martedì 29 maggio 2012

David Harvey e la crisi del capitalismo

(David Harvey di cui prossimamente discuterò l'opera L'enigma del capitale)

Esistono diversi modelli per spiegare la crisi che c’ha colpito ed è interessante capire di che genere sono.
Il primo genere fa riferimento alla fragilità umana. È il modello usato da Alan Greenspan, economista americano, ex presidente della Federal Reserve. La crisi fa parte della natura umana, ci dice, e non possiamo farci nulla. Ma esiste un intero mondo di spiegazioni simili che associano la crisi all’istinto predatorio, all’istinto del controllo, alla delusione degli investitori, all’avidità e così via. Questa linea di ragionamento è molto diffusa perché si tratta di fattori che regolano la vita quotidiana di Wall Street; quindi, possiamo immaginare che queste spiegazioni contengano una buona parte di verità.
Il secondo genere ci dice che ci sono state delle mancanze da parte delle istituzioni; i regolatori si sono addormentati nella stanza dei bottoni, il sistema bancario si è modificato senza che loro se ne accorgessero, ecc. ecc. E quindi le istituzioni devono essere ristrutturate, ci deve essere uno sforzo globale del G20 o di consessi del genere; insomma, se si guarda al sistema istituzionale, non si può che constatarne il fallimento e decidere di ristrutturarlo.
Un terzo genere sostiene che tutti si sono fissati su una falsa teoria. Hanno letto troppo Hayek e creduto nell’efficienza del mercato ed è ora di ritornare a qualcosa tipo Keynes e di riprendere sul serio la teoria di Minsky sulla instabilità intrinseca delle attività finanziarie.

(Hyman Minsky e la teoria dell'instabilità intrinseca delle attività finanziarie)

Per un altro genere ancora, la crisi ha origini culturali. Non è molto diffuso negli Stati Uniti, ma in Francia e in Germania sono in molti a dire: “Questo è un male anglosassone che non ha nulla a che fare con noi”. E quando sono stato in Brasile, Lula diceva qualcosa tipo: “Grazie a Dio finalmente gli Stati Uniti sono puniti dal Fondo Monetario Internazionale. Noi ci siamo passati otto volte negli ultimi venticinque anni e ora tocca a loro”. “Fantastico!”, diceva Lula… ed intanto gli Stati Uniti dicevano: “Stavolta colpirà te più che noi”. E così è successo e all’improvviso la musica è cambiata.
Comunque c’è una tendenza a riconsiderare gli aspetti culturali come è avvenuto nel caso della Grecia dove la stampa tedesca ha scritto: “È colpa del carattere greco, dei difetti del carattere greco” e tutta una serie di schifezze di questo tipo. Insomma, gli aspetti culturali sono diventati parte del discorso sulla crisi. Ad esempio, per gli Stati Uniti si è parlato della passione per la casa di proprietà considerato un valore culturale profondo per il fatto che il 68% delle famiglie statunitensi sono proprietarie della loro casa, contro il 22% in Svizzera. Questo supposto valore culturale degli Stati Uniti è stato sostenuto dalla deduzione fiscale degli interessi dei mutui. Si tratta di un enorme sussidio introdotto negli anni ’30, sulla base della teoria che i proprietari di casa, con un debito che incombe, non entrano in sciopero.
Infine, c’è l’idea che ci sia stata una mancanza di politiche e che quindi spetta alla politica oggi intervenire. Sta emergendo una strana alleanza tra Glenn Beck della Fox News e la Banca Mondiale. Entrambi dicono che il problema è che c’è troppa regolazione del tipo sbagliato.
Ci sono tutti questi modi di spiegare la crisi, quindi, e ognuno di loro contiene una certa parte di verità.
Qualsiasi bravo saggista può prendere l’una o l’altra di queste idee, costruire la storia e scrivere un intero libro su di essa.
Io mi sono chiesto: che tipo di storia potrei scrivere che sia plausibile, ma diversa da tutte quelle che abbiamo raccontato? (che poi è quello che mi chiedo sempre).
Non è difficile da fare, in particolare se si fa da una prospettiva marxista perché non sono in molti a fare questo tipo di analisi.
Un’idea mi è venuta da quello che è successo alla London School of Economics quando un anno e mezzo fa sua maestà la regina ha chiesto agli economisti: “Come mai non vi siete accorti di quello che stava per succedere?” (non ha detto proprio così; è giusto per rendere l’idea)
Loro si sono molto agitati. La regina, allora, ha telefonato al governatore della Banca d’Inghilterra e gli ha chiesto: “Come mai non te ne sei accorto?” Allora l’Accademia Britannica è venuta fuori con un’incredibile lettera scritta dagli economisti alla regina: “La cosa ci ha stupito molto. Un sacco di gente zelante, intelligente, preparata, ha dedicato la sua vita allo studio con grande serietà, ma ci siamo dimenticati di un aspetto: il rischio sistemico”. E lei: “Che cosa?”
Ora non vi parlerò della politica del Nilo e di cose simili. Il rischio sistemico ha a che vedere con la contraddizione interna dell’accumulazione capitalista. E io mi sono detto che forse avrei dovuto scrivere qualcosa sulla contraddizione interna dell’accumulazione capitalista, di capire il ruolo della crisi nella storia del capitalismo e che cosa c’è di speciale nella crisi in cui ci troviamo ora.
Mi hanno detto che ci sono due modi per leggere la crisi attuale: uno, è di guardare a cosa è successo dal 1970 ad oggi. Ne viene fuori che la forma della crisi attuale è per molti versi determinata da come siamo usciti dalla crisi precedente. Il problema negli anni ’70 era che il lavoro aveva un potere eccessivo rispetto al capitale, quindi la soluzione è stata quella di punire il lavoro e sappiamo come è stato fatto: con la delocalizzazione, gli off shore, con la Thatcher e Reagan, con la dottrina neo liberista – è stato fatto in molti modi diversi.
A metà degli anni ’80, la questione del lavoro era stata essenzialmente risolta nel senso che tutti i capitalisti avevano ormai accesso al mercato mondiale del lavoro. Nessuno, nella situazione attuale, dice che è colpa dell’avidità dei sindacati o che il potere del lavoro è eccessivo… al contrario, si dice che è il capitale ad avere un potere eccessivo e in particolare il capitale finanziario che è la radice del problema.
Ma come è successo? Bene, negli anni ’70 siamo entrati in una fase di regressione dei salari. La quota di salari sul totale delle entrate nazionali nei paesi dell’OCSE è costantemente diminuita persino in Cina, ovunque. Così, viene fuori che la recessione è stata pagata dai salari; ma i salari sono anche i soldi con cui si comprano i beni per cui, se diminuiscono i salari, ci si ritrova con il problema di capire da dove può venire la domanda. La risposta è stata: bene, ci sono le carte di credito. Così si è superato il problema della domanda reale pompando l’economia del credito. Le famiglie americane, inglesi, le famiglie in molte parti del mondo negli ultimi venti/trent’anni si sono indebitate e una larga parte di questo debito è stato contratto nel mercato della casa.
Qui, interviene la teoria che dice: il capitalismo non risolve mai le sue crisi, le sposta da un luogo all’altro.
E quello a cui assistiamo oggi è un movimento geografico del debito. Tutti dicono: “Ok, ci sono inizi di ripresa negli Stati Uniti” e la Grecia esplode. E tutti si chiedono: “Che ne è dei pix?”

