giovedì 21 giugno 2012

Inquisizione


godiamoci Voltaire, cazzo...

L’inquisizione è, com’è noto, un’invenzione mirabile e assolutamente cristiana per rendere il papa e i frati più potenti e per rendere ipocrita tutto un regno.
San Domenico è considerato di solito il primo a cui si deve il merito di questa santa istituzione. In verità possediamo ancora una lettera di questo grande santo, nella quale si leggono queste precise parole: “Io, frate Domenico, riconcilio alla Chiesa il nominato Ruggero, latore della presente, a condizione che si faccia fustigare da un prete per tre domeniche consecutive dalla porta della città sino a quella della Chiesa, che mangi di magro per tutta la vita, che digiuni per tre quaresime l’anno, che non beva mai vino, che porti il sambenito [lo scapolare dei penitenti] con delle croci, che reciti il breviario tutti i giorni, che dica dieci pater nel corso della giornata e venti all’ora di mezzanotte; che pratichi d’ora in poi la continenza e che si presenti tutti i mesi al curato della sua parrocchia ecc., tutto ciò sotto pena di essere trattato da eretico, spergiuro e impenitente”.


Goya, sambenitos

Benché Domenico sia il vero fondatore dell’inquisizione, Luis de Pàramo, uno fra i più rispettabili scrittori e dei luminari più brillanti del Sant’Uffizio, riferisce, al titolo secondo del De origine et progressu Sanctae Inquisitionis, che il primo fondatore del Sant’Uffizio fu Dio e che Egli esercitò il potere dei frati predicatori contro Adamo. Prima di tutto, Adamo viene citato dinanzi al tribunale: “Adam, ubi es?” [Adamo, dove sei?] e in effetti, aggiunge Pàramo, la mancanza della citazione avrebbe reso nulla la procedura di Dio.
Gli abiti di pelle che Dio fece ad Adamo e a Eva furono il modello del sambenito che il Sant’Uffizio fa portare agli eretici. È vero che con quest’argomentazione si dimostra anche che Dio fu il primo sarto, ma non è perciò meno evidente che egli fu il primo inquisitore.
Adamo fu privato di tutti i beni immobili che possedeva nel paradiso terrestre: di qui l’uso del Sant’Uffizio di confiscare i beni di tutti coloro che vengono da essi condannati.
Luis de Pàramo osserva che gli abitanti di Sodoma furono arsi come eretici, perché la sodomia è un’eresia formale. Di qui passa alla storia degli Ebrei e vi trova ovunque il Sant’Uffizio.
Gesù Cristo è il primo inquisitore della nuova legge; i papi furono inquisitori di diritto divino, e infine comunicarono la loro potenza a san Domenico.
Pàramo enumera poi tutti coloro che furono messi a morte dall’inquisizione e ne trova assai più di centomila.
Il suo libro fu stampato nel 1589 a Madrid, con l’approvazione dei dottori, gli elogi del vescovo e il privilegio del re. Noi non concepiamo oggi orrori così stravaganti e così abominevoli a un tempo; ma allora nulla sembrava più naturale e più edificante. Tutti gli uomini assomigliano a Luis de Pàramo quando sono fanatici.
Questo Pàramo era un uomo semplice, molto preciso nelle date, che non tralasciava alcun fatto importante e calcolava con scrupolo il numero delle vittime umane immolate dal Sant’uffizio in tutti i paesi.
Egli racconta con la più grande ingenuità come l’inquisizione vene istituita in Portogallo ed è perfettamente d’accordo con altri quattro storici, che si sono espressi come lui. Ecco ciò che essi riferiscono unanimemente.
Molto tempo prima, all’inizio del Quattrocento, il papa Bonifacio IX aveva incaricato dei frati predicatori che si recavano in Portogallo, dove si spostavano di città in città, di bruciare sul rogo gli eretici, i musulmani e gli Ebrei; ma erano itineranti e i re stessi si dolsero a volte delle loro vessazioni. Il papa Clemente VII volle dar loro una sede fissa in Portogallo, come già l’avevano in Aragona e in Castiglia. Insorsero difficoltà fra la corte di Roma e quella di Lisbona; gli animi si inasprirono; l’inquisizione ne soffriva e non era affermata perfettamente.
Nel 1539 apparve a Lisbona un legato del papa, arrivato, così diceva, per costituire la santa inquisizione su basi incrollabili. Egli apportò al re Giovanni III delle lettere del papa Paolo III. Aveva altre lettere di Roma da consegnare ai principali dignitari della corte; le sue patenti di legato erano debitamente sigillate e firmate: egli esibì i più ampi poteri di creare un grande inquisitore e tutti i giudici del Sant’Uffizio. Il presunto legato era un furfante di nome Saavedra, abile nel contraffare tutte le scritture, nel fare e applicare falsi sigilli e falsi bolli. Aveva appreso quest’arte a Roma e vi si era perfezionato a Siviglia, da cui arrivava con altri manigoldi. Il suo seguito era splendido; egli aveva al suo servizio più di centoventi domestici. Per far fronte alle spese enormi che tale seguito comportava, egli e i suoi due confidenti avevano preso a prestito a Siviglia somme immense a nome della camera apostolica di Roma; tutto era concertato con l’artificio più perfetto.


