lunedì 4 aprile 2011

Lasciarti non è

I napoletani oggi sono una grande tribù che, anzichè vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Boja, vive nel ventre di una grande città di mare.
Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere alle proprie possibile mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti, la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Boja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto sorto nel cuore della collettività; una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia è giusto, è sacrosanto. Sì è proprio così, purtroppo o per fortuna. Una nostra particolarità, un atavismo per la precisione, è che diamo un’importanza grandissima ai sogni che dividiamo in varie categorie. Una di queste è quella di usare i sogni come pretesti per dire qualcosa di particolare a un parente o ad un amico. Per esempio, mia madre sogna i suoi genitori e riferisce i loro consigli ai fratelli, soprattutto quando litigano tra loro. Lei allora telefona e dice di aver sognato il papà che chiedeva in lacrime una loro riappacificazione. Ovviamente è tutto inventato, ma non fa niente. Poi c’è l’uso classico del sogno da cui ricaviamo i numeri da giocare al lotto dopo attenta lettura della Smorfia. Un terzo tipo di sogno è quello che al risveglio non svanisce semplicemente con la luce diurna, ma ti rimane attaccato anche molto tempo dopo che ti sei levato. Allora, che si fa in questi casi? Nel nostro quartiere si fa così. Le donne si recano dalla Vecchina al Pallonetto e si fanno leggere i tarocchi. Gli uomini vanno dal Morente, al rione Sanità. Il Morente è colui che gode del rispetto massimo da parte di tutti ed è molto ascoltato, una specie di vecchio saggio. Una notte mi accadde di sognare che camminavo in una grande prateria e all’improvviso mi trovavo davanti ad una staccionata dove un portiere d’albergo vestito in maniera elegantissima mi sbarrava il passaggio.
“Dove credi di andare?”, mi urlò in faccia.
“Veramente, non lo so", risposi, "è la prima volta che sto qua. Non si può entrare?”
“E vuoi entrare così, a mani vuote?”
“Bè, cosa dovrei portare per avere il passaggio libero?”
“Guarda gli altri, non vedi? Ognuno porta un sacco di farina. Procuratene anche tu e ti farò passare”.
Girai la faccia alla mia destra e vidi una processione enorme di uomini che portavano un sacco di farina. Cercai di avvicinare qualcuno per chiedere dove potessi procurarmela, ma nessuno mi rispondeva, mi ignoravano tutti. Cominciai a correre velocissimo per vedere da dove partiva quella marea di gente casomai dessero la farina lì, ma niente, e continuavo a correre, a correre, e più correvo più mi saliva una grande ansia e tristezza, finchè mi svegliai sgomento e molto triste. Avevo il cuore in gola!! Subito mi frullò in testa la domanda: che significa tutto ciò? La questione era importante e decisi che dovevo saperne di più. Feci una doccia veloce, mi vestii alla buona e di gran passo mi recai dal Morente. Ovviamente bisogna portargli qualcosa per essere ricevuti e il classico è zucchero e caffè. Fui fortunato perchè quel giorno ero l’unico “cliente”; consegnai il pacco dono alla perpetua che mi introdusse nello studio dove il Morente giaceva su un letto cosparso di libri. C'erano libri ovunque e lui era lì con la sua enorme capigliatura bianca e la barba di molti giorni. Il suo nome è don Alfonso.
“Buon giorno, don Alfonso. Scusate se vi incomodo a quest’ora”.
“Venite avanti, giuvinò, nun vi preoccupate. Esponetemi pure il vostro problema”. Così gli raccontai il sogno, lui mi guardò e disse: “Vai a prendere un po’ di caffè”. Mi alzai e andai in cucina dove la perpetua aveva già preparato il caffè coi bicchieri d’acqua (importantissimo bere il bicchiere d’acqua prima del caffè). Dopo aver bevuto il caffè, don Alfonso pronunciò la sentenza: “Giuvinò, voi sentite la vostra anima povera, avete voglia di arricchirla, ma non sapete come fare”.
“E’ verissimo don Alfonso. Mi piacerebbe tanto istruirmi, farmi una cultura, sapere tante cose, godere delle gioie spirituale che rendono l'uomo un essere unico nella natura. Cosa mi consigliate? La filosofia?”
“Mah, non so. A me è parso che tutta la filosofia altro non sia che una meditazione di Scekspìrr. Comincia da Scekspìrr”.
Dopo aver detto ciò chiuse gli occhi, si girò dall’altra parte e più non fe' parola. Pensando a quel che aveva detto mi recai in libreria per acquistare quella che era la mia prima opera del Bardo. Andai al reparto “teatro” e cominciai a guardare uno per uno i titoli delle sue opere. Ovviamente ero attratto da Otello o da Amleto, ma nello stesso tempo ero in dubbio se cominciare proprio da loro o da qualche altra opera più leggera. Ma esisteva una tale opera? Era un ragionamento valido? Mi trastullavo tra dubbi e incertezze, quando alle mie spalle sorse una voce di donna dolcissima e celestiale: “Prendi anche tu un libro di Shakespeare?” Mi sentii avvolgere dal suono magico di questa voce e mi girai pieno di speranze cercando di sfoderare il mio sorriso migliore. Quando le fui di fronte mi tuffai in dei meravigliosi occhi verdi screziati di nero che mi guardavano scintillanti e lucidi come topazi orientali, due gemme di infinito splendore.
Peccato che per il resto fosse proprio un cesso

1 commento:

  1. I napoletani sono una cosa stupenda; trovano la forza di anadre avanti in tutto lo schifo che hanno intorno che non è sempre colpa loro...
    Io ammiro il loro spirito, da sempre.
    E vorrei finire la mia vita lì e lo dico sempre alla mia amica sorella napoletana che mi prende per pazza ! :-)
    E poi anche io credo ai sogni ma qui non c'è nessuno che mi dà una mano :-)
    E capisco come a volte un paio di occhi stupendi di straggono da un vso che è uno scherzo della natura :-)
    Bello sempre leggerti

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