(Marx, sempre indispensabile per capire la nostra era capitalista)

È interessante; abbiamo una crisi finanziaria che abbiamo quasi risolto per metà, ma a spese di una crisi del debito pubblico.
Se guardiamo al processo di accumulazione del capitale, vediamo un certo numero di limiti e di barriere. E Marx, nei Grundrisse, spiega che il capitale non può sopportare un limite, lo deve trasformare in una barriera e cercare di aggirarlo per trascenderlo. E quando guardiamo al processo di accumulazione, cerchiamo di capire dove possono essere le barriere e i limiti.
Il modo più semplice per spiegare questo è che il tipico processo di accumulazione funziona così: si inizia con dei soldi, si va al mercato e si compra lavoro e mezzi di produzione. Quindi, li si mette all’opera con una data tecnologia e una data organizzazione, si crea una merce, la si vende e si ricava il denaro originario più un profitto. A questo punto, si prende una parte del profitto e lo si ricapitalizza per espandersi. Ora ci sono due cose da dire: una, è che esistono una serie di barriere. Come ha fatto il denaro a mettersi insieme e andare al posto giusto, nel momento giusto e nella giusta quantità? E questo fa escludere che la finanza sia ingenua.
Per cui l’intera faccenda del capitalismo ha a che vedere con l’innovazione finanziaria. L’innovazione finanziaria ha anche la capacità di rendere più potenti i finanzieri e l’eccessivo potere dei finanzieri fa sì che questi diventino avidi. Su questo non c’è dubbio.
Se si guarda ai profitti dei finanzieri negli Stati Uniti, questi sono cresciuti così tanto negli anni ’90 che sono arrivati fin qui, mentre i profitti degli industriali sono scesi. Potete vedere il disequilibrio nel Regno Unito. Il modo con cui la città di Londra si è sviluppata contro l’industria manifatturiera dal 1950 in poi ha avuto implicazioni molto serie per l’economia del paese. L’industria viene distrutta per fare contenti i finanzieri.
Ogni persona di buon senso, ora, dovrebbe entrare in un’organizzazione anticapitalista e lo dovete fare perché altrimenti la cosa andrà avanti e continueranno anche tutti i vari aspetti negativi. Per esempio, l’accumulazione della ricchezza. Ci si sarebbe aspettati che la crisi l’avrebbe fermata, invece l’anno scorso in India c’erano più miliardari che mai – sono raddoppiati in un anno!
La crescita della ricchezza dei ricchi si è accelerata. L’anno scorso i maggiori possessori di hedge funds hanno ricevuto una remunerazione personale di 3 miliardi. Ora, io pensavo che fosse osceno e folle già qualche anno fa quando presero 250 milioni, ma ora hanno preso 3 miliardi!
Questo non è il mondo in cui voglio vivere e se neppure voi ci volete vivere, siete miei ospiti. Io non so come discutere e dibattere su questo, non ho la soluzione. So qual è la natura del problema e bisogna che ci prepariamo ad avere una vera e ampia discussione e prendiamo le distanze dal tipo di questioni che normalmente fanno parte delle campagne politiche tipo: ogni cosa andrà bene se l’anno prossimo voterete per me. Quelle sono PUTTANATE, voi dovete sapere che sono PUTTANATE e dirlo. Noi abbiamo un compito in quanto accademici seriamente impegnati nel mondo: cambiare il nostro modo di pensare.