quel grand'uomo di Paolo III

Il re di Portogallo fu dapprima sorpreso che il papa gli inviasse un legato a latere senza averlo preavvertito. Il legato rispose fieramente che in una così urgente come l’istituzione stabile dell’inquisizione Sua Santità non poteva soffrire alcun indugio e che il re doveva essere abbastanza onorato dal fatto che il primo corriere che gliene portava notizia fosse un legato del Santo Padre. Il re non osò replicare. Il legato, quello stesso giorno, nominò un grande inquisitore, inviò dappertutto a raccogliere decime; e prima che la corte potesse avere delle risposte da Roma aveva già fatto bruciare duecento persone e raccolto più di duecentomila scudi.
Frattanto il marchese di Villanova, un signore spagnolo da cui il legato aveva ricevuto in prestito a Siviglia una somma ingentissima sulla base di effetti falsi, ritenne opportuno ripagarsi con le sue mani, anziché rischiare di andare a mettersi nei guai con quel furfante a Lisbona. Il legato stava facendo allora il suo giro ai confini con la Spagna. Il marchese vi si recò con cinquanta uomini armati, lo catturò e lo portò a Madrid.
La truffa fu scoperta ben presto anche a Lisbona, il consiglio di Madrid condannò il legato Saavedra alla fustigazione e a dieci anni nelle galere; la cosa più mirabile fu però che il papa Paolo III confermò poi tutto ciò che era stato stabilito da quel furfante; egli corresse con la pienezza della sua potenza divina tutte le piccole irregolarità procedurali commesse e rese sacro quel che era stato puramente umano.
“Che importa di qual braccio Dio degni di servirsi?”
(Voltaire, Zaire, atto II, scena I)
Ecco come l’inquisizione si insediò a Lisbona e tutto il regno ammirò la Provvidenza.
Del resto, si conoscono abbastanza tutti i procedimenti di questo tribunale; si sa bene come siano contrari alla falsa equità e alla cieca ragione di tutti gli altri tribunali dell’universo. Si è incarcerati sulla base della semplice denuncia delle persone più infami; un figlio può denunciare il padre, una donna il marito; non si è mai messi a confronto con gli accusatori; i beni vengono confiscati a profitto dei giudici: così almeno l’inquisizione si è comportata fino ai nostri giorni: in ciò v’è qualcosa di divino; è infatti incomprensibile che gli uomini abbiano potuto tollerare tale gioco tanto pazientemente.
Infine il conte di Aranda, che ha il merito di aver fatto espellere i gesuiti dalla Spagna nel 1767 e di aver limitato i poteri dell’Inquisizione nella sua qualità di capo del governo spagnolo, è stato benedetto dall’Europa intera per aver mozzato gli artigli e limato i denti del mostro; ma esso respira ancora.

