi a cena con amici, mentre mangiate una pizza e bevete vino; un’amica si alza è hop! Tira su la gonna e vi mostra la patatina. Non sarebbe divertente? Immaginate di essere in treno, in quella Vesuviana di merda tra ritardi, puzza nauseabonda e un viaggio noioso all’inverosimile; una ragazza si alza e hop! Comincia uno strip tease. Non sarebbe bello? Immaginate di essere in fila alla posta, incazzati per la fila, gli impiegati lenti e la bolletta da pagare; una donna si sgancia un attimo dalla fila e hop! Mostra il culo a tutti. Non sarebbe una dolce consolazione?
Credo fermamente che l’atteggiamento libero, fanciullesco e giocoso di Sara Tommasi sia un qualcosa da imitare e diffondere, non da condannare. Il fatto che ella ci mostri le zizze così, senza motivo, trovo che sia un messaggio rivoluzionario.
Sara Tommasi è una profetessa, latrice di un pensiero nuovo, sconvolgente. E si sa che all’inizio, i geni non vengono compresi e sono bollati come pazzi pericolosi.
Sara Tommasi è la nuova Eva, la Eva 2.0 del terzo millennio, colei che ci libererà dal giogo moralista della condanna del corpo nudo e dalle ipocrisie di una società bigotta e ipocrita.
Il nudo libero di Sara Tommasi salverà il mondo.

mercoledì 28 dicembre 2011

Il TEMPO secondo Simone Weil


Simone Weil attirò subito la mia attenzione di giovane filosofo, non solo perchè era una delle pochissime donne incontrate durante lo studio della Storia della Filosofia, ma soprattutto per la sua peculiare biografia.
Mi limito a ricordare il suo periodo nelle frabbriche metallurgiche di Parigi, nel 1934-35, perchè voleva conoscere da vicino la condizione operaia e il fatto che nel 1936 si aggregò ai repubblicani anti-franchisti nella guerra civile spagnola.
Morirà giovanissima, a trentaquattro anni, nel 1943.
Stasera vi regalo un breve appunto sul tempo che trovo estremamente godibile da leggere e un ottimo punto di partenza per ulteriori speculazioni su uno dei temi più affascinanti per la mente umana.

Inizio
Il tempo è la preoccupazione più profonda e più tragica degli essere umani; si può persino dire, l’unica veramente tragica. Tutte le tragedie immaginabili si riducono a una sola e unica tragedia: il trascorrere del tempo. Il tempo è anche la fonte di tutte le schiavitù.
È la fonte del sentimento del nulla dell’esistenza, come Pascal ha sentito con molta profondità. È la fuga del tempo a far sì che gli uomini abbiano tanta paura di pensare. Il divertissement ha lo scopo di far dimenticare il corso del tempo. Si cerca di perpetuarsi lasciando dietro di sé delle cose, ma sono solo cose.
Si può concludere la parte iniziale dicendo che l’uomo ha una tendenza invincibile all’eternità.
C’è una contraddizione insolubile tra il pensiero umano, che non può mai fondarsi sul tempo (leggi scientifiche), e la vita umana.
Tutto ciò che è bello ha un carattere di eternità, come i sentimenti puri verso degli esseri umani: amore, amicizia, affetto (sentimento di Rodrigue per Chimène, di Polyeucte per Pauline, di Dante per Beatrice). Questi sentimenti non solo si considerano eterni, ma considerano eterno il loro oggetto. Dunque, non c’è niente in noi che non protesti contro il corso del tempo, e tuttavia tutto, in noi, è sottomesso al tempo.

Prima parte. Schiavitù del tempo

1) Il presente: che resterebbe del nostro pensiero se si sopprimessero tutti i pensieri che si riferiscono al futuro e al passato? Non resterebbe niente. Dunque, ciò che noi possediamo, il presente, è un nulla che passa immediatamente, che arriva alla coscienza solo allo stato di passato.
Quindi, per la legge del tempo, noi non abbiamo alcuna esistenza reale.
Questo carattere fuggevole del tempo è la causa del nostro sentire che la vita è un sogno, che il mondo esterno non esiste.
2) Il passato: si pensa il passato solo come esistente in qualche luogo dietro di noi. “Che rimane del bel tempo che fu?”. Il passato non esiste affatto. Il passato è irreparabile e, in quanto irreparabile, è fatale. L’idea che si ricava dal passato è l’idea della fatalità. (Cfr. Maine de Biran: “Io sono modificato”).
3) L’avvenire: si manifesta come caso, quindi anche come qualcosa di cieco.
Dunque, la nostra impotenza è completa: noi non possiamo niente sul presente perché esiste (dal momento che è presente, è un fatto); non possiamo niente sul passato perché non esiste più; non possiamo niente sull’avvenire perché non esiste ancora.
Si cerca di sfuggire al senso d’impotenza con il divertissement: vertigine della colpa, ricerca dell’ebbrezza (che la causa sia vile o nobile, si tratta di una rinuncia a sé).

Seconda parte. Tesi contraria

1) Il tempo è reale, è l’unica cosa reale perché, anche se pensiamo che il mondo sia un sogno, questo sogno è sempre sottomesso al corso del tempo. Dunque, il tempo deve essere la fonte di tutte le verità.
Kant: “Il tempo è a priori, e di conseguenza universale”.
Si tratta qui di superare un certo paradosso di Bergson: opposizione tra tempo e durata (forma e materia). Il tempo è astratto, la durata è concreta. Egli, però, confonde la forma e la materia. Il tempo è l’unica cosa veramente universale. Il tempo è la fonte di conoscenze a priori. (Ciò che è prima non può essere dopo. Il tempo è irreversibile. Tra due tempi c’è un’infinità di istanti intermedi, ecc.) È la prima cosa che ci dà l’idea del continuo.
2) Il tempo implica l’eternità.
Il rapporto tra passato e avvenire è un rapporto eterno; lo stesso trascorrere del tempo è eterno.
3) Il tempo, ridotto alla forma astratta dell’ordine, è all’origine di tutte le verità eterne.
4) L’idea stessa del tempo implica una certa presa sull’avvenire: idea di causalità che ha una grande importanza morale.

Terza parte. Impotenza e potenza dell’uomo. L’azione metodica trasferisce l’eternità nel tempo

Ci sono due atteggiamenti possibili.
Si può dunque lasciare scorrere il tempo (ad esempio, il bambino con il rocchetto) o sforzarsi di riempirlo, cosa che conferisce ai momenti che passano una valore eterno.
Se si concepisce la morte come un passaggio nell’eternità, bisogna necessariamente concepire che ci sia stato qualcosa di eterno nella vita. Cfr. Mallarmé: “Come in se stesso infine l’eternità lo cambia”.
Dunque, l’unico problema che si pone all’uomo è la lotta contro il tempo.

martedì 27 dicembre 2011

La cipolla


Non ho nessun ricordo di quando assegnarono il premio Nobel alla Szymborska nel 1996.
All'epoca avevo diciassette anni; immagino che avrò letto la notizia sul televideo o l'avrò sentita al tg e me ne sarò fregato.
All'epoca, per me, "premio Nobel" significava establishment, accademia di tromboni, vecchi scemi schiavi del sistema...non poteva certo importarmene più di tanto di una poetessa insignita di quel premio.
Poi, qualche anno dopo, mi capitò di leggere una poesia di Wislawa sul Corriere della sera e mi piacque molto. Qualche anno dopo ancora lessi alcune sue frasi su un sito e di recente un'altra sua poesia su Anobii.
Mi sono reso conto che ogni cosa scritta da questa donna è fenomenale e così stamattina mi sono precipitato a comprare (per solo 1 euro!), il suo libro di poesie Elogio dei sogni.
Vi regalo la poesia La cipolla.
Godete.

LA CIPOLLA

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

lunedì 26 dicembre 2011

Perché non sono cristiano


Il cristianesimo pervade la società occidentale da così tanto tempo, e in maniera così invasiva, che le opinioni su di esso e sul suo ruolo ricoprono l’intero spettro delle possibilità: dalla constatazione di Kierkegaard che “non possiamo essere cristiani”, per l’impossibilità di vivere un autentico rapporto personale con Gesù, all’affermazione di Croce che “non possiamo non dirci cristiani”, per il ruolo che la fede e la Chiesa hanno avuto nella formazione della nostra cultura, al pronunciamento di Marcello Pera [blog, perdonami] che “dobbiamo dirci cristiani”, perché la laicità e la democrazia non sarebbero (state) possibili al di fuori della tradizione evangelica.
Evidentemente, e nonostante le loro differenze reciproche, gli esistenzialisti, gli idealisti e gli apostati hanno almeno un aspetto in comune: la mania di elevare le proprie opinioni personali al rango di verità universali.
I logici, come Bertrand Russell, sono più modesti. È magnifico leggere Bertrand, un salto di qualità fenomenale immergersi nei suoi libri e abbeverarsi alle sue parole. Vi regalo la sua testimonianza, premettendo che Russell riteneva che tutte le grandi religioni del mondo fossero, a un tempo, false e dannose. Del cristianesimo organizzato, poi, Russell pensa ancora peggio, e cioè che è stato ed è tuttora il più grande nemico del progresso morale del mondo, e che in ogni tempo si è manifestata una ferma opposizione da parte della Chiesa contro ogni forma di progresso in campo morale e umanitario. Ovviamente queste parole saranno difficili da digerire per i credenti, ma altrettanto difficili da controbattere per chi ricorda da un lato le inopportune chiusure del Vaticano nei confronti delle maggiori innovazioni scientifiche, dall'eliocentrismo all'evoluzionismo alle biotecnologie, e dall'altro gli opportunistici concordati stipulati dalla Santa Sede con Mussolini nel 1929, Hitler nel 1933, Salazar nel 1940 e Franco nel 1953 (dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei).
Ok, lascio la parola a Bertrand.

