mercoledì 18 aprile 2012

Cos'è un Happening in Arte


Quando studiai per l’esame di Storia dell’Arte Contemporanea all’università, ebbi la fortuna di imbattermi nel testo di Lea Vergine, L’arte in trincea. Lessico delle tendenze artistiche 1960-1990, dove sono trattati molti movimenti e correnti artistiche del secondo Novecento; dall’Informale al Fluxus, dall’Arte Concettuale all’Anacronismo. Oggi ho deciso di parlare dell’Happening.
All’americano di origine russa Allan Kaprow si deve la scelta del termine happening per indicare alcune sue esperienze del 1958-59, caratterizzate dall’impiego di quella che oggi si chiamerebbe multimedialità.
Happening è qualcosa che accade; spesso in modo inaspettato.
La parola “happening” compare per la prima volta nel titolo di un’opera di Kaprow 18 Happenings in 6 Parts, presentata nel ’59 a New York alla Reuben Gallery. In seguito, l’uso generico del termine creerà equivoci a causa di associazioni con esperienze molto diverse tra di loro, spesso di tipo comportamentale. L’happening ha certo relazione con le tecniche teatrali e, in un certo senso, può sembrarne una sorta di eresia.
L’happening è un evento nel quale viene utilizzata una “struttura a compartimenti”. In ogni compartimento accade qualcosa: un’azione elementare eseguita da uno o più attori; un suono; un rumore; declamazioni di parole.
Ogni accaduto può essere completamente autonomo rispetto a quello successivo; può far parte di una sequenza o svolgersi contemporaneamente ad altre situazioni, può non rispettare rapporti di causa-effetto e assumere componenti di aleatorietà.
Talvolta nell’happening possono verificarsi circostanze imprevedibili, ad esempio mutamenti meteorologici o reazioni del pubblico. Una qualche accidentalità è determinata anche dagli attori: essi possono decidere di iniziare un’azione in un punto anziché in un altro; possono scegliere la modalità di spostamento di un oggetto, e così via. Nonostante sia prevista una certa casualità, nei primi happening non vi è improvvisazione; l’autore stabilisce la sequenza degli accadimenti, la loro esecuzione e, spesso, sceglie di partecipare per controllare meglio l’insieme.
La presenza dell’attore ha la stessa importanza di quella degli altri elementi scenici; egli si fa oggetto, non deve interpretare, solo concretizzare ciò che è stato deciso.
Negli happening vi è una prevalenza di rumori e suoni rispetto al linguaggio verbale. Le parole, quando compaiono, sono usate in modo non tradizionale, nel senso di comunicazione o informazione, e, a volte, sono le leggi della probabilità a determinare la selezione e la distribuzione in dialoghi e monologhi.

(Allan Kaprow, 18 Happenings in 6 Parts, 1959)

E ora, diamo la parola proprio ad Allan Kaprow: “Il termine “happening” non è felice. Originariamente non si riferiva a nessuna forma d’arte ed era semplicemente una parola neutra inclusa nel titolo di una delle mie opere progettate nel 1958-59. Secondo la mia intenzione era la parola che doveva sottrarmi all’obbligo di definire il lavoro “piéce teatrale”, “rappresentazione”, “gioco”, “arte totale”, o di usare qualunque altro termine destinato a suscitare associazioni con usuali forme di svago, come il teatro, ecc. ma in seguito fu adottato da altri artisti e dalla stampa e ora compare costantemente nelle conversazioni di persone che non mi conoscono e che non sanno cosa sia uno happening. Usata con grande disinvoltura per tutte le occasioni, la parola suggerisce l’idea di qualche cosa di abbastanza spontaneo che “si sa il caso che capiti”. Per esempio, la gente della strada, vedendo un cagnolino che fa la pipì contro una fontana, dice per scherzo: “Oh, ecco un happening!”
La parola “happening” è poco felice per il senso di contrarietà che provoca.
Essa comunica non soltanto un significato neutro di “evento” o di “accadimento”, ma implica qualcosa di imprevisto, di casuale, e magari di involontario e indiretto. Quando cerco di convincere i miei interlocutori che io controllo e dirigo gli happening in tutto il loro svolgimento come del resto fa la maggior parte degli artisti, non vengo creduto.
Io volevo soprattutto che il pubblico, più che assistere, “partecipasse” al mio lavoro, e dovetti trovare un modo pratico per realizzare il mio intento. Elaborai quindi un sistema di situazioni e immagini molto semplici, con meccanismi e implicazioni elementari. Tutte queste azioni, descritte in una lettera che precedeva il mio arrivo, potevano essere imparate da chiunque. Chi desiderava partecipare allo happening poteva decidere da solo.
In tal modo, arrivando poco prima dello spettacolo, potevo già disporre di un gruppo preparato e discutere i significati più sottili dello happening insieme ai particolari dell’esecuzione.
Io elaboro generalmente le mie opere tenendo presente quattro punti. Primo: la quiddità immediata di ogni azione, semplice o complessa, priva cioè di qualsiasi altro significato al di là della semplice immediatezza di quanto si verifica. Questo “essere dell’azione”, fisico, sensibile, tangibile, è per me molto importante. Secondo: le azioni sono fantasie eseguite non esattamente sul modello della vita, anche se derivate da essa. Terzo: le azioni costituiscono una struttura organizzata di eventi. E, quarto: il loro “significato” è leggibile in senso simbolico o allusivo”.

2 commenti:

  1. Ricordo che il termine Happening ebbe un successo incredibile, tanto che addirittura negli anni sessanta a una grande fabbrica di vestiti per donna fu dato quel nome, se ne può ancora oggi vedere l'insegna sulla tangenziale ovest di Milano. Mio padre era il rappresentante per la toscana di quell'azienda e a quel che ricordo faceva abiti davvero innovativi per quei tempi. Era la voglia di far succedere qualcosa in un paese che aveva una cultura sostanzialmente immobile e contadina, il 68 doveva ancora arrivare.

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    1. Ecco, questa è una storia che mi piacerebbe tanto leggere.
      Una storia da scrivere, insomma...

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