giovedì 17 maggio 2012

È ufficiale: condannate l'Ermeneutica e la filosofia Postmoderna

(un filosofo postmoderno viene fucilato da un plotone di filosofi realisti)

Non seguo nessun maestro di pensiero, odio i guru, i capi carismatici e altra gentaglia.
Non appartengo a nessuna scuola, non ho mai fatto lo zerbino di nessun professorone, non ho mai creduto né mi sono mai piaciuti gli –ismi, gli –isti e tutte le etichette della minchia. Ho fatto tutto il possibile per uscire al più preso da qualsiasi discepolato. I maestri cercano seguaci, cioè cercano zeri e io uno zero non sono. Ho il mio gusto e il mio cervello, non mi comanda nessuno e a tutti i maestri, i professori e gli insegnanti ho sempre mostrato il dito medio quando si pigliavano un’eccessiva confidenza o esageravano nel volermi influenzare.
Io sono Ingestibile, lascio fare i i coglioni boccaloni ad altri.
Non capisco la gente che dedica la vita a un solo pensatore, quelli che si consacrano ad un solo filosofo, insomma quelli che per forza devono avere un Cristo da adorare e un Vangelo da leggere.
Ma che senso ha?
Mi si potrebbe dire che così va il mondo accademico, che la cultura funziona così, l’università, gli studi, le monografie…ma sticazzi!
Io leggo ciò che mi pare e tutto quel che mi pare. Leggo Kant senza essere kantiano, Nietzsche senza essere nicciano, Sartre senza essere esistenzialista ecc. ecc. Io svario da Eraclito e Parmenide a Platone e Aristotele, da Giordano Bruno e Cartesio a Leibniz e Hegel, da Marx e Stirner a Foucault e Deleuze e molti, molti altri ancora.
In questi giorni ho letto che sono stati condannati due metodologie di pensiero: l’ermeneutica e il pensiero postmoderno che hanno avuto una certa popolarità negli ultimi decenni, mentre si inneggiava al realismo come pensiero filosofico da preferire e coltivare in questi tempi così difficili.
Io me la spasso troppo a seguire queste diatribe tra vecchi filosofanti, alla fine della lettura mi ritrovo sempre a ghignare e a sussurrare quasi tra me e me un bel emmecojoni!
Comunque veniamo a noi e vediamo un po’ il perché di questo ostracismo filosofico.
Il pensiero postmoderno, si dice, non è che è fallito, ma si è realizzato troppo bene, e in maniera perversa, cioè contraria alle intenzioni dei suoi teorizzatori filosofici. L’idea era che la decostruzione di una realtà piena di costruzioni sociali sarebbe risultata emancipativa.
Il risultato, però, è stato il realitysmo mediatico (e poi non dite che non vi faccio divertire con queste buffissime espressioni), dove l’ironia e la critica dell’oggettività non sono emancipazione, ma oppressione. Il risultato sono state guerre scatenate sulla base di menzogne, crisi economiche prodotte da una finanza creativa che non faceva differenza tra realtà e immaginazione, e, nel minimo farsesco, Berlusconi che si inventa nipoti di Mubarak. Bisogna, si dice, riconoscere l’arco che dal postmoderno conduce al populismo.
Ecco, io non sono un pensatore postmoderno, il solo nome “pensiero debole” mi fa cacare, ma imputare al postmoderno la nascita dei reality show e della tv di merda, le guerra contro Saddam e l’avvento di Berlusconi in politica mi pare proprio ‘na strunzat’.
Occupiamoci ora dell’ermeneutica.
Nessun filosofo realista nega l’importanza dell’ermeneutica nelle pratiche sociali e conoscitive. Quello che appare inaccettabile è la formulazione di Nietzsche: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Perché anche qui, sulle prime appare come una grande promessa di emancipazione, l’idea di una umanità che si libera dalle ombre della caverna platonica, dai falsi idoli e dalle illusioni. Ma poi si rivela per quello che è, un perfetto strumento reazionario, la traduzione filosofeggiante e scettica del “La ragione del più forte è sempre la migliore”, l’idea che chi ha il potere, per ingiusto e disumano che sia, può imporre le sue interpretazioni, con la forza dei suoi avvocati o dei suoi eserciti o dei suoi soldi. Immaginate, si dice, un tribunale in cui, invece che “La legge è uguale per tutti”, trovaste scritto “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Ci sarebbe certo da aver paura, ci sentiremmo peggio di Josef K. de Il processo di Kafka. C’è un filo continuo che dal disprezzo dei fatti, dal considerarli banali e modificabili, porta alla negazione dei fatti. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” significa, se le parole hanno un senso, che anche Auschwitz è solo una interpretazione.
Io non sono un ermeneuta, ma tutta sta tiritera sul “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” va fuori strada. Non c’entra una beata fava tutto ciò con Nietzsche e il suo pensiero.
Vabbè, vorrà dire che nei prossimi post mi dovrò occupare di questa presunta vera e vincente filosofia realista e ristabilire la verità storica e filosofica della frase nicciana.
Au revoir.

