domenica 31 luglio 2011

Il decalogo di Salvador


Notti fa feci un sogno alquanto bizzarro.
Mi trovavo in mezzo al deserto, avevo una tunica celeste lercia e strappata, portavo una barba lunghissima e dovevo avere circa sessantanni. O almeno questa era l'età che mi sembrava avere nel sogno.
Il sole era accecante, e per quanto mi sforzassi di guardare in tutte le direzioni ero da solo e all'orizzonte non vedevo altro che sabbia.
D'un tratto una voce tonante, che mi sembrò provenire dall'alto, mi chiamò: Andrè!
Dopo un comprensibile momento di stupore, risposi: Sono io. Chi sei?
Sono Salvador, Andrè. Il Dio dei pittori. Sali su quella montagna che sorge sulla tua destra. Te lo ordino!
Ma quale montagna? replicai e mentre così dicevo, mi girai verso destra e in effetti scorsi una montagna che prima non c'era. Incamminatomi verso di essa, mi riusciva molto faticoso il passo e in più avevo un'indicibile arsura.
Ogni tanto la voce gridava Forza! e io, tramite quell'incitamento, trovai le risorse per completare l'ascesa.
Giunto in vetta la voce gridò: Ecco il Decalogo per quel che desidera il pittore! Scrivilo e divulgalo al popolo!
Quando mi svegliai lo scrissi a memoria e ora eccolo qui per voi.

1. Pittore, meglio esser ricco che povero; impara dunque a far zampillare oro e pietre preziose dal tuo pennello.
2. Non ti spaventi la perfezione: non la raggiungerai mai!
3. Inizia con l'imparare a disegnare e a dipingere come gli antichi maestri. Dopo, potrai fare quel che vorrai: tutti ti rispetteranno.
4. Non gettare ai cani nè i tuoi occhi, nè le tue mani, nè il tuo cervello, perchè ti serviranno se devi essere un pittore.
5. Se sei uno di quelli che credono che l'arte moderna abbia superato Vermeer e Raffaello, non leggere queste regole, poichè stai benissimo nella tua beata idiozia.
6. Non vomitare sul tuo quadro, poichè è il quadro che potrà vomitare su di te dopo la tua morte.
7. Basta con i capolavori inutili!
8. Pittore, dipingi!
9. Pittore, non bere alcolici, e mastica hashish solo cinque volte nella tua vita.
10. Se la pittura non ti vuole, tutto il tuo amore per lei sarà inutile.

sabato 30 luglio 2011

La vita sognata degli angeli

Sono troppo contento che dopo secoli e secoli di buio e di indifferenza, sia riuscito a farmi prendere e coinvolgere da un film! Per di più erano le 3 di notte e nonostante l’ora tarda non mi sono né addormentato né sono riuscito a staccarmi dal video.
Il merito è de La vita sognata degli angeli di Erick Zonca.
Sarà perché questo è un film che ha tutti gli ingredienti giusti per piacermi: niente belloni hollywoodiani, niente cazzate fantascientifiche o catastrofismi, una storia di persone normali, attrici acqua e sapone; insomma è un film “realista”.
Non sto qui a descrivere la trama o a fare chissà quale recensione da espertone cinematografico, chissenefrega – ste cose le trovate già in giro.
Io, invece, voglio parlare di Marie (Natacha Regniér). È per lei che ho amato questo film.
Marie è una ragazza fragile, con alle spalle una famiglia disastrata. Marie con lo sguardo spaventato, Marie che è stanca di lavori di merda, Marie che quando sorride si illumina il mondo intero…
Soprattutto Marie che si innamora di uno stronzo. È commovente vedere Marie felice insieme a lui ed è infinitamente triste vedere come viene trattata. Un amore tossico e infelice per la piccola Marie. E quel pezzo di merda non ha neanche il coraggio di lasciarla di persona…
Sarà perché Marie mi ricorda una ragazza a cui voglio molto bene, ma mi è entrata nel cuore e con lei il film. Ti vien voglia di proteggerla, speri che riesca a salvarsi, che torni dal ragazzo un po’ goffo e grasso che le vuole bene sul serio. Purtroppo però, quelle come Marie non si salvano; sono angeli e questo mondo infame non è fatto per loro.
Solo un’annotazione sul finale.
Io l’ho trovato perfetto, articolato in quattro punti messi in sequenza: un colpo al cuore, una sorpresa, un amaro destino e un barlume di speranza.

Mi sono innamorato di Marie, ecco tutto.

venerdì 29 luglio 2011

Il ballo

Breve e piacevolissimo romanzo di Irene. Uno dei suoi primi lavori scritto nel '28 e uscito nel '30.
Adoro le storie che hanno per protagonisti gli arricchiti.
Gli arricchiti sono coloro i quali, avendo umili origini, diventano ricchi di colpo e non sanno gestire bene questa nuova situazione.
Ed è proprio questo nuovo status ingestibile che mi piace: gli atteggiamenti imbarazzati, l'impaccio sempre presente, l'autocontrollo impossibile da mentenere davanti allla servitù, la smania di entrare ed essere accettati dal "bel mondo"...
Addirittura la padrona di casa, la signora Kampf, non riesce a pranzare a causa della presenza di George il cameriere.
Protagonista del romanzo è la quattordicenne Antoinette.
Antoinette, come quasi tutti gli adolescenti, odia i genitori e il mondo degli adulti.
Si sente da loro umiliata, maltrattata e trascurata. Antoinette vorrebbe essere trattata come una donna e invece viene considerata come una bambina che deve andare a letto alle nove.
I genitori di Antoinette decidono di dare un ballo, il primo ricevimento nella loro nuova e grande casa (arredata con molto sfarzo, uno sfarzo che confine con il kitsch e il cattivo gusto).
Ed è per vedere come andrà a finire questo ballo, per vivere le ansie e le arrabbiature della signora Kampf e per godervi la terribile (anche perchè improvvisata) vendetta di Antoinette che vale la pena di leggere questo romanzo.

giovedì 28 luglio 2011

Amicizie...


Ho un solo amico, l'eco. E perchè è mio amico? Perchè amo il mio dolore, e lui non me lo porta via. Ho un solo confidente, il silenzio della notte. E perchè è mio confidente? Perchè tace.

mercoledì 27 luglio 2011

Non sono in Nepal

Non me ne ero andato di casa per cercare lavoro o miglior fortuna, né l’abbandono improvviso della casa paterna era dovuto a qualche dissapore con i miei. Non ero andato via neanche per vedere il mondo né per fare esperienze o chissà per quale altro motivo che si è soliti addurre per le partenze dal luogo natio.
Me ne andai per amore, anzi, per una delusione d’amore. Solo che mi vergognavo, e mi vergogno ancora adesso per questo e quindi sul bigliettino d’addio lasciato alla famiglia scrissi che partivo per cercare me stesso e che sarei tornato il prima possibile. Con questa “scusa”, non volendo, depistai i miei genitori che si misero ovviamente a cercarmi. Sì perché loro credettero che fossi andato in India o in Nepal mentre io mi diressi verso l’Italia centrale e mi fermai appena trovai delle colline verdi e deserte. Passai quattro o cinque giorni vivendo come un selvaggio, lavandomi niente e dormendo per terra, ma dopo un po’ quella vita cominciò a pesarmi. La frutta che mangiavo e l’acqua del fiume che bevevo non mi bastavano. Con la luna m’ero detto tutto e, motivo dominante, ero stufo di stare solo e di pensare a lei. Avevo bisogno della comunità umana, almeno per distrarmi non per altro. E così mi incamminai alla ricerca del primo paese.
Trottano, trottano le mie gambine arrivai a Trussole che era un classico paesino di mezza montagna con poche case, una chiesa che dominava il tutto e anziani in soprannumero con lo sguardo mezzo stupito e mezzo incazzato. Le strade erano pavimentate apposta per farti inciampare, ed erano strade che o salivano e ti andava via la milza o scendevano aspettando che ti rompessi l’osso del collo.
Per prima cosa dovevo cercarmi un lavoro e quindi andai da colui che in città non serve più a un cazzo, ma che nei paesini ha mantenuto una certa importanza e autorità: il parroco. Entrai nella chiesetta, bagnai le dita nell’acquasantiera e mi segnai; spero nel modo giusto perché non ricordo mai se bisogna toccarsi prima la spalla sinistra o quella destra. Non c’era nessuno nei paraggi e così mi avviai verso l’altare per cercare la sacrestia e qualche persona oltre i santi, la madonna e cristo. Mentre mi avvicinavo ai primi banchi, dalla navata destra uscì un prete molto anziano ma dalla corporatura robusta e dall’andatura decisa. Mi feci coraggio e l’affrontai.
“Buon giorno padre.”
“Buon giorno a te, figliolo. È la prima volta che ti vedo; deduco che non sei di queste parti, vero?”
“No, padre, sono forestiero. Sto facendo un giro per l’Italia. Così, per vedere cose nuove.”
Il prete mi guardò dritto negli occhi, fece un sorriso bonario e poi disse: “Ah, ah, ah guarda un po'. E cosa c’è da vedere qui a Trussole?”
“Bè, padre, a Trussole ci sono finito per caso. Ecco, come dire, vorrei passare un po’ di tempo qui per ritemprarmi dalla stressante vita cittadina. Cerco lavoro. Credevo lei potesse consigliarmi...”
“Ma certo, figliolo. Come ti chiami?”
“Andrè.”
“Caro Andrè, io sono padre Onofrio. Dunque vediamo un po’... te la sentiresti di fare il pastore?”
“Ma certo, padre!”
“Guarda che non è un lavoro facile. Passerai molto tempo da solo e non avrai nulla da fare tranne che guardare le pecore.”
“Va benissimo padre, mi porterò un libro.”
“Ah, bravo! E cosa leggerai?”
“Ho seguito il consiglio di Goethe che dice: Quando vai in campagna leggi solo Omero.”
“Toh! Non la sapevo questa! Quale libro hai scelto l’Iliade o l’Odissea?”
“L’Odissea, padre.”
“E, scusa la mia curiosità, perché proprio l’Odissea?”
“Perché lì almeno c’è qualche scena di sesso.”

martedì 26 luglio 2011

La faccia come il culo

Esistono due tipi di preghiere.
La prima è quella pagana, connaturata all'uomo che si esplicita soprattutto nello "speriamo" e che concerne ogni tipo di richiesta: dal non essere interrogato dal professore di matematica, alla vincita alla lotteria. Una specie di preghiera naturale. Chi non conosce questo tipo di preghiera?
Poi c'è l'altra, la religiosa; la preghiera "seria". Questa, non essendo io credente, non l'ho mai praticata ma stasera voglio fare un'eccezione.
Sono pur sempre Ingestibile e faccio fatica a restare nello schema fisso dell'ateo duro e puro. Voglio provare l'ebbrezza della diversità, sempre.
Ho scelto, anzi è lei che ha scelto me, questa preghiera di san Vincenzo de' Paoli.
Anche se in fondo condivido quello che c'è scritto nello Zohar e cioè che nessuna preghiera che contenga richieste o lamenti arriva al cielo... (ciò vuol dire: NESSUNA preghiera arriva all'orecchio di Dio)
Preghiamo.