lunedì 28 maggio 2012

Eraclito, logos mon amour


Eraclito è in assoluto il pensatore greco più affascinante che io abbia mai incontrato.
Proveniva da una famiglia aristocratica ma non aveva né castelli né soldi né tutte la altre minchiate che noi moderni siamo abituati ad associare alla parola "aristocratico".
Aristocratico deriva dalla parola greca aristoi ed era una distinzione che si dava alle persone che eccellevano nel campo della saggezza, nell’igiene, nel saper consigliare, nel dirimere questioni e litigi, ecc. Insomma era sempre la saggezza, la fronesis che i Greci onoravano.
Eraclito dopo aver vissuto svariati anni ad Efeso e tra gli efesini, mandò tutto e tutti a cacare e si ritirò in disparte, sui monti. Visse in una specie di eremitaggio; è il primo esempio di filosofo solitario. Poteva diventare basileus, ma se ne fregò.
Di lui non ci rimane nessun testo, solo frammenti sparsi di un’opera che Eraclito sotterrò nel tempio di Artemide perché non ritenne i suoi scritti adatti al popolino.
Ci sono varie parole chiave che possono guidarci all’interpretazione di Eraclito: logos, physis, pòlemos, mondo, fuoco, uno-unico, ecc.
Visto che questo è il primo post dedicato a Eraclito, cominciamo dal frammento 1 (secondo l’edizione Diels-Kranz) che contiene la parola logos, nostro termine guida per “entrare in contatto” con Eraclito. Leggiamolo per intero:
“Ora, riguardo al logos, all’ente nel suo essere, gli uomini continuano a rimanere al di fuori di ogni intendimento, sia prima di porgervi orecchio, sia una volta che hanno ascoltato; infatti, mentre tutto accade secondo il logos che dico, essi invece assomigliano a chi è senza esperienza, quando si cimentano in parole e opere tali quali vado spiegando, io che distinguo ciascuna cosa secondo la sua essenza e la dico così com’è. Ma agli altri uomini sfugge ciò che fanno da svegli, proprio come rimane loro celato ciò che era loro presente nel sonno”.
Il frammento 1 viene confermato su questo punto dal frammento 72, come lo riporta Marco Aurelio:
“Ciò a cui soprattutto si accompagnano è ciò da cui si dividono, e perciò: le cose in cui si imbattono ogni giorno sono quelle che ad essi appaiono in una luce estranea (xeina)”.
Il testo sembra contenere un paradosso. Le cose in cui ci si imbatte quotidianamente non sono piuttosto le cose del tutto familiari? In che senso dovrebbero quindi mostrarsi in una luce estranea?
Nel senso che gli uomini, una volta che si sono divisi dal logos, vedono solo un lato di ciò che incontrano, e nella stessa misura la cosa incontrata è per così dire estranea a se stessa.
Il frammento ci parla così degli uomini in quanto si allontanano dall’essere per ricadere da esso nell’ente ( si può confrontare questo allontanarsi dall’essere come decadimento o una caduta [nell’ente] in Essere e tempo di Heidegger).
Ciò che dice Eraclito non ha comunque niente a che vedere con il peccato originale, ma appartiene alla differenza stessa tra essere ed ente, in relazione alla quale gli uomini sono ancora più originariamente riuniti. L’interpretazione della decadenza come peccato originale, al contrario, è in se stessa l’eliminazione di questa differenza. Ma poiché qui viene mantenuta saldamente la differenza tra essere ed ente, anche il platonismo, insieme al discredito che getta sulla mera apparenza, è ancora di là da venire. Gli xéna di Eraclito non sono affatto un qualcosa che è in un senso minore, ma l’ente stesso così estraneo quale si mostra a coloro che si allontanano dalla differenza. Eraclito non nutre ancora, come Platone, sentimenti ostili nei confronti di ciò che è estraneo.
Se adesso dal frammento 72 ritorniamo al frammento 1, possiamo aggiungere che tutto quanto vi si dice degli “inesperti” è parimenti confermato dal frammento 2: “Bisogna dunque seguire ciò è comune. Ma pur essendo questo logos comune, la maggior parte degli uomini vive come se avesse un propria e particolare saggezza”, in cui essi vengono chiamati di nuovo axùnetoi, “coloro che non vanno insieme”. Insieme a che cosa essi non vanno? Insieme al logos da cui sono separati. I “divisi” del frammento 72 sono questi “disgiunti”.
Per questo il logos può essere per noi il filo conduttore per leggere i frammenti di Eraclito.
Ah, un'ultima cosa. Lasciate perdere chiunque traduca o parli di logos traducendo questa parola con "ragione". È gente che parla tramite i romani e che non si sforza di ascoltare l'autentico "parlare greco".

venerdì 25 maggio 2012

Obama c'ha la forfora?


