lunedì 11 giugno 2012

Il ramarro (1946-1948)


VII.

Ho sentito lo spaventevole
dialogo dei morti,
fatto di tarli
nei legni scuri delle sacrestie;
di colpi di piedi scalzi
in grandi camere vuote,
dove il lucore della candela
si fissa negli angoli
delle porte aperte,
delle cornici d’oro degli specchi;
di zirli di tordi
saliti dai laghi di nebbia.
Ho una piccola predilezione per i libri di poesie giovanili perché si ha l’occasione di seguire l’apprendistato del poeta, gli influssi delle letture, le influenze, i debiti di stile ed ispirazione e altre cose del genere. È assente la deferenza ossequiosa che si prova davanti ai capolavori celebri e celebrati.
Nel caso del volumetto Il ramarro di Paolo Volponi, salta agli occhi la scoperta della poesia moderna: Ungaretti, Quasimodo, Montale, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master.
Leggiamo una testimonianza dello stesso Volponi: “Perché scrivevo poesie allora, non ancora ventenne? Perché ero incerto, perché avevo paura. Ero folgorato da certe immagini, da certe visioni, filtrate attraverso il ricordo delle letture incerte e frammentarie della scuola, che mi portavano ad avere un rapporto con fatti lontani magici perenni quali gli astri, il paesaggio, le stagioni, le tempeste o le ragazze; o certe durezze della vita di allora, anche se già toccata dalle grandi speranze della libertà e poco dopo esaltata dagli effetti della liberazione.
Scrivevo per uscire da me stesso, per intervenire e organizzare un piccolo, modesto rapporto con il mondo, di nuove immagini, di altre espressioni per le mie pene che invece erano vecchie, erano molto profonde dentro di me, perché erano le pene tradizionali delle adolescenze addolorate e immature”.

Nelle poesie de Il ramarro si vede che Volponi applicò ai temi del proprio paesaggio originario la lingua poetica dell’ermetismo; c’è lo sforzo di appropriarsi di alcune costanti stilistiche tipiche dei poeti più arditi di quella stagione.
Seguendo le notazioni tecniche di Emanuele Zinato possiamo notare che nei versicoli dominano il sostantivo assoluto, con sospensione dell’articolo (“Vastità che soffro”), l’analogismo sviluppato mediante coppie inconsuete di aggettivo e sostantivo o epiteti di tipo sinestetico [la sinestesia è una figura retorica che prevede l'accostamento di due termini appartenenti a due piani sensoriali diversi] (“Pareti rosse d’aria”; “L’ondoso ottobre”; “le gole veloci”), e l’accostamento paratattico [un modo di costruire il periodo caratterizzato dall'accostamento di frasi dello stesso ordine, ossia coordinate tra loro. Di solito si parla di paratassi quando il periodo è costruito solo con frasi principali] di pochi e scabri vocaboli ad articolare l’incanto della totalità indivisa.
Tra i tratti originali, si delineano un diffuso zoomorfismo e un paesaggismo come sfondo di mitologie viscerali, mentre sulle sequenze figurative opera l’influenza del pittore, acquafortista e poeta marchigiano Luigi Bartolini, con i suoi ascendenti vociani, da Campana a Cardarelli.
La corposità antropomorfa ne Il ramarro è il segno di un paesaggio psichico più che naturale: l’ansia conoscitiva si proietta sulle cose e in esse riconosce un frammento pulsionale, ora affermativo ora negativo. Il paesaggio, e soprattutto il personaggio femminile, si sdoppiano nel segno della repulsione e della contaminazione. L’esordio poetico di Volponi, come attestano i frequentissimi verbi percettivi (“Io sento | il rumore dell’ossatura delle cose; “ho sentito lo spaventevole | dialogo dei morti”; “Mi tocco le ossa frequentemente | per prepararmi”), è interamente all’insegna dell’”epica della percezione” di un corpo “veggente e senziente” in movimento. Il sensuale panismo, pur presente massicciamente (“Nelle notti di maggio | … dilato il mio corpo sui boschi, | e mi tendo”) è attraversato da lame conoscitive, necessariamente crudeli e ostili (“L’ape è pesante | l’erba è tagliente”; “Perché mi troverò nella morte e non stupirò | fra le gelatine freddissime | di ombre scompaginate”).
XIV.

Questa noia,
fuori del tempo,
che non si raffredda
fra la neve.
Ha spento gli spazi.
È nel bicchiere,
sulla tavola
più grande di due deserti.
Sono inutile
più di un’ala
secca di cicala.

domenica 10 giugno 2012

per ricordare i fratelli Rosselli


(Carlo Rosselli)

I. Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.

II. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire.

III. Che tra socialismo e marxismo non v'è parentela necessaria

IV. Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.

V. Che socialismo senza democrazia e come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).

VI. Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo.

VII. Che la libertà, presupposto della vita morale cosi del singolo come delle collettività, e il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo.

VIII. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.

IX. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.

X. Che il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella Cultura.

XI. Che ha bisogno di poche idee e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.

XII. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.

XIII. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.