Tanto per cominciare, bisogna chiarire il significato della parola “cristiano” perché oggi viene usata non sempre a proposito.
Certuni definiscono cristiano la persona che cerca di condurre una vita retta. Esisterebbero allora cristiani in ogni setta e credo religioso perché nessuno può negare che esistano persone ammodo anche tra i buddisti, i confuciano e i maomettani. Quindi non è questo il significato della parola.
Per venire a buon diritto chiamati cristiani, occorre molta fede, e ben definita. La parola, ora, non ha la stessa chiara applicazione dei tempi di sant’Agostino e di san Tommaso, quando dogmi precisi erano accettati con profonda convinzione.
Oggi bisogna essere più vaghi sul significato di cristianesimo. Vi sono, a ogni modo, due elementi essenziali per definire un cristiano. Il primo, di natura dogmatica, è la sua fede in Dio e nell’immortalità. Il secondo, ancora più importante, è la necessità di credere in qualcosa che riguardi Cristo, com’è implicito nella parola stessa. Anche i maomettano, ad esempio, credono in Dio e nell’immortalità: tuttavia non sono cristiani. Per quanto riguarda Cristo, poi, se non lo si vuole riconoscere come essere divino, bisogna almeno vederlo come il migliore degli uomini.
Se non ammettete questi princìpi, non vi potete chiamare cristiani.
Io vi dico perché non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell’immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale. Anzi, a pensarci bene, più un personaggio letterario che un uomo, visto che in fondo storicamente non si sa nulla di lui, e si arriva anche a dubitare della sua esistenza. E neppure così eccezionale, visto che molte frasi dei Vangeli hanno recato paura e terrore all’umanità, e non mi sento di riconoscere un’eccezionale bontà in chi le pronunciò.

domenica 25 dicembre 2011

L'ANTICRISTO. Maledizione del cristianesimo [note Colli e Prefazione]


Alcune annotazioni preliminari ispirate dalle parole di quel grande filosofo che fu Giorgio Colli.
- Il titolo di questo libro è così provocante e affascinante da riuscire ad attirare un’enorme massa di lettori eppure Nietzsche, nella Prefazione, scrive “Questo libro si conviene ai pochissimi.” Insomma questo libro è andato in pasto ai più che si sono lasciati sconvolgere – di sdegno o di entusiasmo – all’annuncio della maledizione del cristianesimo. I più hanno pensato di sapere già cosa sia il “cristianesimo” – evidentemente determinati da diverse esperienze – e si sono interessati soltanto del giudizio distruttivo di Nietzsche contro questo oggetto a loro noto.
- Nietzsche descrive un’antitesi tra cristiano e non cristiano che è filosoficamente selvaggia, incanalata (come spesso fa Federico) in termini storici che evadono da tali limiti; una provocazione marcata, frontale. Nell’interpretare L’Anticristo non si è andati tanto per il sottile, mentre andare per il sottile proprio qui, dietro questa presentazione così netta, era il compito primario.
- Il teatrale scambio delle parti di quest’opera, che la rende meravigliosa, consiste nel fatto che proprio coloro che avevano condotto in precedenza attacchi di ogni genere contro il cristianesimo si vedono con grande sorpresa coinvolti nella sua condanna. E proprio perché costoro credevano di aver distrutto il cristianesimo, il sentirsi chiamare cristiani da Nietzsche li fece indignare e vacillare, come accade a colui che, mentre applaude, si sente beffeggiato da chi lui applaude, e mentre vede demolite idee a lui odiose, le sente parificate alle sue proprie.
- Cristianesimo, in questo libro, è una parola che fa da specchio per le allodole, una specie di parola-baule che in realtà implica morale, metafisica, giustizia, uguaglianza degli uomini, democrazia, in breve assomma in sé i valori del mondo moderno.
- Un’ultima questione: se il cristiano è l’uomo che rinnega, opprime, calunnia la natura in ogni suo istinto e pensiero, se il cristianesimo è la contronatura, che cosa dev’essere indicato all’origine di questa corruzione, qual è la radice di questa mostruosa inversione dell’impulso vitale? L’Anticristo dà una risposta teoretica al quesito. Il cardine supremo su cui poggia il cristianesimo è la menzogna. “Ogni parola sulla bocca di un “primo cristiano” è una menzogna; ogni azione da lui compiuta è un’istintiva falsità”. E Nietzsche precisa: “Chiamo menzogna il non voler vedere qualcosa che si vede, il non voler vedere qualcosa così come lo si vede… La menzogna più consueta è quella con cui si mente a se stessi: mentire ad altri è, relativamente, l’eccezione”. Questa radice del cristianesimo ha uno sfondo ebraico, testimoniato dall’inizio della Bibbia. “Tu non devi conoscere” – da ciò deriva tutto il resto”. Alla base sta un odio primordiale contro la conoscenza. L’uomo non deve pensare, e poiché il pensiero ha bisogno di ozio e felicità, il prete cristiano si preoccupa in primo luogo di rendere l’uomo infelice, di torturarlo e di farlo soffrire. E già Paolo parlava contro “la sapienza del mondo”.
Come strenna natalizia, godetevi la Prefazione scritta da Nietzsche.

PREFAZIONE

Questo libro si conviene ai pochissimi. Forse di questi non ne vive ancora neppure uno. Potrebbero essere quelli che comprendono il mio Zarathustra: come potrei confondermi con coloro per i quali già oggi vanno crescendo orecchi? – A me si confà unicamente il giorno seguente al domani. C’è chi è nato postumo.
Le condizioni alle quali mi si comprende – e mi si comprende, allora, per necessità – le conosco fin troppo bene. Nelle cose dello spirito si deve essere onesti fino alla durezza, per poter anche soltanto sopportare la mia serietà, la mia passione. Si deve essere addestrati a vivere sui monti – a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-dei-popoli, proprio del nostro tempo. Si deve essere diventati indifferenti, non si deve mai domandare se la verità sia utile, se essa diventi per qualcuno una fatalità… una predilezione della forza per quei problemi per cui oggi nessuno ha il coraggio; il coraggio del proibito; la predestinazione al labirinto. Un’esperienza di sette solitudini. Nuove orecchie per nuova musica. Nuovi occhi per il più lontano. E una nuova coscienza per verità restate fino a oggi mute. E la volontà dell’economia in grande stile; mantenere compatta la propria forza, la propria esaltazione… Rispetto di sé; amore di sé; libertà assoluta verso di sé…
Suvvia! Questi soltanto sono i miei lettori, i miei giusti lettori, i miei predestinati lettori: che mi importa del resto? – Il resto è semplicemente l’umanità. – Si deve essere superiori all’umanità per forza, per altezza d’animo – per disprezzo…

sabato 24 dicembre 2011

Non l'ho trovato, ma di sicuro non me lo perdo. Ovvero, leggo lo Zhuāngzǐ


Sempre con l’intento di allargare la mia cultura personale il più possibile, sto leggendo uno dei classici del pensiero cinese: il Chuang-tzu (se poi voleste fare i fighi dovrete dire Zhuāngzǐ).
L’espressione “allargare la mia cultura personale”, significa semplicemente che cerco di abbeverarmi anche alle fonti sapienziali e artistiche dell’Oriente e non rimanere confinato, come una pecora scema di guerra, nel recinto dei libri e dei pensatori Occidentali.
Finora ho letto i primi tre capitoli. Alcuni simboli, alcune storie (o parabole?), alcune metamorfosi di animali non le ho capite, sono sincero. Quello che però il mio intelletto riesce a cogliere è qualcosa di molto sublime, cioè di teoreticamente eccitante.
Vi do qualche piccola informazione tecnica, in modo che possiate farvene un’idea sommaria.
Scritto nel secolo IV a.C. e da sempre considerato uno dei tre grandi classici del taoismo, questo libro si presenta come una sequenza di storielle simboliche, apologhi, discussioni, ma nasconde fra le sue mobili pieghe innumerevoli altre forme: raccolta di miti e di aforismi, teoria del governo e della natura, silloge di aneddoti memorabili, prontuario sciamanico, fiaba, elenco di ultime verità.
La sua parola, alla maniera del vero taoista, “vive come se galleggiasse” – e, ogni volta, è un passo più in là di ciò che dice e di ciò che il lettore capisce. Qui i più sottili argomenti metafisici e logici vengono mirabilmente presentati e subito dopo accantonati con incuranza, come altrettanti giocattoli del Figlio del Cielo – quasi a dimostrarci l’angustia di quel che consideriamo essere il pensiero.
Indenni da ogni morbo morale, le pagine dello Zhuāngzǐ sottintendono che “la bontà e la giustizia sono soltanto locande di passaggio degli antichi sovrani” e che “il rito non è altro che un fiore superficiale del Tao, l’inizio del disordine”. Il loro modello è una ininterrotta metamorfosi, simile a quella del cielo e delle acque: la morte vi è assorbita con una disinvoltura quale mai più fu raggiunta. Se la maggior parte dei libri è dedicata a illustrare ciò che tutti conoscono: “l’utilità dell’utile”, il Zhuāngzǐ illumina ciò che nessuna sa: “l’utilità dell’inutile”. Dell’autore che diede il suo nome al Zhuāngzǐ sappiamo che visse nel Nord della Cina e “fu un perfetto taoista, se non altro perché unica traccia della sua vita è un libro scintillante di genio e di fantasia”, scriveva Marcel Granet. E sempre Granet precisava che “questo libro, tradotto e ritradotto, è propriamente intraducibile”.
Io voglio regalarvi questo passo che esprime in modo beffardo l’impossibilità per gli uomini di trovare la verità, di trovare un sapere che vada bene per tutti. Mi è sembrato di leggere un Waiting for Godot con gli occhi a mandorla.
Se io discuto con te e tu hai la meglio su di me invece che io su di te, hai forse necessariamente ragione e io necessariamente torto? E se io ho la meglio su di te, ho io necessariamente ragione e tu necessariamente torto? Ha uno ragione e l’altro torto, oppure abbiamo ragione entrambi o entrambi torto? Né io né te possiamo saperlo, e un terzo sarebbe nella stessa oscurità. Chi può decidere senza errore? Se interroghiamo qualcuno che è del tuo stesso parere, come potrà decidere, se è del tuo parere? Se è d’accordo con me, come potrà decidere, se è d’accordo con me? Lo stesso accadrà se si tratta di qualcuno che è insieme d’accordo con me e con te, o se è di un altro parere differente da entrambi. Allora né io, né te, né un terzo possiamo decidere.
Dovremmo attendere un quarto?