Washington, Stati Uniti d’America.

Prima o poi doveva succedere.
Nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirglielo, soprattutto da quando, tre anni e mezzo or sono, divenne il 44° presidente degli Stati Uniti e quindi l’uomo più potente del mondo.
Proprio come nella fiaba Gli abiti nuovi dell'imperatore scritta da Hans Christian Andersen, solo un bambino ha avuto il coraggio, ma è un termine improprio, di parlare.
Ma veniamo al fatto.
Carlton Philadelphia è un marine ricevuto con la famiglia dal presidente Obama per la foto di rito al termine del suo servizio alla Casa Bianca. Mentre si fanno i soliti convenevoli e si consuma un breve lunch a base di tartine e coca cola, il piccolo Jacob, 5 anni, prima si trattiene mettendo due mani sulla sua boccuccia, poi comincia a ridere mettendo in mostra i suoi dentini bianchi.
Ovviamente la madre di Carlton, Patricia, cerca di calmare il piccolo per non mettere in imbarazzo il presidente, ma il bambino, oramai incontenibile, non cessa di ridere.
Obama dapprima rimane un po’ sorpreso, in attesa degli eventi, quindi chiede al piccolo il perché di quell’irrefrenabile ilarità. Jacob, allora, prima si schernisce, poi visto che il presidente insiste gli grida in faccia: "Ih ih ih! c'hai la forfora!"
Dopo questa frase nella Casa Bianca cala un pesante silenzio.
John Dumpit, capo della sicurezza, avverte le teste di cuoio di stare pronti a intervenire mentre Oliver Strumbler avvisa l’aviazione e la marina di mettersi in stato di guerra ed emana un dispaccio per la CNN che il Paese è sotto attacco.
Obama, nel frattempo, ha ripreso il suo self control e dice a Jacob che non è vero che ha la forfora perché fa lo shampoo tre volte alla settimana e va dal barbiere una volta al mese.
Jacob, però, non ci crede e chiede di controllare da vicino.
Ed ecco che Obama fa un gesto di grande umanità che sorprende il mondo intero. Si avvicina al bambino, si inchina e gli dice: “Ecco, controlla”.
Jabob mette le sue manine sulla testa del presidente e poi dice: “Hai ragione, non c'hai la forfora, c'hai la segatura! Ih ih ih!”.
Obama torna in posizione eretta e ride di cuore, ridono i genitori della piccola peste, ridono i collaboratori di Obama, gli agenti dell’FBI e della CIA. Ridono tutti. Il clima torna sereno, l'aria divente di nuovo respirabile, persino Michelle Obama pare vestita quasi decentemente.
I militari sono dirottati su un paese africano qualunque e la CNN fa un servizio rassicurante che tranquillizza l’America.
Pete Souza, il fotografo ufficiale della Casa Bianca, immortala questo momento storico. La foto fa il giro del mondo e il Congresso americano emana una legge che prescrive che tutti gli americani ne abbiano una copia incorniciata sul comodino.
In Italia, la foto finisce in PRIMA PAGINA sul Corriere della Sera che io ringrazio perché senza il Corriere non sarei mai riuscito a conoscere questa importantissima notizia.











Ma andate a cacare.