(Da "Socialismo liberale" di Carlo Rosselli ucciso con il fratello Nello il 9 Giugno 1937 da sicari fascisti)


(Nello Rosselli)

sabato 9 giugno 2012

Niente trucchi, siamo scrittori



Io sono un lettore.
Potrei quasi dire che mi piace so fare e voglio fare solo quello. Leggere, leggere, leggere. Ma preferisco non dirlo per non passare da pazzo e per non far scendere lo share.
Esiste il lettore monomaniaco, cioè il lettore che legge un solo genere di libri o addirittura quello che legge un solo autore. Un mio amico, per esempio, legge SOLO Simenon. Per carità, Simenon è un grande scrittore, ma come si fa a leggere solo lui? È una cosa che mi fa impazzire e non ho strozzato né denunciato questo mio amico alle autorità solo perché vent’anni fa mi fece scoprire i Guns ‘n’ Roses.
Andiamo avanti.
Io leggo un po’ di tutto. Romanzi lunghi, romanzi brevi, poesie, saggi, filosofia ecc. mi piace alternare e gli autori e i generi e l’impegno.
A volte, per esempio, non ce la faccio a zucarmi i mallopponi tipo Guerra e pace e allora viro su un volume di racconti.
Un grandissimo scrittore di racconti (e di poesie) è l’americano Raymond Carver. Stasera dialoghiamo un po' con lui sulla scrittura.
- Raymond, come mai hai scritto solo volumi di racconti?
- A dire il vero non lo so. So che a metà degli anni ’60 mi resi conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza.
- Che ne pensi del talento quando si parla di scrittori?
- Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa. Il mondo secondo Garp è, naturalmente, il meraviglioso mondo di John Irving. E c’è un altro mondo di Flannery O’Connor, e altri mondi di William Faulkner, di Ernest Hemingway e altri ed altri ancora.
- Quindi lo scrittore è innanzitutto un creatore di mondi …
- Ogni grande scrittore e anche semplicemente ogni bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie specificazioni.
- Un artista che attraverso lo stile e la scrittura ci dà la sua Weltanschauung
- È qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo una questione di stile. È il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. È una delle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà un pezzo.
- So che trascrivi su un quaderno le frasi o i pensieri sulla scrittura che ti hanno colpito di più. Ti va di dircene qualcuno?
- Certo. La prima che mi viene in mente è Isak Dinesen che diceva che lei scriveva un po’ ogni giorno, senza speranze e senza disperazione. Un’altra è di Ezra Pound: “Una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Non che questo basti, per carità, ma se uno scrittore ha la fortuna di possedere “una fondamentale accuratezza d’espressione”, be’, perlomeno è sulla strada giusta. Poi ho questo frammento di Cechov: “… e all’improvviso tutto gli fu chiaro”. Per me queste parole sono piene di meraviglia e di possibilità. Mi piace la loro limpida semplicità e l’accenno di rivelazione che vi è implicito. C’è anche del mistero. Cos’è che non gli era chiaro prima? Perché gli diventa chiaro proprio ora? Cos’è successo? E soprattutto, cosa accadrà ora? Risvegli così improvvisi portano con sé delle conseguenze. Provo un’acuta sensazione di sollievo – e di attesa.
Una volta ho sentito Geoffrey Wolff dire a un gruppo di aspiranti scrittori: “Niente trucchi da quattro soldi”. Anche questa mi piace da morire, ma io la correggerei un po’: “Niente trucchi”. Punto e basta. I trucchi non li sopporto. Quando leggo narrativa, al primo segno di trucco o di trovata, non importa se da quattro soldi o elaborata, mi viene istintivo cercare riparo. In definitiva i trucchi sono noiosi e io tendo ad annoiarmi facilmente, il che potrebbe avere qualcosa a che fare con il periodo limitato di attenzione cui sono capace. Ma la scrittura estremamente elaborata o chic o quella chiaramente stupida mi fanno veramente venire sonno. Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti e trovatine né sta scritto che essi debbano sempre essere i più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore a volte deve essere capace di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa – un tramonto o una scarpa vecchia – colpito da uno stupore semplicemente assoluto.

venerdì 8 giugno 2012

Ho mandato affanculo paperblog (e google)


(che dite? è un'immagine sconveniente?)

Qualche mese fa fui contattato tramite mail da una tizia che lavora per Paperblog. Mi si chiedeva se avevo voglia di unirmi alla loro grande comunità di bloggers.
A me sinceramente non me ne fotteva granché, ma visto che l’invito era cortese e non trovando motivazioni valide per rifiutare, accettai non prima, però, di aver avuto assicurazioni in merito al fatto che io avrei scritto sempre e comunque quello che mi pareva e non avrei mai permesso nessun tipo di censura. Ok, mi risposero, non c’è problema. Ci interessano i contenuti del blog e il tuo pensiero ingestibile.
È andato tutto bene fino al 16 maggio, quando dal giorno dopo in poi hanno smesso di caricare i miei post.
Ho aspettato due, tre giorni, ho letto che avevano dei problemi al sistema e mi son detto vabbè, risolveranno.
Dopo due settimane, visto che non li caricavano ancora, ho chiesto tramite facebook dei chiarimenti e lo stesso giorno mi hanno risposto che avevano avuto dei problemi ma che ora era tutto ok e mi chiedevano il nome del mio blog. Gliel’ho dato, ma son spariti per altri sette giorni.
Siccome in ventidue giorni non sono riuscito ad avere né una risposta chiara né a risolvere i problemi, a malincuore ho deciso di cancellarmi dalla loro pagina facebook e da paperblog.
Dico a malincuore perché vedevo che i post lì erano apprezzati e letti dagli utenti.
Stranamente, mooooolto stranamente, dopo soli 5 minuti che m’ero cancellato dal sito mi arriva una mail dalla stessa tizia di paperblog che dice:
“Sono molto dispiaciuta nel dovertelo comunicare, ma recentemente Google ci ha redarguiti per i contenuti della nostra piattaforma e nella fattispecie per le immagine erotiche. Purtroppo non ci è stata concessa un'alternativa, per cui stiamo lavorando per rimuovere tutte le foto ed interrompere il flusso di quei blog che di tanto in tanto fanno confluire sul nostro server immagini reputate "sconvenienti". I tuoi vecchi articoli sono ancora presenti in Paperblog e sarei lieta di poterli mantenere; se però la tua decisione prevede una cancellazione totale, provvederò in merito”.
Primo: io me ne fotto di quello che dice google (iniziale minuscola) per quanto riguarda i miei contenuti. Io parlo di politica, filosofia, attualità, arte, poesia e di tutto quello che reputo interessante. Scrivo quello che mi pare e come cazzo mi pare. Queste cazzate le vadano a fare in Cina. Me lo suka il signor google.