mercoledì 16 maggio 2012

Facciamo la conoscenza dell'indaco


Visto che voglio inaugurare una sezione del blog dedicata ai colori e alla teoria dei colori, come primo post ho deciso di parlare dell'indaco. Colore il cui nome ci accompagna sin da bambini perché è uno dei sette colori che compongono l'arcobaleno che è composto da rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, violetto e, appunto, indaco.
L'indaco è un blu molto complesso che spazia dal nero inchiostro all'azzurro tenue. Amato dagli acquerellisti, l'indaco appare come un colore forte ed opaco, totalmente permanente e fotostabile.
Uno dei pigmenti blu più antichi, l'indaco fu creato, in origine, utilizzando delle piante del genere indigofera. Il più diffuso veniva realizzato utilizzando la pianta indiana Indigo Tinctoria, da qui il nome indaco (inchiostro indiano). La pianta veniva tagliata e messa in grandi fusti dove macerava e fermentava. Il precipitato scuro veniva poi scremato, passato, pressato ed asciugato in dischi che avrebbero poi formato la base del pigmento indaco.
L'indaco può essere trovato in tutto il mondo e, addirittura nell'antica civiltà Maya, dove veniva utilizzato per le ceramiche e negli affreschi. Tracce di indaco possono essere trovate negli scudi da parata degli antichi romani e nei vestiti degli egizi. Era anche la base dell'inchiostro standard blu cinese e, una volta scoperto che non era corrosivo, fu utilizzato per i manoscritti indiani e persiani. Una volta che il commercio di indaco si impiantò in Europa, si inserì nella cultura europea e oggi si trova nelle cattedrali britanniche di Exeter e Salisbury.
I blu sono sempre stati tra i colori più costosi al mondo artistico. Se confrontato con le sue controparti minerali, come lapislazzuli e cobalto, l'indaco è molto meno caro e gli artisti come Rembrandt e Frans Hals lo utilizzavano nei loro dipinti.
Nel 1878 il chimico tedesco Von Baeyer scoprì come sintetizzare l'indaco. Dopo questa scoperta, il commercio dell'indaco naturale declinò e oggi per i pigmenti viene utilizzato un indaco sintetico di alta qualità. L'indaco del Bengala, comunque, che viene considerato tra i migliori, ha continuato ad essere ampiamente utilizzato nell'industria tessile.
Nel 1997, quando fu ricostruito il teatro Shakespeare Globe a Londra, fu utilizzato il pigmento originale indiano per dipingere la volta celeste del teatro.

martedì 15 maggio 2012

Pasolini e il popolo napoletano


Pasolini aveva girato a Napoli il suo Decameon, prestando ai personaggi di Boccaccio il dialetto di Basile, di Sgruttendio e di Ferdinando Russo.
Nel corso di quel soggiorno, che ebbe luogo nel settembre-ottobre 1970, Pier Paolo si era innamorato del popolo napoletano e ne aveva intuito, forse unilateralmente, certo con disperata passione, una dimensione tragica che è spesso sfuggita ai visitatori più distratti.
E sui napoletani, Pasolini ci ha lasciato questa pagina meravigliosa e stupefacente.

Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà, ecc., ma strano, ciò che conta non è questo. Io non so se gli “esclusi dal potere” napoletani preesistessero, così come sono, al potere, o ne siano un effetto. Cioè, non so se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe o l’abbiano prodotta. Certamente c’è una risposta a questo problema, basta leggere la storia napoletana non da dilettanti o casualmente, ma con onestà scientifica. Questo io finora non l’ho fatto, perché non mi si è presentata l’occasione, o forse perché non mi interessa. Ciò che si ama tende a imporsi come ontologico*.
Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vive nel ventre di una grande città di mare.
Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto questa negazione alla storia è giusto, è sacrosanto.
La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazze nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) o per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno; quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati).
I napoletani hanno deciso di estinguersi restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili.

* splendida definizione di che cos'è la filosofia nella sua essenza.

lunedì 14 maggio 2012

Il campo di battaglia della metafisica


Nel 1781 comparve sulla scena filosofica un’opera che segnò per sempre una linea di confine. La filosofia non sarebbe più stata la stessa e ogni pensatore avrebbe dovuto confrontarsi con essa.
Sto parlando della Critica della ragione pura, che uscì a Riga nel 1781. Autore: Immanuel Kant.
La prima pagina della Critica della ragione pura, che posterò di seguito, delinea già il programma filosofico kantiano.
Protagonista dell’opera è la ragione umana. Ragione umana non alle prese con fatti empirici, con le esperienze di tutti i giorni; ma, quando essa va oltre (“meta”) i fatti empirici (“fisici”) producendo quindi enunciati metafisici. È la ragione umana metafisica che Kant si propone di “criticare”.
Il verbo criticare, in questo contesto, non ha la valenza che siamo soliti dargli, non significa riportare pareri negativi, bocciare, contestare, ecc. Critica qui va inteso nel senso greco di κρὶνω, cioè un esame circostanziato della ragione che ne valuti la capacità, le pretese, il potere, la funzione, il tutto dal punto di vista della ragione pura, cioè la ragione che non si affida all’esperienza ma va oltre. (quindi la ragione “purificata” dai meri dati empirici)
Come dice l’ultimo rigo, la metafisica è un campo di battaglia e Kant vi entra come un bulldozer con la sua Critica. Quello che seguirà è uno spettacolo speculativo terribile, difficile ma con un fascino senza limiti. È un libro infernale, un libro da diventare matto, insomma la goduria è infinita.
Ne parlerò ancora, per ora cominciamo a leggerne la prima pagina.
In un genere delle sue conoscenze, la ragione umana ha il particolare destino di venire assediata da questioni, che essa non può respingere, poiché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, ma alle quali essa non può neppure dare risposta, poiché oltrepassano ogni potere della ragione umana.
Essa incorre in questo imbarazzo senza sua colpa.
Muove da proposizioni fondamentali, il cui uso è inevitabile nel corso dell’esperienza, ed insieme è da questa sufficientemente convalidato. Con tali proposizioni essa sale sempre più in alto (come in verità richiede la sua natura), a condizioni più remote. Ma poiché si accorge, che a questo modo la sua attività deve rimanere ognora senza compimento, essa si vede allora costretta a rifugiarsi in proposizioni fondamentali, che oltrepassano ogni possibile uso di esperienza e nondimeno sembrano tanto superori ad ogni sospetto, che anche la comune ragione umana si trova d’accordo su di esse. Così facendo tuttavia essa cade in oscurità e contraddizioni, dalle quali a dire il vero può inferire, che alla base debbono sussistere da qualche parte errori nascosti; essa non può tuttavia scoprirli, poiché le proposizioni fondamentali, di cui si serve, non riconoscono più alcuna pietra di paragone nell’esperienza, dal momento che oltrepassano il confine di ogni esperienza.
Ebbene, il campo di battaglia di questi contrasti senza fine si chiama m e t a f i s i c a.

venerdì 11 maggio 2012

Programma politico Movimento 5 Stelle 1. Stato e cittadini


Visto che molti parlano a schiovere, cioè parlano senza sapere le cose, facendo confusione o appoggiandosi al vociare e ai titoli di telegiornali e quotidiani, ho deciso di dedicare alcuni post al programma politico del Movimento 5 Stelle.
Per ora non sono un iscritto, ma è l’unico movimento politico che seguo perché sinceramente PDL e Lega mi fanno cacare, il PD è veramente ributtante e altre forze politiche sono vuote o squallide (tipo l’UDC).
I poveracci si limitano ad insultare Beppe Grillo, un cittadino decente sa che Grillo e il Movimento 5 Stelle son due cose diverse pur provenendo dalla stessa "famiglia" e, soprattutto, invece di sparare cazzate senza fondamento legge il programma.
La prima parte del programma politico del Movimento 5 Stelle riguarda lo Stato e i cittadini.
L’organizzazione attuale dello Stato è burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente.
Il Parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito.
La Costituzione non è applicata.
I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio.