1769

mercoledì 20 giugno 2012

Zarathustra e il vegliardo



Zarathustra a trent’anni porta la sua cenere al monte e resta in solitudine per dieci anni.
La cenere rappresenta i pensieri e i libri che Nietzsche ha scritto fino al momento di concepire Così parlò Zarathustra. È andato tutto in fumo, i suoi pensieri non lo soddisfano, i libri che ha scritto neanche e non perché sono poco letti, ma perché sono libri che non raggiungono l’altezza e la profondità sperata. Son testi da studioso, da comune professore universitario, testi che rimangono all’interno del grande circolo culturale letterario europeo. Io scrivo un libro, tu ne scrivi un altro e via così felici di fare scienza senza stressarsi troppo.
No; Nietzsche non è contento e brucia tutto. Resta di essi solo la cenere.
In realtà, Zarathustra non è proprio solo. Ha due animali con sé: l’aquila e il serpente. L’aquila vola alto nel cielo, fiera e indomita, il serpente striscia sulla terra – sono animali evidentemente complementari. Rappresentano simbolicamente l’unità del pensiero. Altezza e astuzia hanno bisogno l'una dell'altra. Solo l'altezza fa il pensatore stupido, solo l'astuzia fa il pensatore sordido.
Un giorno, Zarathustra decide di tramontare tra gli uomini così come fa il sole. Sente di aver accumulato tanta saggezza e vuole donarla all’umanità.
Discesa la montagna, giunto alla foresta, Zarathustra incontra un vegliardo, un altro eremita. Questo vegliardo riconosce Zarathustra e così lo accoglie:
“Questo viandante non mi è sconosciuto: alcuni anni fa è passato di qui. Zarathustra era il suo nome; ma egli si è trasformato. Portavi allora la tua cenere sul monte: oggi vuoi portare nelle valli il tuo fuoco? Non temi i castighi contro gli incendiari? Sì, riconosco Zarathustra. Puro è il suo occhio, né disgusto si cela sulle sue labbra. Non incede egli a passo di danza? Trasformato è Zarathustra, un bambino è diventato Zarathustra, Zarathustra è un risvegliato: che cerchi mai presso coloro che dormono? Hai vissuto nella solitudine come in un mare, e il mare ti ha portato. Guai! vuoi scendere a terra? Guai! vuoi tornare a trascinare da solo il tuo corpo?”
Il vegliardo, evidentemente, è un eremita che ha fatto una scelta dettata dal disgusto che gli uomini e lo spettacolo umano spesso provocano. È un tipo di eremita completamente diverso da Zarathustra.
Zarathustra dice al vegliardo che torna dagli uomini per amore verso di loro, perché vuole portargli un dono. Ma il vegliardo non sente ragioni; continua con le sue parole colme di disillusione:
“E perché mai io sono andato nella foresta e nel deserto (cioè nei luoghi soliti degli eremiti)? Non fu forse perché amavo troppo gli uomini? Adesso io amo Iddio: gli uomini, io non li amo. L’uomo è per me una cosa troppo imperfetta. L’amore per gli uomini mi ammazzerebbe. Non dar loro nulla, continua l’eremita, levagli piuttosto qualcosa e portalo insieme a loro – questo sarà per essi il massimo beneficio: purché lo sia anche per te! E se proprio vuoi dargli qualcosa, non dare più di un’elemosina, e falli mendicare per questo! Bada che essi vogliano accettare i suoi tesori! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che noi veniamo a portare i doni. I nostri passi risuonano troppo solitari per i loro vicoli. E quando di notte, a letto, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, si chiedono: dove andrà quel ladro? Non andare dagli uomini, resta nella foresta! Va’ piuttosto dagli animali! Perché non vuoi, come me, essere – un orso tra gli orsi, un uccello tra gli uccelli?”
Zarathustra ascolta il vecchio perché lo sente affine, capisce le sue ragioni, lo rispetta, ma lui è di tutta altra pasta. Alla fine chiede al vegliardo: “E cosa fai nella foresta?”
“Io faccio canzoni e le canto, e nel far canzoni, rido, piango e mugolo: così lodo Iddio. Cantando, piangendo, ridendo, mugolando, io lodo il dio che è il mio dio.”
Alla fine Zarathustra si congeda dal vegliardo; i due si abbracciano e ridono come potrebbero ridere due fanciulli; perché seppur in modo diverso, questo sono: due fanciulli. Uno arrabbiato, l’altro illuminato.
Ma quando rimane solo, così parla Zarathustra al suo cuore: “È mai possibile! Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta, che Dio è morto!

martedì 19 giugno 2012

vai Valéry, facci godere...