Secondo: da quando in qua l’erotismo è un reato da perseguire? Ma poi dove sono queste immagini erotiche? A volte metto belle donne, qualche culo, un paio di tette … e allora? È molto grave?
Terzo: diamo un’occhiata al significato del termine “sconveniente”. Sconveniente, indecoroso disdicevole indecente inopportuno in contrasto con la decenza. E dove stanno queste immagini sconvenienti? Negli ultimi post ho messo una foto di Pasolini, la copertina della Critica della ragione pura di Kant, una foto di Rilke, un quadro di Picasso che stronzata di scusa è mai questa? Chiunque può controllare le immagini dei miei post e sfido a trovare un’immagine sconveniente in generale e negli ultimi 215 post in particolare. L’unico post che ho dedicato a una porno attrice è quello su Valentina Nappi del 15 aprile in cui ci sono delle foto di nudo. E allora???
Quarto: ammesso che sia vero che google abbia detto di monitorare le immagini non si dovrebbero perseguire foto pornografiche, pedofilia, ecc.? cioè se metto Anna Falchi con le tette da fuori non va bene? E voi vi fate imporre questa stronzata tipicamente americana? Gli americani sono una razza ipocrita e bigotta. La donna nuda non si può mettere, John Lennon non può dire fuck in Working class hero, ma poi le peggiori schifezze, le guerre, le bombe al napalm sui civili, ah quello si può fare eccome. Ma andassero a cacare loro e chi gli va appresso.
Quinto: ecco perché non mi piacciono le associazioni: perché si diventa scemi. Qualsiasi appartenenza a qualsiasi sistema rende imbecilli. Cioè google vi dice una cazzata, embè? Non sapete controbattere? Non vi unite per respingere sta scemenza? Eh, no. Altrimenti perdono il posto nella comunità, perdono il posticino nel sistema. PECORONI.
Sesto: si può sapere che cazzo aspettavano a dirmelo? Poi non ho capito, manomettete i miei post senza avvisarmi? Voi dovete avvisarmi e chiedermi il permesso e se non mi va io scelgo di andarmene. Imparate a comportarvi, cazzo. Poi manco ho capito perché non hanno messo i post dal 17 maggio in poi visto che non c’era nessun immagine indecente ma spesso copertine di libri o di autori. Ah, non hanno manco pubblicato il mio post su Falcone … cos’è? Manco Falcone va bene? Pure lui è indecente? Come contenuto è disdicevole?
Settimo: mi viene un dubbio. Non è che hanno interrotto il “flusso dei post” semplicemente perché parlavo di Silvio senza essere né un servo né un ignorante, davo spazio a Travaglio, dedicavo post al Movimento 5 Stelle, non davo importanza alle cacate del papa e della Chiesa, avevo iniziato a scrivere contro il capitalismo, non mi piace Monti e il sistema tutto? Forse, chissà.
Ovviamente ho chiesto la cancellazione totale del mio account, sticazzi che gli lasciavo i post, non voglio avere a che fare con questa gente manco per mezzo post. Chi vorrà continuare a leggere dovrà venire qui. Che poi manco mi frega una mazza, io il blog lo tengo per me mica per gli altri, scrivo per me non per avere i lettori. Figuriamoci … non ho messo il link manco sul mio indirizzo facebook, non l’ho messo da nessuna parte. Solo su Anobii (perché amo i libri) e basta …
Addio paperblog, vi lascio ai vostri post con le ricette, il ricamo a punto croce, gli interessantissimi nuraghi, le profezie dei mayali e le discussioni sull'ultimo programma di Jerry Scotti. Continuate così: cretini e innocui, il sistema sarà contento.

Ok, mi sono sfogato.
Oggi doveva essere il giorno del VII canto dell’Odissea del meraviglioso Omero.
Rimando a sabato.


giovedì 7 giugno 2012

Carattere filosofico e carattere pessimista


(nel frattempo suona il Live in Pompei dei Pink Floyd)
La Critica della ragione pura tratta di un animale domestico: l’uomo tra le sbarre delle rappresentazioni.
Sto leggendo con grandissimo diletto e profitto La conoscenza del peggio (che potrei definire succintamente “un trattato filosofico sul pessimismo”) di Manlio Sgalambro e oggi voglio parlare del capitolo X Carattere filosofico e carattere pessimistico dove mi hanno incatenato dal piacere i pensieri sul carattere del ‘borghese’ e sul carattere del ‘cittadino’.
Da sempre mi interessa il concetto di “carattere”; ricordo la divertente e precoce lettura dei Caratteri di Teofrasto e vari aforismi, su cui poi rimuginavo, dei moralisti francesi La Rochefoucauld, La Bruyère, La Fontaine e Chamfort.