• Abolizione delle province
• Accorpamento dei Comuni sotto i 5.000 abitanti
• Abolizione del Lodo Alfano (obiettivo raggiunto)
• Insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico
• Riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica
• Eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo
• Divieto per i parlamentari di esercitare un’altra professione durante il mandato
• Stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali
• Divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari (esempio: sindaco e deputato)
• Non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati
• Partecipazione diretta a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web, come già avviene per Camera e Senato
• Abolizione delle Authority e contemporanea introduzione di una vera class action
• Referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum
• Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare
• Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria
• Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini.

Ovviamente, leggerlo non basta. Bisogna soffermarsi su ogni singola questione. Analizzare, confrontare, ricercare quello che non conosciamo o ci lascia in dubbio.
L’abolizione delle province e l’accorpamento dei Comuni sotto i 5 mila abitanti è un modo per ridurre i costi della politica sono esorbitanti e immorali. È pure un modo per far girare intorno alla politica gentaglia e ladri. Girando meno soldi avremo una riduzione dei figli di puttana intorno alle istituzioni. È matematico. E sarebbe anche un modo per frenare il clientelismo che i politicanti adoperano per raccattare voti.
Il Lodo Alfano e la non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati (soprattutto per chi ha rubato soldi pubblici) non ci sarebbe neanche bisogno di metterle nel programma, perché dovrebbero essere cose normali. Ma l’Italia è a un livello talmente vergognoso che c’è bisogno di mettere anche queste cose.
L’insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico si rende necessario perché si è visto che costoro o non la conoscono o fanno finta di ignorarla.
La riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica è una proposta che mi trova d’accordo per favorire il ricambio visto che i nostri parlamentari vogliono fare i vescovi; stare tra i coglioni per cinquanta o sessant’anni; fino alla morte insomma.
L’eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto alla pensione
dopo due anni e mezzo, il divieto per i parlamentari di esercitare un’altra professione durante il mandato, lo stipendio parlamentare allineato alla media degli stipendi nazionali e il divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari (esempio: sindaco e deputato), sono tutte proposte anti casta. Tutti tentativi per migliorare la situazione penosa in cui versa la politica italiana. Ovviamente queste proposte tocca ai cittadini farle e lottare per esse perché la casta non ha nessun interesse ad attuare queste riforme. È una vera guerra politica. Noi contro loro.
La partecipazione diretta a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web, come già avviene per Camera e Senato, i referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum, l’obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare, le leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini sono proposte tese a far partecipare di più i cittadini, per renderli più consapevoli e informati della realtà politica, per evitare di cadere nel sonno letale di “limitarsi a delegare”.
L’approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria è un’altra proposta condivisibile mentre l’abolizione delle Authority e contemporanea introduzione di una vera class action è da approfondire anche per capire meglio cosa significa: class action.

giovedì 10 maggio 2012

Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione [scritto introduttivo]