giovedì 24 maggio 2012

Parole d'amore per Dante

Un pessimista spera sempre di avere torto perché non si può essere pessimisti e desiderare di aver ragione.
E oggi nel blog debutta messer Dante Alighieri attraverso le splendide parole d’amore dello scrittore Juan Rodolfo Wilcock (anch’egli al debutto).
Ho usato l’espressione “parole d’amore” non a caso, perché lo scritto di Wilcock non è né ragionevole né logico, ma irrazionale, estremo, travolgente e passionale come solo l’amore, il vero amore, può essere.
Le parole che seguono sono uno stralcio del pensiero che Wilcock aveva su Dante (e sulla poesia in generale) che mi ha molto colpito soprattutto perché per Wilcock Dante non è IL poeta o il poeta per antonomasia. Per lui Dante è l’ultimo e il più grande di tutti i poeti occidentali. E, attraverso queste meravigliose frasi, ci faremo un’idea del perché di questa forte e controversa affermazione.
“Che cosa significa per Lei, oggi, Dante?”, chiesero a Wilcock, che così rispose:
Poiché Dante fu il poeta massimo della letteratura europea, per me è come se mi domandassero: “Che cosa significa per Lei, oggi, la poesia?”.
La domanda su Dante, cioè sulla poesia, non solo mi riguarda, ma mi coinvolge.
Allo stesso modo coinvolge migliaia di persone che scrivono o hanno scritto poesie, che si occupano o si sono occupate di poesia. Non è una domanda locale, italiana: è una domanda intorno a una grande cosa finita, compiuta, senza seguito: la poesia in Europa, nelle due Americhe e in tutte quelle parti del mondo che si servono delle lingue europee. Non si tratta di Leopardi o di Torquato Tasso, si tratta del miglior poeta che ebbero le nostre lingue.
Ossia il più grosso produttore di un prodotto che non si produce più. La domanda interessa quasi tutti noi, perché fino a poco tempo fa quasi tutti noi partecipavamo, sia pure come consumatori, a questa produzione, o al suo simulacro, e l’abbiamo vista scomparire sotto i nostri occhi. Scomparire come mestiere per diventare vizio. Ora siamo in molti a sostenere che i vizi non vanno regolati, che si possono praticare in qualunque modo, e che di questo modo di praticarli si può pure parlare in pubblico. Che è lecito dunque dire che nella pratica del vizio poetico A. si dimostra più estroso di B., o che C. farebbe meglio a levarsi il vizio. Ma il mestiere era un’altra cosa.
Il mestiere consisteva nello scrivere «Dolce color d’oriental zaffiro» e consegnare al linguaggio quest’alba nuova e memorabile; il vizio sta nello scrivere di nuovo «Dolce color d’oriental zaffiro» e infilarcelo nel taschino, o legarlo alla coda del gatto; perché, dove altro possiamo metterlo? Dante si serviva della poesia per attestare la sua convinzione, gloriosa ma scaduta, che non siamo nati per vivere come bruti. Scaduta, dico: adesso sappiamo, o sospettiamo, di essere nati per vivere come bruti.
Perché? Immagino che la risposta, se sentimentale, potrebbe accennare alla morte di Dio; se concreta e statistica, all’aumento della popolazione e alla sua naturale conseguenza, la minaccia atomica. Un giorno la popolazione scemerà, le bombe scoppieranno o non scoppieranno, qualche sorta di Dio rinascerà, e avrà inizio un altro ciclo; col quale Dante forse non avrà nulla a che fare. Può darsi che sia stato il punto più alto di qualcosa che si chiamò poesia, in un ciclo ormai chiuso. Ma chiuso già ai tempi di Mallarmé e di Lewis Carroll: che non si illudano nemmeno i più pieni di buona volontà come Montale o T.S. Eliot di averne sfiorato i confini. Né gli altri che per bontà contribuirono a far credere ai giovani che il ciclo era ancora aperto.
Il pericolo peggiore (ma perché pericolo? Semplicemente prospettiva) è questo: che una miliardaria proliferazione di esseri umani, come dice Morante: «soprannumerari conciati, televisati e lustrati per la bomba atomica», estenda il nominalismo delle ideologie puerili a oggetti sempre più complessi, fino a mummificarli e convertirli in puri nomi, semmai connessi a piccoli riti: «San Marco», un posto dove si entra e dopo un quarto d’ora si esce; «Golfo di Napoli», golfo bello da guardare; «Debussy», musica che faceva la borghesia mentre decadeva; «Cechov», attività dei teatri sovvenzionati; «Shakespeare», varietà di dialoghi e vestiti del Seicento con delitti; «Picasso», disegni storti per appartamenti; «Tiziano», quadri per musei; «Leonardo», «Michelangelo» e «Raffaello», navi e geni; «Dante», poeta nazionale. E una volta svuotati di ogni senso, al contrario del Geova ebraico, di loro non sia permesso dire o sapere altro che il nome.

mercoledì 23 maggio 2012

Giovanni Falcone 23 maggio 1992 - 23 maggio 2012


Avevo tredici anni il 23 maggio del 1992 quando furono ammazzati col tritolo, Giovanni Falcone Francesca Morvillo Vito Schifani Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Sapevo che Falcone era un giudice con la faccia buona che combatteva i cattivi, combatteva contro la mafia, contro la merda.
Io la mafia la conoscevo con il nome di camorra, ma sapevo istintivamente che mafia e camorra erano solo due nomi diversi che indicavano la stessa merda.
Ricordo distintamente il dolore che provai quando vidi le edizioni straordinarie dei telegiornali. Un dolore sordo, figlio dell’impotenza e della sconfitta che la morte di Falcone mi provocava.
Quando poi, dopo nemmeno due mesi, ammazzarono anche Borsellino, ricordo di aver pensato che per l’Italia non c’era più nessuna speranza. Un pensiero che ho tuttora e che non mi ha mai abbandonato.
Avevo deciso di non fare polemiche oggi, ma solamente di ricordare Giovanni Falcone, ma una cosa voglio dirla.
Nel 1992 ammazzarono Falcone e Borsellino e quale fu la risposta del Paese? Berlusconi presidente del consiglio. Ebbene, vergognatevi, vergognatevi davvero, li avete ammazzati due volte.
Ok, l'ho detto e si fottano tutti i servi, i magagnoni e poveri ebeti.
Visto che gli anniversari per essere utili devono prolungarsi altri 364 giorni oltre la ricorrenza, ho deciso di postare dei libri che devono essere letti per conoscere meglio la storia, la nostra storia.
Solo leggendo e studiando, diamo un vero contributo alla società civile. Leggere, studiare, ricordare sempre, solo questo rende uomini e degni cittadini.
Che andiate oggi a fare una fiaccolata e poi nient’altro, non serve a un emerito cazzo.

Cose di cosa nostra, è il libro irrinunciabile per conoscere Giovanni Falcone. In venti interviste raccolte dalla giornalista francese, Marcelle Padovani, Falcone ci racconta la mafia e lo Stato. La prima edizione è del 1991.

Giovanni Falcone un eroe solo, il ricordo di Maria Falcone sorella di Giovanni e presidente della Fondazione Falcone, è raccolto da Francesca Barra.