O récompense après une pensée
Qu’un long regard sur le calme des dieux!
[O ricompensa, a chiusa di un pensiero,
Un lungo sguardo alla divina calma!]
Visto che questo è un blog dedicato al pensiero, oggi mi godo tre pensieri di Paul Valéry.
Chi conosce Valéry, sa già quanta delizia è in grado di regalarti quest’uomo. Chi ha letto Cattivi pensieri, L’idea fissa, Monsieur Teste o quel sublime poema che è Il cimitero marino - al solo scorrere dei titoli starà godendo di reminiscenze a tutto spiano. Chi non lo conosce, si affretti.
In realtà quando dico pensiero intendo godimento; godimento nel leggere godimento nel trattenere nella mente (pensare) godimento nel riflettere (ruminare) e nel contemplare (la vera teoria).
Non è un pensiero per fare, non è un pensiero servizievole, tecnico o altri usi plebei. No, qui si pensa solo perché pensare è orgasmico. Se poi aveste obiezioni e pregiudizi occidentali, son cazzi vostri…uhaz uhaz uhaz.
Soprattutto per me è importante che il pensiero sia mutevole, sia vario, sia ricco. Non mi piacciono i cattolici o i musulmani non in quanto credenti del Cristianesimo o dell’Islam. Non mi piacciono perché questi qua citano sempre e solo UN libro, una sola autorità, sono schiavi di un solo pensiero. I fondamentalisti sono i più cretini tra quelli che “pensano”. Mai fermarsi a un solo autore, anzi, è obbligatorio andare da uno che formuli pensieri diametralmente opposti. Leggete la Bibbia e poi andate da quell’ateo di Sade; allora sì che vi apprezzerei! A me piace Nietzsche, ma mica leggo solo quello. Spesso vado a cercarmi proprio un pensatore anti-nicciano, cerco un libro "critico". Se poi la critica è fatta bene, godo come un maiale. Se è fatta male, allora godo come un maiale a rintuzzarla.
Siate api, volate e succhiate il polline da mille e più fiori. Se, poi, un fiore dovesse piacervi di più degli altri, fermatevi pure più a lungo. Ma ripartite, cari, ripartite…c’è tanto da scoprire nel meraviglioso mondo dei pensieri…
Il pensiero non dev'essere unico perché voi possiate ritenervi contenti e soddisfatti di esso; no. L'habitat del pensiero è la vastità, il pensiero è prateria e libertà, non la casetta borghese sicura di 'sta minchia.
Dovete essere zingari girovaghi col pensiero, non impiegati postali dal culo di pietra.
Orbene, dopo l’esortazione - veniamo (in tutti i sensi) a noi; è ora. Posiamo armi e bagagli, laviamoci la faccia e mettiamoci comodi. Sfilano per noi Banalità, Ragione, Certezze e Dubbi.
Ricordati che ogni mente è plasmata dalle esperienze più banali. Dire che un fatto è banale significa dire che è fra quelli che più hanno contribuito alla formazione delle tue idee essenziali. Nella composizione della tua sostanza mentale più del 99% è costituito da immagini e impressioni senza valore. Aggiungi poi che le concezioni inusuali, i pensieri nuovi e singolari traggono tutto il loro valore da questo fondo volgare che li fa risaltare.
L’origine della “ragione”, o della nozione di ragione, è forse la transazione. In certi casi bisogna concludere una transazione con la “Logica”; in altri, con l’impulso o l’intuizione; in altri ancora, con i fatti. Cerca dunque, tutte le volte che da te o dagli altri ti giunge la parola Ragione, di sostituirla con quella più precisa di “transazione”. Allora, niente più dea…
Ci sono in noi inspiegabili certezze e dubbi infondati: cause dei mistici e dei filosofi. Poiché nulla è capace di spiegare le une né di giustificare gli altri, siamo indotti a pensare che, su un milione di uomini, dubbi e certezze siano distribuiti come “a caso”…

lunedì 18 giugno 2012

Shakespeare e Cupido



Stavo leggendo Il sogno d'una notte di mezza estate di Shakespeare e mi sono imbattuto in questi celebri versi pronunciati da Lisandro:
… sempre la guerra, la morte o l’infermità han cinto d’assedio l’amore, e l’han reso provvisorio quanto un suono emesso nell’aria, facile a disperdersi quanto un’ombra, breve quanto un sogno, rapido quanto la saetta intravista nella caligine notturna, che, con impeto subitaneo e capriccioso, rivela entrambi il cielo e la terra, e prima ancora che si possa dire: guarda! Le mascelle della tenebra son preste a inghiottirla. Tanto subitaneo dilegua tutto quel che risplende.
Dopo averli letti, mi sono disteso sul letto con libro, tenuto con la mano sinistra con il dito dentro per non perdere il segno, e li ho ripensati ad occhi chiusi. Li ho gustati e ruminati.
Quanti cacacazzi, quanti ostacoli e quante noie vengono a turbare l’amore fra due persone; e ho pensato a un paio di donne in particolare e a quanto la vita spesso non sia né dura né ingiusta, ma semplicemente meschina.
Poi ho preso un sorso di caffè e ho continuato a leggere perché volevo almeno finire il primo atto. Ho dovuto fare, però, un’altra breve interruzione quando mi sono imbattuto nelle parola di Elena sull’amore e sulla figura simbolica di esso cioè su Cupido:
Anche gli oggetti più umili e volgari, per quanto privi di forma e proporzione, possono essere trasformati dall’amore fino ad accoglierle, e nobile può sempre divenire ogni cosa vile. L’Amore non guarda con gli occhi, ma col sentimento, ed è per questo che l’alato Cupido vien dipinto bendato. Né lo spirito d’amore ha mai assaporato che sia il discernimento ché l’ali e la benda sugli occhi stanno a figurare per l’appunto una foga inconsulta: e si dice per questo che Amore è un fanciullo, perché tanto spesso s’inganna nella sua scelta. E come i fanciulli, nei loro giuochi, non si fan scrupolo di mancar la fede, così il fanciullo Amore è ovunque e sempre spergiuro.
Sono descritti un po’ i caratteri fondamentali dell’amore. La “cecità” dell’amore, la passione subitanea e irrefrenabile, il cambiare idea, gli spergiuri, ecc.
Manca il riferimento alle frecce che credo simboleggino il fatto che l’amore può colpire chiunque e senza preavviso, insomma quello che noi definiamo “colpo di fulmine”.
Manca, altresì, un accenno a quello che io chiamo il “fiuto economico dell’amore”. È innegabile che alcune donne vengano colpite da Cupido solo in presenza di alcune caratteristiche come ricchezza, potere o posizione sociale. Se ne fottono di tutta la poesia inerente all'amore. Capita, a volte, che la donna non sia interessata all’artista in quanto artista, cioè produttore di arte, ma a quanti soldi questo artista riesca a cavare da quello che fa.
Gli esempi sono innumerevoli, ma ora è tempo di riprendere la lettura …