“O si ha carattere o non lo si ha”: qui Kant fa dell’antropologia. Ma queste parole già lasciano intravedere l’enigma del carattere.
“Che il fondamento insolubile del mondo e il mistero del carattere abbiano “una oscura radice comune”, ecco una intuizione chiaramente enunciata da Kant” scrive Rosenzweig nella Stella della Redenzione.
‘Pessimista’, ad esempio, è un carattere o l’antipode di ogni carattere? Sta, cioè, nel suo mistero? In ogni caso, l’individuo vi si rinchiuse come in un munito castello. Prima che ciò avvenisse completamente, nel carattere s’era visto qualcosa di maleodorante. Dal dissimulatore allo stupido, dall’impudente al brutale, Teofrasto vede in una individualità appena più accentuata già un difetto.
I caratteri di La Bruyère oscillano tra virtuosi impudenti e malvagi inutili. L’analisi dei moralisti faceva a pezzi ogni individuo alla scoperta del mistero. In realtà non si sapeva dire di un individuo se non che era ‘furbo’ o ‘ingenuo’ o ‘meschino’, ‘spilorcio’ o ‘spaccone’ … Fin quando non si scoprì, o si credette, il carattere dei caratteri. Era: ‘borghese’. Di norma costui ha in sospetto ciò che non si può dire. Mentre con quel termine egli dice di sé più di tutto ciò che fino a quel momento si era potuto sapere su di lui.
“Non ho mai avuto né mai perseguito” confessa nei suoi ultimi anni Theodor Mommsen “una posizione politica e un’influenza politica; ma nel mio essere più interiore ho desiderato essere un borghese”. Con ‘borghese’ quindi si intendeva ormai un ‘carattere’, o, come si è precisato il carattere dei caratteri.
Per Léon Bloy è pacifico che ‘borghese’ riassume tutte quella caratteristiche (maleodoranti, si è detto) che i moralisti avevano scovato nell’individuo. Basta consultare la Esegesi dei luoghi comuni per vedere che in merito egli è arrivato infinitamente più lontano del solito Nietzsche. “Il vero borghese … in un senso moderno e il più generico possibile è l’uomo che non fa assolutamente uso della facoltà di pensare e che vive o sembra vivere senza essere sollecitato almeno per un giorno dal bisogno di capire un accidente”. Qui non vi è la condanna usuale del borghese. Ma la descrizione, appena appena enfatica, del carattere borghese o, come preferiamo dire, del borghese come carattere. Come compendio di tutti i caratteri, e cioè di tutte le limitazioni, il ‘borghese’ è il compendio delle limitazioni dell’individuo. Tuttavia sotto il peso della sua stessa oppressione il carattere borghese si sfalda. Dalla manica del prestigiatore compare il ‘cittadino’. Al primo sguardo, essere cittadino non si presenta come un ‘carattere’. Ma sarebbe fermarsi troppo presto.
Quando l’uomo venne definito zoon politikon si credette di definirne l’essenza. E se si fosse trattato invece solamente di un ‘carattere’? Se l’uomo fosse solo un animale socievole? La socievolezza è l’impulso ad associarsi senza alcuno scopo. Esistono dunque solo uomini socievoli ma non ‘animali politici’? Ritorniamo alla condizione di cittadino intesa come un carattere. Anzi come il carattere dei caratteri, al posto di quello di ‘borghese’, che crolla sotto il peso delle sue infamie. Ma nello stesso tempo la condizione di cittadino che, volente o nolente, eredita dal borghese meriti e demeriti presto gli sarà buttata in faccia. Buon cittadino, padre encomiabile, onora i suoi debiti e i suoi debitori, vota per la libertà: non è il borghese fatto e sputato?

(interessante Léon Bloy ... qui sembra un po' il nonno di Nietzsche)