Per chiedere la capacità di amare

Signore, fammi buon amico di tutti,
fa' che la mia persona ispiri fiducia
a chi soffre e si lamenta,
a chi cerca luce lontano da te,
a chi vorrebbe cominciare
e non sa come,
a chi vorrebbe confidarsi
e non se ne sente capace.
Signore, aiutami,
perchè non passi accanto a nessuno
con il volto indifferente,
con il cuore chiuso,
con il passo affrettato.

Signore, aiutami ad accorgermi subito
di quelli che mi stanno accanto,
di quelli che sono preoccupati
e disorientati,
di quelli che soffrono
senza mostrarlo,
di quelli che si sentono isolati
senza volerlo.
Signore, dammi una sensibilità
che sappia andare incontro ai cuori.

Signore, liberami dall'egoismo,
perchè ti possa servire,
perchè ti possa amare,
perchè ti possa ascoltare,
in ogni fratello
che mi fai incontrare.

lunedì 25 luglio 2011

L'hommelette

Si nasce con uno spasmo, si muore con un ghigno.
Provengo, per fortuna, da una minima borghesia, molto vicina al popolo, che coltivava però la sua insana micromegalomania. Mio padre si augurava un figlio maschio, quasi sentisse l’onore e il gotha di una legge del maggiorasco: la figlia femmina era considerata una disgrazia. Buona solo per il convento. Mentre il maschio doveva tramandare l’eredità, non disperdere il casato. Un’araldica della povertà, insomma. Scimmiottata penosa.
Fui subito battezzato, anche se non ho ricordi di ciò. Poi chiaramente mi sono sbattezzato da me. Nel corso degli anni mi sono scresimato, scomunicato e non vedo l’ora di sposarmi per il gusto di divorziare. È una faticaccia liberarsi dalla chiesa e dal cattolicesimo.
Stamattina ho visto una manifestazione per il lavoro. Che tristo spettacolo, questi giovani istigati dai comunisti sindacalisti che già a vent’anni invocano i lavori forzati. Sogno cortei di ragazzi che gridano: “Basta con il lavoro!”. La verità è che se non nasci miliardario sei spacciato per sempre. Se nascere è funesto, nascere poveri è infame…
Prima i meridionali erano diversi, migliori. Era la peggior offesa che si potesse fare a questa gente: proporgli di lavorare. Negli ultimi trent’anni sono stati degradati dai media, la globalizzazione galoppante ha fatto molti danni, sono stati precipitati nella tirannia delle plebi. Ma se qualcosa sopravvivesse dell’antica indolenza, dovrebbero sputare in faccia a chi gli offre lavoro. “Come ti permetti, signoria, non ti vergogni?”, avrebbero detto un tempo. “Non siamo mica dei somari, lavorate voi!”. Ormai omologati nel “diritto al lavoro”, hanno dimenticato quella dignità. Non s’offendono più. Anzi. Sono loro a chiedere lavoro. S’iscrivono alle liste di collocamento, i depravati.
La grande aspirazione dei meridionali è fare da lacchè, da portaborse a eventuali politici. Tutti vogliono far politica, arrivare in parlamento, parlando in ostrogoto, chissà cosa, perché l’italiano spesso lo ignorano.

domenica 24 luglio 2011

Il G8 di Genova è una ferita ancora aperta

Il G8 di Genova comincia qualche mese prima dell’effettivo svolgimento che avviene tra il 19 e il 22 luglio 2001.
Comincia quando i media iniziano a pompare qualsiasi minchiata arrivi loro in redazione facendo così salire la tensione sia tra i manifestanti che tra le forze dell’ordine. Quella che è stata chiamata la "costruzione della paura".
I giornali, durante i mesi che precedono il vertice, pubblicano le notizie più assurde non applicando il benché minimo filtro. L’esempio classico è quello che i manifestanti avrebbero gettato sui poliziotti dei palloncini pieni di sangue infetto con il virus dell’Aids. E qui già c’è malafede, nessun senso critico perché il virus dell’Aids non sopravvive a lungo fuori dal corpo umano, il sangue tende a coagulare, e soprattutto la logistica di una simile raccolta sarebbe complicata, pericolosa, folle. Ma di “notizie” sparate dai giornali ce ne sono altre: arance farcite di lamette, copertoni incendiati da far rotolare verso i plotoni di polizia, piani per rapire agenti rimasti isolati, catapulte colme di sanpietrini, feroci cani pitbull, assalti alla zona rossa con deltaplani, aerei telecomandati, kayak… chi fa arrivare queste veline ai giornali? Chi ha interesse a pubblicarle e a creare quel clima di tensione che effettivamente si creò? Perché i servizi di sicurezza, almeno una parte, hanno scientemente contribuito a far crescere la tensione nell’opinione pubblica e specialmente tra gli uomini che avrebbero gestito l’ordine pubblico in piazza? Io non andai a Genova proprio per questo, perché vidi che non si stava preparando una manifestazione, ma una guerra.
Per quanto riguarda la carica di via Tolemaide e la morte di Carlo Giuliani, bisogna partire da due informative del Sisde che informavano la Digos di Genova che 300-500 militanti (black bloc) si sarebbero concentrati alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi. Tutto giusto tranne l’orario: i black bloc si fecero vedere già alle dieci in piazza e mentre agiscono indisturbati attaccando banche, finanziarie e il carcere di Marassi, tutta l’attenzione politico-mediatica-poliziesca è concentrata sulle Tute bianche di Luca Casarini, intenzionate a praticare la disubbidienza civile contro il divieto alla zona rossa, ma non a commettere violenze. Il casino scoppia quando un contingente dei carabinieri del Battaglione Lombardia, diretto a Marassi per contrastare i black bloc, non obbedisce agli ordini e, giunto in via Tolemaide, attacca a freddo il corteo composto da circa 15 mila persone, in un punto privo di vie di fuga. È in quel momento preciso, alle 14,53, che il G8 di Genova prende una piega drammatica. La carica scatena una guerriglia urbana che culmina, alle 17,27, con la morte di Carlo nella vicina piazza Alimonda. Perché il capitano Antonio Bruno ordina la carica senza neppure consultarsi con il dirigente di polizia Mario Mondelli, nonostante la legge prescriva che nelle decisioni di ordine pubblico siano sempre i funzionari della questura a prendere le decisioni? L’attacco al corteo dei Disobbedienti è stato soltanto il frutto di una serie di errori degli uomini in divisa o qualcuno ha creato di proposito un incidente destinato a far precipitare la situazione dell’ordine pubblico? E, nel caso, perché?
Il G8 verrà ricordato anche per le violenze e le infamie commesse dalle forze dell’ordine nella caserma di Bolzaneto, una sorta di carcere provvisorio istituito per tenere i fermati lontani dai penitenziari cittadini. E bisogna anche ricordare che il 21 luglio verrà esautorato il vicecapo della polizia Ansoino Andreassi e il suo posto sarà preso dal prefetto Arnaldo La Barbera. Cambieranno le strategie, gli uomini di De Gennaro prenderanno in mano la situazione dell’ordine pubblico e sarà una svolta tragica che porterà alla sanguinosa irruzione alla scuola Diaz. Chi decide di metter fuori gioco Andreassi? Le scelte di ordine pubblico sono fatte dai “tecnici”, come De Gennaro, o dai politici? E, in questo caso, da chi? Dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Dal ministro dell’Interno Claudio Scajola? O dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, capo del partito che più di tutti aveva sposato il pugno duro contro i manifestanti e la solidarietà preventiva a polizia e carabinieri?
Il blitz alla Diaz è un orrore, uno schifo e una vergogna incancellabile per i poliziotti che lo commisero. La scuola è un dormitorio che ospita decine di manifestanti. L’operazione si conclude con un massacro: dei 93 arrestati, una sessantina risultano feriti, venti dei quali necessitano di cure in ospedale. Sono i più fortunati perché gli altri vengono trasferiti a Bolzaneto, dove subiscono nuove violenze e umiliazioni.
Che cosa è successo esattamente alla Diaz? Dal processo emerge chiaramente che la perquisizione alla scuola viene disposta per l’esigenza di fare arresti e riscattare la brutta figura delle forze dell’ordine, specialmente con il mancato contrasto dei black bloc. Nel percorso tra la questura e la Diaz, il contingente di poliziotti cresce a dismisura, con agenti e funzionari che si aggregano di loro spontanea volontà, senza un ordine di servizio, tanto che ancora oggi non si sa quanti poliziotti arrivarono effettivamente alla scuola: le stime variano da 292 a 495. Un esercito.
È nota la storia del depistaggio delle forze dell’ordine, che sarà smascherato dall’inchiesta penale. Le due bottiglie molotov attribuite ai manifestanti sono state portate dentro dagli agenti. L’aggressione denunciata da un agente non regge alla prova dei fatti. I verbali di arresto sono generici e pieni di circostanze false. Durante il processo, la reticenza degli alti dirigenti sui fatti della Diaz è totale. Nessuno comandava l’operazione, nessuno ha notato violenze, nessuno ha rilevato stranezze, nessuno ha fornito il minimo elemento per individuare i responsabili della “macelleria messicana” descritta anche dal comandante del VII nucleo, Michelangelo Fournier. La sua è l’unica testimonianza di un funzionario di polizia dall’interno dell’edificio scolastico. Parla di “colluttazioni unilaterali”, dove i manifestanti si limitano a subire botte e manganellate.
Perché i protagonisti di quella sciagurata operazione sono stati sempre protetti e hanno proseguito le loro brillantissime carriere?
Ecco perché il titolo del post è Il G8 di Genova è una ferita ancora aperta, perché DOPO DIECI ANNI GIUSTIZIA NON E' STATA FATTA.

sabato 23 luglio 2011

La più bella poesia mai scritta

Stamattina un'amica mi ha chiesto: qual è il tuo gusto preferito in assoluto per quanto riguarda il gelato?
Io mi sono lanciato in un accalorato panegirico del gelato artigianale, della schifezza che fanno quelli industriali e sulla panna che fanno buona solo dalle mie parti perchè non sa di ricotta fetida, ma semplicemente di panna.
Lei ha insistito e ha ribadito ancora la domanda, perchè non mi aveva chiesto di declamare le virtù del gelato artigianale nè le proprietà delle viarie panne italiche. Voleva soltanto sapere il mio gusto preferito.
Ne ho due, ho risposto. Quando prendo il gelato, mi faccio dare una coppetta media e ordino pistacchio e nutella.
Nutella?, fa lei, ma ti sembra un gusto artigianale? Un gusto da vero intenditore di gelato?
Non me ne fotte niente se sia o no un gusto da intenditore, ho sbottato, mia madre la nutella non me l'ha mai comprata e quindi io la prendo sempre quando vado in gelateria e poi è buonissima perchè ci sono dei veri pezzettoni di nutella che mi fanno andare fuori di testa.
Ora, per ricompensarvi di questa stronzata dolciaria, vi dono la più bella poesia che essere umano abbia mai scritto. E' di Giacomo Leopardi e se pensate che Giacomo era un pessimista vuol dire che v'è rimasta appiccicata la solita coglioneria scolastica. Ne riparleremo. E' inutile che replichiate se è vero o no che questa sia la più bella, al massimo potete dirmi quale sia la vostra preferita.
Per me questa è la più sublime, fantastica e magnifica mai scritta e qui comando io.
Silenzio e godete.