sabato 16 giugno 2012

23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo



Sto leggendo, sempre seguendo il mio personale disegno delle “sedicimila frecce”, 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo di Ha-Joon Chang.
Quali sono queste 23 questioni che gli economisti i politici i giornalisti economici e i finanzieri ci tengono per lo più nascoste e che Chang ci vuole aiutare a capire? Senza contare che anche senza l’influenza diretta di questi personaggi, anche noi abbiamo i nostri preconcetti e pregiudizi economici da sfatare.
Ecco i 23 punti:
1) Il libero mercato non esiste
2) Le aziende non vanno gestite nell’interesse degli azionisti
3) Nei Paesi ricchi la maggior parte della gente viene pagata più di quanto dovrebbe
4) La lavatrice ha cambiato la vita più di internet
5) Aspettati il peggio e otterrai il peggio
6) La maggiore stabilità macroeconomica non ha reso l’economia mondiale più stabile
7) Le politiche liberiste raramente rendono ricchi i Paesi poveri
8) Il capitale ha nazione
9) Non viviamo in un’epoca postindustriale
10) Gli Stati Uniti non hanno il tenore di vita più alto del mondo
11) L’Africa non è destinata al sottosviluppo
12) Gli Stati sanno puntare su imprese vincenti
13) Rendere i ricchi ancora più ricchi non rende tutti più ricchi
14) I manager americani [cioè tutti i manager] sono pagati troppo
15) I Paesi poveri sono più intraprendenti di quelli ricchi
16) Non siamo abbastanza intelligenti da lasciar fare al mercato
17) Più istruzione non rende un Paese più ricco
18) Quello che è buono per la General Motors non è sempre buono per gli Stati Uniti [mutatis mutandis la Fiat per l’Italia, ecc.]
19) Malgrado la caduta del comunismo viviamo ancora in economie pianificate
20) L’uguaglianza di opportunità può non essere equa
21) Uno stato sociale generoso rende la gente più aperta al cambiamento
22) I mercati finanziari devono diventare meno efficienti
23) Una buona politica economica non ha bisogno di bravi economisti
A questi, Chang aggiunge una Conclusione intitolata Come ricostruire l’economia mondiale.
Ed ora diamo un’occhiata alle questioni più importanti che approfondiremo nei prossimi post.
Una volta capito che il libero mercato non esiste, non ci si farà più ingannare da chi si oppone a ogni regola in base all’idea che lo renderebbe “non libero” (punto 1). Scoperto che uno Stato forte e attivo può promuovere anziché soffocare il dinamismo economico, ci si accorgerà che la sfiducia generale nei suoi confronti è infondata (punti 12 e 21). La consapevolezza di non vivere in un’economia postindustriale indurrà a chiedersi se sia saggio trascurare, quando non implicitamente augurarsi, il declino industriale di un Paese, come alcuni governi hanno fatto (punti 9 e 17). Quando ci si rende conto che la trickle-down economics (ossia l’idea che i poveri possano arricchirsi “per osmosi” in un sistema che agevola i ricchi) non funziona, si vedono i tagli alle tasse dei più abbienti per quello che sono: una semplice redistribuzione di reddito verso l’alto, piuttosto che un modo per renderci tutti più ricchi, così come promesso (punti 13 e 20).
Quanto successo all’economia mondiale non è accaduto per caso, né è il risultato dell’incontrastabile spinta della storia. Non è per via di una ferrea legge di mercato che i salari sono rimasti fermi e le ore di lavoro aumentate per gran parte delle persone, o che i redditi di amministratori delegati e banchieri sono cresciuti in modo esponenziale (punti 10 e 14). Non è semplicemente a causa dell’inarrestabile progresso delle tecnologie delle comunicazioni e dei trasporti che siamo esposti alle forze crescenti della concorrenza internazionale e dobbiamo preoccuparci della sicurezza del posto di lavoro (punti 4 e 6). Non era inevitabile che negli ultimi trent’anni il settore finanziario si distaccasse sempre di più dall’economia reale, provocando quella catastrofe in cui ci troviamo oggi (punti 18 e 22). E, soprattutto, non è a causa di qualche immutabile fattore strutturale – il clima tropicale, la posizione sfavorevole o la cultura mediocre – che i paesi poveri sono poveri (punti 7 e 11).