venerdì 23 dicembre 2011

Dialogo fra un prete e un moribondo


Ahia…Ho scoperto che da quando c’è il blogghe non mi sono ancora mai occupato del marchese de Sade.
Rimedio subito (e devo dire che il periodo mi sembra il più adatto), parlando di un piccolo scritto intitolato Dialogo fra un prete e un moribondo.
Il moribondo che sta per tirare le cuoia è un ateo. Al suo capezzale arriva un prete che comincia la solita tiritera sui vizi e sugli errori commessi durante la vita e gli chiede di pentirsi dei molteplici e reiterati disordini cui l’hanno addotto e la debolezza e l’umana fragilità.
L’ateo si pente sì, ma non nel modo in cui vorrebbe il prete. Vediamo come: “Dalla natura creato con gusti vivacissimi e robustissime passioni, posto su questa terra all’unico scopo di abbandonarmi a quelli e soddisfar queste, ed essedo cotali effetti della mia creazione bisogni preordinati dalla natura o, se preferisci, conseguenze ineluttabili, visti i progetti della natura sul mio conto, e tutti conformi alle sue leggi, io non mi pento se non d’avere insufficientemente riconosciuto l’onnipotenza di lei, e i miei rimorsi vertono soltanto sul mediocre uso da me fatto delle facoltà, a tuo vedere criminali, semplicissime a parer mio, ch’ella m’aveva dato affinché la servissi; le ho ahimè talvolta fatto opposizione, me ne pento. Accecato dall’assurdità dei tuoi sistemi, ho in virtù loro avversato la violenza dei desideri ricevuti da una ispirazione assai più che divina, e ne son pentito, non avendo mietuto che fiori allorquando potevo far raccolta e amplissima di frutti… Ecco dunque i giusti motivi dei miei rimpianti, e stimami quanto basti per non supporne d’altri.”
Prete: Orrore! non ti vergogni, ragionando così, di offendere il Creatore e di abbandonarti agli effetti di codesta natura corrotta?
Che intendi per creatore e per natura corrotta?
Prete: Il Creatore è il padrone dell’universo, è lui che ha fatto tutto, e che tutto preserva per un semplicissimo effetto della sua onnipotenza.
Perché mai codesto uomo così potente avrebbe fatto una natura corrotta?
Prete: Se Dio non avesse lasciato il libero arbitrio all’uomo, qual merito avrebbe mai avuto a fruirne se non ci fosse sulla terra la possibilità di fare il bene ed evitare il male?
Ah, quindi Dio ha voluto far tutto di traverso, soltanto per tentare o provare la sua creatura; ma non la conosceva dunque? Non aveva certezza dunque del risultato?
Prete: La conosceva senza dubbio, ma voleva lasciarle il merito della scelta.
A qual fine, se sapeva già quale partito ella avrebbe abbracciato e se non dipendeva che da lui, poiché lo dici onnipotente, poiché non dipendeva che da lui, dico io, di farle scegliere il bene?
[ora arriva la risposta classica] Prete: Chi può mai comprendere le immense, infinite mire di Dio sull’uomo? E chi può comprendere tutto ciò che noi vediamo?
Colui che semplifica le cose, è principalmente colui che non moltiplica le cause per meglio imbrogliare gli effetti. A che vai cercando una seconda difficoltà quando non riesci a spiegare la prima, ed essendo possibile che la natura da sola abbia compiuto ciò che attribuisci al tuo dio, perché le vai cercando un padrone? La causa di ciò che non comprendi è forse la più semplice del mondo. Perfeziona la tua fisica e comprenderai meglio la natura, depura la tua ragione, metti al bando i tuoi pregiudizi e farai a meno del tuo dio.
Prete: Vedo che sei ateo e poiché il tuo cuore rifiuta le sconfinate autentiche prove che ogni giorno riceviamo dell’esistenza del Creatore, non ho più niente da dirti. Non si ridà la luce a un cieco.
Ammetti che il più cieco di noi due è quello che si mette una benda sugli occhi e non colui che se la strappa. Tu edifichi, inventi, moltiplichi, io distruggo, semplifico. Tu accumuli errori su errore, io li combatto tutti. Chi di noi è dunque il cieco?
Prete: Non credi dunque in Dio?
[il grande discorso dell’ateo] No, e per una ragione assai semplice; che è assolutamente impossibile credere a ciò che non si comprende. Tra comprensione e fede devono correre rapporti immediati; la comprensione è il primo alimento della fede; dove la comprensione non agisce la fede è morta e coloro che in tal caso pretendessero di averla, si ingannano. Ti sfido a credere al dio di cui predichi, poiché non sei in grado di definirmelo, poiché non sapresti dimostrarmelo, poiché pertanto non lo comprendi; poiché non comprendendolo non puoi fornirmi alcun argomento ragionevole e poiché, in breve, tutto ciò che sta al disopra dei limiti dello spirito umano è o chimera o superfluità; poiché il tuo dio, non potendo essere che o l’una o l’altra, nel primo caso a credergli sarei pazzo, nel secondo imbecille.
Amico mio, dammi la prova dell’inerzia della materia e ti concederò il creatore; dammi la prova che la natura non è sufficiente a se medesima e ti permetterò di supporle un padrone. Frattanto non aspettarti nulla da me, io non mi arrendo che all’evidenza e questa non la ricevo se non dai miei sensi; dove questi si fermano la mia fede perde le sue forze.
Credo al sole perché lo vedo e lo concepisco come il centro in cui si raduna tutta la materia ignea della natura, il suo circuito periodico mi piace senza stupirmi. Si tratta di un’operazione fisica forse semplice quanto quella dell’elettricità, che tuttavia non ci è dato di comprendere. Perché spingermi oltre? Se tu mi avrai alzato l’impalcatura del tuo dio al disopra di tutto ciò, che vantaggio ne avrò mai tratto? Non mi ci vorrà forse altrettanto sforzo per comprendere l’operaio quanto per definire l’opera?
Pertanto, non m’hai reso alcun servigio costruendo la tua chimera, hai turbato il mio spirito senza illuminarlo e ti debbo odio, non riconoscenza. Il tuo dio è una macchina da te fabbricata per servire le tue passioni e l’hai mosso a tuo talento; ma poiché essa disturba le mie, acconciati a vedermela rovesciare e nell’istante in cui la mia debole anima ha bisogno di calma e di filosofia astieniti dallo spaventarla coi tuoi sofismi che la sgomentano senza persuaderla, la irritano senza renderla migliore. Quest’anima, amico mio, è quello che è piaciuto alla natura ch’ella fosse, vale a dire il risultato degli organi che la natura s’è compiaciuta di foggiarmi in vista dei suoi fini e dei suoi bisogni, e poiché ella ha pari bisogno di vizi e virtù, mi ha volto a quelli quando le è parso e quando ha voluto queste me ne ha ispirato il desiderio e io mi sono abbandonato senz’altro, da solo.
Non cercare dunque altro che le sue leggi come unica causa della nostra umana incoerenza e nelle sue leggi soltanto la sua volontà e il suo bisogno.

giovedì 22 dicembre 2011

La turba di Napoli


...la turba a vil guadagno intesa...
(Petrarca)

Stamattina sono andato a Napoli perché dovevo fare una commissione per mia madre, tagliarmi i capelli (dopo 9 mesi) e regalarmi un libro (altrimenti sto pene che c’andavo…eh eh eh).
La vesuviana come al solito rompe le palle tra ritardi e treni soppressi e c’era un casino di gente per strada (fatto ovvio visto che siamo nelle festività natalizie). Ma stamani ho notato una cosa che in effetti m’è sempre stata davanti agli occhi: quanta gente che ti rompe il cazzo.
Il viaggio in treno dura mezzora e i primi a presentarsi sono un trio di gipsy che suonano musica allegra con contrabbasso, chitarra e tamburello. Alla fine dell’esibizione viene il tipo col cappello e io gli do un euro. Ed è l’unica carità che posso permettermi.
Dopodiché arrivano nell’ordine: bambino zingaro che chiede moneta, bambinetta zingara che chiede moneta, uomo zingaro che chiede moneta e donna zingara grassa, con la gonna nera, il volto deforme e i santini in mano che chiede moneta. Passata l’orda zingara arriva una donna dell’est con un neonato in braccio che in maniera cantilenante ci racconta una storia triste di fame, aiuta bambino, pannolini e chiede moneta.
Scendo alla stazione di piazza Garibaldi e prima di uscirne vengo avvicinato da una ragazza che mi propone un abbonamento a merdaset premium; poco dopo da un’altra che vuole farmi diventare cliente wind che c’è un’ottima offerta. Ad entrambe rispondo: no, grazie.
Uscito dalla stazione, proprio nei pressi, vengo avvicinato da un tipo che vuole vendermi dei calzini. Jamme fratè, accattat ‘e cazettin! Poi arriva quello con i fazzoletti, jamme fratè sul’ n eur! Infine è la volta di quello degli accendini che crede di impressionarmi perché c’ha gli accendini con l’effigie del duce. A tutti e tre oppongo il cortese no, grazie. Anche se liberarmi di quello dei calzini non è stato assolutamente facile e manco quello degli accendini se ne voleva andare perché poi teneva l’accendigas che fai felic’a mammà! NO, GRAZIE.
Attraversare piazza Garibaldi è una vera impresa perché devi dribblare tutta una serie di personaggi che potremmo definire “malavitosi”.
C’è il contrabbandiere che ti vuole rifilare una stecca di Camelle, il tipo che t’invita a giocare al “gioco delle tre carte” (ancora???!!!) e poi i classici signori del pacco, doppio pacco e contropaccotto che vorrebbero vendermi cellulari, pc e altre diavolerie tecnologiche a prezzi stracciati. Purtroppo per loro io non sono né un turista fesso né un coglione locale. Bisogna essere proprio scemi per farsi fregare da sta gente. Ormai si sa chi sono.
Durante il tragitto verso piazza Trieste e Trento, che faccio a piedi anche se è lontano perché i bus sono pochi, sempre in ritardo, s’ingolfano nel traffico e straboccano di sardine, cioè di gente, vengo avvicinato da due tipi che conosco a memoria dai tempi dell’università che vogliono un’offerta per fantomatici bambini malati. Poi una graziosa signorina dell’Avis attira la mia attenzione perché vuole il mio sangue e infine un cameriere che m’invita a mangiare nel suo ristorante. Li ignoro tutti e tre.
Non è finita, ancora. Altre persone mi disturbano e tutti che vogliono soldi o che mi mollano pubblicità in mano che poi io non so dove buttare vista la scarsità di bidoni in città.
C’è il tizio senza una gamba, quello senza un braccio, quello vecchio, puzzolente e ubriaco. C’è la signorina che mi dà il biglietto per una festa in discoteca all’Arenile, quella che pubblicizza un fast food, quella del negozio di trucchi e profumi e addirittura una mi affibia 3-4 pubblicità di un parrucchiere. La guardo...un po' infastidito…che cazzo! Le sembro il tipo da parrucchiere, colore e french manicure? Vabbè.
Il più "comico” è stato un tipo che m’ha fermato e m’ha detto: jamm, uagliò! Me lo offri nù cafè? Sì, proprio così. Non è che chiedeva la carità o voleva vendermi qualcosa. No, questo voleva soltanto che gli offrissi un caffè.
Sto cominciando ad esasperarmi. Mi sbrigo a fare il servizio a mia madre, poi vado da un barbiere cinese che scorgo per caso in una traversa. Ha prezzi competitivi e alla fine mi fa dei capelli veramente merdosi. La differenza con il barbiere locale è che questi mi avrebbe fatto dei capelli merdosi, ma avrei speso più del doppio. Quando pago il cinese, una signorina cinese si avvicina con un barattolo e non comprendo subito cosa voglia da me. Poi capisco che è il barattolo delle regalie e ci ficco dentro un euro. Fanculo, datemi la libreria che voglio tornare a casa.
La libreria è il mio rifugio…pace, tranquillità e un mare di libri…
Almeno così credevo. Invece vengo infastidito dalla commessa che vuole farmi fare la tessera feltrinelli e da una tizia che vuole vendermi delle smart box. Comincia pure a spiegarmi di che si tratta, ma io sono già in fuga verso la vesuviana che mi riporterà a casa.
Basta! Non compro un cazzo che non decida io, non ho soldi da buttare, non vi do niente!
Ora mi chiedo: ma solo a Napoli è così? Oppure anche nelle altre città c'è tutta sta gente che rompe le scatole al povero cristo che vuole aggirarsi un po’ per le strade illuminate a festa?