La questione di quale carattere avrebbe assunto il potere statale, una volta che il proletariato insorto avesse riportato la vittoria, è il motivo principale che spinse Lenin a scrivere Stato e rivoluzione. Per questo, nella seconda metà del 1916, egli manifestò l’esigenza di mettere a punto e rielaborare in forma sistematica la teoria marxista dello Stato.
Lenin ritenne indispensabile schierarsi contro le deformazioni della teoria marxista dello Stato nei teorici più in vista del marxismo: Plechanov e Kautsky.
“Il problema dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della rivoluzione sociale e della rivoluzione sociale nei confronti dello Stato, come del resto il problema della rivoluzione in generale, ha preoccupato assai poco i teorici e i pubblicisti più in vista della II Internazionale (1889-1914). Si può dire in generale che la tendenza a eludere il problema dell’atteggiamento della rivoluzione proletaria verso lo Stato, tendenza vantaggiosa per l’opportunismo che essa alimentava, ha portato al travisamento del marxismo e alla sua completa degradazione”.
Nell’autunno del 1916 e all’inizio del 1917 Lenin si immerse nel lavoro teorico; lavorò con foga in biblioteca studiando a fondo le opere di Marx ed Engels sulla questione dello Stato. Questo lavoro si tradusse in numerosissimi appunti riportati in un famoso quaderno con la copertina blu intitolato Il marxismo sullo Stato.
In esso Lenin trascrisse tutte le principali citazioni sull’argomento, tratte dalle opere di Marx ed Engels, nonché estratti di libri e articoli di Kautsky, Pannekoek e Bernstein, con osservazioni critiche e conclusioni. In una lettera ad Aleksandra Kollontaj (autrice dell’interessantissimo libro Largo all’Eros alato! di cui parlerò in futuro) in data 4 (17) febbraio 1917, Lenin diceva di aver quasi finito di raccogliere la documentazione necessaria sull’argomento.
Riporto alcune parole di Lenin scritte nella Prefazione alla prima edizione (Agosto 1917):
Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico. La guerra imperialista ha accelerato e acutizzato a un grado estremo il processo di trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di Stato. L’oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello Stato, il quale si fonde sempre più strettamente con le onnipotenti associazioni dei capitalisti, acquista proporzioni sempre più aberranti. I paesi più avanzati si trasformano – ci riferiamo alle loro “retrovie” – in case di pena militari per gli operai.
Gli inauditi orrori e flagelli di una guerra di cui non si vede la fine, rendono insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione. La rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico.
Gli elementi di opportunismo che si son venuti accumulando nel corso di decenni di sviluppo relativamente pacifico, hanno fatto sorgere la corrente socialsciovinista che domina nei partiti socialisti ufficiali di tutto il mondo. Questa corrente (Plekhanov, Potresov, Bresckovskaia, Rubanovic, e, in forma appena velata, i signori Tsereteli, Cernov e consorti in Russia; Scheidemann, Legien, David e altri in Germania; Renaudel, Guesde, Vandervelde in Francia e in Belgio; Hyndman e i Fabiani in Inghilterra, ecc.) – che è socialismo a parole e sciovinismo nei fatti – si distingue per l’atteggiamento piatto, servile, dei “capi” del “socialismo” agli interessi non solo della “propria” borghesia nazionale, ma precisamente del “proprio” Stato, giacché da lungo tempo la maggior parte delle cosiddette grandi potenze sfruttano e asserviscono numerosi popoli piccoli e deboli.
Orbene la guerra imperialista è appunto una guerra per la spartizione e la ridistribuzione di un simile bottino. La lotta per sottrarre le masse lavoratrici all’influenza della borghesia in generale, e in particolare della borghesia imperialista è impossibile senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici sullo “Stato”.