Sempre Léon Bloy: “Onorare le canaglie che possiedono denaro o autorità è la legge della coscienza borghese. Ma fare onore alla propria firma o agli affari è un testo difficile. So quanto voi che, in una lingua inintelligibile ai puri spiriti, significa pagare una cambiale, un assegno o simili porcherie. So anche che un tenutario di bordelli, un avvelenatore della gente, un usuraio … fanno onore ai loro affari quando pagano esattamente le loro scadenze … Ebbene?”
Il cittadino è già oltre la pruderie sull’onore di mogli e figlie. Egli, laico, onora assegni e cambiali. Non mogli e figli. “Il primo dovere del cittadino”, scrive ancora Léon Bloy, “dopo quello di votare per degli acefali, è scegliersi una carriera o farsela scegliere … Tutto il resto è fantasia e grave pericolo per la società”.
A questo punto Sgalambro decide di seguire le meravigliose esagerazioni di Bloy e definisce il cittadino un amabile essere socievole ma nello stesso tempo un ignobile essere sociale.
Quanto al pessimista, il suo è il carattere della realtà, secondo l’auspicio del caratterologo di razza che mediante il carattere filosofico si spalanchino le porte che introducono al carattere del mondo.
Godiamoci ora la conclusione del capitolo dedicata al “carattere filosofico”.
‘Carattere filosofico’ è un conceptus fanaticus. Ma in che cosa consiste il fanatismo? E chi è anzitutto il fanatico, e di che? Fanatico della conoscenza (ecco, di questa è fanatico) è colui che, preso talmente dalla conoscenza, non ne vede i limiti. Hai varcato i limiti, avverte allarmato l’altro. Bene, ma tu per intanto cammina e non badarci. Poi si vedrà. In ogni caso, a uno tocca varcarli, a un altro avvertire gridando a più non posso che si sono varcati i limiti. Ma anche la conoscenza più pura o la più pura dottrina non concernono infine che la conoscenza senza carattere, adoperata così fino all’inganno, mentre essa perviene alla sua vera fonte nel carattere filosofico. Anche all’esperto essa risulta leggera, e al suo sguardo si arrendono i più inconfessati segreti. Lo sforzo compiuto è quello di essere. Conoscere sequitur. Il carattere filosofico risponde del contenuto di verità. Conosce senza conoscere.

Credo proprio di aver trovato in Sgalambro un altro centro di puro godimento … ah, e devo pure approfondire l'intrattabile Léon Bloy di cui ho un paio di saggi in libreria …

mercoledì 6 giugno 2012

Signore e servo [un appunto]



La Fenomenologia dello spirito di Hegel è, tra le altre cose, una galleria di figure storiche rappresentate filosoficamente.
La figura più famosa, e più interessante, è senza dubbio quella che ci mostra il rapporto tra il signore e il servo. Come primo contributo propongo questa pagina di Pietro Gavagnin, chiara ed esaustiva. In fondo gli uomini si dividono in due grandi categorie: i servi e i signori.
Cos'era il comunismo? Un movimento politico di servi che voleva liberarsi di tutti i signori della terra. Cosa fece il comunismo? Ammazzò milioni di servi e produsse i signori più spietati che la storia abbia mai visto. Cos'è il cristianesimo? Una religione di servi che adora un signore lì in alto nei cieli. Cosa fa il cristianesimo? Ammazza milioni di servi e produce i signori più laidi e bugiardi che il mondo abbia mai visto.
Buona lettura.

Gli uomini, come «autocoscienze», sono in rapporto conflittuale tra loro: l'affermazione della propria spiritualità autocosciente può avvenire solo attraverso l'affermazione sull'altra autocoscienza; tale conflittualità induce al rapportarsi degli uomini tra loro secondo lo schema signore-servo.
In questo rapporto il «vincitore» è il signore, che afferma la sua autocoscienza come coscienza della libertà di fronte e sul servo, cui non riconosce uguale libertà: infatti il servo è legato al mondo materiale ed è vincolato ad esso attraverso il lavoro per soddisfare, proprio col suo lavoro, i desideri del signore.
Il rapporto non deve includere la negazione della coscienza del servo, perché allora il rapporto stesso non sussisterebbe più: infatti il servo deve conservare tanta coscienza da riconoscersi diverso e dipendente dal signore, e quindi da riconoscere al signore la libertà.
L'autocoscienza del signore ha un punto debole: dev'essere riconosciuta dalla coscienza del servo per poter realizzarsi.
[quando l’altro accetta il mio dominio su di lui è come se riconoscesse la mia autocoscienza indipendente (signore); mentre lui si riconosce come coscienza dipendente (servo) proiezione del mio “sé” sulle cose, sull’altro attraverso il potere: questa proiezione è l’oggetto di cui acquisisco coscienza
(= autocoscienza)]
“Il signore è la coscienza che è per sé... la quale è mediata con sé da un'altra coscienza, cioè da una coscienza tale, alla cui essenza appartiene di essere sintetizzata con un essere indipendente o con la cosalità in genere. Il Signore si rapporta a questi due momenti: a una cosa come tale, all'oggetto, cioè, dell'appetito; e alla coscienza cui l'essenziale è la cosalità... Il signore si rapporta al servo in guisa mediata attraverso l'essere indipendente, ché proprio a questo è legato il servo; questa è la sua catena, dalla quale egli non poteva astrarre nella lotta; e perciò si mostrò dipendente, avendo egli la sua indipendenza nella cosalità. Ma il signore è la potenza che sovrasta a questo essere; ... siccome il signore è la potenza che domina l'essere, mentre questo essere è la potenza che pesa sull'altro individuo, così, in questa disposizione sillogistica, il signore ha sotto di sé questo altro individuo. Parimente il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata attraverso il servo.” (Fenomenologia dello spirito)
Mentre il signore non ha rapporto con la realtà, oggetto dei suoi appetiti, se non attraverso il servo, questa realtà è il vincolo che lega in rapporto di dipendenza il servo al signore. Ma la realtà è anche il mezzo attraverso cui il servo trova l'unica indipendenza possibile: infatti la sua trasformazione della realtà dipende unicamente da lui.
Proprio in questa trasformazione il servo scopre che il signore non è veramente indipendente, in quanto dipende dal suo lavoro, e che egli, invece, nel suo lavoro è indipendente per davvero.
“La verità della coscienza indipendente è, di conseguenza, la coscienza servile. Questa da prima appare bensì fuori di sé e non come la verità dell'autocoscienza. Ma... la servitù nel proprio compimento diventerà piuttosto il contrario di ciò ch'essa è immediatamente, essa andrà in se stessa come coscienza riconcentrata in sé, e si volgerà nell'indipendenza vera." (Fenomenologia dello spirito)
Il servo giunge alla sua autocoscienza: il rapporto prima esistente col signore ora si capovolge. Agli occhi del «servo» l'autocoscienza signorile mostra la sua debolezza proprio mentre egli conquista, attraverso la paura ch'egli vive in ogni attimo della sua esistenza, la propria autocoscienza.
A questo punto il servo non riconosce più come «signore» il signore.
“Alla coscienza servile l'essere-per-sé che sta nel signore è un essere-per-sé diverso, ossia è solo per lei, nella paura l'essere per sé è in lei stessa (coscienza); nel formare (elaborare la realtà) l'essere-per-sé diviene il suo proprio per lei, ed essa giunge alla consapevolezza di essere essa stessa in sé e per sé.“(Fenomenologia dello spirito)
Sia il lavoro che la paura conducono il servo alla «riappropriazione» di sé e alla «negazione» del signore.