venerdì 15 giugno 2012

La morte del sole. La domanda iniziatica



E si mettono nomi e titoli di traverso per sbarrarti la strada.
E abbiamo tolto di mezzo il soggetto solo perché poi i soggetti diventassero innumerevoli.
E la citazione è diventata una maledizione insopprimibile.
E si può citare un Kant, ma non come vivo spirito, bensì come una cosa che giace da qualche parte e ognuno la usa come vuole.
E i libri pieni di citazioni sono come sarcofaghi; pile di cadaveri ne sorreggono l’effimera vita.
E nell’imperversante storia della filosofia, la quiete di ciò che fu pensato non viene lasciata in pace.
E chi scrive trionfa su tutti.
E si trova sempre un cretino pronto a deformare Kant a suo piacimento.
E quel che fu pensato è lì, duro e ostile verso il vivente e non può nemmeno sfiorarlo la “comprensione” con cui il commendevole amico si lancia sul cadavere.
E il duro dettato che il filosofo strappò all’umano, la storia della filosofia, futile e petulante, glielo riconsegna con tanti saluti.
E al filosofo per bene non resta che porsi una domanda: Perché squietare la pace del pensato?

giovedì 14 giugno 2012

La Tempesta [appunti bloom 1]



L’uomo, fondamentalmente, fa due cose: si prende cura del proprio corpo e della propria mente. Il meglio per il corpo è il sesso, il meglio per la mente è leggere e occuparsi di Shakespeare.

Shakespeare ha scritto due commedie visionarie: Sogno di una notte di mezza estate e La Tempesta.
La critica ha seguito la strada dell’erotomania per il Sogno e quella ideologica per La Tempesta.
Il caso più lampante di questa ideologia riguarda il personaggio Caliban, una codarda creatura semiumana dagli istinti violenti e omicidi, che è diventato un eroico difensore afrocaraibico della libertà.
Qui Bloom fa una riflessione che reputo molto importante, perché è una cosa che ho notato spesso anche io. Molti studiosi, molti critici, non vanno sui testi come ospiti, come umili ascoltatori, come cercatori di “pensieri d’oro” – no. Leggono un’opera con le mani già sporche delle loro convinzioni e delle proprie idee e deformano tutto.
Ecco il pensiero di Bloom che io condivido in pieno: “I marxisti, i sostenitori del multiculturalismo, le femministe e i nuovi storicisti (i soliti sospetti) conoscono bene la propria causa ma non i drammi di Shakespeare”.
Caliban è tutto fuorché una celebrazione dell’uomo naturale; La Tempesta non è un trattato sul colonialismo né un testamento mistico.
La Tempesta è una commedia teatrale profondamente sperimentale è un’ottima idea sarebbe quella di metterla in relazione col Dottor Faust di Christopher Marlowe.
Il dramma è essenzialmente privo di intreccio; il suo unico avvenimento esteriore è la magica tempesta della prima scena che ispira, strano a dirsi, il titolo del testo.
Poiché, sebbene pronunci solo cento versi, oggi Caliban rappresenta per molti il fulcro del dramma, conviene partire proprio dall’analisi di questo personaggio attraverso le parole di alcuni tra i più autorevoli commentatori.
Secondo Dryden, Shakespeare “creò una persona che non esisteva in natura”. Un personaggio umano solo per metà non può essere un uomo naturale, sia esso nero, indiano o berbero (il probabile popolo d’origine della strega algerina Sycorax, madre di Caliban).
Johnston, che non era un sentimentalista, parlò “della tetraggine del suo temperamento e della malvagità dei suoi propositi”, liquidando l’idea secondo cui Caliban usava un linguaggio proprio.
Nel Novecento, il grande poeta Wystan Hugh Auden espresse l’opinione semplicistica secondo cui Prospero avrebbe corrotto Caliban. Com’è sua abitudine quando parla di Shakespeare, Auden ci regala tuttavia una geniale intuizione, in questo caso con il meraviglioso testo in prosa “Caliban al pubblico”, tratto dal Mare e lo specchio. Forse perché Shelley si era identificato con Ariel, Auden scorse se stesso in Caliban:
"E da questo incubo di pubblica solitudine, da questo eterno Non ancora, quale sollievo ricavare oltre a un galoppo collettivo ancor più sfrenato, con occhi da bisonte e traiettoria obliqua, verso il grigio orizzonte della visione più cupa; quali punti di riferimento oltre ai quattro fiumi morti, l’Infelice, il Fluente, il Dolente e la Palude delle lacrime, quale obiettivo oltre alla pietra nera su cui si spaccano le ossa? Solo nel suo pianto d’agonia la vostra esistenza può infatti finalmente trovare un significato chiaro e il vostro rifiuto di essere voi stessi diviene un’autentica disperazione, l’amore per nulla, la paura di tutto".
Qui sentiamo soprattutto Auden che parla di Auden, fortemente influenzato da Kierkegaard, ma le sue parole colgono il dilemma di Caliban: “L’amore per nulla, la paura di tutto”.