mercoledì 9 maggio 2012

Dieta, boom nel culo e soldi


Fatto il primo controllo-peso dopo due settimane di dieta: persi 5 chili. Il prossimo è fissato il 22 maggio. Posso fare ancora meglio perché lo stomaco si sta abituando a mangiare di meno (cioè in maniera normale) e quindi sarò più ligio e preciso nel rispettare le direttive mediche. Conto anche di cominciare a fare un po’ di sport e di esercizi per gli addominali e i pettorali.
Contento per l’exploit del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative. Spero che la gente onesta capisca che votare per i vecchi partiti è del tutto inutile. Spero che la gente onesta capisca che deve partecipare di più e non delegare. Spero che la gente capisca che la casta è il primo nemico e che i politici son quasi tutti merde. Spero che la gente onesta capisca che deve leggere e studiare di più per capire e trasformare in meglio la realtà.
Il vecchio comunista inutile non eletto dal popolo dice che il boom non l’ha sentito. Sturati le orecchie, matusalemme. In fondo è da comprendere, Napolitano è un vecchio comunista e per i comunisti di una volta il partito è sacro. Sono più fondamentalisti dei religiosi, guai a toccargli la casta. Dopo tutto lui è eletto dal parlamento, dai partiti, quindi è loro che protegge, è a loro che rende conto. Non ha capito che siamo nel 2012 e non nel 1956. Svegliati.
Ho saputo che è uscito un libro importante sull’annosa questione di Heidegger nazista e ho ascoltato alcune parole sui “filosofi credenti”, dovrò riparlarne con calma perché tutto ciò merita un post a parte.
Ho vinto la mia battaglia con la scuola e un altro datore di lavoro per avere degli arretrati. Dei soldi. Non ne sono sicuro, ma la settimana prossima dovrei avere importanti novità. Pensavano che io mollassi, che m’arrendessi come hanno fatto molto colleghi. Sticazzi, vi farò sputare fino all’ultimo euro. Sono paziente e determinato, io.
Devo tornare alla vita sociale. Ho il vizio di ritirarmi nel mio antro, di andare sottoterra, nelle caverne, nel Tartaro.
Son fatto così, altrimenti che diavolo sarei?

martedì 8 maggio 2012

Dio secondo la scienza Patafisica


Dio è inesteso per definizione, ma ci è permesso, per la chiarezza dell’enunciato, attribuirgli un qualsiasi numero di dimensioni più grande di zero benché non ne abbia alcuna, se queste dimensioni scompaiono nei due membri delle nostre identità.
Ci accontenteremo di due dimensioni affinché si possano agevolmente rappresentare figure di geometria piana su un foglio di carta.
Simbolicamente Dio è indicato da un triangolo, ma le tre Persone non devono essere considerate come vertici o lati. Sono le tre altezze di un altro triangolo equilatero, circoscritto al tradizionale.
Ipotesi conforme alle rivelazioni d’Anne-Catherine-Emmerich, che vide la croce (che noi consideriamo come simbolo del Verbo di Dio) a forma d’Y, il che essa spiega con la ragione fisica che nessun braccio di lunghezza umana avrebbe potuto essere teso fino ai chiodi dei rami di un Tau.

Dunque, POSTULATO:
Fino a più ampie informazioni e per nostra comodità provvisoria, supponiamo Dio in un piano e nella figura simbolica di tre rette uguali, di lunghezza a, originate da un medesimo punto e che formano angoli di 120 gradi tra di loro. È dello spazio tra esse compreso, o del triangolo ottenuto congiungendo i tre punti più lontani delle rette, che ci proponiamo di calcolare la superficie.
Sia x la mediana prolungamento di una delle Persone a, 2y il lato del triangolo al quale la mediana è perpendicolare, N e P i prolungamenti della retta (a + x) nelle due direzioni dell’infinito.
Abbiamo:
x = ~ - N – a – P.
Ora
N = ~ - 0
e
P = 0
Per cui:
x = ~ - (~ - 0) – a – 0 = ~ - ~ + 0 – a – 0
x = - a.
D’altra parte, il triangolo rettangolo i cui lati sono a, x e y ci dà
a^2 = x^2 + y^2.
Ne deriva, sostituendo a x il suo valore (- a)
a^2 = (-a)^2 + y^2 = a^2 + y^2
Per cui:
y^2 = a^2- a^2 = 0
e
y = √0.
Dunque la superficie del triangolo equilatero che ha per bisettrici dei suoi angoli le tre rette a sarà
S = y (x + a) = √0 (- a + a)
S = 0 √0.
COROLLARIO. – A prima vista, del radicale √0 noi possiamo affermare che la superficie calcolata è al massimo una linea; in secondo luogo, se costruiamo la figura secondo i valori ottenuti per x e y, constatiamo:
Che la retta 2y, che adesso sappiamo essere 2√0, ha il suo punto di intersezione su una delle retta a in senso opposto alla nostra prima ipotesi, poiché x = - a; e che la base del nostro triangolo coincide con il suo vertice;
Che le due rette a fanno con la prima angoli più piccoli per lo meno di 60°, e inoltre non possono incontrare 2√0 se non coincidendo con la prima retta a.
Il che è conforme al dogma dell’equivalenza delle tre Persone tra di loro e alla loro somma.
Possiamo dire che a è una retta che congiunge 0 a ~ e definire Dio:
DEFINIZIONE. – Dio è la distanza più breve da zero all’infinito.
In che senso? si chiederà.
- Risponderemo che il Suo nome non è Rinale, ma Più-e-Meno. E si deve dire:
± Dio è la distanza più breve da 0 a ~, in un senso o nell’altro.
Il che è conforme alla credenza nei due principi; ma è più esatto attribuire il segno + al principio della credenza del soggetto.
Ma Dio, essendo inesteso, non è una linea.
- Notiamo infatti che dall’identità
~ - 0 – a + a + 0 = ~
la lunghezza a è nulla, a non è una linea, ma un punto.
Perciò, definitivamente:
DIO È IL PUNTO TANGENTE DI ZERO E DELL’INFINITO.
La Patafisica è la scienza…