Le ultime parole di Falcone e Borsellino, curato da Antonella Mascali, con la prefazione di Roberto Scarpinato, è un omaggio, attraverso appunti, interviste e interventi dei due giudici ammazzati da Cosa Nostra.

Quarant'anni di mafia, il libro enciclopedico di Saverio Lodato, racconta gli ultimi quarant'anni di mafia. Aggiornato di volta in volta ("Dieci anni di mafia", "Venti anni di mafia", "Tranta anni di mafia").

Antonino Caponnetto. Non è finito tutto, un fumetto di Luca Salici e Luca Ferrara, ci racconta attraverso gli occhi del giudice Antonino Caponnetto la Palermo del '92. Prefazione di Camilleri.

Volevo nascere vento. Storia di Rita, il libro di Andrea Gentile racconta la tragica storia di Rita Atria, che, diciassettenne, decise di dissociarsi dalla sua famiglia di mafia.

martedì 22 maggio 2012

Programma politico Movimento 5 Stelle 2. Energia


Chissà se stavolta l'ha sentito il BOOM del Movimento 5 Stelle il signor presidente dei partiti italiani (e non del popolo italiano e basta...).
Io l'ho sentito e me ne sono ampiamente rallegrato. Ho goduto per la sconfitta del PDL, ho goduto per il 7 a 0 subito dalla Lega, ma soprattutto ho goduto come un porco per l'elezione, a Parma, del primo sindaco del Movimento: Federico Pizzarotti.
Complimenti a lui, ai suoi collaboratori e alla magnifica città di Parma che ha avuto una reazione di grandissima civiltà. L'avevano etichettata come "città più corrotta del nord" e l'elezione di Pizzarotti è un grosso vaffanculo a tutti i magagnoni e ai politicanti di merda.

Veniamo ora alla pubblicazione della seconda parte del programma politico del Movimento 5 Stelle. Riguarda l'energia ed è la parte più corposa e tecnica del programma.
Le linee guida sono essenzialmente due: riduzione dei consumi e degli sprechi energetici e lo sfruttamento di nuove risorse energetiche con minore impatto ambientale.
Come sempre non basta solamente leggerlo, ma informarsi, confrontare, studiare e fare tante altre azioni che fanno le persone e i cittadini per bene.
Buona lettura.

Se venisse applicata rigorosamente la legge 10/91, per riscaldare gli edifici si consumerebbero 14 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato calpestabile all’anno. In realtà se ne consumano di più. Dal 2002 la legge tedesca, e più di recente la normativa in vigore nella Provincia di Bolzano, fissano a 7 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato calpestabile all’anno il consumo massimo consentito nel riscaldamento ambienti.
Meno della metà del consumo medio italiano.
Utilizzando l’etichettatura in vigore negli elettrodomestici, nella Provincia di Bolzano questo livello corrisponde alla classe C, mentre alla classe B corrisponde a un consumo non superiore a 5 litri di gasolio, o metri cubi di metano, e alla classe A un consumo non superiore a 3 litri di gasolio, o metri cubi di metano, al metro quadrato all’anno. Nel riscaldamento degli ambienti, una politica energetica finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2, anche per evitare le sanzioni economiche previste dal trattato di Kyoto nei confronti dei Paesi inadempienti, deve
articolarsi nei seguenti punti:
• Applicazione immediata della normativa, già prevista dalla legge 10/91 e prescritta dalla direttiva europea 76/93, sulla certificazione energetica degli edifici
• Definizione della classe C della provincia di Bolzano come livello massimo di consumi per la concessione delle licenze edilizie relative sia alle nuove costruzioni, sia alle ristrutturazioni di edifici esistenti
• Riduzione di almeno il 10 per cento in cinque anni dei consumi energetici del patrimonio edilizio degli enti pubblici, con sanzioni finanziare per gli inadempienti
• Agevolazioni sulle anticipazioni bancarie e semplificazioni normative per i contratti di ristrutturazioni energetiche col metodo esco (energy service company), ovvero effettuate a spese di chi le realizza e ripagate dal risparmio economico che se ne ricava
• Elaborazione di una normativa sul pagamento a consumo dell’energia termica nei condomini, come previsto dalla direttiva europea 76/93, già applicata da altri Paesi europei.
Il rendimento medio delle centrali termoelettriche dell’Enel si attesta intorno al 38%. Lo standard con cui si costruiscono le centrali di nuova generazione, i cicli combinati, è del 55/60%.
La co-generazione diffusa di energia elettrica e calore, con utilizzo del calore nel luogo di produzione e trasporto a distanza dell’energia elettrica, consente di utilizzare il potenziale energetico del combustibile fino al 97%. Le inefficienze e gli sprechi attuali nella produzione termoelettrica non sono accettabili né tecnologicamente, né economicamente, né moralmente, sia per gli effetti devastanti sugli ambienti, sia perché accelerano l’esaurimento delle risorse fossili, sia perché comportano un loro accaparramento da parte dei Paesi ricchi a danno dei Paesi poveri. Non è accettabile di per sé togliere il necessario a chi ne ha bisogno, ma se poi si spreca, è inconcepibile. Per accrescere l’offerta di energia elettrica non è necessario costruire nuove centrali, di nessun tipo. La prima cosa da fare è accrescere l’efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l’efficienza con cui l’energia prodotta viene utilizzata dalle utenze (lampade, elettrodomestici, condizionatori e macchinari industriali).
Solo in seguito, se l’offerta di energia sarà ancora carente, si potrà decidere di costruire nuovi impianti di generazione elettrica. Nella produzione di energia elettrica e termica, una politica energetica finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2 anche accrescendo l’offerta, deve articolarsi nei seguenti punti:
• Potenziamento e riduzione dell’impatto ambientale delle centrali termoelettriche esistenti
• Incentivazione della produzione distribuita di energia elettrica con tecnologie che utilizzano le fonti fossili nei modi più efficienti, come la co-generazione diffusa di energia elettrica e calore, a partire dagli edifici più energivori: ospedali, centri com-merciali, industrie con processi che utilizzano calore tecnologico, centri sportivi ecc.
• Estensione della possibilità di riversare in rete e di vendere l’energia elettrica anche agli impianti di micro-cogenerazione di taglia inferiore ai 20 kW
• Incentivazione della produzione distribuita di energia elettrica estendendo a tutte le fonti rinnovabili e alla micro-cogenerazione diffusa la normativa del conto energia, vincolandola ai kW riversati in rete nelle ore di punta ed escludendo i chilowattora prodotti nelle ore vuote
• Applicazione rigorosa della normativa prevista dai decreti sui certificati di efficienza energetica, anche in considerazione dell’incentivazione alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che essi comportano
• Eliminazione degli incentivi previsti dal CIP6 alla combustione dei rifiuti in base al loro inserimento, privo di fondamento tecnico-scientifico, tra le fonti rinnovabili
• Legalizzazione e incentivazione della produzione di biocombustibili, vincolando all’incremento della sostanza organica nei suoli le produzioni agricole finalizzate a ciò
• Incentivazione della produzione distribuita di energia termica con fonti rinnovabili, in particolare le biomasse vergini, in piccoli impianti finalizzati all’autoconsumo, con un controllo rigoroso del legno proveniente da raccolte differenziate ed esclu-dendo dagli incentivi la distribuzione a distanza del calore per la sua inefficienza e il suo impatto ambientale
• Incentivazione della produzione di biogas dalla fermentazione anaerobica dei rifiuti organici.