martedì 5 giugno 2012

Albrecht Dürer il cavaliere melanconico della Bellezza



Albrecht Dürer viveva nella Norimberga d’inizio secolo VIX. Una città della Germania del nord fiorente, ordinata, industriosa, piena di uomini di cultura e di valenti artigiani.
Eppure Dürer si sentiva soffocare, insoddisfatto dell’ambiente che lo circondava; aveva dentro di sé l’irrequietezza che posseggono tutti i grandi artisti. Ecco quello che scrisse:
“Le immagini che arrivavano dall’Italia mi dicevano che Oltralpe gli artisti possedevano un arcano, quello delle misure del mondo e delle membra umane, chiamato prospettiva e anatomia. La smania mi tormentava l’anima: spendevo ore e ore a indagare i dettagli della natura come un fabbro i meccanismi di una serratura; disegnavo i fili d’erba di tarassaco, le ali di una quaglia, gli infiniti peli di un coniglio, ma più addentravo lo sguardo nei particolari, più mi sfuggiva il sistema che tutti quei dettagli tiene insieme. Ero frastornato dalla molteplicità della vita e con arrogante superbia ho osato pensare di poter ricondurre a un’unità il suo continuo mutare. Dopo averle indagate, dopo averle sentite respirare sotto il mio bulino, io sapevo ormai che tutte le cose erano segretamente unite, ma non trovavo la formula alchemica che le aveva fuse nel crogiolo del mondo.”
E così, alla fine, decise di partire alla volta di Venezia.



“Che città diversa dall’ordinata, retta e laboriosa Norimberga! Dappertutto c’è movimento, disordine, odori e colori. Fui colpito dal gran numero di prostitute, merci, abiti e razze diverse.
Ma, soprattutto, dal fatto che a Venezia gli artisti conducevano vita da signori, così diversa dalla considerazione di onesti artigiani in cui siamo tenuti qui. Fui preso da una peccaminosa ebbrezza di libertà; lì potevo arricciare i miei lunghi capelli biondi senza essere mal giudicato come a Norimberga e curavo il mio aspetto senza sentire su di me la disapprovazione per un atteggiamento considerato poco virile.”
Dürer conobbe e studiò i pittori italiani e specialmente i veneziani. Ammirava Tiziano e Giorgione, fece amicizia con Bellini e strinse un “accordo artistico” con Raffaello: l’italiano gli mandava i suoi disegni, i suoi studi sul corpo umano e Dürer ricambiava con le sue incisioni.
Dürer cercava disperatamente la Bellezza, una ricerca che da sempre l’aveva ossessionato; voleva carpirne i segreti. Alla fine confessò ad un amico di Norimberga.



"Caro Willibald, sono entrato in possesso di quei segreti degli artisti italiani a cui tanto anelavo.
Ma ecco, adesso so che la menzogna è nella nostra intelligenza; l’oscurità è così fermamente radicata nella mente umana che la nostra affannosa ricerca non potrà che fallire.
A trent’anni credevo di poter definire la bellezza universale attraverso il compasso e la squadra, i numeri e le proporzioni; ma a quaranta ho inciso la Melanconia che, sconfitta, ha abbandonato a terra gli strumenti per misurare e costruire. Ora so che la verità di ciò che vive viene rivelata dalla vita stessa della natura: bisogna osservarla diligentemente, non abbandonarla illudendosi di far meglio da soli poiché l’arte è nella natura e viene da Dio. E forse Dio, nella sua immensa saggezza, mi ha già punito. Il travaso di bile nera che anni fa mi ha colpito alla milza continua a deprimermi l’umore e mi porta a soffrire di melanconia. Ho accumulato ricchezze e fama e tuttavia non ho ancora smesso di tormentarmi sul senso di questa vita: come il cavaliere solitario che ho inciso, impavido miles christianus, procedo insidiato dal tempo e dal demonio. Erasmo da Rotterdam mi è stato di aiuto in questo percorso, ma egli, come i cattolici di Roma, crede nel libero arbitrio. Non fa per me. Preferisco Lutero. Ora ho finalmente capito che l’arte di ben dipingere, come la grazia, dipende dalle cose infuse dall’alto. Ho cominciato a vedere naturae nativam faciem e sono almeno giunto a comprendere che questa semplicità è anche il fine ultimo dell’arte, la quale ha ragione d’essere se è indirizzata a onorare il Signore. Ma cosa sia la Bellezza, questo ancora io non lo so."