mercoledì 21 dicembre 2011

IL zucchero del bottegaio


Mi piacciono i negozi, gli esercizi commerciali, soprattutto i bar, i sexy shop e i tabaccai.
Non ho simpatia per i mega store o gli ipermercati enormi perché sono sempre maledettamente affollati e la mia anima comunista si ribella loro perché li giudica affamatori del povero commerciante che ha il negozietto in città. Però devo riconoscere che i posti tipo Osciàn sono davvero spettacolari, ben forniti e si risparmia pure.
L’unico negozio che non mi piace è la salumeria. Il perché non lo so, ma è sempre stato così.
La figura del salumiere mi è antipatica da morire, l’ho sempre considerata la mia nemesi. A pelle, proprio, i bottegai della pappatoria li ho sempre avuti sulle palle.
Certo ha contribuito pure il fatto che i genitori della mia prima ragazza erano salumieri che mi hanno odiato dal primo momento vai a capire perché. Forse perchè io ero un ragazzo di cultura, sempre con un libro in mano e loro i libri manco sapevano cosa fossero? Forse, fatto sta che mi fracassarono proprio i coglioni rendendo la vita impossibile a me e a quella povera ragazzina. Ignoranti, rozzi, buzzurri. La classica gente che dovrebbe lavorare, mangiare, cacare e dormire e che invece vorrebbe parlare, ragionare…ma di che? Voi siete bestie che si affaticano tra mozzarelle e soldi. State zitti, faticate e non rompete il cazzo.
Servi del denaro, vorrebbero avere pensieri umani, ma non ce la fanno. Troppo stronzi. E votano pure, ignoranti di merda...
Comunque l’altro giorno sono andato a fare la spesa e dovevo per forza andare dal salumiere.
Sono andato dal tabaccaio, dal macellaio, dal farmacista e purtroppo dovevo compare altri prodotti che trovi solo dal casadduoglio.
Entro e dico buongiorno. Ovviamente quello alla cassa non risponde e quello al bancone è troppo occupato a vendere prodotti che manco conosce per occuparsi di me.
Mi aggiro tra gli scaffali mentre do un’occhiata alla lista della spesa. Allora vediamo…pasta lunga, pasta corta, sottilette, latte, miele, tonno, biscotti e lo zucchero…oh, dov’è lo zucchero? Cerco in lungo e in largo, ma lo zucchero non lo trovo proprio.
Domando al cassiere che mi pare sia il proprietario del negozio: Scusi, dov’è lo zucchero?
Quello mi guarda qualche secondo, inarca le sopracciglia e con voce supponente risponde: IL zucchero è lì sotto, dove sta la nutella.
Io rimango basito, mi dirigo nel posto dove mi ha indicato, prendo lo zucchero, torno alla cassa, pago e me ne vado.
IL zucchero? Cioè sto tipo non solo è ignorante, ma mi ha voluto pure correggere! Che cazzo! Non gli è passato manco per l’anticamera del cervello che io fossi nel giusto, non ha approfittato della mia provvidenziale domanda per imparare una cosa semplicissima. Ha preferito ignorarmi, inarcare le sopracciglia e dire IL zucchero!
Che madonna! Ma sarà capitato in negozio che qualcun altro gli abbia chiesto dove sia lo zucchero? Sarà giunto in negozio un fornitore per dire che aveva portato lo zucchero! Avrà pur visto un film dove una dolce nonnina chiedeva alla sua adorata nipotina di passarle lo zucchero mentre preparava una torta di mele!
Niente. Il salumiere è impermeabile a qualsiasi influsso culturale, dal più infimo al più grande.
Lui ha la sua salumeria, è il re delle olive ascolane ripiene, è l’eroe del profitto accumulato con la vendita della ricotta fresca. Comanda lui, è un eroe nazionale!
Ha sempre ragione, non contradditelo (soprattutto nel suo puzzolente regno) e dite tutti in coro: viva IL zucchero!!!

martedì 20 dicembre 2011

benvenuta, Raffaella


E' nata, finalmente, la nipotina.
Bellissima, ciotta ciotta, sana. Una bufalotta di 4 chili e 100.
Un'emozione grandissima, la mamma sta bene ed è stato bellissimo vederla accogliere la figlia tra le braccia e darle un bacetto sulla capoccia.
Una delle poche giornate memorabili di questo 2011.

lunedì 19 dicembre 2011

L'eccezione e la regola

[WARNING! Bolscevik-didaktik ddrama]

Vogliamo riferirvi la storia
di un viaggio compiuto
da uno sfruttatore e da due sfruttati.
Osservatene bene il contegno.
Trovatelo strano, anche se consueto,
inspiegabile, pur se quotidiano,
indecifrabile, pure se è regola.
Anche il minimo atto, in apparenza semplice,
osservatelo con diffidenza! Investigate se
specialmente l’usuale sia necessario.
E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
non trovatelo naturale.
Di nulla sia detto: è naturale
in questi tempi di sanguinoso smarrimento,
ordinato disordine, pianificato arbitrio,
disumana umanità,
così che nulla valga
come cosa immutabile.
Oh, come mi piace quest'opera teatrale incentrata sul capitalismo e sui suoi ingranaggi!
La corsa sfrenata della carovana di un capitalista nel deserto che non è semplicemente il Sahara, ma è il deserto di qualsiasi valore umano e dove ha importanza solamente la ricerca del profitto ad ogni costo.
A servire il capitalista ci sono due schiavi: un portatore e una guida.
Il primo viene sfruttato fino allo sfinimento, ricattato, insultato, pestato e infine abbandonato quando si rivela inservibile. Il secondo...trattato alla stessa maniera (se non peggio).
È interessante, secondo me, notare come Brecht descrive il capitalista come l’animale da preda e gli schiavi pure bestie da soma. Un tocco della metamorfosi che fa capire più di mille parole cosa l’uomo sia in grado di fare quando è accecato dalla sete di guadagno e cosa riesca a sopportare qualora sia in gioco la sua esistenza materiale. Il capitalista è tratteggiato a tinte fosche come è giusto che sia: disumano, sospettoso fino alla paranoia, violento, ricattatore, bastardo. L'invito che ci fa Brecht, come artista, è di non accettare questo schifo solo perchè è diventato la norma. L'eccezione e la regola ti rende il cuore pesante e non stupitevi se, alla fine della lettura, vi ritroverete con i pugni stretti come se voleste picchiare qualcuno.
Dramma sempre attuale, da leggere soprattutto per la scena della "divisione dell’acqua" (dove accade una delle cose più tristi che possano succedere ad un uomo: scambiare una carezza per un pugno) e per il tragico e farsesco processo finale (il capitalista, come già saprete, ha sempre la legge dalla sua parte).

di cuore danke, Bertolt

domenica 18 dicembre 2011

Cioran contro i sonnambuli


Leggere Cioran è un'esperienza grandiosa perchè lui è il filosofo dell'inaudito, quello che formula le ipotesi più estreme e forgia i pensieri più inquietanti.
Amante del paradosso, il vecchio Emile è il profeta dell'insonnia paranoica, colui che lascia fluire le riflessioni che altri strangolano sul nascere.
In pratica è come fare sesso con una donna molto disinibita.
Non mi ero ancora occupato di lui nel blog e vi pongo rimedio facendovi godere una pagina tratta dalla sua opera Il funesto demiurgo.
Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l’uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe?
È costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male. Quando vi riesce, ogni volta egli provoca, umilia il suo creatore. E se gli si succede d’essere buono non più per calcolo o sforzo, bensì per natura, lo deve a una inavvertenza dall’alto: va a situarsi fuori dall’ordine universale, nessun progetto divino lo aveva previsto. Non si capisce che posto occupi fra gli esseri, e nemmeno se ne sia uno. Sarà un fantasma?
Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è. Parassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo ignora, se lo appropria soltanto quando è scomparso. Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande forza irreale, è il principio che abortì sul nascere: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti.
Che l’esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come minimo una volta al giorno, avrà vissuto da sonnambulo.
È difficile, è impossibile, credere che il dio buono, il “Padre”, sia implicato nello scandalo della creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio senza scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca d’immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un’opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile.

sabato 17 dicembre 2011

Ginocchiere per la fellatio??