L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

venerdì 22 luglio 2011

Una tipica domanda di fine luglio: Cos'è l'akrasìa?

Socrate, in vita, si dovette difendere dall’accusa di corrompere i giovani e di introdurre nella città di Atene nuovi dei. Corruttore ed empio (come ogni filosofo dovrebbe essere).
Da morto, filosofi e studiosi gli hanno rimproverato un eccessivo intellettualismo, il famigerato “intellettualismo greco”.
Vediamo un po’ di cosa si tratta con un esempio della vita moderna.
Immaginiamo Socrate davanti alla questione “smettere di fumare”. Per Socrate la soluzione è semplice. Una volta che si conoscano i danni e i lati negativi del fumare non si potrà che agire di conseguenza perché una volta accertato cos’è bene e cosa è virtuoso fare non ci resterà altro che comportarci bene e virtuosamente, cioè smettere di fumare. Per il saggio e per il filosofo sapienza e virtù non possono che andare a braccetto.
Aristotele non era d’accordo e sarebbe arrivato ad una conclusione ben diversa perché sapere che è bene smettere di fumare non basta.
Aristotele aveva messo in luce un fenomeno, l’akrasìa (che possiamo tradurre con debolezza del volere), che ci spinge a compiere scelte che sono in disaccordo con ciò che riteniamo sia un bene per noi.
Quindi neppure il saggio, il sapiente, o l’aspirante filosofo, è al riparo dagli accidenti della sorte, del desiderio, delle tentazioni esterne, dei piaceri. Nessuno si salva dall’akrasìa. Per difenderci da essa dovremmo costruirci, giorno per giorno, degli abiti mentali e comportamentali che ci spingano ad adottare comportamenti virtuosi (un po’ come Ulisse con le sirene…).
Ci costruiremmo così una “seconda natura”, che alla lunga modifica il nostro carattere finché l’essere virtuoso si trasforma in un istinto.
L’idea è geniale e profonda (come capita sempre coi Greci), ma oggi noi siamo meno ottimisti di Aristotele sull’esito finale di tali astuzie. Ci ritroviamo di più nello spirito di Raymond Carver che scrive: “La prossima poesia che scriverò… oh, la prossima poesia farà scintille! Ma non ci saranno sigarette in quella poesia. Comincerò a fumare la pipa.” E resta anche da definire in che senso lo smettere di fumare possa essere considerato una virtù o un vantaggio; o in che modo – pur giovando alla nostra salute – possa modificare il nostro destino.
Vi lascio citando uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Allan Stewart Konigsberg, noto anche come Woody Allen: “Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più. Durante la quale pioverà sempre”.

giovedì 21 luglio 2011

La parola, essendo donna, vuole abbellirsi

Non mi fido di quelli che dicono di amare l'umanità perchè alla fine amano solo se stessi.

Le parole sono importanti, chi parla male pensa male e vive male. E questo è assodato.
Le parole, col passare del tempo, cambiano scompaiono e si trasformano. E pure questo è certo.
Quello di cui voglio parlare, però, è un fenomeno interessante ispiratomi da una scena di Pane amore e... di De Sica.
Mentre sono in treno Caramella dice al meresciallo: Marescià, non essere triste perchè il comune di Sorrento ti ha fatto un grande onore affidandoti il comando delle Guardie Municipali.
De Sica risponde: T'ho pregato Caramè, non dire Guardie Municipali. Ma Metropolitani.
Caramella, giustamente, ribatte: E Guardie Municipali non è lo stesso?
De Sica: No. Io le Guardie Municipali non le comanderei mai. I Metropolitani sì.
Ecco il punto. Guardie Municipali e Metropolitani sono la stessa cosa, ma Metropolitani è più "bello".
Mi incuriosisce questa mania umana di abbellire le parole.
Un fatto analogo mi è capitato con mia madre ieri sera. Ero in balcone a contemplare il cielo, quando sento che mi chiama: Andrè! E' pronta la cena.
Che c'è di buono, mamma?
T'ho fatto l'omelette!
Vedo il piatto e scopro che è la solita merdosa frittata.
Mamma, le dico, che fai? m'indori la pillola? Altro che omelette, questa è una frittata puzzolente. (io odio la frittata, a meno che non sia con le patate)
Gli esempi che si potrebbero fare sono molti. Mi limiterò a qualcuno che mi viene in mente man mano.
I casi più comuni riguardano la sostituzione di parole italiane con parole straniere.
Puttana non va più di moda, ora si usa escort. Soprattutto quando si tratta di politici. Confrontate l'effetto che fanno queste due frasi. L'onorevole Squagliacacca è indagato per aver frequentato puttane con L'onorevole Squagliacacca è indagato per aver frequentato escort. Molto più fine così e, magari, qualche sprovveduto pensa che frequentare escort non sia poi così grave.
Provate a chiamare qualcuno assaggiatore di vini. Vedrete che non si girerà nè vi porterà il vino a tavola. Verrà da voi solo se lo chiamerete sommelier.
E preside, spazzino e pompiere? Nessuno fa più questi lavori. Oggi bisogna dire dirigente scolastico, operatore ecologico e vigile del fuoco. Vogliono un nome più fico, come dargli torto? E' comprensibile.
Anche quando fu ucciso Osama Bin Ladin nel nostro vocabolario entrò una parola nuova. Secondo voi Osama poteva essere arrestato in una casa qualunque? Ma certo che no! Osama è stato stanato in un compound! Così pure i marines fanno una figura più figa.
Chiudo con gli ultimi due esempi e una richiesta d'aiuto.
La molestia non si chiama più così, ma stalking. Molestatore pare qualcuno che fa qualcosa di brutto, invece stalker sembra quasi una cosa bella. Magari qualche bambino sente questa parola e gli scappa pure di dire che da grande vuol fare lo stalker.
Anche il mercatino di Napoli è stato contagiato. Prima la roba vecchia, i vestiti usati, si chiamavano "sciartapelle". Ora, sulle bancarelle, c'è il cartello VINTAGE. Di sicuro questo vocabolo porterà qualche soldo in più nelle tasche dei venditori...
L'aiuto, cui accennavo prima, è questo.
Vorrei trovare una parola ganza da sostituire a precario. Precario è proprio da sfigati, non credete?
Per ora sono state proposte futurworker (ma non va), jobhoper (questa è mia) e flaneur (parola poetica consigliata da un'amica).
Voi che parola usereste?

mercoledì 20 luglio 2011

Daniela, kiss me eh dai su!


Eh dai su!
Drin drin drin
Chi èèèèèè???
Anrèèèèèè! Sono Daniela!
Uè Daniela, ciaooooo!
Ciao a te, come vaaaaaaaa?
Direi bene, su! Tu che dici eh eh eh?
Niente di che, però hai visto che caldooooo??
Sììììì, però me lo aspettavo il 18 luglio suuuuuu
Ma non così peròòòòò dai su!
Il caldo è caldo, c’è poco da dire daiiiii
Ma è un caldo eccezionale! Tu hai mai sentito così caldoooo?
Certo, l’anno scorso di sti tempiiiii
Sto ridendoooooooooooooooo
Daniela, ma mi chiamavi per parlare del tempooooooo?
Noooooooooo!! Ci vogliamo vedere? Magari andiamo in un bar a bere qualcosa insieme. Dai, su!
Occheiiiiii a che ora ci vediamoooo, dai su!
Ti va bene alle diciannoveeeeee! Daiiiiii!
Perfetto, alle diciannove il sole non è più così fastidioso, eh dai.
Allora passi tuuuuu? Ehhhhh??
No, passa tu che ho l’auto dal meccanico. Ti scoccia? Sii sincera, eh dai su!
Ma nooooooooooo! Per te questo ed altro, daiiiiiiiiiiiii!!
T’aspetto eh dai su!
Ciaoooooooooooooooooooooooooo!

Ma perché ho accettato? Ho inventato pure la balla dell’auto sperando che lei dicesse Ok, facciamo un’altra volta - ma non ho avuto fortuna.
È simpatica Daniela, per carità. Solo che è la classica persona accelerata ed entusiasta. A me gli accelerati mettono ansia e gli entusiasti li trovo odiosi.
Mi piacciono gli ottimisti, i propositivi, i solari ecc. ecc. Ma gli entusiasti non li reggo proprio.

Siamo al bar, anzi nel bar.
Daniela è indecisa su cosa prendere. Prima pensa ad un caffè, poi però il caffè è meglio freddo con sto caldo; poi è indecisa se il caffè freddo sia meglio a granita o a crema. Abbandona l’idea del caffè e si butta sul succo di frutta. Già ma che gusto? Pera mela pesca albicocca kiwi ACE, no. Lo vuole a lampone o a ribes. Siccome non c’è nessuno dei due, cambia idea ed è incerta se prendere una cedrata o una gassosa. Anzi, no; le scarta entrambe. Meglio andare sul classico e prendere una bella bibita gassata con tanto ghiaccio dentro. Coca, Fanta o Sprite? Ma no, dai! Fanno ingrassare e non dissetano. Poi si sofferma sul tè freddo. Però non sa se prenderlo a limone o a pesca.
Io cerco di essere propositivo, ho voglia di andarmi a sedere al tavolino e di consumare. Di stare in piedi con il barista con lo sguardo assassino che ci odia, mi sono rotto le palle.
Daniela caracolla per tutto il bar: dalle vetrinette, al frigorifero, al bancone.
Si ferma ed esclama: E se prendessi un gelatoooooo? Magari piccolino, nella coppetta! Che dici Andrè? Eh, daii!
Va bene Daniela, magari potresti prenderlo alla frutta che è meno calorico. (lo so è una cazzata, ma stavo perdendo la pazienza)
Dici? Ma allora, se devo prendere un gelato alla frutta a sto punto prendo un frullato, no?
Va bene, vada per il frullato!
Ok, è fatta. Daiiiiii!