lunedì 4 giugno 2012

Programma politico Movimento 5 Stelle 3. Informazione



Qual è la prima cosa da notare in Berlusconi come politico? Di sicuro il fatto che un possessore di poteri economoci, finanziari e mediatici non può accedere anche al potere politico. È lampante, ma purtroppo la gente non lo capisce e la cosa non viene sottolineata a sufficienza anche se è un fattore della massima importanza.
Berlusconi sa benissimo che controllando l'informazione controlla il cervello delle persone ed è in grado, con questo immenso potere, di manipolare la realtà in cui viviamo. Vi sarà capitato di leggere o ascoltare qualche leccapalle di Silvio dire che le televisioni, i giornali, ecc. non sono importanti per vincere le elezioni. PALLE. Bisognerebbe domandare a questo imbecille il perché allora Berlusconi voglia possedere e dominare tutte le tv e i giornali e le radio possibili.
Per questo, un movimento politico che si rispetti deve avere nel suo programma un'intera parte dedicata all'informazione. Ormai i mass media sono vere e proprie potenze, influenzano tutto. Non lasciamole nelle mani di questa gentaglia, nelle mani dei politicanti.
Un'ultima annotazione che mi riguarda un po' più da vicino. L'Ordine dei giornalisti so che fu creato negli anni di Mussolini e del fascismo. So che oltre che qui da noi sopravvive in Portogallo dove anche lì nacque sotto la dittatura fascista di Salazar. Io non ne capisco l'utilità. So che costa (mortacci loro), che dà poltrone e che non garantisce per nulla la qualità del giornalismo. A che serve l'Ordine dei giornalisti?
Andiamo avanti e buona lettura delle proposte (sempre da approfondire per conto vostro).

L’informazione è uno dei fondamenti della democrazia e della sopravvivenza individuale. Se il controllo dell’informazione è concentrato in pochi attori, inevitabilmente si manifestano derive antidemocratiche. Se l’informazione ha come riferimenti i soggetti economici e non il cittadino, gli interessi delle multinazionali e dei gruppi di potere economico prevalgono sugli interessi del singolo. L’informazione quindi è alla base di qualunque altra area di interesse sociale. Il cittadino non informato o disinformato non può decidere, non può scegliere. Assume un ruolo di consumatore e di elettore passivo, escluso dalle scelte che lo riguardano.

Le proposte:
• Cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano
• Eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche
• Nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%
• Le frequenze televisive vanno assegnate attraverso un’asta pubblica ogni cinque anni
• Abolizione della legge del governo D’Alema che richiede un contributo dell’uno per cento sui ricavi agli assegnatari di frequenze televisive
• Nessun quotidiano con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato diffuso con proprietà massima del 10%
• Abolizione dell’Ordine dei giornalisti
• Vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici
• Un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale,indipendente dai partiti
• Abolizione della legge Gasparri
• Copertura completa dell’ADSL a livello di territorio nazionale
• Statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia,
e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi ad ogni operatore telefonico
• Introduzione dei ripetitori Wimax per l’accesso mobile e diffuso alla Rete
• Eliminazione del canone telefonico per l’allacciamento alla rete fissa
• Allineamento immediato delle tariffe di connessione a Internet e telefoniche a quelle europee
• Tetto nazionale massimo del 5% per le società di raccolta pubblicitaria facenti capo a un singolo soggetto economico privato
• Riduzione del tempo di decorrenza della proprietà intellettuale a 20 anni
• Abolizione della legge Urbani sul copyright
• Divieto della partecipazione azionaria da parte delle banche e di enti pubblici o para pubblici a società editoriali
• Depenalizzazione della querela per diffamazione e riconoscimento al querelato dello stesso importo richiesto in caso di non luogo a procedere (importo depositato presso il tribunale in anticipo in via cautelare all’atto della querela)
• Abolizione della legge Pisanu sulla limitazione all’accesso wi fi. (obiettivo raggiunto)

venerdì 1 giugno 2012

Scrigno estetico di tesori artistici


Oggi vado in soffitta e apro il baule. Non trovo né giocattoli della mia infanzia, né vecchi vestiti, né foto, né lettere di qualche innamorata idiota.
È un baule artistico che contiene piccoli, umili e in qualche caso sublimi gioiellini artistici ed estetici.
L’estetica non è solo una disciplina filosofica, né quella stronzata moderna di giudicare quadri o roba simile. Estetica è una parola greca che significa godere attraverso l’apprendimento, in questo caso godere attraverso la lettura.
Dicono che chi è sazio non può capire chi è affamato; io aggiungo che un affamato non capisce un altro affamato. (Dostoevskij)
[come sempre, Fedor non delude. questa è una frase di grande e tragica verità]