Ieri riflettevo sulla “variopinta anima” della merce.
La prima caratteristica della merce, cioè dell’oggetto commerciale, è quello di essere venduto e questo accade principalmente perché l’oggetto è utile a chi lo compra.
Ovviamente ci sono tante altre caratteristiche che l’oggetto possiede e che lo rendono acquistabile.
Per esempio un quadro viene acquistato perché lo si ritiene “bello” o perché ha un elevato valore economico (e quindi diventa un investimento). Oppure, per fare un altro esempio, i diamanti si acquistano non tanto perché sono luccicanti e quindi belli, ma perché hanno il potere di far aprire qualsiasi paia di gambe.
E se un oggetto non è né bello, né utile, né ha un alto valore economico quale potrebbe essere il motivo che spinge all’acquisto?
È il caso, di cui volevo parlare, delle ginocchiere erotiche messe in vendita dalla Diesel un po’ di tempo fa.
Il nome non lascia spazio a equivoci: le «Blowjob kneepads» si presentano come un comodo accessorio che consente di soddisfare il partner senza sbucciarsi le ginocchia.
A cosa possono mai servire delle ginocchiere nel rapporto orale?
A parte il fatto che il rapporto orale è spesso un atto repentino, dettato da una passione travolgente. Cioè che fai? Interrompi la partner dicendo Aspetta cara, ti prendo le ginocchiere? Di sicuro non servono quando sei fuori casa, tipo nel bagno di una discoteca, perché non è che uno si porta le ginocchiere appresso come se fossero dei fazzolettini.
A casa, oltre il letto, ci sono molti modi di ovviare all’inconveniente delle ginocchia nude sul pavimento…ma poi, parliamoci chiaro… è davvero un inconveniente che la donna stia con le ginocchia nude sul pavimento? Io direi proprio di no, anzi è un fattore che aumenta il già grande godimento del pompino.
Quindi da cosa deriva il successo delle ginocchiere che sono andate a ruba nonostante costassero 150 dollari? Non è la bellezza, nè il valore, né l’utilità.
È probabile che l'oggetto sia riuscito a toccare le corde della voglia di possedere qualcosa di sfizioso, di superfluo insita nell'uomo. L’oggetto è curioso, è particolare, è griffato. Magari la gente lo acquista, lo usa una volta per provarlo e poi finisce a prendere polvere da qualche parte.
Forse è indice di benessere spendere 150 dollari per una puttanata, forse bisognerà riparlarne di questa dépense economica da sempre presente nell’uomo di tutti i tempi e di tutte le culture.

venerdì 16 dicembre 2011

La vagina di Schwarzenegger


Navigando sul web mi sono imbattuto, per puro caso, in un articolo sulla signora Tatiana Kozhevnikova. L’articolo era intitolato: La donna con la vagina più forte del mondo.
Ovviamente mi sono incuriosito e ho cominciato a leggere.
La signora Tatiana, dopo la nascita del figlio (ormai quindicenne), riscontrò un indebolimento muscolare dei tessuti vaginali e così, ispirata da un libro scritto da un'anziana signora cinese, scoprì che i muscoli potevano acquistare di nuovo vigore con un po' di allenamento.
Tatiana iniziò con una palla di vetro di Murano e ora riesce a sollevare per un lungo periodo di tempo nientemeno che 15 kg di peso con la sua sola vagina, grazie ad una sorta di moschettone, un gancio al quale appende i pesi che la sua vagina sostiene senza problemi.
“Ci sono voluti quindici anni di allenamento per arrivare a questi livelli - sentenzia Tatiana - ma bastano cinque minuti al giorno per una settimana di esercizi della vagina per dare sensazioni particolarmente piacevoli al proprio partner".
L’ultima frase mi ha stuzzicato perché mentre leggevo l’articolo mi chiedevo proprio a cosa cacchio potesse servire allenare i muscoli della vagina.
La risposta è che questi esercizi sono noti con il nome di esercizi di Kegel. Vediamo di cosa si tratta. (un ringraziamento va all’amica Nina)
Molte donne credono che l'allenamento della propria vagina, ossia dei suoi muscoli, dovrebbe essere fatto solo per un breve periodo dopo il parto (per tornare ad essere strette). Errato.
Drasticamente errato, soprattutto se si pensa che in altre culture le donne lavorano da sempre sulla loro forza vaginale perché questo aumenta il piacere sessuale loro e del loro partner, ma la nostra cultura, si sa, per certe cose lascia un po' a desiderare...
Ma torniamo agli esercizi di Kegel: sono esercizi che permettono di sviluppare al meglio i propri muscoli vaginali ovvero quelli coinvolti nell'orgasmo, nel parto e nella minzione.
Stiamo parlando dei muscoli pelvici, con precisione del subococcigeo.
I benefici per una donna che ha la vagina forte sono:
- orgasmi migliori: più facili da raggiungere, più intensi e forti
- maggiore sensibilità vaginale (essendo più stretta)
- maggiore contatto con il pene (vantaggio bipartito)
- parti più facili (gli esercizi di Kegel sono utilizzati anche nella gestazione)
- miglior ripresa dopo il parto
- prevenzione di prolassi e incontinenza
È anche molto importante continuare ad esercitare e mantenere in forma i muscoli vaginali via via che si va avanti con gli anni, perché con la menopausa possono cambiare e indebolirsi.
Gli esercizi di Kegel consistono in una serie di contrazioni vaginali.
Se non sapete come si contrae una vagina fate la prova del nove: provate a fermare il vostro flusso mentre state urinando. Il muscolo richiamato è il subococcigeo.
Una volta trovato il muscolo provate a contrarlo e rilasciarlo tenendovi un dito nella vagina, questo per capire esattamente qual è il movimento giusto.
Una volta appurato estraete il dito e continuate le contrazioni.
Fate durare le contrazioni 3 secondi e altrettanto il rilassamento.
Il rilassamento è importante quanto la contrazione, perché aiuta a scaricare la tensione accumulatasi nei muscoli vaginali. In caso contrario, la tensione accumulata ridurrebbe di molto la sensibilità vaginale.
È molto importante non usare i muscoli dell'addome, delle gambe o dei glutei, ma solo quelli vaginali.
Potete eseguire le contrazioni utilizzando oggetti (esistono coni vaginali per aiutare le donne a localizzare ed esercitare i muscoli giusti ), ma può bastare anche un dito.
Una volta capito esattamente qual è il giusto movimento potete iniziare con l'eseguire 3 serie da 10 contrazioni (da 3 secondi l'una), il giorno. Quando il muscolo sarà più sviluppato, basterà una settimana d'allenamento, potrete iniziare con le contrazioni graduate.
Con il pene artificiale inserito in vagina, contraete gradualmente il muscolo subococcigeo per 5 secondi, mantenete la tensione per altri 5 e quindi rilassatelo sempre gradualmente.
Questo esercizio vi permette di stringere la vagina attorno al pene del partner così come se steste praticando una fellatio. Aggiungete questo tipo di contrazioni a quelle da 3 secondi.
Sono consigliate due serie di 10 contrazioni da 3 secondi e una serie di 10 contrazioni graduate il giorno.
Un altro modo per allenare i muscoli che circondano la vagina è sdraiate con le gambe a ranocchia (ginocchia piegate e piante dei piedi l'una contro l'altra).
Così posizionate visualizzate le pareti interne della vagina e cercate di farle avvicinare contraendo come se doveste interrompere il flusso dell'urina. Contraete lentamente facendo durare la stretta 5-6 secondi, quindi rilassate per altri 6. Eseguite per 10 minuti il giorno.
Ricordate che, per ottenere il meglio, vi dovrete allenare con continuità, ma potrete farlo quando e dove volete e che a volte questi stessi esercizi possono portarvi all'orgasmo.
I cambiamenti si potranno notare dopo sole tre settimane.
Anche gli uomini possono esercitare il loro muscolo pubococcigeo, ne otterranno un maggior controllo dell'orgasmo e orgasmi multipli, ma, di questo, ne parleremo un’altra volta.

giovedì 15 dicembre 2011

La donna in tre fasi (La Sfinge)


La scena era inclusa nel Fregio della Vita e così commentata: “La donna, in tutta la sua diversità, è un mistero per l’uomo – la donna, che è al contempo una santa, una puttana e un’amante infelice devota all’uomo”. Sono queste le tre fasi cui allude il titolo, così come La Sfinge si riferisce all’incomprensibilità dell’essere femminile.
Nel primo momento Munch raffigura una ragazza giovane, dai lunghi capelli biondi, vestita di bianco – colore tradizionalmente associato alla purezza – e con alcuni fiori in mano. È l’immagine di una sposa, l’incarnazione dell’ideale amore perfetto ed eterno. La lussuria compare invece, non casualmente, al centro della scena. È rappresentata da una donna matura, nuda, con le braccia piegate dietro la testa; la bocca è socchiusa e lo sguardo, languido e apertamente provocante, è rivolto verso lo spettatore, con un esplicito invito. È questo l’attimo della dannazione, in cui il desiderio, una volta soddisfatto, condanna gli amanti a una sicura e irrimediabile infelicità. A destra, infatti, si trova la donna che ha consumato la propria passione, “amante infelice devota all’uomo”, che appare un fantasma di se stessa. È interamente vestita di nero, il volto ha un pallore malato e le occhiaie sono affondate nel buio.
Accanto a essa è raffigurato il coprotagonista, l’uomo, che di quest’ultima è quasi un gemello. Nel suo viso e nei suoi occhi sbarrati, però, si legge l’orrore; in mano tiene “il fiore del dolore”, dalla corolla enorme e dai lunghi petali rosso sangue. Munch ricorrerà in più occasioni a questo suo simbolo personale, che sostituisce drammaticamente la nozione romantica dello sbocciare dell’amore. Con violento sarcasmo l’artista ne fa un fiore straziato e insanguinato, che si contrappone al bouquet della fanciulla vestita di bianco: l’epilogo dell’amore, secondo Munch, è inevitabilmente tragico.