lunedì 21 maggio 2012

Come salvare concretamente la Grecia


Paesi come Cina, India, USA, Germania hanno i conti in regola, i bilanci a posto, sono veri e propri potentati economici, imperi finanziari, son bravi a fare gli affari. Speculazioni borsistiche, fabbriche d’armi e relativi traffici, trust petroliferi, industrie farmaceutiche, guerre in Iraq, in Afganistan e tanto altro ancora.
Sanno gestire lo spread, non vengono toccate dal default, non conoscono crisi.
E sticazzi? Conta solo l’economia a questo mondo? Onoriamo i paesi e le politiche che fottono il prossimo? Per me tutto questo conta zero, o quasi.
La Grecia è un paese piccolo con alcune isole e isolette, che magari non è bravo a fottersi il Kuwait o a rovinare la propria gente con i mutui subprime.
Però, la Grecia possiede la vera ricchezza: quella culturale, quella filosofica, quella artistica…la Grecia è l’anima dell’Europa, e le genuine radici europee non sono cristiane di sta ceppa né economiche: sono GRECHE.
O forse credete che l’Europa si fondi o si possa fondare sull’Euro, sulla BCE o su altre mostruosità veri moloch dei pezzenti e mezzi pazzi dei nostri tempi?
È nostro dovere, dovere di tutte le persone per bene, aiutare e difendere la Grecia.
Dobbiamo reagire contro gli speculatori e i banchieri de sto cazzo che la vogliono soggiogare, affamare, distruggere.
Bisogna, visto che viviamo in un’epoca di merda, trovare il modo di monetizzare il patrimonio culturale che gli antichi Greci ci hanno lasciato in eredità.
Io ho una proposta concreta da fare che ho mutuato da Enzo Savino.
La proposta è questa: far pagare un centesimo di euro a tutti quelli che usano parole coniate dai Greci antichi. Savino propone di abbonare parole di genealogia greca usate da tutti quali democrazia (potere del demo, del popolo), economia (le regole della casa), politica (il reggimento di una polis, un città, o per estensione di uno Stato).
Io sono più radicale e non le regalo, che si paghino anche queste parole.
Altra parola da pagare è “spread” che è il differenziale, lo scarto tra valori finanziari. Si camuffa, come al solito, da parola anglosassone, ma è una parola che risale ai contadini arcaici di Omero ed Esiodo. Nel loro linguaggio, speiro significava “io semino”, un atto maestoso, che sa di terra, di sudore sui solchi, di fiducia nell’arrischiare i chicchi preziosi in vista del raccolto. Il ventaglio di semi gettati con sapienza sulle zolle era lo “spread” antico, l’arco del grano che scintillava nell’aria. Ieri una festa di lavoro, di speranza, di vita, oggi una truce minaccia di miseria.
Prendiamo “default”. È il crollo, il fallimento, la bancarotta, lo spettro che ci incatena all’ansia. È un altro vocabolo greco, che chiamavano sphàllein (ecco la sinistra radice di de-fault) l’atterrare un avversario con lo sgambetto, il farlo rovinare a terra.
Arriviamo alla parola più ricorrente di questi tempi (che ha anche rotto abbondantemente i coglioni): crisi. È l’antica krisis, l’atto drammatico del krìnein, il “decidere”, la scelta fatale, il colpo di spada che dirime una situazione allo stremo. E molte altre parole ancora…
Ecco la proposta. Una volta tanto pagheremmo una tassa giusta, una tassa bella contenti di aver salvato un Paese (invece di sfruttarlo o distruggerlo come al solito) e di aver ricambiato la Grecia di tanti tesori d’intelligenza e di spirito.