lunedì 7 maggio 2012

Elegie duinesi


La redazione delle dieci Duineser Elegien impegnò Rilke tra il 1912 e il 1922. Le parti più consistenti furono composte nei mesi di gennaio e febbraio 1912 a Duino nel castello della principessa Marie von Thurn und Taxis e nel febbraio 1922 nel castello di Muzot, in Svizzera.
Nell’arco dei dieci anni che intercorrono tra queste due fasi di straordinaria creatività, Rilke lavorò alle elegie in maniera discontinua e con un lungo periodo di inattività (tra il 1915 e il ’22). La qualifica di “elegie” non appartiene tanto al livello metrico e formale (raro è infatti l’accoppiamento di esametro e pentametro che caratterizza il distico elegiaco), quanto piuttosto al tono luttuoso e accorato che spesso connota i testi.
Nelle Elegie Duinesi, Rilke attinge a miti classici e a leggende bibliche (il mito di Lino alla fine della I elegia, Tobia e l’angelo nella II), si richiama all’antico Egitto (X), rinvia a temi, all’epoca nuovissimi, di psicologia del profondo (il vincolo ancestrale che lega il maschio al mondo dei padri nella III), affronta problemi di critica culturale (la critica al funzionalismo del moderno mondo tecnico nella VII e nella IX) e cita motivi pittorici (motivo ispiratore della V elegia è la grande tela Famiglia di saltimbanchi di Picasso che Rilke ammirò a lungo nella casa monacense dell’amica Herta Koning); il poeta elabora inoltre figure che diventano archetipi della condizione umana o modelli ideali da contrapporre alla misera sorte dell’uomo (le amanti infelici, i giovani morti, il saltimbanco, l’eroe), nonché autonome e originalissime costruzioni mentali (la città del dolore e il paese delle lamentazioni nell’ultima elegia), per intessere un poema sull’insufficienza del sentire umano di fronte ai grandi compiti dell’esistenza. Numerose sono le figure che Rilke propone in contrapposizione al destino degli uomini, incapaci di amare e di essere felici perché coscienti del tempo e consapevoli della fine: l’angelo che attraversa terribile e grandioso la I, la II, la IV e la VII elegia, l’animale (VIII) anch’esso mortale ma felicemente inconsapevole della propria fine, la marionetta (IV), il saltimbanco (V), l’eroe (VI) e il bambino (I, IV, VIII) che vive in uno stato di puro presente ed è quindi ancora libero dal pensiero della morte che assedia l’uomo adulto.
(Picasso, Famiglia di saltimbanchi, 1905)