mercoledì 14 dicembre 2011

L'odierna situazione politica italiana e un grande Michele Serra


Titoli di giornale, articoloni di fondo o di spalla, le urla dei tg...in pratica un sacco di stronzate sulla situazione politica italiana ci investono da tutte le parti.
Io preferisco postare queste poche righe di Michele Serra, che trovo estremamente belle e veritiere.
Il governo Monti può piacere o no. Ma è ingeneroso pretendere che faccia cose di sinistra, per il semplice fatto che di sinistra non è. Le cose di sinistra (la famosa equità sociale) proverà a farle la sinistra nel caso – tutt’altro che certo – che vinca le prossime elezioni. In questo frattempo l’obiettivo dichiarato è evitare la bancarotta del Paese e ricostruire una dignitosa immagine nazionale da offrire a noi stessi e al resto del mondo. Punto. Berlusconi non è stato destituito dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, o dalla Fiom con le bandiere in resta, o dagli indignati vittoriosi e costituiti in Direttorio in collegamento con Santoro; ma da una vecchia élite borghese con i capelli bianchi, disgustata dal populismo becero e dalla mancanza di stile e di talento (la forma è anche sostanza) della classe dirigente di centrodestra.
La sinistra – eletti ed elettori – è autorizzata a sognare la futura equità, e a lavorare per questo. Non a rimproverare a Monti ciò che Monti non può fare prima di tutto perché gli manca il mandato elettorale, e poi perché non è certo da un bocconiano liberal-cattolico che si può pretendere un New Deal italiano. Chi a sinistra si lamenta di Monti perde il suo tempo e ruba energie alla costruzione di una alternativa elettorale seria.
Prestate particolare attenzione alle parole in grassetto e cercate di non ridere quando pensate alla Sinistra e al solo fatto che quest'ultima possa mai avere un vero leader o la sola idea di "equità sociale".

martedì 13 dicembre 2011

Freud e l'aperitivo d'amore con Schopenhauer


Senza preamboli diciamo subito che Freud, diventato medico, si dedica allo studio delle nevrosi.
Che cos’è una nevrosi?
La nevrosi è un “conflitto” tra il mondo delle pulsioni (da Freud denominato Es) e le esigenze della società (Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo.
In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell’umanità e il suo disagio. Vediamo cosa scrive Freud a tal proposito ne Il disagio della civiltà (1929): “Di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza”.
Da dove trasse Freud la sua concezione di nevrosi?
Sicuramente si ispirò alle intuizioni filosofiche del romanticismo, a Goethe, a Schelling e soprattutto a Schopenhauer che Freud considera suo “precursore” e a proposito del quale scrive nel saggio Una difficoltà della psicoanalisi (1917): “Probabilmente pochissimi uomini hanno compreso che ammettere l’esistenza di processi psichici inconsci significa compiere un passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Affrettiamoci comunque ad aggiungere che un tale passo la psicoanalisi non l’ha compiuto per prima. Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui “volontà inconscia” può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi”.
Secondo Schopenhauer, infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la “soggettività della specie” che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi quelli della propria conservazione, e la “soggettività dell’individuo” che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie”.
Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole Io e inconscio.
Nell’inconscio, Freud distingue un “inconscio pulsionale” (Es), dove trovano espressione le esigenze della specie, e un “inconscio superegoico” (Super-io), dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società.
Le esigenze della specie sono due: la sessualità, senza di cui la specie non vedrebbe garantita la sua perpetuazione, e l’aggressività che serve per la difesa delle prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l’Io (la nostra parte cosciente) le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue “passioni”, che la società, per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro certi limiti. La società agisce attraverso l’educazione, durante la quale l’Io interiorizza i divieti genitoriali acquisendo così gradatamente i divieti sociali che svolgono una funzione di contenimento dei moti pulsionali.
Riconosciuta la presenza in ognuno di noi dell’Es e del Super-io, possiamo affermare che l’Io non è padrone in casa propria perché è abitato da una dimensione inconscia che l’uomo ha sempre evitato di considerare perché un inganno narcisistico gli ha fatto credere di essere al centro dell’universo, creatura di Dio, e padrone dell’orizzonte dispiegato dalla sua coscienza e dal suo procedere razionale.
Questa scoperta costituirebbe, secondo Freud, la terza mortificazione che l’umanità deve sopportare. Lo scrive nell’Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917): “Nel corso dei tempi l’umanità ha dovuto sopportare due grandi mortificazioni che la scienza ha recato al suo ingenuo amore di sé. La prima, quando apprese che la nostra terra non è al centro dell’universo, bensì una minuscola particella di un sistema cosmico che, quanto a grandezza, è difficilmente immaginabile. Questa scoperta è associata per noi al nome di Copernico, benché la scienza alessandrina avesse già proclamato qualcosa di simile.
La seconda mortificazione si è verificata poi, quando la ricerca biologica annientò la pretesa posizione di privilegio dell’uomo nella creazione, gli dimostrò la sua provenienza dal regno animale e l’inestirpabilità della sua natura animale. Questo sovvertimento di valori è stato compiuto ai nostri giorni sotto l’influsso di Charles Darwin, di Wallace e dei suoi precursori, non senza la più violenta opposizione dei loro contemporanei.
Ma la terza e più scottante mortificazione, la megalomania dell’uomo è destinata a subirla da parte dell’odierna indagine psicologica, la quale ha l’intenzione di dimostrare all’Io che non solo egli non è padrone in casa sua, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a quello che avviene inconsciamente nella sua psiche. Anche questo richiamo a guardarsi dentro non siamo stati noi psicoanalisti né i primi né i soli a proporlo, ma sembra che tocchi a noi sostenerlo nel modo più energico e corroborarlo con un materiale empirico che tocca da vicino tutti quanti gli uomini”.

lunedì 12 dicembre 2011

Tesi su Feuerbach

Le Tesi su Feuerbach furono annotate da Marx nella primavera del 1845 come appunti non destinati alla pubblicazione. Le Tesi furono stampate nel 1888 da Engels che introdusse alcuni aggiustamenti redazionali per renderle comprensibili al pubblico.

Il ventisettenne Marx arriva alla resa dei conti con la filosofia di Ludwig Feuerbach.
In queste Tesi, Feuerbach è visto come l’ultimo rappresentante, in ordine cronologico, del materialismo miope.
Qual è il difetto di fondo del materialismo feuerbachiano che è poi il difetto di tutti i materialismi che si sono succeduti nella storia della filosofia?
Feuerbach concepisce l’oggetto, la realtà, la sensibilità solo sotto la forma dell’intuizione, come oggetto teoretico. In questo modo gli sfugge completamente che quella realtà sensibile, da cui distingue i pensieri, è forgiata dall’attività umana. Cioè della produzione, Feuerbach distingue i prodotti ma non tiene conto dei produttori.
Privilegiando l’atteggiamento teoretico, Feuerbach non comprende il vero significato del reale che è invece da ricercare nell’attività umana, attività che è essenzialmente “rivoluzionaria”, “pratico-critica”. E per Marx, che sta cercando una via d’uscita dalle pastoie ideologiche-scolastiche e che sta maturando l’idea che il pensiero possa provare la sua verità oggettiva soltanto calandosi nella pratica, l’atteggiamento di Feuerbach è inaccettabile.
Nella quarta tesi, Marx illustra chiaramente il perché quello di Feuerbach sia un lavoro filosofico a metà. Feuerbach prende le mosse dal fatto dell’auto-estraniazione religiosa, cioè della duplicazione del mondo in un mondo religioso, immaginato, e in uno reale. Il suo lavoro consiste nel risolvere il mondo religioso nel suo fondamento mondano.
E qui si ferma.
Non vede che, compiuto questo lavoro, resta ancora da fare la cosa principale. Ed è qui che emerge la differenza tra l’atteggiamento teoretico di Feuerbach e l’aspirazione di Marx a creare una filosofia che sia prassi.
Il fatto che il fondamento mondano si distacchi da se stesso e si costruisca nelle nuvole come un regno fisso, è da spiegarsi con l’auto-dissociazione e con l’auto-contraddittorietà di questo fondamento mondano. Questo fondamento deve essere perciò dapprima compreso nella sua contraddizione, e quindi rivoluzionato praticamente, eliminando la contraddizione.
Un altro esempio. Dopo che la famiglia terrena è stata scoperta come il segreto della sacra famiglia, è proprio la prima a dover essere criticata teoreticamente e rovesciata praticamente.
Marx critica il pensiero feuerbachiano perché Feuerbach risolve sì l’essenza religiosa nell’essenza umana, ma l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’uomo singolo. L’essenza umana, nella sua realtà, è l’insieme dei rapporti sociali.
Feuerbach non penetra nella critica di questa essenza reale, fissa il sentimento religioso per sé e presuppone un individuo umano astratto – isolato. Per lui l’essenza umana può essere concepita soltanto come “genere”, come universalità interna, muta, che leghi molti individui in modo meramente naturale.
Feuerbach è miope perché non vede che il “sentimento religioso” è esso stesso un prodotto sociale, e che l’individuo astratto, che egli analizza, appartiene a una forma sociale determinata.
Marx bolla il materialismo di Feuerbach come “materialismo borghese”, un materialismo che non intende la sensibilità come attività pratica, che ingloba gli individui in un’astratta “società borghese”, esaltando il punto di vista di questa società.
Marx, invece, punta a un materialismo che consideri la vita sociale come essenzialmente pratica. Portare la teoria non verso il misticismo astratto, ma verso la prassi umana e concentrare gli sforzi teoretici nella comprensione razionale di questa prassi.
Il punto di vista del nuovo materialismo non è la società “borghese”, ma la società umana, o l’umanità socializzata.
Per concludere cito per intero l’ultima e più famosa di queste tesi; l’undicesima:
I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta però di trasformarlo.

sabato 10 dicembre 2011

Non mangio, non dormo...Che cerchi l'estasi? Ma no, per quella ho già le sigarette