Finalmente Daniela s’è decisa e ci dirigiamo ai tavolini. Io ho preso un caffè freddo a crema e non vedo l’ora che arrivi, di fumarmi una sigaretta e di tornare a casa.
Daniela, la sigaretta se l’accende prima dell’arrivo delle consumazioni. Aspira la prima boccata, mi guarda e dice: Andrè!
Che c’è?
Ma hai visto nonostante tutta l’aria condizionata che caldo che fa?
(cazzo, ancora) Daniela cara, basta parlare del caldo. Parliamo di ciò che vuoi ma non del caldo.
Ok, di che parliamo?
Non lo so, potremmo fare il gioco delle esclusioni. Cominciamo con l’escludere di cosa non vuoi parlare e spiega anche il perché. Poi io dirò un’altra cosa di cui non voglio parlare e così via. Ti va?
È un bellissimo gioco! Però non ho capito bene come funziona.
Bièn, procediamo per gradi. Di cosa non vuoi parlare? Di’ la prima cosa che odi che ti viene in mente.
Di politica!
Bene, non vuoi parlare di politica. Perché non ti piace parlarne?
Perché non ne capisco niente e poi mio papà dice che la politica è per i fessi e gli straccioni. Noi ci abbiamo i soldi e ce ne frega di tutto, tranne che di fare ancora più soldi.
(simpatico il babbo) Ok, io non voglio parlare delle vacanze.
Perché non ne vuoi parlare?
Perché tanto non vado da nessuna parte. Di cos’altro non vuoi parlare?
Delle mie amiche.
Perché?
Perché sono una massa di stronze invidiose. Mi hanno parlato alle spalle, io l’ho scoperto e le ho mandate a fare in culo!
Capisco, ma cosa dicevano?
Andrè! Mi stai imbrogliando! Ho detto che non ne voglio parlare e tu mi fai delle domande!
Hai ragione, scusa.
Ora tocca a te! Di cosa non vuoi parlare?
Del futuro, delle speranze e dei progetti.
Perché non ne vuoi parlare?
Perché non ho nessuna delle tre, al momento.
Eh mai come sei pessimista, dai su!
No, sono realista.
No, sei pessimista!
No, sono realista.
Uffa, sei pessimista e basta!

Fortunatamente arrivano le bevande e così s’interrompe questa conversazione idiota.
Daniela, alla vista del suo frullato color cacca di piccione, è felice come una pasqua. Io resto tranquillo; di caffè alla crema ne ho visti a milioni.
Ho appena poggiato le labbra al bicchierino, quando Daniela esclama: Allora, di che stavamo parlando? Eh, daii!
Io ci penso un attimo, poi le dico: Di niente.
Come niente? Di qualcosa stavamo pur discutendo!
Daniela…
Che c’è?
Stai zitta e dammi un bacio.

martedì 19 luglio 2011

Devo cambiare nome al blog

Cambia il nome al blog!
Mettici: Gli stronzi pensieri di un coglione.
Titolo onesto, veritiero e calzante.
Perchè tu sei un coglione con l'aggravante di essere anche stronzo.
Non ti sembra così? Pensaci.
Lavori un anno intero e non tieni manco un soldo. Abbocchi alla falsa promessa dei 300 euro a luglio. Promessa falsa a cui solo uno stronzo poteva credere.
D'estate senza soldi, vedi che sei un imbecille? Anzi, aspetta, m'è venuto un titolo migliore per il blog: Gli inutili pensieri di un coglione imbecille. Che dici? Non suona meglio?
Poi ti lamenti di Lei. Ma Lei ha fatto bene a mollarti. Volevi che stesse con un idiota come te? Ragiona, cretino, e chiedile scusa pubblicamente.
Dammi la password del blog, che sei così cretino che non sapresti cambiare il titolo. Forza, su! Che c'è? Non parli? Che hai da dire a tua discolpa?
Niente, è tutto vero.
Vorrà dire che farò il vagabondo su qualche spiaggia, almeno evito di sentirti.

domenica 17 luglio 2011

La donna che amava Lazzaro

Sylvia Plath era una bionda stangona americana con il rossetto scarlatto che le imprigionava implacabilmente le labbra.
Suo padre muore per un diabete non curato quando lei è ancora una bambina, quando nasce il fratellino ne è ossessivamente gelosa, va a scuola ed è una secchiona, si sposa, divorzia, scopa come un'ossessa, fa la vita da bohemienne, insegue il successo letterario, scrive poesie ma non solo, fa figli, tenta il suicidio, subisce gli elettroshock, va in cura da una psichiatra e alla fine il suicidio le riesce.
Sigilla le finestre, chiude tutte le porte, prepara la colazione per i bambini, infila la testa nel forno e muore a soli trentanni.
V'ho fatto il riassunto della sua vita, ma mi crepasse un testicolo se ora vi scrivo anche le menate psicoanalitiche. Aggiungo soltanto che era innamorata della figura di Lazzaro perchè Lazzaro risorge e muore e Sylvia di morte e rinascita doveva intendersene parecchio.
A me interessa la poesia. Leggo la sua raccolta Ariel e vi dono la mia preferita.
Godete, o compagni sfaccendati.
L'ASPIRANTE

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l'hai
un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
un tirante o un uncino,
seni di gomma, inguine di gomma,

rattoppi a qualcosa che manca? Ah
no? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere.
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

che la riempie, disposta
a porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
e a fare ogni cosa che gli dirai.
La vorresti sposare?
E' garantita,

ti tapperà gli occhi alla fine della vita
e del dolore.
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme.
Che te ne pare di questo vestito -

Un po' rigido e nero, ma niente male.
Lo vorresti sposare?
E' impermeabile, infrantumabile, abile
contro il fuoco e imbombardabile.
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa.
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca

ma in venticinqu'anni d'argento
d'oro in cinquanta, potrà diventare.
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucinare, sa cucinare,
sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna.
Qua c'è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l'ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?

sabato 16 luglio 2011

Una doverosa ribellione femminile

Le donne hanno sempre dovuto lottare per essere considerate pari agli uomini.
All'inizio, nella mia ingenuità, mi chiedevo che senso avesse per la donna abbassarsi a volere codesta parità visto che per me loro erano esseri superiori.
Mi sembrava una richiesta stupida volersi equiparare a una bestia rozza e volgare che sputa, rutta e scorreggia come solo il maschio sa fare.
Poi ho approfondito il discorso, letto alcuni libri, studiato la Storia e ho capito che le donne volevano cose importanti come il diritto di voto, la parità di trattamento sul luogo di lavoro, gestire il proprio corpo senza le intromissioni della Chiesa, ecc. Insomma ho conosciuto le battaglie femminili per l'emancipazione e ho seguito con passione le puntate di RaiStoria sul femminismo degli anni '70.
Ultimamente ci sono state delle proteste per il diritto a vestirsi in maniera succinta senza per questo essere considerate delle puttane e, in Italia, molte donne sono scese in piazza contro la riduzione della donna a merce sessuale da parte di un vecchio signore settantenne che si considera il miglior statista italiano degli ultimi 150 anni.
Tutto giusto, io sono dalla loro parte e voglio offrire un mio piccolo contributo.
Quando in tv c'è la pubblicità di un assorbente, è ovvio che la protagonista sia una donna. Ed è pacifico che ciò accada anche per altri tipi di prodotti che possono interessare le donne come i cosmetici e i vestiti o per le campagne di sensibilizzazione per la diagnosi precoce del tumore al seno e i numeri verdi che danno consigli su come affrontare la menopausa o una gravidanza indesiderata.
Ma perchè per la diarrea c'è una donna come testimonial? La diarrea è un disturbo unisex, colpisce sia l'uomo che la donna; perchè allora scelgono sempre le donne?
Posto un video di un po' di tempo fa, ma attualmente in tv ne sta girando un altro e la musica è sempre la stessa: la donna come testimonial della diarrea.
Perchè? A voi pare giusto?
Donne, ribellatevi!

venerdì 15 luglio 2011

Lo straniero

"Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
- Non ho nè padre, nè madre, nè sorella, nè fratello.
- I tuoi amici?
- Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
- La patria?
- Non so sotto quale latitudine si trovi.
- La bellezza?
- L'amerei volentieri, ma dea e immortale.
- L'oro?
- Lo odio come voi odiate Dio.
- Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
- Amo le nuvole... Le nuvole che passano... laggiù... Le meravigliose nuvole!"

giovedì 14 luglio 2011

La morte a Venezia

No, non mi riferisco al film di Visconti - ma al romanzo breve di Thomas Mann pubblicato nel 1912.
Thomas ci sa fare, accidenti se scrive da dio.
In una settantina di pagine riesce a descrivere la irreversibile metamorfosi di un uomo e del suo mondo mentale e fisico.
In Mann, sono spesso presenti personaggi che hanno una doppia anima perchè egli stesso era metà tedesco e metà brasiliano. Questa "doppiezza" culturale e caratteriale è uno dei motivi che mi fa amare tanto questo scrittore.
La scelta di Venezia, come luogo dell'azione, è felice ma il vero capolavoro è la descrizione della Serenissima come città sfumata, imprendibile, dove tutti i valori e tutte le perversità si fondono in un'essenza molle, resistente al dominio della ragione. Terra e acque, Occidente e Oriente, disperata eleganza d'arte e vita concreta, vi si compenetrano in un'entità nuova e misteriosa che è sovrastata dal sentore della morte, spruzzata di pollini dissolutori che ammettono al baratro della perdizione, del sublime, della decadenza.
Gustav Aschenbach, il protagonista, è uno scrittore cinquantenne ormai famoso e celebrato.
Un pomeriggio passeggia tranquillamente per Monaco, finchè fa un incontro dalle parti del cimitero dove si è fermato per prendere un autobus.
Quest'incontro è già un colpo di classe di Mann perchè è dopo quest'incontro (forse è il Diavolo?) che si instilla nel cuore di Aschenbach il germe del viaggio.
Aschenbach cerca di resistervi, fa discorsi e ragionamenti razionali, progetta addirittura di passare l'estate nella solita casetta di montagna a scrivere i suoi libri storici; ma il giorno dopo fa già rotta verso una località di mare.
Sul traghetto Aschenbach fa un altro incontro, un ganimede attempato, grottesco e ridicolo. Aschenbach ha una premonizione che starà a voi valutare. Io posso darvi solo delle indicazioni sullo spazio e sul tempo che spariscono...
Dopo aver raggiunto un'isola jugoslavia, Aschenbach non si trova a suo agio, sente che non è quello il posto giusto e, quasi per caso, si ricorda di Venezia.
Qui comincia davvero il racconto, qui si comincia a godere sul serio.
Mann intrappola Aschenbach a Venezia, ma gli dà pure varie vie di fuga che Aschenbach rifiuta ostinatamente finchè il terzo incontro (quello con Tadzio) non metterà fine ad ogni possibile salvezza.
Al lettore non rimane che ascoltare i pensieri del protagonista che sono una sapientissima versione di alcuni pensieri di quell'altro capolavoro che è il Fedro di Platone.
Forse il finale vi piacerà, forse vi dispiacerà per il destino toccato in sorte a Gustav, forse vi verrà l'affanno ad inseguire Aschenbach che insegue Tadzio nelle calli veneziane, forse lo inciterete a scappare via, forse lo implorerete di salvarsi dal colera...non so. Ma di una cosa sono sicuro e cioè che amerete Gustav e questo è l'importante, la cosa più bella dei romanzi: che il protagonista occuperà sempre uno spazietto nel cuore del lettore che l'ha incontrato.
Io ho amato questo piccolo romanzo e il finale è il più appropriato e il più "giusto" che Mann potesse scrivere.