mercoledì 13 giugno 2012

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi



Sono molto nervoso.
Dopo tanto tempo ho acquistato Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Una copia a cui tenevo tanto perché Pavese, per me, è forse l’unico scrittore degno di stima del primo Novecento italiano.
Quando scrive, fa una specie di luce che mi fa sentire a casa, che mi avvolge e mi coccola; produce un calore capace di darmi benessere. È così difficile spiegarsi a volte ... Comunque è la stessa luce che fa Joyce.
Ieri, approfittando del 25% di sconto, ho preso Il mestiere di vivere al prezzo di 12 euro invece di 16. Grande affare!
Torno a casa, comincio a sfogliarla e scopro che ci sono interi pensieri, lunghi periodi in FRANCESE. Porca puttana, io il francese non lo conosco e a casa non ho neanche un vocabolario!
Ora, vorrei dire alla casa editrice Einaudi: fate un grande lavoro per pubblicare Il mestiere di vivere, prefazione, introduzione, bibliografia (addirittura con i titoli di Pavese stampati in Spagna), fate un indice dei nomi accuratissimo, appendici varie, un’antologia della critica, 81 pagine di note e NON traducete questi pensieri dal francese in italiano??? Devo mettermi a tradurre Léon Chestov? Corneille? Rousseau?
Cioè vi costava tanto mettere in nota questi pezzi tradotti? Ecco un esempio pratico che spiega cosa vuol dire “perdersi in un bicchiere d’acqua”.
Non sono affatto soddisfatto. Mi viene voglia di restituire il prodotto.
O sono io che sono troppo difficile o siete voi che non fate le cose con cura - ai posteri l’ardua sentenza.
Comunque, per farmi perdonare questo post semplicemente di sfogo, metto la poesia di Pavese che preferisco.
Cerco sempre di fare le cose al meglio … io.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

martedì 12 giugno 2012

4 pensieri INVERSI



Il libro Poesie di Sandro Penna è tornato a casa - sono felice anche perché non è stato facile.
I cinque maggiori siti di vendita di libri on line l’avevano esaurito, alla casa editrice Garzanti pure e per tutta Napoli non ero riuscito a trovarlo. Fortunatamente, dopo aver fatto una mega ricerca su internet, ho trovato un sito che l’aveva. Diciamo che ho dovuto sborsare 6/7 euro in più del normale, ma fa niente. Ci tenevo troppo che Sandro tornasse a casa, avere una copia mia, una copia pulita e non sporcata da mani indegne … suka!



Come serie televisive poliziesche la mia predilezione va a telefilm come Poirot, La signora in giallo e Colombo. Ho accettato l’avvento di nuove serie che, tralasciando la genialità del singolo investigatore, danno spazio alle tecniche scientifiche più sofisticate, agli effetti speciali sempre più speciali e che tengono conto dei gusti sempre più spara-insegui-ammazza-sangue delle nuove generazioni. Quelle che non sopporto sono quelle dedicate ai serial killer. Sia perché con ‘sti serial killer hanno rotto i coglioni, sia perché poi lì i poliziotti americani sono ancora più antipatici del solito e si credono ancora di più stocazzo (loro e il fottuto FBI di Quantico).
Una serie che apprezzo è CSI – Scena del crimine perché mi piace il modo in cui la scienza può aiutare la polizia a scoprire i criminali. Mi piacciono molto le puntate dove c’è comunque un intrigo, i colpi di scena, dove l'elemento umano è predominante insomma.
Una cosa che non capisco delle tre serie CSI – Scena del crimine è la caratterizzazione dei personaggi principali, soprattutto il loro rapporto con le donne. Sembra che debbano essere per forza tristi e complicati. Mi pare un modo di arruffianarsi il pubblico abbastanza penoso.
In CSI Las Vegas, Gilbert "Gil" Grissom è introverso e non perde occasione per raccontare che da bambino giocava con le bambole e per questo veniva preso in giro dai coetanei, ha una madre sordomuta e lui stesso soffre di un male alle orecchie (il nome della malattia l’ho scodato). In tutte le puntate ha dei flirt con le donne. O meglio: le donne mostrano interesse, ma lui se ne frega. Non accetta mai il corteggiamento, non ci esce mai a cena, ecc. Bisogna aspettare ben nove stagioni perché finalmente si abbia il lieto fine con Sara Sidle.
In CSI Miami, Horatio Caine vive nel ricordo del defunto fratello Raymond, scopre che la madre è stata uccisa dal padre che era spesso violento, nella quarta stagione sposa Marisol Delko, sorella di Eric, ma quest'ultima muore (ovviamente), uccisa dalla banda dei Malanoche. Nella sesta stagione scopre di essere il padre di un ragazzo di sedici anni, avuto dalla sua ex fidanzata Julia Winston (una pazza squinternata).
In CSI New York, che conosco meno, Mac Taylor è uno strapatriota convinto e nella vita ha tre priorità: l'onore della sua nazione, la sicurezza della sua città e l'integrità del suo laboratorio. Sì, è talmente americano da dare ai nervi. Giustamente ha perso la moglie, Claire, negli attentati dell'11 settembre 2001. Alla fine un po’ si salva perché nel tempo libero suona il basso nei locali jazz … solo che pure Bobo Maroni suona uno strumento nei localini, quindi ci andrei piano con i facili entusiasmi.