sabato 19 maggio 2012

Pena di morte

Voglio la pena di morte per quelli che hanno messo la bomba alla scuola di Brindisi, per i mandanti e per tutti i mafiosi e i terroristi.
Basta con le cazzate cattoliche i nessuno tocchi caino e altre minchiate.
Pena di morte per queste bestie.

venerdì 18 maggio 2012

Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale. Un incipit straordinario


Mi sto letteralmente innamorando dei pensieri della filosofa ebrea francese Simone Weil (1909-1943) e dopo averne letto le Lezioni di filosofia (ed. Adelphi), sono alle prese con l’opera Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale.
Le Riflessioni furono scritte nella prima metà degli anni ’30, ma uscirono postume solo nel 1955.
Oggi parlo solo dell’incipit; il prossimo post, invece, sarà dedicato alla Critica marxista.
Le prime parole sono dedicate al presente dove io ho ritrovato la medesima “condizione emotiva” di cui parla Weil.
Il presente è uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita e, se non si vuole sprofondare nello smarrimento o nell’incoscienza, tutto va rimesso in questione.
Tutto va rimesso in questione, mi sembra un’ottima parola d’ordine per il nostro presente e forse per il presente di tutti i tempi. Una scossa per ripartire, per non abbattersi e per non precipitare in una micidiale accidia.
Altro punto estremamente attuale riguarda il lavoro che è uno degli argomenti più dibattuti e discussi in assoluto e uno dei pensieri, o meglio ossessioni, costanti di tutti noi.
Il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utili, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani per il fatto stesso di goderne, in breve un posto.
Non serve aggiungere altro.
Poi Simone fa un accenno al rapporto problematico che si è instaurato, a partire dal Novecento, tra il progresso tecnico e la fede in esso da parte degli industriali, progresso che ha apportato alle masse, in luogo del benessere, la miseria fisica e morale.
È messo in questione anche il progresso scientifico. A cosa può servire, si chiede Weil, accatastare ulteriormente conoscenze su un ammasso già fin troppo vasto per poter essere abbracciato dal pensiero stesso degli specialisti? L’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché non si può divulgare fra le masse che una miserabile caricatura della cultura scientifica moderna, caricatura che, lungi dal formarne la capacità di giudizio, le abitua alla credulità.
La prima parte dell’incipit si chiude con queste parole:
…la vita familiare è diventata solo ansietà, a partire dal momento in cui la società si è chiusa ai giovani. Proprio quella generazione per la quale l’attesa febbrile dell’avvenire costituisce la vita intera vegeta in tutto il mondo con la consapevolezza di non avere alcun avvenire, che per essa non c’è alcun posto nel nostro universo. Del resto questo male, al giorno d’oggi, se è più acuto per i giovani, è comune a tutta l’umanità. Viviamo un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia.
La seconda parte dell’incipit è dedicata a una parola magica che sorregge, come una stampella, molte persone alleviandone le pene: rivoluzione.
Da oltre un secolo, scrive la Weil, ogni generazione di rivoluzionari ha di volta in volta sperato in una rivoluzione prossima; oggi [ed è il cambiamento da analizzare], questa speranza ha perso tutto ciò che poteva servirle di supporto. Né al regime nato dalla rivoluzione d’Ottobre, né nelle due Internazionali, né nei partiti socialisti o comunisti indipendenti, né nei sindacati, né nelle organizzazioni anarchiche, né nei piccoli gruppi di giovani sorti in così gran numero negli ultimi tempi è possibile trovare qualcosa di vigoroso, di sano o di puro [bè, basterebbe pensare agli anni di piombo…]; già da molto tempo la classe operaia non dà alcun segno di quella spontaneità sulla quale contava Rosa Luxemburg, e che sempre del resto, quando si è manifestata, è stata subito annegata nel sangue; le classi medie sono sedotte dalla rivoluzione unicamente quando essa è evocata, a fini demagogici, da apprendisti dittatori [o gli imbonitori televisivi piduisti].
Infine, la Weil ha un dubbio estremamente stuzzicante su capitalismo e rivoluzione:
…il primo dovere che il presente ci impone è di aver sufficiente coraggio intellettuale per domandarci se il termine rivoluzione è altro che una parola, se ha un contenuto preciso, se non è semplicemente una delle numerose menzogne suscitate dal regime capitalista nel suo sviluppo e che la crisi attuale ci aiuta a dissipare.
Spero di aver suscitato curiosità per queste Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, perché questo è il mio obiettivo.