In quanto artisti bloccati, tendiamo a criticare noi stessi senza pietà, e anche quando il mondo esterno ci considera artisti abbiamo sempre l’impressione di non fare abbastanza e di sbagliare ciò che stiamo facendo. Siamo vittime del nostro stesso perfezionista interiore, un malvagio critico, il Censore che risiede nel nostro cervello e mantiene in vita un flusso continuo di osservazioni sovversive, spesso camuffate da verità. Il censore è quello che vi dice cose come: “E questo lo chiami scrivere? Ma dai. Non sai nemmeno dove mettere le virgole, e poi se non ce l’hai fatta fino a ora non ce la farai mai più. Fai anche errori di ortografia… Ma che cosa ti fa pensare di essere creativo?” e così via all’infinito.
Stabilite questa regola: ricordate sempre che le opinioni negative del vostro Censore non sono la verità. Lasciate pure che blateri (lo farà certamente), senza che la vostra mano smetta di muoversi sulla carta. Potrete scrivere i pensieri del Censore notando come gode nel mirare alla vostra giugulare creativa. Non cadete nelle sue reti: il Censore è lì per catturarvi, è un abile avversario da non sottovalutare. Ogni volta che diventate più svelti nel sottrarvi, lui diventa più rapido e astuto nel cacciarvi. Avete scritto un bel racconto? Il Censore calerà a valle per dirvi quello che pensa. Avete fatto un bel disegno? Eccolo arrivare per dire: “Di certo non è un Picasso”. Pensate al vostro Censore come a un serpente da disegno animato: si insinua subdolo nel vostro Eden, sibilando vili parole per distrarvi in continuazione.
[sì, ricordo. questi sono gli appunti sul Censore, su quell’ente spirituale che ci blocca la psiche durante i nostri attacchi creativi. un ente materiale è, ad esempio, il foglio bianco]

La sera in cui prende la decisione di rinunciare al mondo gli annunciano che sua moglie ha dato alla luce un figlio. Torna nel palazzo; a mezzanotte si desta, attraversa l’harem e vede le donne addormentate. A una esce bava dalla bocca; un’altra, coi capelli sciolti e in disordine, sembra calpestata da elefanti; un’altra parla in sogno; un’altra ha il corpo pieno di ulcere; tutte sembrano morte. Siddharta dice: “Così sono le donne, impure e mostruose nel mondo degli essere mortali; ma l’uomo, ingannato dalle loro grazie, le giudica desiderabili”.
[ah, questo è preso dalla leggenda di Buddha]

La signorina Willerton è un’aspirante scrittrice e siccome oggi voleva scrivere un racconto, ho chiesto a Flannery di farmi “sentire” i suoi pensieri per avere una visione dall’interno dell’atto creativo e uscire per una volta dai soliti consigli tecnici sulla scrittura.
La signorina Willerton ha pranzato con tre persone noiose e petulanti che non sanno cosa sia l’arte, ha sparecchiato, ha mandato affanculo Lucia che la importunava ed è salita nella sua camera.
Una volta lì si è seduta davanti alla macchina da scrivere e ha cominciato a pensare a quale soggetto sarebbe stato adatto per affrontare un problema sociale. Pensa ai fornai…no, non vanno bene. Gli insegnanti? No, gli insegnati non costituiscono un problema sociale, sono fuori moda e le hanno sempre provocato un senso di disagio.
I mezzadri? Certo! i mezzadri sarebbero stati un soggetto artistico buono come qualunque altro e le avrebbero conferito quell’aria di preoccupazione sociale (ogni scrittore deve avere la sua “preoccupazione”) che era così importante nei circoli letterari che sperava di frequentare in futuro.
Cominciò a scrivere.
“Lot Motun chiamò il suo cane.” La parola “cane” fu seguita da una brusca pausa. La signorina Willerton era bravissima con la frase d’attacco e su di esse costruiva il racconto.
[la signorina Willerton…devo poi ricordarmi di scrivere com'è andato a finire il racconto e la storia del suo racconto]

Personalità della donna è l’incoscienza nobilitata dall’incoscienza.

C’è una donna nella stanza prima che entri uno che la vede? Esiste la donna in sé?

Per l’uomo lo specchio serve solo alla sua vanità; la donna ne ha bisogno per assicurasi della propria personalità.

Quanto più forte è la personalità di una donna, tanto più facilmente essa porta il fardello delle sue esperienze. L’orgoglio viene dopo la caduta.
[per gradire, quattro aforismi di Karl Kraus sulle donne]

Questo romanzo dura un respiro, uno di quelli che fanno bene e cacciano fuori tutti i pensieri; lasciandoti come quando scende quel silenzio tombale durante una partita di calcio e si sente solo la voce del cronista sintonizzato su centinaia di tv nel raggio di chilometri; come quando entri in un palazzo di domenica alle tre e l'odore della frittura di pesce ti ricorda che forse un po’ di spazio nello stomaco c'è ancora; come quando senti le voci dei pochi venditori ambulanti rimasti i racconti dei ricoveri durante la guerra- e ti chiedi se è la stessa città di adesso, se è la stessa città che vede l'autore e se di questa città ne resta ancora una briciola.
[questo è un regalo. un inizio di recensione da adattare a un qualsivoglia romanzo]

In un angolo remoto dell’universo scintillante, diffuso in innumerevoli sistemi solari, c’era una volta un astro sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della “storia universale”; ma fu solo un minuto. Dopo pochi respiri della natura, l’astro si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire.
[l’incipit di una breve e famosissima opera che lascerò scoprire a chi vorrà]

“L’arte è un passo che dalla natura conduce all’infinito”
(“Art is a step from nature toward the infinite”)
[frase fantastica di Gibran]