E ora non mi resta che guardare il film.

mercoledì 13 luglio 2011

La vera storia di Gesù cristo

E che adesso la religione cattolica romana la smetta di cagarci il cazzo con il cristo;
che installi o non installi quanto le pare culti salariati come quello di Lourdes con delle elegantone che si sa benissimo per esempio quanto hanno pagato il rosario d’oro e in quale bottega di oggetti e di “montature” pie dei dintorni di Saint-Sulpice a Parigi è stato confezionato;
è un problema che andrà regolato anch’esso a suo tempo
e altrove…
Chi è Antonin Artaud?
È un attore che ha recitato ne La passione di Giovanna d'Arco di Dreyer; è il viaggiatore che ha abbandonato l’Europa per andarsene al paese dei Tarahumara; è quello che ha sfanculato i succubi e vissuto inenarrabili supplizi; è quello che ha trasformato il teatro evidenziando il problema del doppio; è quello che ci ha parlato di Eliogabalo o l’anarchico incoronato; è quello che ha suicidato la società che aveva suicidato van Gogh; è quello dei tric trac del cielo; è il Pesa-nervi; è il cencioso del palcoscenico; è quello che ha donato alla filosofia il Corpo Senza Organi; è l’artista che ha disegnato i 50 modi per assassinare la magia; è quello che quando parlava d’arte parlava anche della morte; è quello che ha scritto una lettera per gli analfabeti; è quello che ha i limbi nell’ombelico…e altro, molto altro ancora.
Nel 1947, all’estremità della sua vita, Antonin pensa di realizzare una serie di opuscoli anticristiani e antireligiosi. Purtroppo non poté portare a termine il suo progetto e quel che ci rimane è un libriccino di venti pagine dove il tono è dissacrante, beffardo, ironico e senza freni. Perché Antonin era così, sfavillante, accecante e senza paura di esprimersi.
Ma non si tratta solo di una beffarda “ricostruzione” della vita di Gesù o della semplice blasfemia di cui sono capaci i porci.
Il pamphlet di Antonin tende ad essere una rivolta antireligiosa e, soprattutto, antirituale. La storia che qui poeticamente Artaud ci narra, non è un semplice dileggiamento del cristo, ma piuttosto la demolizione della mitologia pseudostorica e idolatra. È innanzitutto un’opera di igiene mentale.
E c’è ancora una cosa che i contemporanei del suddetto Gesù cristo avrebbero potuto dire e fare se li si fosse interrogati,
cioè precisare pubblicamente la semplice etimologia grammaticale del suo nome.

Infatti coloro che hanno costruito il mito non si sono soltanto strabattuti del popolo ingannandolo scientemente e dichiaratamente su tutti i fatti e su tutti i punti,
ma inoltre hanno contato sulla sua insondabile ed irrimediabile ignoranza
sia riguardo alla storia
che alla mitologia,
alla mistica,
alla psicurgia,
alla taumaturgia
e più banalmente ancora alla grammatica ed all’etimologia;
Ge-sù – cristo
è una parola che ha l’aria di avere una faccia e di essere un nome.
E chi dice
Cristo
Oggi
Se ne gargarizza sino all’ultima fibra della gola e s’immagina di aver detto tutto.

Ma se 2 mila anni fa cristo era il grido ordinario degli asinari, dei conducenti di somari e di asini selvatici.
La specie di sputata imprecazione con cui un conducente di bestie tirava la bestia per il suo collare;
la specie di AFFANCULO con cui si allontanava il maleficio;
ed era anche e più trivialmente ancora il nome di una flatulenza di cattiva qualità.
Chi aveva scoreggiato bene aveva fatto cristo 100 volte,
si diceva in quell’epoca fra i conducenti di asini,
perché cristo in uno dei gerghi
in uso in quei tempi
voleva dire semplicemente asino,

cosa che non conferisce alcun titolo di merito da resuscitarsi
una, due o 3 volte
perché se c’è il mito
da un lato,
dall’altro ci sono i fatti e la storia;
e chi vuol seguire soltanto i fatti senza distaccarsene un attimo per tramare o mistificare si vede obbligato a riconoscere
la più untuosa storia di ricchioni
da una parte,
dall’altra
la più sinistra e sconcia faccenda di sodomia,
di psicurgia oscena e di magia nera
che la Storia
abbia mai dovuto registrare.
Cristo è il nome dell’asino
Ma è anche quello del peto dell’asino
Ed anche su questo piano Gesù cristo aveva un ordine distintivo particolare,
cioè che tutta la sua famiglia era cristo come lui,
e come lui apparteneva ad una certa semenza di esseri
che non sono scomparsi dalla terra,
neppure oggi,
e che, nell’uomo,
hanno saputo,
per razza
e ancestralmente,
conservare
con un certo metodo particolare
ed appropriato,
conservare,
dico,
nell’uomo,
le proprietà
e le facoltà
dell’animale.

martedì 12 luglio 2011

In compagnia di Socrate

(so di condividere qualcosa di non particolarmente interessante o divertente, ma se anche UNA sola persona che passasse di qui avesse modo di apprezzarla - ebbene, io sarò contento)


Sul prato in dolce declivio che permetteva al giacente di stare disteso col capo sollevato, stavamo seduti Socrate ed io, al riparo dall’afa del giorno e fra gentilezze e lusinghevoli arguzie Socrate mi istruiva sul desiderio e sulla virtù.
Mi parlava della trepidazione febbrile che coglie l’uomo sensibile quando i suoi occhi scorgono un simbolo dell’eterna bellezza; mi parlava degli appetiti del profano e del malvagio, che non sa concepire la bellezza se non ne vede l’immagine e non può venerarla; parlava del terrore reverenziale che coglie l’uomo di nobili sensi quando un volto divino, un corpo perfetto, gli appaiono, di come egli tremi e, fuori di sé, a mala pena possa guardare e venerare chi la bellezza possiede, e le vorrebbe fare offerte, come a una statua, se non avesse il timore che gli uomini lo prendessero per pazzo.
“Giacché la bellezza, o mio Andrè, solo essa è degna d’amore e visibile allo stesso tempo: essa è – notalo bene! – la sola forma dello spirito che si possa percepire con i sensi e che i sensi siano in grado di sopportare. Altrimenti che sarebbe di noi se il Divino stesso, se Ragione, Virtù e Verità ci apparissero in modo sensibile? Non saremmo distrutti e inceneriti dall’amore, come Semele al cospetto di Zeus? Così la bellezza è, per colui che l’avverte, la via che conduce allo spirito – solo la via, solo un mezzo, caro Andrè… E poi disse la cosa più sottile, lui, l’astuto seduttore: disse che l’amante è più divino dell’amato perché Dio è nel primo, non nell’altro, - forse il pensiero più tenero e beffardo che mai sia stato pensato e dal quale scaturisce tutta la malizia e l’arcana voluttà del desiderio”.
Lo pregai di parlare ancora e di non andarsene, volevo sapere qualche altra cosa sulla bellezza o su qualsiasi argomento lui preferisse e mi accontentò (come sempre).
“Perché la bellezza, Andrè, ricordatelo bene, la bellezza soltanto è divina e allo stesso tempo visibile, e perciò essa è la via di ciò che appartiene ai sensi, essa è, caro Andrè, la via che conduce l’artista allo spirito. Ma tu, amico mio, credi forse che chi si avvia attraverso il dominio dei sensi verso lo spirito giungerà alla saggezza e alla vera dignità dell’uomo? O credi piuttosto (ti lascio libero di scegliere) che in questa via rischiosamente dolce sia in realtà una via di inganno e peccato, che necessariamente conduce all’errore? Perché devi sapere che noi poeti non possiamo percorrere la via della bellezza senza che Eros ci accompagni e ci sia di guida; certo, possiamo anche, a modo nostro, essere eroi e onesti combattenti, ma in verità siamo come le donne, perché la passione è ciò che ci esalta, perché solo all’amore ci è dato aspirare – questa è la nostra gioia e la nostra vergogna. Ora vedi che noi poeti non possiamo essere né saggi né dignitosi? Che necessariamente cadiamo nell’errore, naturalmente siamo dissoluti e avventurieri del sentimento? La maestria dello stile non è che menzogna e millanteria; la nostra gloria, gli onori sono solo farsa, la fiducia del pubblico è grottesca e ridicola, l’educazione del popolo e della gioventù per mano dell’arte è impresa temeraria e da interdire. Infatti che educatore è chi irrimediabilmente e per sua natura è spinto verso l’abisso? Vorremmo sì distogliercene, acquistare dignità, ma per quanti sforzi facciamo l’abisso ci attira. Così noi rinunciamo alla conoscenza che dissolve, perché la conoscenza, Andrè, non ha dignità né rigore; è consapevole, è priva di riserbo e forma; ha simpatia per l’abisso, anzi è l’abisso stesso. Noi dunque la ripudiamo energicamente e quindi la nostra ispirazione resta unicamente la bellezza, cioè la semplicità, la grandezza e il nuovo vigore, la rinnovata spontaneità, la forma. Una spontaneità e forma, mio Andrè, conducono all’ebbrezza del desiderio, possono trascinare un animo nobile a sacrilegi orrendi, che a lui stesso, al suo armonioso rigore, appaiono informi; conducono all’abisso, all’abisso anche loro. E, ti dico, vi conducono proprio noi poeti, poiché noi non siamo capaci di elevazione, ma solo di dissolutezza. E ora io vado, Andrè, tu rimani qui; e solo quando non mi vedrai più, allora andrai via anche tu”.