So mica perché era sfiorita la passione tra noi.
So un cazzo io del perché.
Forse l’abitudine, la routine, lo stress, sempre la stessa figa stanca, aveva chiosato un amico.
Non lo so.
C’era l’affetto (eeeeh!), c’era la stima (eeeeeeh!), c’era l’intesa, la simpatia, i gusti affini. Tutte cazzate se poi manca il sesso. Eh, scusa! Mica è un’amica, quella! È una donna e come tale va trombata come si deve. È inutile fare i filosofi a sto punto.
Dice, eh vabbè ma non ti preoccupare, tutto si può risolvere, basta il dialogo.
Come no? Io col dialogo non ci ho mai risolto un cazzo per vari motivi.
Primo perché la gente vuole avere sempre ragione e sempre l’ultima parola. Se ne fotte del dialogo se non l’ha vinta nella discussione.
Oppure c’è il caso di quando l’altro/a si sfotte proprio di parlare, alza un muro rendendo il dialogo impossibile.
Rimugino, penso. Spreco un sacco di pomeriggi e passo delle notti in bianco a cercare di capire come posso salvare il mio rapporto con lei e se, soprattutto, ne valga la pena.
L’amore non ha dubbi, l’amore fila come un treno, se ci pensi sei fottuto. In partenza.
Quello che odio in me è la mia indecisione, quello che odio in lei è il suo sguardo spento, la sua falsità.
Per ora siamo nemici che si osservano entrambi con un coltellaccio dietro la schiena.
Lei non è mai diretta nelle sue frasi, nei suoi comportamenti. Sempre obliqua, sempre inutilmente complicata. Questo è quello che odio di più delle donne.
Mantengo la calma, cerco il momento giusto per parlare chiaro. Quando vado a casa sua butto la spazzatura secondo il calendario della differenziata, sto attento alle macchie di dentifricio nel lavandino, piscio alzando la tavoletta, rifaccio il letto.
Lei non viene più da me, preferisce che sia io ad andare da lei. Non so perché, provo a chiederglielo. Lei non risponde, è evasiva. Infelice, soprattutto infelice. Almeno sembra.
Perché non me lo dice? Perché resta in silenzio sempre più spesso?
Decido di scriverle una lettera, prendo carta e penna e provo a metter lì quello che ho nel cuore.
La testa non collabora, la mano è ferma e il foglio resta bianco.
Decido di andare da lei, che so’ ste lettere da frocio! Meglio un dialogo dal vivo, schietto e sincero!
Busso e non c’è nessuno. Ribusso, niente. Telefonino staccato.
Chiamo una sua amica per sapere se sa lei dov’è, che non riesco a trovarla. L’amica non lo sa, non sanno mai un cazzo, loro. Niente, zero totale. Aspetto qualche ora, provo sia a bussare di nuovo alla porta sia a telefonare sul cellulare. Niente.
Sparita…che sia morta? Non lo so.
Comunque nel caso ho già lo champagne nel calice.
Alla salute!

venerdì 9 dicembre 2011

Inno a Satana


Confesso che Carducci, rispetto ad altri poeti italiani quali Leopardi, Foscolo, Pascoli, Ungaretti e Montale, lo conosco molto poco.
Casualmente mi sono imbattuto nella notizia che Giosuè, negli anni '60 dell'Ottocento, aveva scritto un Inno a Satana.
Subito sono andato a ricercarlo perchè mi interessava leggerlo e perchè mai mi sarei aspettato un titolo e una poesia simile da Carducci.
Ovviamente Carducci non è un satanista, un adoratore del diavolo.
Scrisse quest'inno di getto, solo per sè, una notte di settembre, in un periodo in cui si sentiva inquieto senza riuscire a dare un nome a queste ombre che lo opprimevano.
Carducci inneggia a Satana che per lui rappresenta la Natura e la Ragione. Sta dalla parte di Satana nel senso che sta dalla parte di chi fu accusato di essere il diavolo dalla Chiesa, dai benpensanti e dagli ottusi. Qualche nome? Pitagora, Anassagora, Aristotele, Cartesio, Galielo, Newton, Kant...insomma tutti i campioni del libero pensiero e dell'indagine scientifica della natura.
Satana è il ribelle, Satana è colui che infrange le regole stabilite dalla società, Satana è il rivoluzionario. E' in questo senso che Carducci ne canta la gloria.
Sataniche furono definite le rivoluzioni europee per uscire dal medioevo, che è il paradiso terrestre dei parassiti religiosi e dei prepotenti "aristocratici".
Satanica è per costoro la libertà di stampa, la libertà di coscienza e di culto, il suffraggio universale.
Va bene basta, è ora di inneggiare a Satana!

Inno a Satana

A te, de l'essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso
Mentre ne' calici
Il vin scintilla
Sì come l'anima
Ne la pupilla;
Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D'amor parole,
E corre un fremito
D'imene arcano
Da' monti e palpita
Fecondo il piano;
A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.
Via l'aspersorio,
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!
Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele
Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.
Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.
Ne la materia
Che mai non dorme,
Re dei i fenomeni,
Re de le forme,
Sol vive Satana.
Ei tien l'impero
Nel lampo tremulo
D'un occhio nero,
O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.
Brilla de' grappoli
Nel lieto sangue,
Per cui la rapida
Gioia non langue,
Che la fuggevole
Vita ristora,
Che il dolor proroga,
Che amor ne incora.
Tu spiri, o Satana,
Nel verso mio,
Se dal sen rompemi
Sfidando il dio
De' rei pontefici,
De' re cruenti;
E come fulmine
Scuoti le menti.
A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,
Quando le ioniche
Aure serene
Beò la Venere
Anadiomene.
A te del Libano
Fremean le piante,,
De l'alma Cipride
Risorto amante:
A te ferveano
Le danze e i cori,
A te i virginei
Candidi amori,
Tra le odorifere
Palme d'Idume,
Dove biancheggiano
Le ciprie spume.
Che val se barbaro
Il nazareno
Furor de l'agapi
Dal rito osceno
Con sacra fiaccola
I templi t'arse
E i segni argolici
A terra sparse?
Te accolse profugo
Tra gli dèi lari
La plebe memore
Ne i casolari.
Quindi un femineo
Sen palpitante
Empiendo, fervido
Nume ed amante,
La strega pallida
D'eterna cura
Volgi a soccorrere
L'egra natura.
Tu a l'occhio immobile
De l'alchimista,
Tu de l'indocile
Mago a la vista,
Del chiostro torpido
Oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi
Cieli novelli.
A la Tebaide
Te ne le cose
Fuggendo, il monaco
Triste s'ascose.
O dal tuo tramite
Alma divisa,
Benigno è Satana;
Ecco Eloisa.
In van ti maceri
Ne l'aspro sacco:
Il verso ei mormora
Di Maro e Flacco
Tra la davidica
Nenia ed il pianto;
E, forme delfiche,
A te da canto,
Rosee ne l'orrida
Compagnia nera,
Mena Licoride,
Mena Glicera.
Ma d'altre imagini
D'età più bella
Talor si popola
L'insonne cella.
Ei, da le pagine
Di Livio, ardenti
Tribuni, consoli,
Turbe frementi
Sveglia; e fantastico
D'italo orgoglio
Te spinge, o monaco,
Su 'l Campidoglio.
E voi, che il rabido
Rogo non strusse,
Voci fatidiche,
Wicleff ed Husse,
A l'aura il vigile
Grido mandate:
S'innova il secolo,
Piena è l'etate.
E già già tremano
Mitre e corone:
Dal chiostro brontola
La ribellione,
E pugna e prèdica
Sotto la stola
Di fra' Girolamo
Savonarola..
Gittò la tonaca
Martin Lutero;
Gitta i tuoi vincoli,
Uman pensiero,
E splendi e folgora
Di fiamme cinto;
Materia, inalzati;
Satana ha vinto.
Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:
Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;
Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;
Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,
Come di turbine
L'alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.
Passa benefico
Di loco in loco
Su l'infrenabile
Carro del foco.
Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!
Sacri a te salgano
Gl'incensi e i voti!
Hai vinto il Geova
De i sacerdoti.

giovedì 8 dicembre 2011

I cinque punti cardinali dove il popolo subirà gli stupri anali


Già l’ho detto che Monti non mi piace, che siamo un popolo di merda che produce Berlusconi e un popolo di frosclen che accetta quel fottuto "economista europeo".
Stasera parlo delle quattro vergogne a cui dovrebbe far fronte il governo e del famigerato “beauty contest”.

Pensioni
Sti derelitti hanno fissato la soglia dell’aumento delle pensioni legato all’inflazione a 960 euro. La commissione Lavoro della Camera sta lavorando a finché si arrivi anche alle pensioni di 1400. Il problema è: dove trovare i soldi? Che ne dite di tagliare drasticamente le baby pensioni? Cioè quegli assegni versati da anni a lavoratori andati in pensione con un numero molto basso di anni di lavoro, tipo quelli dei “19 anni 6 mesi e un giorno”? (ora la soglia è salita a 41-42 anni contributivi, roba da manicomio) Oppure che ne dite di alzare la tassazione sui capitali scudati? Rendetevi conto che quella tassazione in Italia è dell’1,5%, mentre in altri paesi europei si arriva al 10-16%. Perché non lo fanno?
Immobili di sta cazzo di Chiesa
Visto che c’è bisogno di soldi, che si chiedono sacrifici al popolo e si sbandiera ai quattro venti la parola “equità” perché non si tassano gli immobili con finalità commerciali della Chiesa? Possibile che sti buffoni con la palandrana devono succhiarci il sangue come nel medioevo? Tassandoli, oltre al fatto di intraprendere una via di giustizia sociale, si ricaverebbero dai 700 milioni e 1,5 miliardi di euro. Parlando con un ragazzo inglese m’è venuto da ridere quando questi m’ha scritto: “Abbiamo impiegato secoli per liberarci dal gioco della Chiesa ed ecco che ci ritroviamo sotto il tacco della finanza.” Oh, tapino! In Italia stiamo ancora sotto le palle dei preti e dei loro luridi fiancheggiatori! Siamo presi da due fuochi!
Televisione
Altri 4 miliardi di euro, ampiamenti sufficienti a evitare i tagli delle pensione medio-basse, potrebbero arrivare dalla sostituzione del beauty contest con un’asta vera. Le frequenze televisive liberate dal passaggio al digitale non verrebbero più regalate agli operatori (a cominciare da Rai e Mediaset) ma vendute a caro prezzo. Qui sto tenendo d’occhio il ministero Passera e qui si vedrà se è un uomo o un quaquaraquà.
I soldi svizzeri
Veniamo al caso del netto rifiuto del governo di imitare Germania e Gran Bretagna e fare un accordo con la Svizzera che imponga a Berna di tassare i capitali degli evasori nei suoi forzieri. Una misura che potrebbe portare, a seconda delle stime, tra i 5 e i 10 miliardi di euro nelle casse dello Stato. Perché non si fa come Germania e Gran Bretagna? Perché Monti protegge gli evasori e gli esportatori illegali di moneta?
Beauty contest
In pratica è l’assegnazione di multiplex, cioè pacchetti di frequenze per trasmettere contenuti in digitale terrestre. Un singolo multiplex ha un valore medio di 250 milioni di euro. I multiplex in palio sono diversi: alcuni consentono una copertura nazionale, altri necessitano di ingenti investimenti. Se ci fosse un’asta pubblica al rialzo, come per le telecomunicazioni che hanno fruttato 4 miliardi di euro (rispetto ai 2,4 di partenza), l’incasso per il Tesoro sarebbe di altrettanti 4 miliardi di euro. Un’operazione simile in Germania si è conclusa raccogliendo 4,5 miliardi. In Canada 6, negli Usa ne hanno ricavati 20. E in Italia secondo voi com’è la storia? Semplice, non si vuole nessun asta e tutto sto ben di Dio regalato a Berlusconi.