Figura centrale delle elegie è l’angelo, essenza di pura luce, sottratta al peso e ai vincoli della materia:
Opera prima felice, beniamini voi del creato,
cime, crinali di monti all’aurora
dell’intera creazione – polline di fioritura divina,
articolazioni di luce, varchi, scale, troni,
spazi di essenza, scudi di delizia, tumulti
d'un sentire turbinoso, rapito, e ad uno ad uno, d'un tratto
specchi: che la bellezza effluita
riattingono in sé, nel volto ch’è proprio.
Se gli angeli, nella loro assolutezza e perfezione, non conoscono dissipazione e consumo, l’esistenza e il sentire umano sono invece connotati dallo svanire e dal dileguarsi:
Poiché noi sentendo svaniamo; ah, noi
esaliamo fino ad estinguerci; un legno che di ardore
in ardore dà sempre più tenue profumo. Uno dice:
sì, tu mi sei dentro nel sangue, questa stanza, la primavera
è ricolma di te… A che giova, non ci può trattenere,
in lui, attorno a lui dileguiamo.
Lo stacco temporale che separa le prime dalle ultime elegie si manifesta ei temi e nei contenuti: nel dopoguerra Rilke concentra infatti la sua riflessione sulla tecnica e sull’anonimità degli oggetti nel moderno mondo tecnologizzato; queste riflessioni traspaiono nelle elegie VII e IX (composte nel febbraio 1922). Ora lascio la parola a Rilke perché i pensieri del poeta sulla propria opera sono sempre i più interessanti.
“Assenso alla vita e alla morte risulta essere, nelle Elegie, una cosa sola. Consentire all’una e non all’altra è una limitazione che esclude ogni infinità. La morte è la faccia della vita che da noi si distoglie, da noi lasciata al buio; dobbiamo tentare di essere massimamente consapevoli della nostra esistenza, che è di casa nei due terreni non separati, inestinguibilmente nutrita da entrambi… La vera figura della vita attraversa i due campi, il sangue del circolo estremo li bagna entrambi: non esiste né aldiqua né aldilà, bensì la grande unità, in cui sono di casa gli esseri che ci sopravanzano, gli “angeli”. La caducità precipita dovunque in un essere profondo. E così tutte le figurazioni di ciò che è non vanno usate soltanto entro i confini temporali, ma, per quanto possiamo, sono da inserire in quelle superiori significazioni di cui partecipiamo. Ma non in senso cristiano (dal quale mi allontano con passione crescente); si tratta, invece, con coscienza terrena, profondamente, beatamente terrena, di introdurre ciò che qui vediamo e tocchiamo nell’orizzonte più ampio, estremo. Non in un aldilà la cui ombra oscura la terra, bensì in un tutto, nel tutto. La natura, le cose che tocchiamo e usiamo, sono transitorie e caduche; ma, fintanto che siamo qui, sono il nostro possesso e la nostra amicizia, sanno della nostra miseria e gioia, come già furono i confidenti dei nostri avi. Si tratta allora non solo di non diffamare e mortificare le cose terrene, ma, proprio a causa della caducità che dividono con noi, questi fenomeni e cose debbono essere da noi compresi e trasformati con il più intimo intendimento. Trasformati? Sì, perché è nostro compito imprimere in noi questa terra provvisoria e caduca con tanta profondità, sofferenza e passione, che il suo essere risorga “invisibile” in noi. Ora dall’America arrivano cose vuote e indifferenti, cose apparenti, imitazioni della vita… Le cose animate, le cose esperite, le cose che sanno di noi, si avviano al tramonto, e non possono essere sostituite. Noi siamo forse gli ultimi che hanno conosciuto quelle cose. Su di noi grava la responsabilità di conservarne non solo la memoria (sarebbe poco e inaffidabile), ma il valore umano e laico. La terra non ha altra via di scampo che diventare invisibile; in noi, che partecipiamo dell’invisibile con una parte del nostro essere. Noi siamo, sia sottolineato una volta ancora, nel senso delle Elegie, siamo noi coloro che trasformano la terra; tutta la nostra esistenza, i voli e le cadute del nostro amore, tutto ci rende capaci di questo compito (accanto al quale, sostanzialmente, non ne esiste altro”.
Questa celebrazione della terra, con il suo ciclo naturale di morte e di vita, è riconfermata nel finale della X elegia: se i morti si risvegliassero e dovessero indicarci con un’immagine l’unità di vita e morte,
indicherebbero forse gli amenti delle spoglie
avellane, penduli, oppure
la pioggia, che sulla scura terra cade a primavera.
E noi che la felicità la pensiamo
in ascesa sentiremmo la commozione,
che quasi ci atterra sgomenti,
per una cosa felice che cade.
La felicità non è dunque movimento verso l’alto – ricerca di una trascendenza impossibile – ma caduta verso il basso: ritorno alla terra e umile adesione al ciclo imposto dalla natura.