lunedì 11 luglio 2011

La donna in quanto spam

La donna è sempre più dell'uomo. No, non mi riferisco al mero fatto numerico - che le donne siano di più degli uomini è un fatto risaputo.
Intendo dire che se l'uomo è bello, la donna è dieci volte più bella; se l'uomo è stronzo, la donna è capace di essere dieci volte più stronza; se l'uomo è violento, la donna è dieci volte più violenta; se l'uomo è barbaro, la donna è dieci volte più barbara. E così via. All'inizio della storia umana, Eva costò una costola ad Adamo e da allora questo prezzo non ha fatto altro che aumentare.
Veniamo a noi.
Ieri nel giro di poche ore ho dovuto affrontare un problema causato dal cattivo uso di internet da parte dell'essere umano: lo spam delle prositute.
Il primo, addirittura, è capitato su anobbi, il sito dei libri. Ora, dico io, come fai a spammare prostitute su un sito dove gli utenti sono interessati a parlare di libri, a recensire romanzi, a scambiarsi versi poetici, ecc? Che cazzo, un po' di stile!
Fatto sta che nella casella dei messaggi ho trovato questo:
Hello My name is Christanne Lama, I would like to know you please,if you can send an email to ....., I will tell you more about me. yours sincerely Christanne
E c'era tanto di foto di una ragazza africana col dito in bocca. Non capisco perchè si reputi sexy fotografarsi col dito in bocca; forse perchè il dito dovrebbe rappresentare il fallo? Comunque le ho rispoto hi Christianne, nice to meet you and fuck you very very glow.
L'altro spam l'ho trovato nella mail di Libero.
Ciao ))) come stai? Ho 28 anni. Il mio nome e Irina. Sono una ragazza solitaria. Sto cercando per la tua altra meta su Internet. Sono molto allegro e socievole ragazza. Mi piace cucinare e amanti dello sport. Ho trovato te e tu mi fai molto interessato. Voglio davvero sapere di piu su di te. Ora, non voglio scrivere molto, vi lascio al tuo indirizzo e-mail e saro in attesa di vostra risposta. Mio e-mail: .... Se vuoi darmi la tua e-mail io ti scrivero . Se volete la mia immagine poi mi scrivi te lo mandero. Guardero avanti alla vostra risposta! Irina!
A questa non ho risposto proprio.
L'ultimo spam, cioè fastidio (perchè lo spam E' un fastidio), m'è capitato ieri sera su Facebook.
Una ragazza a cui voglio bene e che è una mia ex, mi annunciava che voleva cancellarmi dagli amici perchè tanto noi non siamo amici, mica è obbligatorio che gli ex siano amici, non parliamo mai e altre menate varie. Seghe mentali, proprio le cose che odio di più.
Le ho risposto che facesse come le pareva, che in questo periodo ho altri pensieri per la testa e soprattutto che non ho un cazzo da dire a nessuno.
Evvai.

domenica 10 luglio 2011

Su nel Perù

Il signor Francobollo non se la passava affatto male nel negozio di sali e tabacchi dov’era alloggiato.
I cassettini che occupava non avevano tarme ed erano scorrevoli al punto giusto, l'esercizio commerciale si trovava in centro ed era un locale ampio e luminoso frequentato da una clientela di tutto rispetto e il proprietario, don Gaetano Scardato, aveva fama di uomo dal cuore d'oro seppure attraversava momenti in cui diventava particolarmente isterico.
L’esimio don Gaetano perdeva la pazienza soprattutto con i bambini che facevano un chiasso infernale per comprare due lire di caramelle gommose e con le vecchie signore che volevano per forza che il Gratta&Vinci in loro possesso fosse vincente anche se ad un esame obbiettivo non era così.
Ma di don Gaetano, dei suoi problemi e del suo sogno di partecipare a una battuta di caccia al cervo parleremo un'altra volta; vediamo un po' cosa ci dice il signor Francobollo.
E che posso dirti amico mio? Faccio una vita che mi piace e che mi dà soddisfazione. Da giovane il mio sogno era stato quello di diventare un francobollo lisergico, ma ora ringrazio il destino per la vita che m'ha riservato.
Sono contento e addirittura felice quando arriva l'estate, allorchè in negozio entrano le turiste straniere per spedire le cartoline. Tedesche, svedesi, francesi, finlandesi...sì pure le finlandesi, lo giuro! E che le vogliamo buttare via? Io una finlandese me la tengo stretta altroché!
Cosa dicevo?
Ah sì, vi parlavo della mia goduria ad essere leccato da quelle lingue giovani e rosa come i fiori di pesco. La mia non è solamente una felicità estiva, ma dura tutto l'anno perché in negozio vengono tante donne. Le infermierine che spediscono lettere a casa per i soldati feriti, le scolarette del liceo ai loro amorazzi estivi che vivono in città lontane, bellissime e misteriose donne che inviano lettere profumate ad amanti lussuriosi...ah che pacchia!
Io, fortunatamente, non ho a che fare né con i bambini che non spediscono lettere né con i vecchi. Cioè con i vecchi sì, ma loro non mi leccano perché al massimo costoro mi tengono in bustine di plastica per perdere tempo con quella stupidissima cosa che è la filatelia.
Ammetto, però, che da un po' di tempo noto un netto calo di richieste dei miei servigi. All'inizio pensai ad una normale contrazione come capita in tutti i settori ma poi, vedendo che la situazione non migliorava e che la domanda ristagnava alquanto, chiesi lumi alla risma di carta Tocopy che aveva fama di fine intelletto.
Caro Franco, mi disse, non lo sai che non vai più di moda? Ormai le lettere non si inviano più e anche le cartoline sono un reperto del passato. Viviamo nel tempo di internet e delle email.
Email? Manco sapevo cos'erano e Tocopy ebbe la pazienza di spiegarmi che erano delle lettere elettroniche per cui non servivano né la carta da lettere né, soprattutto, i francobolli.
Vidi diminuire in maniera crescente l'arrivo di compagni nei cassettini e mi ero ormai rassegnato al mio triste destino, finché un giorno venne a prendermi una signora bionda vestita di nero che calzava un grazioso cappellino anch'esso nero.
Mi prese, mi portò a casa sua e mi appoggiò su quella che doveva essere la sua scrivania. Scrisse una breve lettera e mi leccò tanto lentamente che ebbi modo di vedere i suoi occhi segnati dal pianto.
Speravo che il mio ritorno sulla breccia voleva dire che tornavo ad essere latore di una infuocata lettera d’amore, magari clandestino e invece no – era solo l’annuncio di un funerale.

sabato 9 luglio 2011

L'Uomo Confuso

Un'amica mi faceva giustamente notare che anche gli uomini soffrono, a modo loro, degli scompensi dovuti al mestruo.
M'ha fatto riflettere sulle cazzate che diciamo noi uomini alle donne. E' vero, a volte andiamo proprio nel pallone, siamo illogici, indecisi e pusillanimi. Molto pusillanimi. Io nel mio piccolo credo che le donne abbiano molta pazienza e capacità di sopportazione, ma tolleranza zero verso chi si comporta da omuncolo.
Posto di seguito alcune frasi storiche dell'uomo, diciamo così, "confuso".
Non mi manca la mia ex. Mi manca solo lei come persona ed alcune dinamiche che si erano venute a creare tra me e lei. (sono io)

"Ma scherzi, certo che ti sto solo invitando a cena, non serve che puntualizzi... vai tranquilla...non devi assolutamente pensare che io ti veda solo in un certo modo, dai, siamo amici, ed è passato un sacco di tempo ormai..." alcune ore dopo: "Ma scusa, secondo te perché ti ho invitato a cena?”...

Non è che non mi piace stare con te, però se stiamo in compagnia è meglio.

A me le coppiette ispirano sfiga e tristezza, per fortuna che noi non lo siamo! (ndr dopo 2 anni di relazione, al ristorante)

Potresti venire a vivere da me. Come fossimo due compagni di università.

Ciao. In questi tre mesi che mi sono preso per riflettere (ndr sparizione improvvisa) ho capito che sei importante. Non so ancora se saprei affrontare una storia “tradizionale”...vorrei comunque vederti. (ndr testo di un sms)

Sai che io amo vivere in mezzo alla natura, i laghi, i monti.. lo so che ti chiamavo spesso, sì, ma sento che ora non ho un buon rapporto col telefono, e quindi non ti chiamo...Ma ti penso eh, e mi fa piacere se mi chiami tu.

Sai perché ho capito che ti amo? Perché quando mi capita di stare con donne più belle di te, io ti penso comunque tantissimo.

Ho voglia di te, ti devo vedere assolutamente, farei qualsiasi cosa per te stanotte...perché non prendi la macchina e cerchi di essere qui in massimo 15 minuti? Dai, non ci dovrebbe essere traffico. (sms, ore 2:21 a.m.)

Non so cosa fare della mia vita capisci? (questa è mia)

Vedi...è che noi uomini sappiamo scindere il sesso dall'amore. Per questo quando ti ho tradita non te l'ho detto. Per me non significava nulla...

Ora che sei dimagrita inizio a vedere quanto tu sia realmente bella come persona. (ahuahuahuahuahuahua)

So che ti ho fatto soffrire, ma oggi sei una persona migliore e un po’ è anche merito mio... ci vediamo una di queste sere? (oddio, l'ho detta anche io)

Beh dai, è finita ma siamo comunque ottimi amici! A proposito, mi daresti il numero della tua collega? Non ti dà fastidio, vero? (ehm...)

Il mio analista mi ha detto di dirti che sto bene e che non mi manchi affatto.

Ci sentiamo in settimana! Se non mi trovi, manda un sms.

Sì ok, ti ho detto "tieniti libera per sabato sera, SE VUOI", però non ti ho mica detto che saremmo usciti per forza. Guarda che è importante che tu abbia una vita tua perché io non ci sono sempre, ho tanti impegni.

Tu mi piaci. C'è poco da dire però non so cosa fare. Mi destabilizzi... (eccomi)

Spesso in passato sono stato poco comunicativo con le mie partner, le ho ingannate, ho vissuto alle loro spalle. Ma tu sei diversa e con te voglio essere corretto; lasciarti prima di tradirti. E sento che questo è il momento.

Chi è quella che mi scrive sempre su Facebook? Come? Dici che ci sono anche varie foto in cui mi abbraccia… (silenzio..) Stai tranquilla, è una mia amica, ma non le piaccio eh, non è successo niente, non è il mio tipo e poi mi sa che le piacciono le ragazze… (Conversazione telefonica dell'Uomo Confuso mentre tenta di negare l'evidenza)

Tu sei meravigliosa, non lasciare che la rottura tra noi ti faccia cambiare idea a riguardo. (L'Uomo Confuso prova a fare il guru orientale)

Non so amare perché le donne mi hanno sempre dato troppo. Sono stato rovinato dalle donne, io. (questa è leggendaria)

Una donna meravigliosa come te non può amare un uomo che non ha niente da darle come me. Credimi, io penso che meriteresti di meglio. (subdola)

Sei la persona più importante di tutte nella mia vita e lo sarai sempre… ma non vedersi è meglio. (rieccomi)

Sono sparito senza darti una spiegazione perché sono stato educato in una certa maniera! Non si possono dire le cose spiacevoli alla gente... Io sono un gentleman. (ahahahahahahahahahaah chiedo scusa per questa!)