Stiamo con gli occhi aperti in questi giorni…

mercoledì 7 dicembre 2011

L'epoca frosclen (dialogo con l'uomo vasellina)


Scusa ho un dubbio.
Di' pure.
Ma Berlusconi chi l'ha cacciato? Il popolo?
No, il popolo lì ce lo ha messo e se l'è sciroppato per quindici anni.
E allora mi spieghi cos'è successo?
Semplice. Berlusconi è stato per anni al potere per salvaguardare i propri interessi economici e salvarsi dai processi, fottendosene dell'Italia. A un certo punto, visto che il governo e il parlamento non facevano un cazzo per il bene del Paese, i conti sono peggiorati e allora hanno messo lì Monti per varare le tasse che nè la destra nè la sinistra volevano approntare e votare. In questo modo alle prossime elezioni avranno l'anima elettorale immacolata perchè le tasse non le hanno decise loro, ma quel cattivone di Monti.
Capisco. Il popolo come ha preso questo avvicendamento?
Ci sono state due fasi. La prima fase ha visto un gruppo di attempati punkabbestia e mediocri musicisti e cantori festeggiare le dimissioni del piduista. Nella seconda fase, tutti i socialdemocratici coi culi mosci e strani patrioti col cervello bruciato dagli acidi sono andati in sollucchero per Monti qualsiasi cosa dicesse o facesse costui. Una signora s'è commossa e ha gridato al miracolo vedendo Monti scaccolarsi. Ovviamente si scaccolava rispettando i parametri dell'Unione Europea.
Sbaglierò, ma ti vedo scettico nei confronti di Monti.
Certo che sono scettico e per vari motivi. Il primo motivo è che siamo un popolo di merda che non è in grado di cacciare il tiranno che ci porta alla rovina e accettiamo sto Monti messo lì da quegli stessi politici incapaci e dai banchieri di sto cazzo. Avrei preferito le urne. In secondo luogo, Monti non farà altro che alzare le tasse. Iva, benzina, Ici...e tutt e muort e chilla mmuort.
Dai, non ti arrabbiare...
No, non sono arrabbiato. Mi danno fastidio solo quelli che avvinti da un lercio afflato patriottico danno corda alle stronzate di Monti, dell'Unione Europea e dei servi dei giornali e approvano e apprezzano i sacrifici. Addirittura un tipo m'ha detto che è pronto ad affrontare i sacrifici per salvare l'Italia dal fallimento e dalla bancarotta.
Davvero t'ha detto così?
Sì.
E tu?
Gli ho riso in faccia. Questi ormai sono talmente rincoglioniti che non ci parlo manco più, sono senza speranza.
Sei troppo duro.
Sto cazzo. Ma ti pare possibile bersi la stronzata dei sacrifici? Ogni anno, ogni fottuto anno aumentano le tasse, la pressione fiscale e tagliano i servizi. Che cazzo c'entra dire che mò c'è la crisi? Dal 1980 ad oggi, giusto per fare un esempio, la pressione fiscale è passata dal 30 al 45%. Che vuol dire? Che è proprio il sistema che è marcio, che è sbagliato! Rimbecilliscono la gente con bond, btb, spread, rating, default...e quelli impazziscono! Non si rendono conto che li pigliano per il culo!
Insomma Monti non ti piace.
No. Cioè siamo nella merda per stare appresso a finzanzieri e banchieri e per risollevarci ci mandano un finanziere banchiere...mi hai preso per coglione? Un nuovo nemico è sorto contro il popolo...chiamalo Mostro Finanza, chiamalo Amici di Goldman Sachs, chiamalo come vuoi...il problema è che bisogna riconoscerlo e poi combatterlo. Invece questi no...stanno lì a fare gli indignados del sabato sera o a immolarsi col fottuto tricolore in mano a pagare, pagare e pagare ancora. E' una situazione paradossale. I servi si aspettano che il padrone li liberi dal loro servaggio. E' un'epoca frosclen, un'epoca senza speranza. Siamo in pieno regime capitalistico ed è morta la democrazia.
Vabbè, ti stai scaldando. Dimmi solo qualcosa sulla manovra.
Per ora una merda. Non hanno ancora fatto il loro dovere sulle frequenze tv che potrebbero fruttare allo stato 16 miliardi di euro. Non hanno intaccato i privilegi della Chiesa e non hanno tagliato gli immensi costi della politica.
Bè, magari lo faranno...
Nun fa' o'ricchion' pur tu! Secondo te Monti potrebbe mai inculare i suoi amici? Illuso. Solo una rivoluzione potrebbe salvarci, una rivoluzione vera.

martedì 6 dicembre 2011

Leggendo il Protagora. Considerazioni introduttive


Il Protagora è un dialogo giovanile di Platone e la critica, che in un primo momento lo aveva apprezzato solo per la sua bellezza stilistica, ha concentrato l’attenzione anche al “messaggio filosofico” ivi contenuto.
Platone ha ormai compreso in che cosa consista la superiorità di Socrate sui Sofisti, e scrive tale dialogo appunto per comunicare questo suo messaggio.
Il Protagora agita e affronta tre grandi problemi: quello della natura o essenza della virtù dell’uomo (della “virtù politica" in particolare); quello connesso alla sua “insegnabilità”, vale a dire della sua possibilità di essere comunicata e appresa, e quindi il grande tema della educabilità dell’uomo; infine, quello del corretto metodo di indagine della verità.
Il Protagora è stato denominato, con frase icastica “il dialogo delle contraddizioni”.
Alla prima lettura, si rimane colpiti da tutta una serie di situazioni paradossali, da affermazioni che sembrano nettamente elidersi a vicenda: insomma, si ha l’impressione di essere coinvolti in contraddizioni incrociate, di natura differente e molteplice.
Del tutto paradossale è la situazione di fondo che viene a determinarsi fra i due protagonisti: Protagora si presenta, dapprima, come "maestro di virtù" e difende a spada tratta la tesi della “insegnabilità” di essa, ma, via via che il dialogo procede, nega sempre più decisamente che la virtù sia scienza; Socrate, dal canto suo, parte dalla negazione dell’esistenza di maestri di virtù e dalla contestazione della tesi della insegnabilità della virtù, ma, poi, procede ad una sistematica e massiccia dimostrazione intesa a provare che la virtù è scienza.
Le contraddizioni di fondo implicite in questa situazione sono almeno tre.
1) In primo luogo, Protagora, professandosi maestro di virtù e ritenendo la virtù insegnabile, dovrebbe, logicamente, ammettere che la virtù sia scienza, in quanto solo della scienza o di ciò che si fonda sulla scienza vi sono maestri ed è possibile insegnamento. Sostenendo, invece, la tesi contraria, ossia negando che la virtù sia scienza, Protagora, senza rendersene ben conto, viene a scalzare le fondamenta della possibilità della sua stessa professione e a contraddire se stesso in modo clamoroso.
2) In secondo luogo, Socrate, che, prima, nega l’esistenza di maestri di virtù e l’insegnabilità della virtù, e poi, invece, dimostra che la virtù è una scienza, parrebbe egli pure contraddirsi clamorosamente, per il motivo che, se è scienza, la virtù non può non essere insegnabile.
3) In terzo luogo, c’è la contraddizione che consiste nel puntuale incrociarsi e rovesciarsi delle posizioni dei due contendenti. Infatti, Protagora e Socrate, si scambiano le parti in maniera sorprendente: la posizione conclusiva di Protagora dovrebbe essere quella propria di Socrate, e, viceversa, la tesi conclusiva di Socrate dovrebbe essere assunta da Protagora come fondamento e cardine del suo pensiero e della sua stessa professione.
Questo gioco delle parti è il punto più sconcertante dell’opera e Platone stesso lo fa espressamente rilevare da Socrate a conclusione del dialogo, nel modo più efficace e pungente:
“Mi pare che la conclusione dei nostri discorsi, se potesse assumere sembianze umane, ci accuserebbe e riderebbe di noi. E se potesse acquistare la parola ci direbbe: Socrate e Protagora, siete davvero strambi! Tu Socrate, mentre prima sostenevi che la virtù non è insegnabile, ora ti sforzi di sostenere il contrario di quello che avevi detto, cercando di dimostrare che tutte quante le virtù… sono scienze, e questo è il modo migliore di far vedere che la virtù è insegnabile. Se, infatti, la virtù fosse altro dalla scienza, come Protagora cerca di sostenere, ovviamente non si potrebbe insegnare; mentre se risultasse in tutto e per tutto scienza, come tu ti dai da fare a dimostrare, Socrate, sarebbe ben strano che non si potesse insegnare. D’altra parte Protagora, che prima implicitamente ammetteva che la virtù fosse insegnabile, ora sembra invece si dia un gran da fare a sostenere il contrario, vale a dire che la virtù sia tutto tranne che scienza: e, in tal caso, non potrebbe affatto essere insegnabile”.