Passiamo alla politica e a una cosa che mi fa incazzare. La notizia è che Fioroni (siate felici se non lo conoscete) ha dichiarato che se Bersani dovesse fare di una legge sulle unioni omosessuali una delle priorità programmatiche del partito, l'ex ministro è pronto a candidarsi per le primarie, ecc. ecc. ancora altri blà blà blà sui gay.
Cioè ancora? Ma quanti cazzo di anni deve andare avanti 'sta discussione sugli omosessuali? Ma ci prendete tutti per mongoloidi? Una questione la si affronta e la si esaurisce, non è possibile che ‘sti stronzi dei politici tornino sempre sulla stessa questione pur di non parlare dei problemi reali e gravi del Paese! È un giochino umiliante! Io, comunque, non ci casco. Mi avete rotto i coglioni. Ma qual è ‘sto problema coi gay? Vogliono essere riconosciuti come coppia? Embè? Fatelo cazzo! Vogliono sposarsi? Che si sposino! Vogliono farsi una famiglia? E se la facciano! Io non capisco. Ma dove sta scritto che la coppia è solo uomo donna? E soprattutto ma su quali fatti basano che il meglio è la coppia uomo donna? Perché? In tutte le coppie etero c’è felicità o serenità? Non ci sono i divorzi? Non c’è violenza? Non ci sono litigi e traumi per i bimbi? Non capisco. Proprio in questi giorni si parla di quella stronza di Genova che ha fatto morire il suo bambino insieme a quel drogato imbecille del suo compagno. E allora? Aboliamo le coppie etero? Mi si potrebbe dire: eh, ma l’influenza sui bambini … scusate. Ma se da una coppia etero, magari pure serena, vengono poi delle persone omosessuali non vale pure il contrario? È perfettamente logico che da una coppia gay, magari pure serena, vengano su delle persone non omosessuali. O mi sbaglio?
Oppure si potrebbe dire che magari uno è omosessuale perché la sua famiglia faceva schifo, violenze, traumi, ecc. e quindi una persona potrebbe NON essere omosessuale proprio perché la coppia omosessuale dove stava faceva schifo ecc.
Problema risolto.



Chiudo con la telefonata di una persona, una signora sui sessant’anni, che voleva mia madre. Mia madre non c’era e quindi dopo averglielo comunicato stavo riattaccando. E invece no.
La gentile signora con la voce lenta e nasale da provocare istinti suicidi nell’ascoltatore, ha avuto la bella idea di farmi l’in bocca al lupo per il lavoro aggiungendo che poi è la “cosa più importante”.
Io non ero molto attento e ho risposto con un “purtroppo sì” che l’ha lasciata per qualche attimo sospesa. La signora, poi, ha cercato di chiarire giustificare dicendo che con il lavoro “uno si realizza”. Io non ho aggiunto altro, dicendo “sì sì, certo”, giusto per troncare la conversazione.
Sinceramente non ci sto. Per me il lavoro non è la cosa più importante, è la cosa più stupida e scocciante, invece. Poi, se qualcuno si realizza con il lavoro, faccia pure, io ho ben altro da fare.
Se la gente si è scimunita con questo lavoro, se ormai non si può più tornare indietro son cose che non mi riguardano. Il lavoro è un’invenzione umana. Una galera umana.
Io non faccio parte dello stupido coro “il lavoro nobilita l’uomo” e altre idiozie. Stai un bel po’ di tempo a cercarlo, un bel po’ di tempo a farlo lamentandoti, il resto è pensione da fame e morte.
Il tutto condito da scocciature, ansie, stress e sfruttamento. Per quale dannato motivo? Nessuno lo sa. Tutti preferiscono non pensare e andare a lavorare.
Il problema è che uno è costretto a seguire i pazzi nel loro delirio, devi per forza stronziarti appresso a quelli che si “realizzano nel lavoro”. Una vera condanna; non c’è spazio per noi disinteressati.
Io, per parte mia, ho le poesie di Penna, la filosofia di Sgalambro, le cattiverie di Paul Valéry, la pittura di Gauguin, il romanzo di Salinger, il libro di storia moderna … cosa me ne frega a me del lavoro? dove trovo il tempo?