Ti lascio ma fidati, sto peggio io di te. (aiuto, questa è terribile)

Avrei potuto scegliere una donna meravigliosa fisicamente, ma alla fine credo di avere bisogno di stare con una persona magari meno bella ma più dolce e fedele, tipo te. Perché la bellezza svanisce con il tempo, le altre qualità no. Capisci? Credo di essere molto maturato. (sì, qui siamo al "grave senza speranza")

venerdì 8 luglio 2011

fai come il dolore

(abbozzo fatto da me)

oggi avrei voluto scrivere la storia di Sansone.
oggi mi fa male in petto, proprio al centro.
oggi sono svuotato, spossato, fantasma.
oggi mi cadono le braccia.
oggi il fuoco è spento.
oggi la delusione è tutto.
oggi quando cammino ho le vertigini.
oggi so che sei sola.
oggi non si può vivere senza il tuo sorriso.
oggi ho fatto l'ennesimo inutile colloquio.
oggi in questa terra non ho speranze.
oggi il futuro non c'è.
oggi non mi sento bene.
oggi mi deprimo perchè tu stai male.
oggi mi intristisco perchè tu allontani chi ti vuole bene.
oggi ci sto male perchè non posso aiutarti.
oggi sono arrabbiato perchè tu non vuoi aiuto.
oggi ti odio perchè non sai cos'è una carezza. anche se quella carezza è solo negli occhi.
oggi tu non sai che il silenzio può essere la voce dell'anima.
oggi m'è preso un gran magone.
oggi ho il disgusto di vivere. disgusto di vivere senza quella immensità che tu rappresentavi.

giovedì 7 luglio 2011

Alveare vista mare con gente da odiare

La parola condominio deriva dalla crasi fra due parole: condom e dominio.
In pratica l'esatta traduzione di condominio sarebbe "agglomerato di teste di cazzo".
Nel mio palazzo (perchè per gli altri è un condominio, per me è un palazzo) a piano terra ci sono la famiglia Li Gazzi e, da poco, un avvocato vi ha messo il proprio studio. Ma perchè l'ufficio degli avvocati si chiama studio? Forse perchè studiano come fregare la legge? Fatto sta che l'unica conseguenza dell'arrivo di questo avvocato è che girano molte più facce di merda del solito. La famiglia Li Gazzi è composta da marito, moglie e due figli. Il signor Li Gazzi lo trovammo una volta svenuto per le scale con un martello in mano. Scoprimmo poi che aveva litigato con la moglie e la stava inseguendo per le scale con quel corpo contundente, quando si sentì male. La signora Li Gazzi è la classica tipa che le pesa la lingua quando deve salutare. Per lei dire buongiorno è davvero un'impresa faticosa.
Il figlio maschio era fidanzato da anni con una tizia, poi lei andò a Lourdes, ebbe una specie di illuminazione mistica e lo lasciò. Allora lui in capo a tre mesi si fidanzò con un'altra e si sposò; ora hanno un bel bambino. Da questa vicenda ho arguito che a lui non interessava chi fosse la moglie, aveva solo voglia di sposarsi. La figlia dei Li Gazzi pure si è sposata, ha un bel bambino e il marito ha uno sguardo così vivo e intelligente che m'aspetto vinca un paio di premi Nobel nel prossimo decennio.
Al primo piano ci sono due famiglie: quella degli Gnoccoli e quella degli Avepater.
Il signor Gnoccoli è un tipo interessante. Spia tutto e tutti dal balcone, rompe il cazzo sui contatori e le bollette e si vanta di saper aggiustare tutto, ma nessuno l'ha mai visto con un attrezzo in mano. E' un berlusconiano pentito; il resto della famiglia non conta.
Gli Avepater sono madre anziana e figlio quarantenne. Lui è interessante perchè pare un Che Guevara con problemi alla tiroide ed ha abbracciato una di quelle religioni che si costituiscono in sette. Non so di quale messaggio evangelico siano portatori, ma di sicuro non quello dell'esaltazione del digiuno purificatore.
Al secondo piano ci sono gli Scapazzo e i Gigliolingua. Gli Scapazzo sono arrivati da poco e sono una coppia di giovani sposi. L'altro giorno lui ha bussato alla mia porta e m'ha dato dei confetti azzurri perchè la moglie aveva partorito un maschio. Sembrava molto felice, ma a me non poteva fregare di meno nè capivo cosa avesse da gioire. M'è parso alquanto contrariato che io non condividessi la sua gioia e allora, siccome sono buono, ho chiamato mia madre che è sempre contenta di poter fare ste recite di gridolini e sorrisini con il prossimo. I Gigliolingua sono anch'essi una coppia di sposi con tre bambini piccoli che rompono il cazzo perchè per usare l'ascensore ci mettono un sacco di tempo. Non hanno molto importanza, gli unici fatti rimarchevoli sono che lui tutte le sere porta le pizze a casa (si vede che la consorte non ha voglia di cucinare) e che la moglie è la classica donna che quando la vedi non puoi fare a meno di pensare "madò che porcona!"
Al terzo piano c'è quello che io chiamo il settore ospizio.
Ci sono i Rimbambaldi da un lato e i Cateteriani dall'altro. Dei Rimbambaldi in realtà conosco solo lei; una vecchia che infesta l'ascensore di una puzza putrefatta insopportabile e rompe i coglioni sul portone che deve stare chiuso. I Cateteriani c'è lei che ha delle ascelle che puzzano quanto un emmental scaduto da sedici anni e lui che son più di dieci anni che non esce di casa e che si lamenta tutti i giorni urlando AAAAA AAAAA AAAAA. A volte di notte lo sento e mi chiedo ma perchè non dice pure BBBBB BBBBB CCCCC CCCCC DDDDD DDDDD?
Al quarto piano abitiamo il Pazzo ed io con la veneranda madre. Il Pazzo è pazzo. Urla, rompe la roba di casa sua, mette fuori uso l'ascensore e se parcheggiano davanti al suo garage va in escandescenze e salta come un pazzo sull'auto che gli ostruisce il passaggio. Uno spettacolo imperdibile.
Chiudiamo con il quinto piano dove abita solo la signora Tirchiazzi, con la polacca di compagnia, che possiede anche l'altro appartamento. Ha un'età che oscilla fra i 99 e i 115 anni. Non ho molto da dire su di lei tranne il fatto che il nipote, che sta a Roma, aspetta l'eredità da decenni e ogni volta che la viene a trovare guardare la sua espressione delusa non ha prezzo. Odio la signora Tirchiazzi perchè ha le chiavi del terrazzo e non le dà a nessuno. Io mi sono vendicato e le ho fregato alcuni libri che aveva in casa e che non leggeva mai. Così impari vecchiaccia!

mercoledì 6 luglio 2011

L'entrata di Cristo a Bruxelles

Parigi è l'unica città al mondo in cui non si ha bisogno di essere felici.
Avevo già sentito parlare della Nothomb, ma ancora non avevo letto nulla di lei.
Ecco perchè mi piace l'idea editoriale del Sole26ore. Ti propongono libriccini che contengono alcuni racconti di vari scrittori in modo da darti l'occasione di "assaggiare" un autore. Per soli due euro hai la possibilità di fare una prova, se ti piace scopri un nuovo amore letterario; se non ti piace hai comunque impiegato il tuo tempo meglio di quanto avresti mai potuto fare. (ha parlato il talebano della lettura...)
In questo volumetto ci son due racconti.
Il primo, L'entrata di Cristo a Bruxelles, è una sorta di favola perchè è una storia che non si preoccupa troppo della logica o delle convenzioni realistiche, ha una morale ed ha pure un lieto fine.
La Nothomb sa scrivere, altrochè, perchè sa inventare e sa piazzarti le frasi giuste nel momento giusto. Non vorrei dire che sa usare gli artifici letterari, sarebbe riduttivo. Sa narrare perchè sa quando è il momento di forzare, quando è il momento di essere scorrevole e quando piazzarti una bella trovata. Scrivere bene, è anzitutto una questione di ritmo e leggere la Nothomb è come seguire un ammaliante jazz metafisico.
Sappiate che L'entrata di Cristo comincia con un chiodo piantato nella testa di un neonato e finisce nell'esatto opposto. Seguirete con curiosità la storia di Zoe e Salvator, il loro amore al di là delle convenzioni dell'alta società. Saprete come l'amore può coinvolgere strane regioni dell'essere, come ci si può sposare per disprezzo e vi verrà la curiosità di andare a Malines.
Il secondo racconto si intitola Senza nome. Vi dico subito che ho provato un'invidia selvaggia a vedere come Amélie sia riuscita a creare una storia simile. Un uomo parte per il Nord perchè, dopo aver letto Goethe, ascoltato la musica di Purcell ecc., s'è convinto di poter trovare la dama dei suoi sogni al Nord. Dove ci sono il Genio del freddo e le fate.
Dopo aver percorso chilometri e chilometri in una regione sperduta e nevosa della Finlandia con una slitta trainata da quattro cani, trova rifugio in una casa che crede disabitata.
La casa, però, è abitata da quattro uomini che lui sorprende a guardare con incredibile attenzione una stupida soap opera. Ma è per scoprire cosa succederà la prima notte al protagonista che vale la pena di leggere sto magnifico racconto.
Forse invidierete il protagonista, forse lo compiangerete...chissà. Dipende da cosa pensate delle prigioni dorate, del godimento e degli affetti familiari.
Tanto di cappello, cara Nothomb. Mi hai convinto a seguirti ancora e credo che il prossimo acquisto letterario sarà Igiene dell'assassino.

Ah, quasi mi dimenticavo. Ti ringrazio per avermi fatto ricordare di James Ensor, che tanto mi piacque quando feci l'esame di Storia dell'Arte Contemporanea.

martedì 5 luglio 2011

Salvador dà i numeri...

Non so perchè Dalì abbia fatto le pagelle che hanno come minimo 0 e come massimo 20. Di solito siamo abituati a pagelle che vanno da 1 a 10.
Ma Dalì è Dalì e la sua genialità si insinua anche in queste piccolezze.
Riportare i voti che Dalì ha assegnato agli altri e a se stesso è una schiocchezzuola, ma ritengo sia un modo leggero e divertente (attraverso questi dati) per sapere come la pensava Dalì sugli "amici" pittori e sulla pittura in generale.
I parametri sono: TECNICA, ISPIRAZIONE, COLORE, DISEGNO, GENIO, COMPOSIZIONE, ORIGINALITA', MISTERO, AUTENTICITA'.
I pittori "valutati" sono: LEONARDO DA VINCI, MEISSONIER, INGRES, VELASQUEZ, BOUGUEREAU, PICASSO, RAFFAELLO, MANET, VERMEER, MONDRIAN e Dalì stesso.
(gli unici che non conoscevo erano Meissonier e Bouguereau)
Riporterò solo le valutazioni più interessanti e quelle provocatorie. (la provocazione mi piace da morire)
Per quanto riguarda la tecnica gli unici due 20 sono assegnati a Vermeer e a Velàsquez. Mondrian prende 0, Manet 3, Picasso 9 e Dalì un modesto 12.
Per l'ispirazione l'unico 20 è per Vermeer; Picasso, Velàsquez e Raffaello si fermano a 19; Meissonier e Mondrian 0; Manet 1 e Dalì 17.
Sul colore due 20 vanno a Velàsquez e Vermeer; 0 a Mondrian; Picasso 9, Manet 6, Dalì 10.
Sul disegno abbiamo Raffaello e Vermeer che meritano 20; Leonardo e Velàsquez che si fermano a 19; Picasso 18, Manet 4, Mondrian 0 e Dalì 17.
Ora la voce per Salvador più importante: il genio. Leonardo, Velàsquez, Picasso, Raffaello e Vermeer prendono 20; tutti gli altri 0 e Dalì 19...
Per quanto riguarda la composizione Velàsquez, Raffaello e Vermeer prendono 20; Picasso 16, Manet 4, Mondrian 1 e Dalì 18.
Fattore originalità. Gli unici due a prendere 20 sono Raffaello e Velàsquez; Vermeer e Leonardo si fermano a 19; Picasso 7 (?), Manet 5, Mondrian 0,5 e Dali 17.
Una voce che cercherò di approfondire è quella di mistero. Per ora mi limito a dire che Leonardo, Raffaello e Vermeer prendono 20; Picasso 2, Manet e Mondrian 0, Dalì 19.
Chiude la serie, la voce autenticità. Qui Dalì è molto largo di voti in generale assegnando un 20 a Leonardo, Ingres, Velàsquez, Raffaello e Vermeer; è duro solo con Picasso a cui dà 7 e con Mondrian che prende 3,5, mentre lui si dà 19.
A sto punto non so se essere contento o meno dell'assenza del mio amato Schiele da questa lista...

lunedì 4 luglio 2011

Prenderti le mani, restar qui fino a domani no…non mi va (non ne posso più)

È luglio già da quattro giorni.
E come ogni luglio, il dolore per la tua mancanza diventa una tigre selvaggia e sanguinaria che brama la mia vita e fa il mio cuore a brandelli.
Mi divorasse una buona volta sta cazzo di tigre.
Quello che non so è perché il sognarti felice e innamorata, ovunque e con chiunque tu sia, mi dia tanto sollievo. Bò? Del resto ti ho amato al primo sguardo e sempre ti amerò.
Comunque sticazzi è sempre la parola risolutiva. Stigrancazzi di tutto.

Ascolto Mozart.

domenica 3 luglio 2011

Arte, gossip giapponese e una spruzzata di psicologia

Considerato che oggi è domenica, ho deciso di fare un post rilassante invece dei miei soliti post impegnati, intellettuali e difficili. Quindi godiamoci un'opera d'arte, un po' di pettegolezzo e una curiosità psicologica.
Lode al relax!


Il tronco dell’albero del supplizio, nero e leggermente obliquo, campeggia sullo sfondo tizianesco d’una tenebrosa foresta e d’un cielo serotino, fosco e distante.
Un giovane di singolare avvenenza è legato nudo al tronco dell’albero, con le braccia tirate in alto, e le cinghie chi gli stringono i polsi incrociati sono fermate all’albero stesso. Non si scorgono legami d’altra sorta, e l’unico rivestimento della nudità del giovane consiste in un ruvido panno bianco che gli fascia mollemente i lombi.
Il dipinto è dedicato a san Sebastiano che subì il martirio, ma siccome è dovuto a un pittore, Guido Reni, della scuola eclettica del Rinascimento, da questo quadro che raffigura la morte di un santo cristiano emana un forte aroma di paganesimo.
Il corpo del giovane non reca alcuna traccia degli stenti o dello sfinimento derivati dalla vita missionaria, che improntano l’effigie d’altri santi: questo palesa invece unicamente la primavera della gioventù, unicamente luce e piacere e leggiadria.
Quella sua bianca e incomparabile nudità scintilla contro uno sfondo di crepuscolo. Le braccia nerborute, braccia d’un pretoriano solito a flettere l’arco e a brandire la spada, sono levate in una curva armoniosa, e i polsi s’incrociano immediatamente al disopra del capo. Il viso è rivolto leggermente in alto e gli occhi sono spalancati, a contemplare la gloria del paradiso con profonda tranquillità. Non è la sofferenza che aleggia sul petto dilatato, sull’addome teso, sulle labbra appena contorte, ma un tremolio di piacere malinconico come una musica.
Non fosse per le frecce con le punte conficcate nell’ascella sinistra e nel fianco destro, egli sembrerebbe piuttosto un atleta romano che allevia la stanchezza in un giardino, appoggiato contro un albero scuro.
Le frecce si sono addentrate nel vivo della giovane carne polposa e fragrante, e stanno per consumare il corpo dall’interno con fiamme di strazio e d’estasi suprema. Ma il sangue non sgorga, non ha ancora infuriato il nugolo di frecce che si vedono in altri dipinti del martirio di san Sebastiano. Qui, invece, due frecce solitarie mandano le loro ombre quiete e delicate sopra la levigatezza della pelle, simili alle ombre d’un ramo che cadono su una scala di marmo.
Perché v’ho riportato una descrizione così dettagliata di quest’opera? Perché è guardando e osservando attentamente questo quadro che lo scrittore giapponese Yukio Mishima si fece la sua prima sega all’età di dodici anni.
E per dirvi, altresì, che il medico e scrittore tedesco Magnus Hirschfeld assegna alle “immagini di san Sebastiano” il primo posto fra quei generi d’opere d’arte dai quali l’invertito trae un godimento speciale. Questa osservazione di Hirschfeld conduce facilmente alla congettura che nella stragrande maggioranza dei casi d’inversione, soprattutto d’inversione congenita, gli impulsi degli invertiti e dei sadici siano commisti inestricabilmente.

sabato 2 luglio 2011

Oh, eppure Licia gliel'aveva detto: "Niente 69 in quei giorni..."

Il V libro dell'Odissea si può dividere in due parti.
Nalla prima vediamo Mercurio eseguire un ordine di Zeus e cioè parlare con Calipso affinchè lasci andare Ulisse e non più trattenerlo presso di sè.
Calipso all'inizio è riluttante, accusa gli dèi di essere invidiosi di una coppia innamorata e fa vari esempi di comportamenti simili da parte degli Immortali. Alla fine però si piega al volere del Cronide e raggiunge Ulisse che sta seduto su una scogliera, triste e lacrimoso, perchè vuole tornare a casa dalla sua Penelope.
Calipso è una ninfa, è una dea, è bellissima, immortale, padrona di un'isola, ha nettare d'ambrosia, cibi prelibati e può rendere immortale anche Ulisse.
Ad Ulisse però non importa, vuole tornare da Penelope.
Devo dire che Calipso è una gran signora. Ulisse la rifiuta per una mortale, ma lei non s'incazza.
Conduce Ulisse alla caverna, cenano, fanno l'amore per un'ultima volta e il giorno dopo l'aiuta a costruire la zattera che servirà ad Ulisse per il viaggio, gli regala un vestito, i viveri per affrontare la traversata e gli fornisce indicazioni preziose per affrontare il mare. In più, giura solennemente di non giocare brutti tiri ad Ulisse mentre questi è per mare.
Ulisse salpa e qui comincia la seconda parte del canto.
Dopo una quindicina di giorni di viaggio, Posidone (sempre furioso contro Ulisse), tornato da un viaggio presso gli Etiopi, scatena una tempesta per farlo naufragare.
Qui Omero è stato grande, perchè ha saputo rendere la scena emozionante e piena di suspence fino alla fine.
Dopo aver visto la morte in faccia e nuotato per due giorni e due notti, Ulisse vede terra e ritrova la speranza.
Purtroppo però non sa come giungere a terra perchè la riva è piena di scogli e non ci sono rade o approdi.
Come farà?

venerdì 1 luglio 2011

Odio la campagna perché è troppo verde

Si possono fare opere che non siano arte?
M. D.
Anni fa vidi un cesso firmato con un pennarello nero e mi dissero che era un'opera d'arte.
Successivamente mi capitò di osservare una ruota di bicicletta poggiata su uno sgabello da cucina e mi dissero che era un'opera d'arte dello stesso artista.
Così volli sapere chi era questo genio che riusciva a far passare sta roba per arte: ebbene l'artista era Marcel Duchamp.
Scriverò, pian piano, quello che Marcel ha lasciato nel mio cuore.
All'inizio del XX secolo tutte le avanguardie artistiche erano impegnate a negare la continuità con il passato: il non senso dadaista, lo spirito distruttivo del futurismo, una nuova idea di spazio del cubismo, l'impegno del costruttivismo, l'attenzione per l'automatismo e la parola del surrealismo. Duchamp cercava, in questo contesto, di porre la relazione arte-vita in una nuova prospettiva.
Pose l'uso della contraddizione quale condizione dell'arte. Assimilando il processo creativo del quotidiano, mirava alle "opere-non-d'arte", cioè progetti non realizzati e pensati per passare il tempo, per distrarsi: far reggere il maggior numero di oggetti sopra un tavolo e evitare il pericolo di farli cadere, fare un quadro o una scultura come si arrotola la bobina di un film.
Duchamp ha introdotto per l'opera e la pratica dell'arte alcuni interrogativi fondamentali: si può affermare che l'opera d'arte, con lui, più che poter essere definita, ha posto il problema storico, estetico e teorico della sua riconoscibilità, della individuazione, delle sue qualità e del suo senso.
Quando mise la ruota della bicicletta sullo sgabello, voleva osservare soltanto il movimento della ruota per se stesso e quando pensò che un oggetto qualunque poteva diventare un ready made (ovvero un oggetto "già fatto" con l'aggiunta di poche caratteristiche artistiche o estetiche) non era un rifiuto dell'arte ma di una diversa considerazioni delle sue possibilità.
L'arte poteva appropriarsi di oggetti qualsiasi per modificarne la funzione o aprire nuovi possibili del senso.
Facendo un confronto con Picasso si può dire che Pablo esercitò con le sue opere una grande influenza sul Novecento, Duchamp lo ha fatto per la negazione stessa della moderna nozione di opera.
Per Marcel l'opera d'arte doveva rinunciare a essere apparenza per diventare apparizione, termine quest'ultimo con il quale indicava non la fisionomia ma il processo, non la "logica" o l'essenzialità ma l'"emanazione". L'opera d'arte doveva essere "ridotta" al fatto qualsiasi, che non doveva essere unico, che poteva ripetersi ma limitatamente e che era in parte già fatto.
L'apparenza di un oggetto sarebbe dovuta divenire "apparizione" ovvero il calco, la deformazione o "riduzione" di un oggetto secondo una prospettiva che non permette più di osservarlo per quello che è usualmente. Tra somiglianza e differenza, tra moltiplicazione e rarefazione, l'opera d'arte era qualcosa di già fatto su cui si poteva soltanto intervenire per "aiutare" con piccoli interventi.
Ridurre, ridurre, ridurre era la mia ossessione - ma allo stesso tempo il mio scopo era di rivolgermi verso l'interno, piuttosto che verso l'esterno. E più tardi, in questa prospettiva, giunsi a pensare che un artista poteva impiegare qualsiasi cosa - un punto, una linea, il simbolo più o meno banale - per esprimere ciò che vuol dire.
La vera riduzione operata da Duchamp è stata nel sottrarre all'arte ciò che l'aveva resa convenzionale, fatta per essere giudicata, per essere bella, per farla tornare ad essere un possibile; l'arte poteva essere anche "brutta" e "indifferente".